La chiave a stella 1978
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura
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"Sì, sono giovane, ma anch' io le ho viste grige, e sempre per via del petrolio. Non si è mai visto che il petrolio lo trovino in dei bei posti, non so, come San Remo o la Costa Brava; mai più, sempre posti schifosi, dimenticati da Dio. Le più brutte che ho passato le ho passate a cercare il petrolio; e oltre a tutto non è neppure che ci mettessi il cuore, perché tanto tutti lo sanno che sta per finire e non val neanche la pena. Ma sa bene com' è, quando hai fatto un contratto, dove ti mandano bisogna bene che ci vai; e poi, a dirle la franca verità, quella volta lì ci sono andato abbastanza volentieri, perché era in Alasca. Io di libri non ne ho poi letti tanti, ma quelli di Jack London sull' Alasca me li sono letti tutti, fin da piccolo, e mica una volta sola, e mi ero fatto tutt' un' altra idea; però dopo che ci sono stato, scusi se glielo dico così sulla faccia, io della carta stampata ho incominciato a fidarmene poco. Insomma in Alasca io credevo di trovarci un paese tutto fatto di neve e di ghiaccio, di sole anche a mezzanotte, di cani che tirano le slitte e di miniere d' oro e magari anche di orsi e di lupi che ti corrono dietro. Era quella l' idea che me n' ero fatta, me la portavo dentro senza quasi accorgermi, e così quando mi hanno chiamato in ufficio e mi hanno detto che c' era da andare in Alasca a montare un impianto non ci ho pensato su due volte e ho messo la firma, anche perché c' era l' indennità della sede disagiata, e poi perché era già tre mesi che stavo in città, e a me, sa bene, stare in città non mi va. Cioè mi va per tre o quattro giorni, vado a spasso, magari anche al cine, vado a cercare una certa ragazza e la trovo, mi fa piacere rivederla e la porto a cena al Cambio e mi sento grandioso. Può anche capitare che vado a far visita a quelle due mie zie di via Lagrange che le ho detto l' altra volta ...." Non mi aveva detto di queste zie, o almeno non me le aveva descritte: avrei potuto giurarlo. Ne è nato un breve battibecco in cui ciascuno cercava garbatamente di insinuare che l' altro era stato poco attento, poi Faussone ha liquidato l' argomento alla spiccia: "Non ha importanza. Sono due zie di chiesa, mi ricevono nel salotto buono e mi dànno i cioccolatini; una è furba e l' altra mica tanto furba. Ma gliele racconto poi quest' altra volta. Allora le dicevo dell' Alasca, e che in città non mi trovo. Perché vede, io sono uno che non tiene il minimo. Sì, come quei motori col carburatore un po' starato, che se non stanno sempre su di giri si spengono, e allora c' è pericolo che si bruci la bobina. Dopo un po' di giorni mi vengono tutti i mali, mi sveglio di notte, mi sento come se mi dovesse venire il raffreddore e invece non arriva, mi viene come se mi dimenticassi di respirare, ho male alla testa e ai piedi, se vado in strada mi pare che tutti mi guardino, insomma mi sento sperso. Una volta sono fino andato dal dottore della mutua, ma mi ha preso in giro. E aveva ragione, perché cosa avevo lo sapevo da me, avevo voglia di partire: e allora quella volta che le dicevo ho firmato il contratto, non ho neanche fatto tante domande, mi sono contentato di sapere che era un lavoro nuovo, un progetto fatto in società con gli americani, e che le istruzioni me le avrebbero date sul cantiere. Così ho fatto che chiudere la valigia, perché ce l' ho sempre pronta, e ho preso l' aereo. Niente da dire del viaggio; la faccenda del fuso orario una volta mi dava fastidio, ma adesso ci ho fatto l' abitudine, ho fatto i miei tre cambi, ho dormito in volo, e sono arrivato che ero fresco come una rosa: tutto andava per il suo verso, c' era il rappresentante che mi aspettava con una Chrysler che non finiva mai e io mi sentivo come lo Scià di Persia. Mi ha anche portato in un ristorante a mangiare gli srimp che sarebbero poi come dei gamberi, e mi ha detto che sono la specialità del paese; ma bere niente, mi ha spiegato che lui è di una religione che non devono bere, e mi ha fatto capire così con le buone maniere che era meglio se non bevevo neanche io per via dell' anima: era uno gentile, ma era fatto così. Tra un gambero e l' altro mi ha spiegato anche il lavoro che c' era da fare, e sembrava un lavoro come ce n' è tanti: ma sa bene come sono fatti tutti i rappresentanti, a baliare la gente sono bravi, ma argomento lavoro lasciamo perdere. Una volta mi è successo che mi sono perfino attaccato con uno, appunto perché non capiva niente e al cliente gli faceva delle promesse impossibili; e sa cosa mi ha detto? Che un lavoro come il nostro si può capire bene, capire poco e capire niente; ma capirlo bene bisognerebbe essere tutti ingegneri, e piuttosto che capirlo poco è più distinto capirlo niente, così uno ha sempre la scappatoia. Bel ragionamento, eh?" Siccome ho degli amici rappresentanti, ho fatto del mio meglio per difendere la categoria: che è un incarico delicato, che spesso se sanno troppo è peggio perché fanno perdere gli affari, e così via, ma Faussone non ha inteso ragione: "No, non ne ho mai visto uno che ne capisse qualche cosa, e neanche che facesse lo sforzo. Ce n' è bene di quelli che fanno finta di capire, ma sono peggio di tutti. Non me ne parli, dei rappresentanti, se vuole che andiamo d' accordo. Creda a me, sono solo buoni a baliare i clienti, a portarli al nàit e alla partita, e per noi non è che vada male perché ci portano delle volte anche noialtri, ma per la cognizione del lavoro niente da fare, son tutti compagni, mai visto uno che ne masticasse tanto così. Bene, il mio uomo mi dice appunto che si tratta di finire il montaggio di un derrick, in un cantiere lontano una quarantina di chilometri, e poi di metterlo