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La chiave a stella 1978

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura

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Di regola non va così: di regola è lui che entra di prepotenza, che ha qualche avventura o disavventura da raccontare, e la snocciola tutta d' un fiato, in quella sua maniera trasandata a cui ormai ho fatto l' abitudine, senza lasciarsi interrompere se non per qualche breve richiesta di spiegazioni. Così avviene che si tende piuttosto al monologo che al dialogo, e per di più il monologo è appesantito dai suoi tic ripetitivi, e dal suo linguaggio, che tira sul grigio; forse è il grigio delle nebbie del nostro paese, o forse invece è quello delle lamiere e dei profilati che sono gli effettivi eroi dei suoi racconti. Quella sera, invece, pareva che le cose si mettessero diversamente: lui aveva bevuto parecchio, e il vino, che era un brutto vino torbido, vischioso ed acidulo, lo aveva un poco alterato. Non lo aveva offuscato, e del resto (dice lui) uno che fa il suo mestiere non deve mai lasciarsi prendere di sorpresa, deve sempre stare all' erta come gli agenti segreti che si vedono al cine; non aveva velato la sua lucidità, ma lo aveva come spogliato, aveva incrinato la sua armatura di riserbo. Non lo avevo mai visto tanto taciturno, ma, stranamente, il suo silenzio avvicinava invece di allontanare. Ha vuotato ancora un bicchiere, senza avidità né gusto, anzi, con la pervicacia amara di chi ingoia una medicina: " ... ma così queste storie che io le racconto lei poi le scrive?" Gli ho risposto che forse sì: che non ero sazio di scrivere, che scrivere era il mio secondo mestiere, e che stavo meditando, proprio in quei giorni, se non sarebbe stato più bello farlo diventare il mestiere primo o unico. Non era d' accordo che io le sue storie le scrivessi? Altre volte si era mostrato contento, o addirittura fiero. "Già. Beh non ci faccia caso, sa, i giorni non sono mica tutti uguali, e oggi è una giornata rovescia, una di quelle che non ne va dritta una. C' è delle volte che uno gli va via perfino la volontà di lavorare". Ha taciuto a lungo, poi ha ripreso: "Eh sì, c' è dei giorni che tutto va per traverso; e si ha un bel dire che uno non ci ha colpa, che il disegno è imbrogliato, che uno è stanco e che per giunta tira un vento del diavolo: tutte verità, ma quel magone che uno si sente qui, quello non glielo toglie nessuno. E allora uno si domanda magari fino delle domande che hanno nessun senso, come per esempio che cosa ci stiamo nel mondo a fare, e se uno ci pensa su non si può mica rispondere che stiamo al mondo per montare tralicci, dico bene? Insomma, quando lei tribola dodici giorni, ci mette tutti i sette sentimenti e tutte le malizie, suda, gela e cristona, e poi gli vengono dei sospetti, e cominciano a rosicare, e lei controlla, e il lavoro è fuori quadro, e quasi non ci crede perché non ci vuole credere, ma poi ricontrolla e poco da fare tutte le quote sono imballate, allora, caro lei, come la mettiamo? Allora per forza che uno cambia mentalità, e comincia a pensare che non c' è niente che valga la pena, e gli piacerebbe fare un altro lavoro, e insieme pensa che tutti i lavori sono uguali, e che anche il mondo è fuori quadro, anche se adesso andiamo sulla luna, e è sempre stato fuori quadro, e non lo raddrizza nessuno, e si figuri se lo raddrizza un montatore. Eh già, uno pensa così .... Ma mi dica un po' , capita anche a voialtri?" Quanto è ostinata l' illusione ottica che ci fa sempre sembrare meno amare le cure del vicino e più amabile il suo mestiere! Gli ho risposto che fare confronti è difficile; che tuttavia, avendo fatto anche mestieri simili al suo, gli dovevo dare atto che lavorare stando seduti, al caldo e a livello del pavimento, è un bel vantaggio; ma che, a parte questo, e supponendo