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La chiave a stella 1978

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura

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"No, che diamine: dove mi mandano vado, anche in Italia, si capisce, ma in Italia mi mandano di rado perché io so il mestiere troppo bene. Non pensi male, è che io mica per dire me la so sbrogliare più o meno in tutte le situazioni, e allora preferiscono mandarmi all' estero, e in giro per l' Italia mandano i giovani, i vecchi, quelli che hanno paura che gli venga l' infarto, e i pelandroni. Del resto anch' io preferisco: per vedere il mondo, che se ne impara sempre una, e per stare lontano dal mio caposervizio". Era domenica, l' aria era fresca e profumata di resina, il sole non tramontava mai, e noi due ci eravamo messi in cammino attraverso la foresta con l' intenzione di raggiungere il fiume prima del buio: quando cessava il fruscio del vento tra le foglie morte se ne udiva la voce poderosa e tranquilla, che sembrava venire da tutti i punti dell' orizzonte. Si sentiva anche, a intervalli, ora vicino ed ora lontano, un martellio tenue ma frenetico, come se qualcuno stesse tentando di conficcare nei tronchi dei minuscoli chiodi con dei minuscoli martelli pneumatici: Faussone mi ha spiegato che erano picchi verdi, e che ci sono anche dalle nostre parti, ma sparargli è proibito. Gli ho chiesto se quel suo caposervizio era davvero così insopportabile da indurlo a fuggirsene a migliaia di chilometri pur di non vederlo, e lui mi ha risposto che no, che era anzi abbastanza bravo: questo termine, nel suo linguaggio, ha un significato vasto, equivalendo cumulativamente a remissivo, gentile, esperto, intelligente e coraggioso. " ... ma è uno di quelli che mostrano ai gatti a rampicare, non so se rendo l' idea. Tiene caldo, insomma: non ti lascia la tua indipendenza. E se uno sul lavoro non si sente indipendente, addio patria, se ne va tutto il gusto, e allora uno è meglio se va alla Fiat, almeno quando torna a casa si mette le pantofole e va a letto con la moglie. È una tentazione, sa: è un rischio, specie se ti sbattono in certi paesi. No, non questo: qui son rose e fiori. È una tentazione, le dicevo, quella di mettere berta in sacco, maritarsi e farla finita con la vita dello zingaro. Eh sì, è proprio una tentazione", ha ripetuto meditabondo. Era chiaro che all' enunciato teorico sarebbe seguito un esempio pratico. Infatti, dopo qualche minuto ha ripreso: "Eh già, come le stavo dicendo, quella volta il caposervizio mi ha mandato me, in Italia, anzi, in bassa Italia, perché sapeva che c' erano delle difficoltà. Se vuol sentire la storia di un montaggio balordo, e io lo so che c' è gente che gode a sentire le disgrazie degli altri, allora senta questa: perché un montaggio compagno non mi è successo mai più, e non glielo auguro a nessun montatore. Prima di tutto, per via del committente. Bravo anche lui, non creda, che mi offriva dei desinari da dio, e fino un letto col baldacchino in cima, perché aveva voluto a tutti i costi che io andassi a dormire a casa sua: ma del lavoro non ne capiva un accidente, e lei lo sa che non c' è niente di peggio. Lui era nei salami e si era fatto i soldi, o forse glieli aveva dati la cassa del mezzogiorno, non glielo saprei dire; sta di fatto che si era piantato in testa di mettersi a fare i mobili metallici. Ci sono solo i folli che credono che un cliente merlo è meglio, perché così fai quello che vuoi: è tutto il contrario, un cliente merlo non fa che darti grane. Non ha l' attrezzaggio, non ha le scorte, al primo guaio gli saltano i nervi e vuole impugnare il contratto, e quando invece le cose vanno bene te la conta lunga e ti fa perdere tempo. Beh quello almeno era così, e io ero come fra il martello e l' incudine, perché dall' altra parte del telex c' era il mio caposervizio che mi cavava il fiato. Mi faceva un telex ogni due ore, per avere l' avanzamento del lavoro. Lei deve sapere che i caposervizio, quando hanno passato una certa età, ognuno ha la sua mania, almeno una: e il mio ne aveva diverse. La prima è la più grossa, gliel' ho già detto, era quella di voler fare tutto lui, come se un montaggio uno potesse farlo stando seduto dietro alla scrivania, o attaccato al telefono o alla telescrivente, si