su delle barche e di portarlo nel mare, su un bassofondo mica tanto lontano. Così io mi sono fatto l' idea che, per caricarlo su una barca, doveva essere un derrick niente di speciale, e quasi quasi cominciavo a arrabbiarmi perché mi avevano fatto venire a me dall' altra parte del mondo; ma non gli ho detto niente, non era colpa sua. Era venuto notte, lui mi saluta, mi dice che verrà all' albergo a prendermi al mattino alle otto per portarmi al cantiere, e se ne va. Al mattino tutto bene, salvo il fatto che c' erano i srimp anche per colazione, ma insomma ne ho viste di peggio; tutto bene, dicevo, lui arriva alle otto, puntuale, con la sua Chrysler, e partiamo, e in un momento siamo fuori della città, perché era una città piccola. Altro che Radiosa Aurora! Non avevo mai visto un paese più malinconico: sembrava il Séstrier fuori stagione, non so se c' è mai stato, c' era un cielo basso, sporco, che sembrava di toccarlo, anzi qualche volta si toccava proprio, perché quando la strada saliva si entrava dentro la nebbia. Tirava un' arietta fredda e umida che s' infilava sotto i vestiti e faceva venire di cattiv' umore, e nei campi intorno c' era un' erba nera, corta e dura che sembravano punte da trapano. Non si vedeva un' anima, solo delle cornacchie grosse come i tacchini: ci guardavano a passare e ballavano sui piedi senza volare via, come se ci ridessero dietro. Abbiamo passato una collina, e dall' alto della collina Mister Compton mi ha fatto vedere il cantiere, in mezzo all' aria grigia sulla riva del mare, e mi è mancato il fiato. Guardi, lei lo sa che a me le parole grosse non mi piacciono, ma eravamo ancora lontani dieci chilometri e sembrava già lì: sembrava lo scheletro di una balena, lungo e nero coricato sulla riva, già tutto arrugginito perché da quelle parti il ferro viene ruggine in un momento, e io a pensare che mi toccava metterlo in piedi in mezzo al mare mi veniva un accidente. Si fa presto a dire "vai e monta un derrick". Si ricorda l' altra volta, la volta del scimmiotto, quando lei mi ha spiegato del boia di Londra e tutto: bene, faccia conto, quello era alto venti metri e mi sembrava già una bella altezza; ma questo, con tutto che non era ancora finito, da coricato era già lungo un duecentocinquanta metri, come da qui a quello steccato verde che vede laggiù, oppure da piazza San Carlo a piazza Castello, tanto perché lei si faccia l' idea. A me il lavoro non mi spaventa, ma quella volta mi sono detto che era arrivata l' ora. Mentre scendevamo giù per la collina, il mister mi ha spiegato che l' Alasca con la neve e le slitte c' è proprio, ma molto più a nord: lì era anche Alasca, ma una specie di prolunga che scende giù sulla costa del Pacifico, come chi dicesse il manico dell' Alasca vera, e difatti lo chiamano proprio così, Panhandle, che vuol dire il manico della padella. E per la neve, mi ha detto che stessi pure tranquillo, che in quella stagione un giorno o l' altro ne sarebbe venuta, ma che se non veniva tutto compreso era meglio. Sembrava che lo sapesse, quello che stava per capitare. Quanto al derrick, ha detto che sì, era abbastanza grosso, ma appunto, era giusto per quello che avevano fatto venire dall' Italia un brait gai, che modestia a parte sarei io. Era proprio uno gentile, a parte la faccenda dell' anima. Così parlando, siamo scesi giù per i turniché della collina e siamo arrivati al cantiere. Lì c' era tutta la compagnia che ci aspettava: i progettisti, l' ingegnere direttore dei lavori, una mezza dozzina di ingegnerini appena schiusi, tutti spichìnglis e tutti con la barba, e la squadra dei montatori alascani, che di alascano non ce n' era neanche uno. Uno era un pistolero grande e grosso, e mi hanno spiegato che era un russo ortodosso, perché ce n' è ancora, fin dal tempo che i russi hanno fatto quel bell' affare di vendere l' Alasca agli americani. Il secondo si chiamava Di Staso, e vede che tanto alascano non poteva essere. Il terzo mi hanno detto che era un pellerossa, perché sono bravi a rampicare sulle incastellature e non hanno paura di niente. Il quarto non me lo ricordo bene: era un tipo regolare, come ce n' è dappertutto, con la faccia un po' da cottolengo. L' ingegnere capo era uno in gamba, di quelli che parlano poco e non dicono una parola più forte dell' altra; anzi, a dire la verità facevo fino fatica a capire quello che diceva perché parlava senza aprire la bocca: ma sa bene che in America glielo insegnano a scuola, che aprire la bocca non è educazione. Ogni modo era in gamba; mi ha fatto vedere il modellino in scala, mi ha presentato alla squadra scompagnata che le ho detto, e a loro gli ha detto che il montaggio lo avrei diretto io. Siamo andati a pranzo alla mensa, e non fa bisogno che le dica che anche lì c' erano i gamberi; poi mi ha consegnato il libretto con le istruzioni per il montaggio, e mi ha detto che mi lasciava due giorni per studiarlo, e che dopo mi ripresentassi al cantiere perché bisognava incominciare col lavoro. Mi ha fatto vedere sul libretto che tutte le operazioni andavano fatte a giorno fisso, qualcuna addirittura a ora fissa, per via della marea. Già, della marea: lei non capisce, vero? E neanch' io l' ho capito, lì sul momento, cosa c' entrasse la marea; l' ho capito poi dopo, e così anche a lei glielo racconto dopo, se lei è d' accordo". Ero d' accordo: conviene essere sempre d' accordo con chi racconta, se no lo si intralcia e gli si fa perdere il filo. Del resto, Faussone appariva in gran forma, e a mano a mano che il racconto si dipanava, lo vedevo insaccare sempre più la testa fra le spalle, come fa quando sta per raccontare qualcosa di grosso. "Poi ce ne siamo andati, Compton e io: ma bisogna ancora che le dica che avevo un' impressione strana, come se quell' ufficio, quella mensa, e