che mi fosse lecito parlare a nome degli scrittori propriamente detti, le giornate balorde capitano anche a noi. Anzi: ci capitano più sovente, perché è più facile accertarsi se è "in bolla d' aria" una carpenteria metallica che non una pagina scritta; così può capitare che uno scriva con entusiasmo una pagina, o anche un libro intero, e poi si accorga che non va bene, che è pasticciato, sciocco, già scritto, mancante, eccessivo, inutile; e allora si rattristi, e gli vengano delle idee sul genere di quelle che aveva lui quella sera, e cioè mediti di cambiare mestiere, aria e pelle, e magari di mettersi a fare il montatore. Ma può anche capitare che uno scriva delle cose, appunto, pasticciate e inutili (e questo accade sovente) e non se ne accorga o non se ne voglia accorgere, il che è ben possibile, perché la carta è un materiale troppo tollerante. Le puoi scrivere sopra qualunque enormità, e non protesta mai: non fa come il legname delle armature nelle gallerie di miniera, che scricchiola quando è sovraccarico e sta per venire un crollo. Nel mestiere di scrivere la strumentazione e i segnali d' allarme sono rudimentali: non c' è neppure un equivalente affidabile della squadra e del filo a piombo. Ma se una pagina non va se ne accorge chi legge, quando ormai è troppo tardi, e allora si mette male: anche perché quella pagina è opera tua e solo tua, non hai scuse né pretesti, ne rispondi appieno. A questo punto ho notato che Faussone, a dispetto dei fumi del vino e del suo malumore, si era fatto attento. Aveva smesso di bere, e mi guardava, lui che di solito ha una faccia gnecca, fissa, meno espressiva del fondo d' una padella, con un' aria fra maliziosa e maligna. "Già, questo è un bel fatto. Non ci avevo mai pensato. Pensi un po' , se per noi gli strumenti di controllo nessuno li avesse mai inventati, e il lavoro si dovesse mandarlo avanti così, a trucco e branca: ci sarebbe da venire matti". Gli ho confermato che, in effetti, i nervi degli scrittori tendono ad essere deboli: ma è difficile decidere se i nervi si indeboliscano per causa dello scrivere, e della prima accennata mancanza di strumenti sensibili a cui delegare il giudizio sulla qualità della materia scritta, o se invece il mestiere di scrivere attragga preferenzialmente la gente predisposta alla nevrosi. È comunque attestato che diversi scrittori erano nevrastenici, o tali sono diventati (é sempre arduo decidere sulle "malattie contratte in servizio"), e che altri sono addirittura finiti in un manicomio o nei suoi equivalenti, non solo in questo secolo, ma anche molto prima; parecchi, poi, senza arrivare alla malattia conclamata, vivono male, sono tristi, bevono, fumano, non dormono più e muoiono presto. A Faussone il gioco del confronto fra i due mestieri incominciava a piacere; ammetterlo non sarebbe stato nel suo stile, che è sobrio e composto, ma lo si vedeva dal fatto che aveva smesso di bere, e che il suo mutismo si andava sciogliendo. Ha risposto: "Il fatto è che di lavorare si parla tanto, ma quelli che ne parlano più forte sono proprio quelli che non hanno mai provato. Secondo me, il fatto dei nervi che saltano, al giorno d' oggi, capita un po' a tutti, scrittori o montatori o qualunque altro commercio. Lo sa a chi non capita? Agli uscieri e ai marcatempo, quelli delle linee di montaggio; perché in manicomio ci mandano gli altri. A proposito di nervi: non creda mica che quando uno è lassù in cima, da solo, e tira vento, e il traliccio non è ancora controventato e è ballerino come una barchetta, e lei vede a terra le persone come le formiche, e con una mano sta attaccato e con l' altra mena la chiave a stella e le farebbe comodo di avere una mano numero tre per reggere il disegno e magari anche una mano numero quattro per spostare il moschettone della cintura di sicurezza; bene, le stavo dicendo, non creda mica che