immagini un po' ! Un montaggio è un lavoro che ognuno se lo deve studiare da sé, con la sua testa, e ancora meglio con le sue mani: Perché sa, le cose, a vederle da una poltrona oppuramente da un traliccio alto quaranta metri, fa differenza. Ma poi ne aveva anche d' altre, di manie. I cuscinetti, per esempio; lui voleva solo quelli svedesi, e se veniva a sapere che su un lavoro qualcuno ne aveva montati degli altri veniva di tutti i colori e saltava alto così, che poi invece di regola era uno tranquillo: e sono solo storie, perché su lavori come quello che le sto raccontando, che era poi un nastro trasportatore, lungo ma lento e leggero, stia sicuro che tutti i cuscinetti vanno bene, anzi, andrebbero bene fino le boccole di bronzo che faceva il mio padrino, una per una, a forza di olio di gomito, per la Diatto e la Prinetti, nella boita di via Gasometro. Lui la chiamava così, ma adesso si chiama via Camerana. Poi, essendo che era ingegnere, aveva anche la mania delle rotture a fatica, le vedeva dappertutto e credo che se le sognava anche di notte. Lei che non è del ramo forse non sa neanche che cosa sono: ebbene, sono una rarità, io in tutta la mia carriera di rotture a fatica garantite non ne ho viste neanche una, ma quando si spacca un pezzo, padroni, direttori, progettisti e capi officina sono sempre tutti d' accordo, loro non ne possono niente, la colpa è del montatore, che è lontano e non si può difendere, o delle correnti vaganti, o della fatica, e loro se ne lavano le mani, o almeno provano. Ma non mi faccia perdere il filo: la più strana delle manie di quel caposervizio era questa, lui era uno di quelli che se hanno da voltare la pagina di un libro prima si berliccano un dito. Io mi ricordo che la mia maestra della scuola elementare, il primo giorno di scuola, ci aveva insegnato che non bisogna per via dei microbi: si vede che la sua non glielo aveva insegnato, perché lui invece se lo leccava sempre. Bene, io ho fatto caso che si leccava il dito tutte le volte che faceva il gesto di aprire qualunque cosa: il cassetto della scrivania, una finestra, la porta della cassaforte. Una volta l' ho visto che si leccava il dito prima di aprire il cofano della Fulvia". A questo punto mi sono accorto che non Faussone, ma io stavo perdendo il filo del racconto, fra il committente bravo ed inesperto e il caposervizio bravo e maniaco. L' ho pregato di essere più chiaro e conciso, ma nel frattempo eravamo arrivati al fiume, e siamo rimasti per qualche attimo senza parola. Sembrava piuttosto un braccio di mare che non un fiume: scorreva con un fruscio solenne contro la nostra riva, che era un alto argine di terra friabile e rossiccia, mentre l' altra riva si intravvedeva appena. Contro la sponda si rompevano piccole onde trasparenti e pulite. "Mah, può essere che io mi sia perso un po' nei particolari, ma le assicuro che è stato un lavoro balordo. Intanto, mica per dire, ma le maestranze del posto erano tutte cefole: forse erano bravi a menare la zappa, ma non ci metterei la mano sul fuoco, perché a me pareva che dessero piuttosto sul genere lanuto; tutti i momenti si mettevano in mutua. Ma il peggio era per il materiale: la bulloneria che si trovava su piazza, primo c' era poco assortimento, secondo faceva schifo ai cani: roba compagna non ne avevo mai vista, non dico in questo paese, che per essere grossieri non scherzano, ma neppure quella volta in Africa che le ho raccontato. E per i basamenti, stesso discorso: sembrava che le misure le avessero prese a branche; tutti i giorni la stessa musica, martello, scalpello, piccone, spaccare tutto e giù cemento a pronta. Io mi attaccavo alla telescrivente, perché anche il telefono funzionava solo quando voleva, e dopo un quarto d' ora la macchinetta si metteva a battere fitto fitto come fanno le telescriventi, che sembra che abbiano sempre fretta, anche quando scrivono delle coglionate, e sul foglio si leggeva: "Malgrado ns. raccomandazioni avete evidentemente impiegato materiale di origine sospetta", o qualche altra gofferia del genere che c' entrava come i cavoli a merenda, e io mi sentivo venire il latte ai gomiti. Guardi che non è un modo di dire, si sentono proprio i gomiti venire molli molli, e anche i ginocchi, le mani pendere e dondolare come le poppe di una vacca, e viene voglia