più che tutto quelle facce, le avessi già viste prima, e poi ho capito che era proprio vero, era tutta roba vista al cine, non saprei dirle quando e in che film. Compton e io, le dicevo, siamo partiti per la città; io dovevo tornare all' albergo a studiare il libretto, ma dopo incamminato il lavoro l' ingegnere mi aveva detto che mi aveva riservato una camera nella foresteria del cantiere; lui diceva nel ghestrùm, e lì per lì non capivo che cosa diavolo fosse, ma non mi azzardavo di chiederglielo perché in teoria io l' inglese lo dovrei sapere. Allora, ci siamo messi in strada con la bellissima Chrysler del mio mister; e io stavo zitto e ruminavo la storia di quel montaggio. Per un verso era un gran bel lavoro, di quelli che uno se li ricorda per un pezzo e resta contento di averli fatti; per un altro verso quella parolina della marea, e il fatto quel derrick di doverlo far navigare, mi stava un po' sullo stomaco. Perché sa, a me il mare non è mai piaciuto: si muove sempre, ci fa umido, c' è l' aria molle e marinosa, insomma non mi dà fiducia e mi fa venire le lune. A un certo punto ho visto una cosa strana: nel cielo si vedeva il sole che era un po' annebbiato, e aveva due soli più piccoli, uno per parte. L' ho fatto vedere a Compton, e ho visto che lui diventava nervoso; difatti, poco dopo, tutto d' un colpo il cielo si è fatto scuro, ben che era ancora giorno, e in un momento ha cominciato a nevicare, e io non avevo mai visto nevicare così. Veniva giù fitto, prima a granini duri come la semola, poi come un polverino che entrava fino dalle prese d' aria della macchina, alla fine con dei fiocchi grossi come delle noci. Eravamo ancora sulla salita, a una dozzina di chilometri dal cantiere, e ci siamo accorti che si metteva male. Compton non ha detto niente, ha solo fatto uno o due grugniti: io guardavo il tergicristallo, sentivo che il motorino ronzava e sforzava sempre di più, e pensavo fra me che se si fermava quello eravamo panati. Lei, scusi, ha mai fatto una jona?" Ho risposto che sì, e anche più di una, ma che non vedevo il rapporto. Faussone ha ripreso: "Anche io ne ho fatte, e tante, ma nessuna grossa come quella che ha fatto lui. Si slittava da matti, e l' unica era andare avanti in seconda, senza mai frenare né accelerare, magari lasciando che il tergicristallo si riposasse ogni tanto; invece lui vede un rettilineo, fa ancora un grugnito e dà tutto il gas. L' auto ha dato un giro, ha fatto un dietrofront netto come i soldati, e si è fermata contro la montagna con le due ruote di sinistra dentro la canaletta; il motore si è spento, ma il tergi continuava a andare su e giù come un matto, e scavava nel parabrezza come due finestrelle in corniciate di neve. Si vede che era di buona marca, o forse in quei paesi li fanno maggiorati. Compton aveva delle scarpe da città e io degli stivaletti militari con la suola di gomma, così è toccato a me di scendere per vedere cosa si poteva fare. Ho trovato il cric e ho cercato di piazzarlo, avevo intenzione di sollevare il lato sinistro e poi di mettere dei sassi sotto le ruote, dentro la canaletta, e di provare a ripartire indietro verso il cantiere, dato che la macchina aveva fatto mezzo giro e si era messa in posizione di discesa, e guasti sembrava che non ce ne fossero. Ma niente da fare: si era fermata a trenta centimetri dal muraglione, in maniera che io riuscivo appena appena a infilarmi di coltello, ma quanto a mettermi giù per piazzare il cric che fosse un po' sicuro, neanche da pensarci. Intanto, di neve ne era già venuto giù due palmi, e continuava sempre peggio, e ormai era quasi buio. Non c' era che passare la mano, mettersi lì tranquilli e aspettare che venisse giorno: la maniera di venire fuori della neve l' avremmo trovata, benzina ce n' era, potevamo lasciare acceso il motore e il riscaldamento e dormire. L' importante era di non perdere la testa, e invece Compton l' ha persa subito: piangeva e rideva, diceva che si sentiva soffocare, e che mentre c' era ancora un filo di luce io dovevo correre al cantiere a cercare soccorsi. A un certo punto mi ha perfino preso per il collo, e allora gli ho dato due pugni nello stomaco per calmarlo, e difatti si è calmato: ma io praticamente avevo paura di passargli la notte vicino, e poi lei lo sa che stare nello stretto e nel chiuso non mi piace; così gli ho chiesto se aveva una torcia elettrica, l' aveva, me l' ha data, e io mi sono buttato fuori. Devo dire che per grigia era grigia. S' era levato il vento, la neve era ritornata fina e veniva tutta per traverso, si infilava per il collo e negli occhi, e facevo fatica a respirare. Ne era venuto forse un mezzo metro, ma il vento l' aveva accumulata contro il muraglione e l' auto era quasi tutta coperta; i fari erano rimasti accesi, ma anche loro erano sotto una branca di neve, e si vedeva la luce da sopra, un chiaro smorto che sembrava che venisse dal Purgatorio. Ho bussato al vetro, ho detto a Compton che lì spegnesse, che stesse lì quieto e che sarei tornato presto, ho cercato di stamparmi bene in mente la posizione della macchina, e mi sono messo in cammino. Al principio non è stata neanche tanto brutta. Pensavo fra me che c' era poi solo da fare un dieci chilometri, anzi meno se mi buttavo giù per le scorcie tra un turniché e l' altro; pensavo anche: "volevi l' Alasca, volevi la neve: l' hai avuta, dovresti essere contento". Ma non ero tanto contento: quei dieci chilometri era come se fossero quaranta, perché a ogni passo affondavo fino a mezza gamba; e anche se ero in discesa, incominciavo a sudare, mi batteva il cuore, e un po' per la tormenta, un po' per la fatica, mi mancava anche il fiato e tutti i momenti mi dovevo fermare. La torcia, poi, mi serviva tanto come niente: si vedeva solo tante righe bianche coricate, e