per i nervi sia una medicina. A dirle la verità, così su due piedi non le saprei dire di un montatore che sia finito in manicomio, ma so di tanti, anche miei amici, che sono venuti malati e hanno dovuto cambiare mestiere". Ho dovuto ammettere che in effetti, sull' altro versante, le malattie professionali sono poche: anche perché, in generale, l' orario è flessibile. "Vorrà dire che non ce n' è nessuna, _ è intervenuto lui pesantemente: _ Uno non può mica ammalarsi a forza di scrivere. Tutt' al più, se scrive con la biro, gli può venire un callo qui. E anche per gli infortuni, è meglio lasciar perdere". Niente da dire, il punto lo aveva segnato lui: gliel' ho ammesso. Altrettanto cavallerescamente, Faussone, con un' inconsueta libertà di fantasia, è venuto fuori a dire che in fondo era come decidere se era meglio nascere maschio o femmina: la parola giusta l' avrebbe potuta dire solo uno che avesse fatto la prova in tutte e due le maniere; e a questo punto, pur rendendomi conto che si trattava di un colpo basso da parte mia, non ho potuto resistere alla tentazione di raccontargli la storia di Tiresia. Ha mostrato un certo disagio quando gli ho riferito che Giove e Giunone, oltre che coniugi, erano anche fratello e sorella, cosa su cui di solito a scuola non si insiste, ma che in quel ménage doveva pure avere una qualche importanza. Invece ha manifestato interesse quando gli ho accennato alla famosa disputa fra di loro, se i piaceri dell' amore e del sesso fossero più intensi per la donna o per l' uomo: stranamente, Giove attribuiva il primato alle donne, e Giunone agli uomini. Faussone ha interrotto: "Appunto, è come dicevo prima: per decidere, ci voleva uno che avesse provato che effetto fa a essere uomo e anche a essere donna; ma uno così non c' è, anche se ogni tanto si legge sul giornale di quel capitano di marina che va a Casablanca a farsi fare l' operazione e poi compera quattro figli. Per me sono balle dei giornalisti". "Probabile. Ma a quel tempo pare che l' arbitro ci fosse: era Tiresia, un sapiente di Tebe, in Grecia, a cui molti anni prima era successo un fatto strano. Era uomo, uomo come me e come lei, e una sera d' autunno, che io mi immagino umida e fosca come questa, attraversando una foresta, ha incontrato un groviglio di serpenti. Ha guardato meglio, e si è accorto che i serpenti erano solo due, ma molto lunghi e grossi: erano un maschio e una femmina (si vede che questo Tiresia era un bravo osservatore, perché a distinguere un pitone maschio da una femmina io non so proprio come si faccia, specialmente di sera, e se sono aggrovigliati, che non si vede dove finisce uno e dove incomincia l' altro), un maschio e una femmina che stavano facendo l' amore. Lui, o che fosse scandalizzato, o invidioso, o che semplicemente i due gli sbarrassero il cammino, aveva preso un bastone e aveva menato un colpo nel mucchio: bene, aveva sentito come un gran rimescolio, e da uomo si era ritrovato donna". Faussone, a cui le nozioni di origine umanistica mettono addosso il morbino, mi ha detto sogghignando che una volta, e neanche tanto lontano dalla Grecia, cioè in Turchia, anche lui aveva incontrato in un bosco un groviglio di serpenti: ma non erano due, erano tanti, e non pitoni, ma biscie. Sembrava proprio che stessero facendo l' amore, alla sua maniera, tutti intortigliati, ma lui non aveva niente in contrario e li aveva lasciati stare: "però, adesso che la machiavella la so, quest' altra volta che mi capita quasi quasi provo anch' io". "Dunque, questo Tiresia pare che sia rimasto donna per sette anni, e che anche come donna abbia fatto le sue prove, e che passati i sette anni abbia di nuovo incontrati i serpenti; questa volta, sapendo il trucco, la bastonata gliel' ha data a ragion veduta, e cioè per ritornare uomo. Si vede che, tutto compreso, lo riteneva più vantaggioso; tuttavia, in