di cambiare mestiere. A me è successo diverse volte, ma quella volta lì più che tutte le altre, e sì che ho visto le mie. A lei non le è mai capitato?" Eh, come no! Ho spiegato a Faussone che, almeno in tempo di pace, è quella una delle esperienze fondamentali della vita: sul lavoro e non solo sul lavoro. È probabile che, magari in altre lingue, quest' alluvione lattea, che interviene a debilitare e ad impedire l' uomo fabbro, possa venire descritta con immagini più poetiche, ma nessuna fra quelle che io conosco è altrettanto vigorosa. Gli ho fatto notare che, per provarla, non c' è bisogno di avere un caposervizio noioso. "Sì, ma quello, lasci perdere, avrebbe fatto scappare la pazienza a un santo. Mi creda, non è che io ci prenda gusto a leggergli la vita, perché gliel' ho detto che non era cattivo: è che mi toccava proprio nel mio punto debole, nel gusto del lavoro. Avrei avuto più caro che mi avesse dato una multa, non so, magari una sospensione, piuttosto di quelle paroline messe lì come per caso, ma che quando poi uno ci pensa sopra si accorge che portano via il pelo. Insomma, come se tutti gli intoppi di quel lavoro, e mica solo di quello, fossero stati colpa mia, perché non avevo voluto mettere i cuscinetti svedesi, e invece io li avevo proprio messi, erano mica soldi miei, ma lui non ci credeva, oppure faceva mostra di non crederci: basta, dopo ogni telefonata mi sentivo come un criminale, e sì che in quel lavoro ci avevo messo l' anima. Ma io l' anima ce la metto in tutti i lavori, lei lo sa, anche nei più balordi, anzi, con più che sono balordi, tanto più ce la metto. Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo amore". Nella dolce luce del tramonto avevamo preso la via del ritorno, lungo un sentiero appena segnato nel folto della foresta. Contro ogni sua abitudine, Faussone si era interrotto, e camminava silenzioso al mio fianco, con le mani dietro la schiena e gli occhi fissi al suolo. L' ho visto due o tre volte prendere fiato e aprire la bocca come se stesse per ricominciare a parlare, ma sembrava indeciso. Ha ripreso solo quando eravamo ormai in vista della foresteria: "Vuole che gliene dica una? Per una volta, quel caposervizio aveva ragione. Aveva quasi ragione. Era vero che su quel lavoro c' erano delle difficoltà, che non si trovava il materiale, che il commendatore, sì, quello dei salami, invece di darmi una mano mi faceva perdere tempo. Era anche vero che non c' era uno dei manovali che valesse due soldi; ma se il lavoro veniva avanti malamente, e con tutti quei ritardi, la colpa era anche un po' mia. Anzi, era di una ragazza". Lui, veramente, aveva detto "'na fija", ed infatti, in bocca sua, il termine "ragazza" avrebbe suonato come una forzatura, ma altrettanto forzato e manierato suonerebbe "figlia" nella presente trascrizione. La notizia, comunque, era sorprendente: in tutti gli altri suoi racconti Faussone aveva posto il suo vanto nel presentarsi come un refrattario, un uomo dagli scarsi interessi sentimentali, uno, appunto, "che non corre appresso alle figlie", ed a cui le figlie invece corrono dietro, ma lui non se ne cura, si prende questa o quella senza darle peso, se la tiene finché dura il cantiere e poi la saluta e parte. Mi sono fatto attento e teso. "Sa, sulle ragazze di quelle terre si raccontano un mucchio di storie, che sono piccole, grasse, gelose, e buone solo a fare dei figli. Quella ragazza che le dicevo era alta come me, coi capelli castani che erano quasi rossi, dritta come un fuso e ardita come ne ho viste poche. Portava il carrello a forche, anzi, è proprio così che ci siamo incontrati. Accosto al nastro che io stavo montando c' era la pista per i carrelli: ce ne passavano due giusti giusti. Vedo venire giù un carrello guidato da una ragazza, con un carico di profilati che sporgeva un poco, e in su venire un altro carrello vuoto, anche quello guidato da una ragazza: chiaro che incrociarsi non potevano, bisognava che uno dei due facesse marcia indietro fino a uno slargo, oppure che la ragazza dei profilati posasse il carico e lo sistemasse meglio. Niente: si piantano lì tutte e due e cominciano a dirsene di tutte le tinte. Io ho capito subito che fra di loro ci doveva essere della ruggine vecchia, e mi sono messo lì con pazienza a aspettare che avessero finito: perché