un polverino di scintille che facevano girare la testa: così l' ho spenta e sono andato avanti al buio. Avevo una gran fretta di arrivare al piano, perché pensavo che una volta in piano il cantiere non doveva essere lontano: ebbene, era una fretta stupida, essendo che, quando al piano ci sono arrivato, mi sono accorto che non sapevo più da che parte andare. Bussole non ne avevo: la sola bussola, fino allora, era stata la pendenza, e finita quella non sapevo più cosa fare. Mi ha preso la paura, che è una gran brutta bestia, e credo che peggio che in quel momento non l' ho mai avuta, neanche delle altre volte che a pensarci bene c' era molto più rischio: ma era per via del buio, del vento, e che ero solo in un paese in capo al mondo; e mi veniva in mente che se cadevo e svenivo, la neve mi avrebbe sotterrato, e nessuno mi avrebbe più trovato fino a che non fosse venuto aprile e si fosse squagliata. E pensavo anche a mio padre, che di solito non ci penso. Perché sa, mio padre era del '12, che era una leva disgraziata. Gli è toccato di fare tutte le naie possibili, l' Africa, poi la Francia, l' Albania, e alla fine la Russia, e è tornato a casa con un piede congelato e delle idee strane, e poi è ancora stato prigioniero in Germania, ma questo glielo conto poi un' altra volta: fra parentesi, è stato proprio allora, mentre guariva del piede, che mi ha messo in fabbricazione a me, me lo raccontava sempre e ci faceva degli scherzi sopra. Insomma quella volta io mi sentivo un po' come mio padre, che l' avevano mandato a perdersi nella neve ben che era un bravo battilastra, e lui, mi diceva, aveva una gran voglia di sedersi giù nella neve e aspettare di morire, ma poi invece si era fatto coraggio e aveva camminato ventiquattro giorni finché non era uscito dalla sacca: così mi sono fatto coraggio anch' io. Mi sono fatto coraggio e mi sono detto che l' unica era di ragionare. Ho ragionato così: se il vento aveva spinto la neve contro la macchina e contro il muraglione, era segno che veniva da mezzanotte, cioè dalla direzione del cantiere; non c' era che da sperare che il vento non cambiasse direzione e camminare dritto contro il vento. Magari non avrei trovato il cantiere, ma almeno mi sarei avvicinato e avrei scartato il pericolo di girare in tondo come fanno le boie panatere quando vedono la luce. Così ho continuato a camminare contro vento, e ogni tanto accendevo la torcia per vedere indietro i miei passi, ma la neve li cancellava in un momento: oltre alla neve che continuava a venire dal cielo, si vedeva l' altra neve, quella che era sollevata dal vento, che filava via raso terra verso il buio, e fischiava come cento serpenti. Ogni tanto guardavo anche l' orologio, e era strano, a me mi pareva di camminare da un mese, e invece l' orologio sembrava che non si muovesse come se il tempo si fosse fermato. Tanto meglio per Compton, pensavo, così non lo troviamo duro come un merluzzo: ma garantito che anche lui lo trova lungo. Basta, ho avuto fortuna. Dopo un due ore che camminavo, il cantiere non l' ho trovato, ma mi sono accorto che incrociavo la ferrovia, voglio dire il raccordo di servizio: i binari si capisce che non si vedevano, ma si vedevano quegli steccati che usano da quelle parti perché la neve non si accumuli sulle rotaie. Avevano servito proprio niente, ma hanno servito a me, perché sporgevano ancora un poco: così, seguendo contro vento la linea degli steccati, sono arrivato al cantiere. Il resto poi è andato liscio, avevano un cingolato fatto apposta per le emergenze, come dicono loro, e guardi che l' inglese è una lingua ben strana, perché dalla neve non c' era un bel niente che emergesse; era un bestione di sei tonnellate, che ha i cingoli larghi quasi un metro e così non affonda nella neve e va su per delle pendenze anche del quaranta per cento come ridere. Il guidatore ha acceso i fari, siamo tornati su in un momento, abbiamo trovato il posto, avevamo le pale, e abbiamo tirato fuori Compton, che era mezzo addormentato. Forse aveva già cominciato a perniciare, ma noi lo abbiamo scosso un poco, gli abbiamo dato un cicchetto che era contro i suoi principi4 ma lui non se n' è accorto, gli abbìamo fatto un massaggio, e dopo stava bene. Parlava poco, ma tanto era uno che parlava sempre poco. L' auto l' abbiamo lasciata lì. Al cantiere mi hanno arrangiato su un pagliericcio, e io prima cosa mi sono fatto dare un' altra copia del libretto di montaggio, perché la prima era rimasta nella Chrysler a passare l' inverno. Ero stanco morto, e mi sono addormentato subito; ma per tutta quella notte non ho fatto che sognare della gran neve, e uno che ci camminava dentro, nella notte e nel vento, e nel sogno non si capiva se ero io oppure mio padre. Però, al mattino, appena svegliato, mi è subito tornata in mente quell' altra emergenza che mi stava aspettando di lì a due giorni, quella faccenda di mettere in barca quel coso lungo uno sproposito, di portarlo in giro fra un' isola e l' altra per ottanta miglia, e poi di metterlo in piedi coi piedi appoggiati sul fondo del mare. Scusi sa, ma lei mi guarda in una maniera che mi pare che non si rende conto". Ho rassicurato Faussone: gli ho garantito che stavo seguendo il suo racconto con interesse (il che era vero) e con piena comprensione. Questo era un po' meno vero, perché certe imprese per capirle bisogna farle, o almeno vederle; lui lo ha intuito, e senza nascondere la sua impazienza ha cavato la biro, ha preso il tovagliolo di carta, e mi ha detto che mi avrebbe fatto vedere. È bravo a disegnare: ha tirato giù la sagoma del suo derrick, in scala: un trapezio, alto 250 metri, con la base maggiore di 105 e la minore di .0, e sopra questa un altro intrico di tralicci, gru e torrette; accanto ha schizzato la Mole Antonelliana, che