quell' arbitrato che le dicevo, ha dato ragione a Giove, non saprei dirle perché. Forse perché come donna si era trovato meglio, ma solo limitatamente alla faccenda del sesso e non per il resto, se no è chiaro che sarebbe rimasto donna, cioè non avrebbe dato la seconda bastonata; o forse perché pensava che a contraddire Giove non si sa mai cosa può succedere. Ma si era messo in un brutto guaio, perché Giunone si è offesa ...." "Eh già: fra moglie e marito ...." " ... si è offesa e lo ha reso cieco, e Giove non ha potuto farci niente, perché pare che a quel tempo ci fosse questa regola, che i malanni che un dio combinava ai danni dei mortali, nessun altro dio, neppure Giove, li poteva cancellare. In mancanza di meglio, Giove gli ha concesso il dono di prevedere il futuro: ma, come si vede da questa storia, era troppo tardi". Faussone giocherellava con la bottiglia e aveva un' aria vagamente seccata. "È abbastanza una bella storia. Se ne impara sempre una nuova. Ma non ho capito bene cosa c' entra: non vorrà venirmi a dire che Tiresia è lei?" Non mi aspettavo un attacco diretto. Ho spiegato a Faussone che uno dei grandi privilegi di chi scrive è proprio quello di tenersi sull' impreciso e sul vago, di dire e non dire, di inventare a man salva, fuori di ogni regola di prudenza: tanto, sui tralicci che costruiamo noi non passano i cavi ad alta tensione, se crollano non muore nessuno, e non devono neppure resistere al vento. Siamo insomma degli irresponsabili, e non si è mai visto che uno scrittore vada sotto processo o finisca in galera perché le sue strutture si sono sfasciate. Ma gli ho anche detto che sì, forse me n' ero accorto solo raccontandogli quella storia, un po' Tiresia mi sentivo, e non solo per la duplice esperienza: in tempi lontani anch' io mi ero imbattuto negli dèi in lite fra loro; anch' io avevo incontrato i serpenti sulla mia strada, e quell' incontro mi aveva fatto mutare condizione donandomi uno strano potere di parola: ma da allora, essendo un chimico per l' occhio del mondo, e sentendomi invece sangue di scrittore nelle vene, mi pareva di avere in corpo due anime, che sono troppe. E che non stesse a sofisticare perché tutto questo paragone era stiracchiato: lavorare al limite della tolleranza, o anche fuori tolleranza, è il bello del nostro mestiere. Noi, al contrario dei montatori, quando riusciamo una tolleranza a sforzarla, a fare un accoppiamento impossibile, siamo contenti e veniamo lodati. Faussone, a cui in altre sere io ho raccontato tutte le mie storie, non ha sollevato obiezioni né ha fatto altre domande, e del resto l' ora era ormai troppo tarda per dare fondo alla questione. Tuttavia, forte della mia condizione di esperto in entrambe le veneri, e quantunque lui fosse visibilmente insonnolito, ho cercato di chiarirgli che tutti e tre i nostri mestieri, i due miei e il suo, nei loro giorni buoni possono dare la pienezza. Il suo, e il mestiere chimico che gli somiglia, perché insegnano a essere interi, a pensare con le mani e con tutto il corpo, a non arrendersi davanti alle giornate rovescie ed alle formule che non si capiscono, perché si capiscono poi per strada; ed insegnano infine a conoscere la materia ed a tenerle testa. Il mestiere di scrivere, perché concede (di rado: ma pure concede) qualche momento di creazione, come quando in un circuito spento ad un tratto passa corrente, ed allora una lampada si accende, o un indotto si muove. Siamo rimasti d' accordo su quanto di buono abbiamo in comune. Sul vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, dello specchiarsi nella propria opera. Sul piacere del veder crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse vivrà più a lungo di te, e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso "forse un altro non ci sarebbe riuscito ".

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