anch' io dovevo passare, avevo uno di quei carrellini che si guidano dal timone, carico dei famosi cuscinetti, che Dio liberi se avesse dato il giro e il mio caposervizio lo avesse saputo. Basta, aspetto cinque minuti, poi dieci, niente, quelle continuavano come se fossero state in piazza. Litigavano nel loro dialetto, ma si capiva quasi tutto. A un certo punto io mi sono fatto sotto, e gli ho chiesto se per piacere mi facevano passare: quella più grande, che era poi la ragazza che le dicevo prima, si volta e mi fa tutta tranquilla: "Aspettate un momento, non abbiamo ancora finito"; poi si gira verso quell' altra, e così, a sangue freddo, gliene tira giù una che non mi oso di ripetergliela, ma le giuro che mi ha fatto venire i capelli all' umberta. "Ecco", mi fa "ora passate pure", e dicendo così se ne parte a marcia indietro a tutta velocità, facendo la barba alle colonne, e anche ai montanti del mio nastro, che io mi sentivo venire freddo. Arrivata che è stata al corridoio di testa, ha preso la curva che neanche Nichi Lauda, sempre a marcia indietro, e invece di guardarsi dietro mi guardava me. "Cristo", penso io tra di me, "questa è un diavolo scatenato": ma l' avevo già bell' e capito che tutto quel cine lo faceva per me, e poco tempo dopo ho anche capito che lo faceva apposta, a fare tanto la malgraziosa, perché era diversi giorni che mi stava lì a guardare mentre che io mettevo le mensole in bolla d' aria ...". L' espressione mi suonava strana, ed ho chiesto un chiarimento. Faussone, impermalito, mi ha spiegato in poche parole dense che la bolla d' aria è solo una livella, che appunto ha dentro un liquido con una bolla d' aria. Quando questa coincide con il contorno di riferimento, la livella è orizzontale, e lo è anche il piano su cui la livella appoggia. "Noi diciamo soltanto per esempio "metti quel supporto in bolla d' aria", e ci capiamo fra di noi; ma mi lasci andare avanti, perché la storia della ragazza è più importante. Insomma, lei aveva capito me, cioè che a me mi va la gente decisa e che sa fare il suo mestiere, e io avevo capito che lei, alla sua maniera, mi stava dietro e cercava di attaccare discorso. Poi l' abbiamo attaccato, il discorso, non c' è stata nessuna difficoltà, voglio dire che siamo andati a letto insieme, tutto regolare, niente di speciale; ma ecco, una cosa gliela volevo dire: che il momento più bello, quello che uno si dice "questo non me lo dimentico mai più, finché vengo vecchio, finché tiro gli ultimi", e vorrebbe che il tempo si fermasse lì come quando un motore s' ingrippa: bene, non è stato quando siamo andati a letto, ma prima. È stato alla mensa della fabbrica del commendatore: ci eravamo seduti vicini, avevamo finito di mangiare, parlavamo del più e del meno, anzi, mi ricordo perfino che io le stavo raccontando del mio caposervizio e della sua maniera di aprire le porte, e ho tastato la panca alla mia destra, e c' era la sua mano, e io l' ho toccata con la mia, e la sua non se n' è andata e si lasciava carezzare come un gatto. Parola, tutto il resto che è venuto dopo è stato anche abbastanza bello, ma conta di meno". "E adesso?" "Ma insomma, lei vuole proprio sapere tutto", mi ha risposto Faussone, come se a chiedergli di raccontare la storia della carrellista fossi stato io. "Cosa vuole bene che le dica: è un tira e molla. Sposarla, non la sposo: primo per il mio mestiere, secondo perché ... sì, insomma, prima di maritarsi uno bisogna che ci pensi sopra quattro volte, e prendersi una ragazza come quella, brava, poco da dire, ma furba come una strega, bene, non so se mi spiego. Ma neanche a metterci una pietra sopra e a non pensarci più non sono buono. Ogni tanto vado dal mio direttore e mi faccio mandare in trasferta in quel paese, con la scusa delle revisioni. Una volta è piombata qui a Torino, in ferie, con addosso i blugins tutti stinti sui ginocchi, in compagnia di un ragazzo di quelli con la barba fino negli occhi, e me l' ha presentato senza fare una piega: e neanche io l' ho fatta, una piega; sentivo come una specie di bruciacuore, qui alla bocca dello stomaco, ma non le ho detto niente perché i patti erano quelli. Però lo sa che lei è un bel tipo a farmi contare queste storie, che fuorivia di lei non le avevo mai contate a nessuno?"

Tiresia

La chiave a stella 1978