ci faceva una magra figura, e San Pietro, che arrivava a poco più di metà. "Ecco, _ mi ha detto indicando la base minore: _ il mare arriva quasi fin qui, dopo che è in piedi; ma l' hanno costruito coricato, già montato su tre slitte, e le tre slitte su tre scivoli di cemento armato e di acciaio: tutto prima che arrivassi io. Adesso le faccio vedere anche questo. Ma il trucco più bello, la malizia, eccola qui, la vede sul disegno. Le sei gambe non sono tutte uguali: le tre da questa parte vede che le ho fatte più grosse. E grosse erano: tre tubi di otto metri di diametro, lunghi 130 metri, appunto, come è alto San Pietro che lo vede qui vicino. A proposito, lei lo sa che io coi preti non vado tanto d' accordo, ma si capisce che quando sono andato a Roma, a San Pietro ci sono stato, e poco da dire è un gran bel lavoro, specie se uno pensa ai mezzi che avevano allora. Bene, a San Pietro non mi è venuta voglia di pregare, neanche un poco; e invece, quando quell' arnese piano piano si è girato nell' acqua, e poi si è messo dritto da solo, e ci siamo saliti sopra tutti quanti per romperci la bottiglia, beh sì, un poco la voglia mi è venuta, peccato che non sapevo che preghiera dire, non ce n' era nessuna che venisse a taglio. Ma non anticipiamo. Le dicevo allora che tre gambe sono più grosse: è perché oltre che gambe sono dei galleggianti, che è studiata abbastanza bene. Ma adesso torniamo alla mia storia. Dunque, mi sono sistemato nel cantiere, e ho passato due giorni in pace a leggere il libretto, a discutere i dettagli coll' ingegnere, e a farmi asciugare i vestiti. Il terzo giorno abbiamo cominciato a lavorare. Il primo lavoro da fare è stato quello di piazzare i martinetti idraulici; sono come dei cric d' auto ma più grossi. Non era un lavoro difficile, andava giusto bene per vedere cosa poteva combinare quella squadra che le ho detto, l' ortodosso, Di Staso, il pellerossa e il regolare. Può immaginare che, oltre a capire male quello che io gli dicevo, si capivano anche poco fra di loro; ma insomma montatori erano, e lei deve sapere che fra noi la maniera di capirsi la troviamo sempre, magari anche solo coi gesti: ci intendiamo a volo, e se uno è più in gamba, l' altro stia pure sicuro che gli dà ascolto, anche se non ha il grado. È così in tutto il mondo, e tutte le volte che mi ricordo di mio padre, perché adesso è morto, penso che se le cose andassero così anche negli eserciti certe cose non capiterebbero, per esempio di prendere un battilastra del Canavese e sbatterlo in Russia con le scarpe di cartone a sparare schioppettate ai battilastra della Russia. E se le cose andassero così anche nei governi, allora degli eserciti non ce ne sarebbe neanche più bisogno perché non ci sarebbe da fare la guerra e ci si metterebbe d' accordo fra persone di buon senso". Cosa va a pensare la gente quando ardisce trinciare giudizi al di fuori del proprio particolare! Ho cercato cautamente di renderlo consapevole della carica sovversiva, anzi eversiva, che si annidava dietro questo suo discorso. Attribuire le responsabilità in proporzione delle competenze? Ma scherziamo? È da vedere se il sistema può essere tollerato per i montatori: figuriamoci poi per altre attività ben più sottili e complesse. Ma non ho incontrato difficoltà nel ricondurlo alla sua carreggiata. "Vede, a me non piace né comandare né essere comandato. A me piace lavorare da solo, così è come se sotto al lavoro finito ci mettessi la mia firma; ma lei capisce bene che un lavoro come quello non era per un uomo solo. Così ci siamo dati da fare: dopo quella gran tormenta che le ho raccontato era tornata un po' di calma e non si andava tanto male, ma a colpi veniva giù la nebbia. Per capire ognuno che tipo era ci ho messo un po' di tempo, perché non siamo mica fatti tutti uguali: specie poi coi forestieri. L' ortodosso era forte come un toro. Aveva la barba fin sotto gli occhi e i capelli lunghi fin qui, però lavorava preciso e si vedeva subito che era del mestiere. Solo che non bisognava interromperlo, se no perdeva il filo, cascava dalle nuvole e doveva ricominciare tutto dal principio. Di Staso è venuto fuori che era figlio di un barese e di una tedesca, e difatti si vedeva che era un po' incrociato; quando parlava facevo più fatica a capirlo che se fosse stato un americano d' America, ma per fortuna parlava poco. Era uno di quelli che dicono sempre di sì e poi fanno alla sua maniera: insomma bisognava starci attenti, e il suo guaio era che pativa il freddo, così tutti i momenti si fermava, si metteva a ballare magari anche in cima al traliccio, che mi faceva venire la pelle di gallina, e si metteva le mani sotto le ascelle. Il pellerossa era una sagoma: l' ingegnere mi ha raccontato che era di una tribù di cacciatori, e che invece di stare nella loro riserva a fare tutti quei gesti per i turisti, avevano accettato in blocco di trasferirsi nelle città per fare la pulizia delle facciate dei grattacieli; lui aveva ventidue anni, ma quel mestiere lo facevano già suo padre e suo nonno. Non è che sia la stessa cosa, per fare il montatore ci va un po' più di cervello, ma lui cervello ne aveva. Però aveva delle abitudini strane, non guardava mai negli occhi, non muoveva mai la faccia e sembrava tutto d' un pezzo, anche se poi sul montaggio era svelto come un gatto. Anche lui parlava poco: era grazioso come il mal di pancia, e a fargli osservazione rispondeva; dava anche dei nomi ma per fortuna solo nel dialetto della sua tribù, così si poteva far finta di non capire e non nascevano questioni. Mi resta da dire del regolare, ma quello ho da capirlo ancora adesso. Era proprio un po' intiero, ci metteva tempo a capire le cose, ma aveva volontà e stava attento: perché lo sapeva, che non era tanto furbo, e cercava di farsi forza e di non sbagliare, e difatti in proporzione sbagliava abbastanza poco, appunto, non capivo come facesse a sbagliare così poco. Mi faceva pena perché gli altri gli ridevano dietro, e mi faceva tenerezza come un bambino, anche se aveva quasi quarant' anni e non era tanto bello da vedere. Sa, il vantaggio del nostro lavoro è che c' è posto anche per gente come quella, e che sul lavoro imparano quelle cose che non hanno imparato a scuola; solo che con loro ci va un po' più di pazienza. Come le dicevo, a piazzare i martinetti per far scivolare il traliccio verso il mare non ci andava gran che, né di fatica né di mestiere, bastava metterli in quadro e bene orizzontali; ci abbiamo messo un giorno e poi abbiamo cominciato a spingere. Ma non si immagini mica che si spingesse così a occhio: c' era una cabina di comando, ben riscaldata, con perfino il distributore della cocacola, la televisione in circuito chiuso e il collegamento per telefono coi serventi dei martinetti: bastava premere i bottoni e stare a vedere sulla televisione se l' allineamento si manteneva. Ah, dimenticavo, fra i martinetti e le slitte c' erano anche le celle piezometriche coi loro quadranti nella cabina, in maniera che a ogni momento si vedeva lo sforzo; e mentre io stavo in quella cabina, seduto su una poltrona, in mezzo a tutti quei trucchi, pensavo a mio padre e alle sue lastre, un colpo qui e l' altro là così a stima per togliere i difetti, dal mattino alla sera nell' officina nera con la stufetta a segatura, e mi veniva come un nodo qui alla gola. Però non ho resistito tanto a stare lì dentro: a un certo momento sono scappato fuori al freddo a vedere il derrick che camminava. Non si sentiva nessun rumore, solo il vento, il ronzio delle pompe dell' olio nella centralina, e il mare che sciacquava contro i moli, a trecento metri, ma non lo potevo vedere per via della nebbia. E in mezzo alla nebbia, che si perdeva nella nebbia, si vedeva venire avanti il derrick, grosso come una montagna e lento come una lumaca. Avevo regolato la centralina come diceva il libretto, e il derrick camminava a mezzo metro al minuto: bisognava andargli vicino per vederlo muovere, ma allora faceva impressione, e io pensavo a quando una volta venivano giù gli eserciti e nessuno li poteva fermare, o a quando è venuta fuori la lava del vulcano e ha sotterrato Pompei, perché quella volta della ragazza ardita che le ho contato, una domenica siamo andati a vedere Pompei. Scusi, ma dalla maniera che mi guarda non sono sicuro che lei abbia capito bene il lavoro. Dunque: c' era questo traliccio coricato su un fianco su tre slitte, le slitte su tre piste che discendevano fino nel mare, e diciotto martinetti che spingevano piano piano. Il traliccio era fatto in modo da galleggiare, ma per comodità di manovra era previsto di farlo scivolare sopra due pontoni, insomma dei barconi di ferro che, ancora prima che arrivassi io, li avevano riempiti d' acqua e fatti posare sul fondo del bacino, nella posizione giusta: dopo che il traliccio gli fosse arrivato sopra, bisognava pompare via l' acqua e farli tornare a galla, che si caricassero del peso del traliccio e lo reggessero fuor d' acqua, e poi rimorchiare pontoni e traliccio fino al fondale, affondare di nuovo i pontoni, raddrizzare il traliccio e farlo posare sulle sue gambe. Tutto è andato bene, il derrick ha camminato tranquillo fino dentro il bacino, e sarebbe stata l' ora di far risalire i pontoni: ma niente da fare. Era un po' di tempo che tirava vento, aveva spazzato la nebbia, ma aveva anche cominciato a sollevare il mare. Io non è che del mare sia tanto pratico, e quello era appunto il primo lavoro che mi toccava di fare vicino al mare, anzi dentro, ma l' ingegnere lo vedevo che nuffiava l' aria come un cane da caccia, arricciava il naso e faceva dei versi come per dire che si metteva male. Infatti, al giorno del sollevamento c' erano già delle belle onde: sul manuale era previsto anche questo, niente sollevamento se le onde erano più di due piedi, erano altro che due piedi, e allora ci siamo messi a riposo. Siamo stati a riposo tre giorni, e non è successo niente di speciale, li abbiamo passati a bere, a dormire, a giocare a carte, e io ai miei quattro gli ho perfino insegnato la scala quaranta, perché di andare a spasso, col vento che tirava, e in quel bel panorama che le ho detto, non veniva la voglia a nessuno. Il pellerossa mi ha fatto stupire: sempre con la sua malagrazia, e senza guardarmi negli occhi, mi ha fatto capire che mi invitava a andare a casa sua, e che non era tanto lontano; perché lui essendo che era un po' selvatico non stava nella foresteria come noialtri, ma a casa sua, in una baracchetta di legno, con la moglie. Gli altri ghignavano e io non capivo perché: ci sono andato, perché a me piace vedere come vive la gente, e quando sono stato nella sua baracca mi sono accorto che mi faceva segno di andare a dormire con sua moglie. Anche sua moglie, preciso come lui, guardava da una parte e non diceva niente, e io mi sentivo genato perché lì dentro non c' era neanche una tenda e mancava l' intimità, e poi avevo paura. Così ho fatto un discorso tutto imbarbugliato in italiano, che lui non capisse, e sono uscito. Fuori c' erano gli altri che stavano a aspettare: allora ho capito perché ghignavano, e mi hanno spiegato che in quella tribù costumava così, di offrire la moglie ai superiori, ma che avevo fatto bene a non accettare perché loro si lavano solo con grasso di foca, e neanche tanto sovente. Quando il mare si è poi calmato, abbiamo cominciato a pompare aria dentro i pontoni. Era una pompa da niente, a bassa prevalenza, non più grossa di quel panchetto lì, e girava liscia: sembrava quasi impossibile che da sola potesse fare tutto il lavoro, e avesse la forza di sollevare tredicimila tonnellate. Pensi solo quante gru ci sarebbero volute: invece, in due giorni, zitti zitti i pontoni sono venuti su, li abbiamo impegnati sotto i loro supporti, francati bene, e alla sera del secondo giorno il derrick era lì che galleggiava, e sembrava che avesse perfino voglia di partire, ma era solo effetto del vento. Le confesso che avevo un po' di gelosia per i progettisti che l' avevano studiato, quel trucco di far lavorare l' aria, l' acqua e il tempo: a me non sarebbe mai venuto in mente, ma gliel' ho già detto che io con l' acqua non ho tanta confidenza, tant' è vero che non sono neanche buono di nuotare, e un giorno o l' altro le racconto perché. Non sono buono di nuotare, ma non faceva differenza, perché in un mare come quello non avrebbe nuotato nessuno: era color del piombo, e così freddo che io non capisco come ci possano vivere quei famosi gamberi che continuavano a darci alla mensa, un po' bolliti e un po' arrosto; invece mi hanno detto che è un mare pieno di pesci. Ci siamo infilati tutti quanti le vesti di salvataggio, perché nel libretto c' erano anche questi particolari, siamo montati sui rimorchiatori, e via verso il largo, tirandoci dietro il derrick coricato sui due pontoni come quando si porta una vacca al mercato per la cavezza. Io era la prima volta che andavo per mare, e non ero tranquillo, ma cercavo di fare in modo che non si vedesse, e pensavo che una volta che avessimo incamminato il lavoro di posizionare il derrick mi sarei distratto e mi sarebbe passata. Anche l' ortodosso aveva paura, invece agli altri tre non faceva nessun effetto, salvo che Di Staso aveva un po' di mal di mare. Le ho detto verso il largo così per modo di dire, ma non era largo per niente. Di fronte a quella costa c' è tutta una cernaia di isole e isolette, di canali che si infilano uno dentro l' altro, qualcuno poi così stretto che il derrick per traverso ci passava appena, e io se pensavo che cosa sarebbe successo se avesse toccato mi veniva freddo. Fortuna che il pilota era bravo e conosceva la strada; sono anche andato nella cabina di pilotaggio a vedere come faceva, era tutto tranquillo e parlava via radio col pilota dell' altro rimorchiatore, con una voce tutta nel naso come ce l' hanno gli americani. Da principio credevo che combinassero fra di loro la via da seguire, invece parlavano della partita di baseball". Non avevo capito bene la faccenda dei pontoni: se il derrick era fatto per galleggiare, non si poteva vararlo direttamente in mare, senza quelle complicazioni? Faussone mi ha guardato interdetto, poi mi ha risposto con la pazienza impaziente di chi si rivolge ad un bambino volonteroso ma un po' ritardato. "Sa, fosse stato il lago di Avigliana forse avrebbe anche ragione lei, ma quello era il Pacifico, e non so proprio perché quegli esploratori lo abbiano chiamato così, dato che onde ne ha sempre, anche quando è calmo: o almeno, tutte le volte che l' ho visto. E un arnese lungo come quello, anche se è d' acciaio, basta poco per farlo flettere, perché non era calcolato per lavorare da coricato; un po' come noi, se uno ci pensa bene, che per dormire abbiamo bisogno che il letto sia piano. Insomma i pontoni ci volevano, se no c' era pericolo che con le onde si deformasse. Le dicevo allora che eravamo su uno dei rimorchiatori, e che io in principio avevo un po' di paura; ma poi mi è passata, perché mi sono convinto che pericoli non ce n' erano. Sono delle gran belle macchine, i rimorchiatori; comodi no, non sono fatti per farci le crociere, ma solidi, pensati bene, senza un bullone di troppo, e a starci sopra lei ha subito l' impressione che hanno una forza straordinaria, e infatti servono per rimorchiare delle navi molto più grosse di loro, e non c' è burrasca che li possa fermare. Dopo un po' di tempo che si navigava fra un canale e l' altro, mi sono stufato di stare lì a guardare il paesaggio, che era sempre uguale, sono sceso sotto coperta e nella sala macchine per rendermi conto, e devo dire che mi sono divertito, anche se chiamarla sala è esagerato, perché c' è appena lo spazio per girarsi: ma quelle bielle, e più che tutto l' albero dell' elica, non me li dimentico più; e neanche la cucina, dove tutti i padellini sono imbullonati alla parete, e il cuoco per fare da mangiare non ha neanche bisogno di muoversi perché ha tutto a portata di mano. Del resto, quando è venuto notte ci siamo fermati e ci hanno dato il rancio come sotto la naia, ma non era niente male; solo che per frutta ci hanno dato i gamberi con la marmellata. Poi, a dormire anche noi nelle cuccette; non si ballava neanche tanto, anzi giusto quello che va bene per addormentarsi. Al mattino siamo usciti da quell' intrico di canali, e io ho tirato il fiato. C' era solo più da fare una dozzina di miglia per trovare il posto, dove c' era già una boa con un fanale e con la radio, per trovarla anche se c' era la nebbia; e la nebbia c' era proprio. Siamo arrivati alla boa che era mezzogiorno. Lì abbiamo attaccato il derrick a delle altre boe, perché non andasse a spasso durante la manovra, e abbiamo aperto le vie d' aria dei pontoni, per farli affondare un poco e poi rimorchiarli via: dico abbiamo, ma per dire la verità io sono rimasto sul ponte, e sui pontoni c' è andato il pellerossa, che di tutti era quello che il mare gli dava meno soggezione, ma del resto è stata la questione di un momento; si è solo sentito un gran soffio, come se respirassero di sollievo, e i due pontoni si sono staccati dal derrick e i rimorchiatori li hanno portati via. A questo punto, poco da fare, ero io di scena. Fortuna che il mare era quasi calmo: ho messo su la più bella grinta che sono riuscito a inventare, e poi io coi miei quattro uomini siamo saliti su una barchetta e ci siamo arrampicati su per le scalette del derrick. Si trattava di fare le verifiche, e poi di togliere le sicurezze dalle valvole delle gambe di galleggiamento: sa bene come va quando uno gli tocca di fare una cosa che non gli piace, ma si fa forza, perché quando è da fare si fa; specie poi se deve farla fare anche dagli altri, e se uno degli altri ha il mal di mare, o magari se lo fa venire apposta, perché ho avuto il sospetto. Le verifiche è stato un lavoro lungo, ma andavano bene, non c' era nessuna deformazione più grossa di quelle previste. Per le sicurezze, non so se mi sono fatto capire: si immagini il mio derrick come una piramide tronca, eccola qui, che sta a galla su una delle facce, che è fatta di tre gambe allineate che sono i tubi di galleggiamento. Bene, bisognava appesantire la parte bassa di queste gambe, in modo che loro affondassero e la piramide desse il giro e si mettesse a piombo. Per appesantire le gambe bisognava farci entrare l' acqua del mare: erano divise in segmenti con paratie stagne, e ogni segmento aveva delle valvole per fare uscire l' aria e entrare l' acqua al momento giusto. Le valvole erano radiocomandate, ma avevano delle sicurezze, e quelle andavano tolte a mano, voglio dire a colpi di martello. Ecco, è stato proprio in questo momento che io mi sono accorto che tutto il traliccio si stava muovendo. Era strano: il mare sembrava fermo, onde non se ne vedevano, e invece il traliccio si muoveva: su e giù, su e giù, piano piano, come una cuna per i bambini, e io ho cominciato a sentirmi lo stomaco come se mi fosse salito fin qui. Ho cercato di resistere, e forse ci sarei anche riuscito, se non mi fosse cascato l' occhio su Di Staso, attaccato a due controventature come Cristo sulla croce, che dava di stomaco dentro l' Oceano Pacifico da otto metri di altezza, e allora addio. Il lavoro l' abbiamo fatto lo stesso, ma sa, io di regola ci terrei a fare le mie cose con un po' di stile, e invece, le risparmio i particolari, ma invece che a dei gatti somigliavamo a quelle bestie che non mi ricordo più come si chiamano, che si vedono allo zoo, hanno la faccia da cretino che ride sempre, le zampe che finiscono come con dei rampini e camminano piano piano appese ai rami degli alberi con la testa in giù: ecco, fuori del pellerossa noialtri quattro facevamo quell' effetto lì, e di fatti io vedevo quei bastardi sul rimorchiatore che invece di farci coraggio ridevano, ci facevano tutti i gesti della scimmia, e si battevano le mani sulle cosce. Ma dal suo punto di vista dovevano aver ragione: vedere lo specialista venuto apposta da capo al mondo, con la chiave a stella appesa alla vita, perché quella è per noi come la spada per i cavalieri di una volta, che viceversa fa i gattini come un bambino piccolo, doveva essere un bello spettacolo. Fortuna che quel lavoro io lo avevo preparato bene, e ai quattro gli avevo fatto fare le esercitazioni; insomma, a parte l' eleganza, abbiamo finito con solo un quarto d' ora di ritardo sul tempo del libretto, siamo rimontati sul rimorchiatore, e a me il mal di mare è passato subito. In cabina di comando c' era l' ingegnere col binocolo e il cronometro, davanti ai comandi radio, e lì è incominciata la cerimonia. Sembrava di essere davanti alla televisione quando si toglie l' audio. Lui schiacciava i bottoni uno per uno, come dei campanelli, ma non si sentiva niente, solo noi che respiravamo, e respiravamo come in punta di piedi. E a un certo punto si è visto il derrick che cominciava a pendere, come un bastimento quando sta per andare a fondo: anche di lontano si vedevano i vortici che facevano i piedi affondando nell' acqua, e le onde arrivavano fino a noi e scuotevano il rimorchiatore, ma rumori non se ne sentivano. Pendeva sempre di più, la piattaforma di sopra si sollevava, finché facendo una gran schiuma si è messo in piedi, è disceso ancora un poco e si è fermato netto, come un' isola, ma era un' isola che l' avevamo fatta noi; e io non so gli altri, magari non pensavano a niente, ma io ho pensato al Padreterno quando ha fatto il mondo, dato che sia stato proprio lui, e quando ha separato il mare dall' asciutto, anche se non c' entrava poi tanto. Allora abbiamo ripreso la barca, sono arrivati anche quelli dell' altro rimorchiatore, e ci siamo arrampicati tutti sulla piattaforma; abbiamo rotto una bottiglia e abbiamo fatto un po' di baldoria, perché costuma così. E adesso non vada a dirlo in giro, ma a quel momento mi è venuto come da piangere. Non per via del derrick, ma per via di mio padre; voglio dire, quel sacramento di ferro piantato in mezzo al mare mi ha fatto venire in mente un monumento balordo che una volta aveva fatto mio padre con dei suoi amici, un pezzo per volta, di domenica dopo le bocce, tutti vecchiotti, e tutti un po' strambi e un po' bevuti. Avevano tutti fatto la guerra, chi in Russia, chi in Africa, chi non so dove altro, e ne avevano basta; così, essendo che erano tutti più o meno del mestiere, uno sapeva saldare, uno tirava la lima, uno batteva la lastra e così via, avevano combinato di fare un monumento e di regalarlo al paese, ma doveva essere un monumento all' incontrario. Di ferro invece che di bronzo, e invece che tutte le aquile e le corone di gloria e il soldato che viene avanti con la baionetta, volevano fare la statua del panettiere ignoto: sì, di quello che ha inventato la maniera di fare le pagnotte; e farla di ferro, appunto, in lamiera nera da venti decimi, saldata e imbullonata. L' hanno anche fatta, e niente da dire era bella robusta, ma come estetica non è riuscita tanto bene. Così il sindaco e il parroco non l' hanno voluta, e invece che in mezzo alla piazza, sta in una cantina a far la ruggine, in mezzo alle bottiglie di vino buono".
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