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La chiave a stella 1978

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura

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" ... Ma mi faccia un po' il piacere! Vuol mettere? Io no, io del mio destino non me ne sono mai lamentato, e del resto se mi lamentassi sarei una bestia, perché me lo sono scelto da me: volevo vedere dei paesi, lavorare con gusto, e non vergognarmi dei soldi che guadagno, e quello che volevo l' ho avuto. Si capisce che c' è il pro e il contro, e lei che ha famiglia lo sa bene; appunto, uno non si può fare una famiglia, e neanche degli amici. O magari uno se li fa, gli amici, ma durano quanto dura il cantiere: tre mesi, quattro, sei al massimo, poi si torna a prendere l' aereo .... A proposito, qui lo chiamano il samuliòt, lo sapeva? Mi è sempre sembrato un bel nome, mi fa pensare ai cipollini di casa nostra. Sì, ai siulòt, e ai scimmiotti; ma non anticipiamo. A prendere l' aereo, le stavo dicendo, e chi s' è visto s' è visto. O non te ne importa niente, e allora vuol dire che non erano amici sul serio; o lo erano, e allora dispiace. E con le ragazze è lo stesso, anzi peggio perché non si può star senza, e vedrà che un giorno o l' altro resto panato". Faussone mi aveva invitato a prendere il tè nella sua camera. Era monastica, e in tutto identica alla mia, fino ai dettagli: identici il paralume, il copriletto, la carta da parati, il lavabo (che anzi gocciolava proprio come il mio), la radiolina senza sintonizzatore sulla mensola, il cavastivali, perfino la ragnatela sopra l' angolo della porta. Io però la occupavo solo da pochi giorni, e lui da tre mesi: aveva attrezzato una cucinetta in un armadio a muro, aveva appeso al soffitto un salame e due ghirlande d' aglio, e appiccicato alle pareti una veduta di Torino ripresa dall' aereo e una foto della squadra granata, tutta coperta di firme. Non era molto, come penati, ma io non avevo neppure quelli, e mi sentivo più a casa in camera sua che nella mia. Quando il tè è stato pronto, me l' ha offerto con garbo ma senza vassoio, e mi ha consigliato, anzi prescritto, di aggiungerci della vodca, almeno metà e metà: "così poi dorme meglio". Ma in quella foresteria sperduta si dormiva bene comunque: di notte si assaporava un silenzio totale, primigenio, rotto soltanto dal respiro del vento e dal singhiozzo di un imprecisato uccello notturno. "Bene. L' amico che a lasciarlo mi ha fatto più magone, quando le dico chi è stato, lei fa un salto così. Perché prima di tutto mi ha messo nei guai mica male; secondo poi, perché non era neppure un cristiano: appunto, era una scimmia". Il salto non l' ho fatto: per un' antica abitudine al controllo, a far sì che le seconde reazioni precedano le prime, ma anche perché il prologo di Faussone aveva smussato la punta della sorpresa; devo averlo già detto che non è un gran raccontatore e riesce meglio in altri campi. D' altronde non c' era poi molto da stupirsi: chi non lo sa che i più grandi amici degli animali, i più bravi a comprenderli e ad esserne compresi, sono proprio i solitari? "Per una volta, non era una gru. Di storie di montaggi di gru ne avrei ancora una quantità ma poi uno finisce che diventa noioso. Quella volta lì era un derrick. Lo sa cosa è un derrick?" Non ne avevo che un' idea libresca: sapevo che sono torri in traliccio, e che servono a perforare i pozzi di petrolio, o forse anche ad estrarre il petrolio stesso; viceversa, se l' informazione gli poteva interessare, ero in grado di dargli notizie precise sull' origine del nome. Il signor Derryck, uomo esperto, coscienzioso e pio, era vissuto a Londra verso la fine del Cinquecento ed era stato per molti anni carnefice di Sua Maestà Britannica; tanto coscienzioso, e tanto innamorato della sua professione, che si studiò costantemente di perfezionarne gli strumenti. Verso la fine della sua carriera mise a punto una forca di modello nuovo, in traliccio, alta e snella, affinché l' appeso "alto e corto" potesse essere visto di lontano: essa venne chiamata "Derryck gallows", e poi più brevemente "derrick". In seguito, per analogia, il nome fu esteso ad altre strutture, tutte in traliccio, destinate ad usi più oscuri. Per questa via il signor Derryck giunse a quella particolare e rarissima forma d' immortalità che consiste nel perdere la maiuscola iniziale del proprio cognome: onore questo che è condiviso da non più di una dozzina di uomini illustri di tutti i tempi. Continuasse pure nel suo racconto. Faussone ha incassato senza batter ciglio la mia frivola intromissione. Aveva però assunto un' aria distante, forse messo a disagio dall' aver io usato il passato remoto come si fa quando si è interrogati di storia. Poi ha proseguito: "Sarà ben così: io però avevo sempre pensato che la gente la impiccassero basta che sia. Ogni modo, quello era un derrick niente di speciale, una ventina di metri, un derrick di perforazione, di quelli che se non si trova niente uno poi li smonta e se li porta in un altro posto. A regola, nelle mie storie fa sempre o troppo caldo o troppo freddo; ebbene, quella volta lì era in una radura in mezzo a un bosco, e non faceva né freddo né caldo, ma invece pioveva tutto il tempo. Pioveva tiepido, e non si può neanche dire che facesse dispiacere, perché docce in giro non ce n' era. Uno fa che spogliarsi, con solo addosso le mutandine, come fanno quelli del paese, e se piove lascia che piova. Come montaggio, era roba da ridere: non ci sarebbe neppure stato bisogno di un montatore con tutte le carte in regola, bastava un manovale che non patisse tanto le vertigini. Ne avevo tre, di manovali, ma che laiani, Dio bono! Magari erano denutriti, sarà benissimo, ma erano solo buoni a battere la lana dal mattino alla sera; a parlargli non rispondevano neanche, sembravano indormiti. Sta di fatto che a me mi toccava di pensare un po' a tutto: al gruppo elettrogeno, ai collegamenti, perfino a farmi un po' di cucina la sera nella baracca. Ma quello che mi preoccupava più che tutto era quello che chiamano l' equipaggio, che io non credevo che fosse così complicato. Sa bene, quel traffico con tutte le pulegge e la vite senza fine, quello per far scendere la fresa frontale, che poi montare quello è un lavoro che non sarebbe neanche della mia partita. Sembra niente, ma dentro c' è tutto il coso per l' avanzamento, che è l' elettronico e si regola da sé, e i comandi per le pompe del fango; e dalla parte di sotto si avvitano i tubi d' acciaio che scendono nel pozzo uno dietro l' altro; insomma tutto un cine che di regola uno lo vede ... sì appunto solo al cine, in quei film del Texas. Non per dire, è un bel lavoro anche quello; io non mi facevo l' idea, ma si va giù magari anche cinque chilometri, e neanche detto poi che il petrolio ci sia". Dopo il tè con la vodca, poiché la storia di Faussone non accennava ancora a decollare, io ho cautamente accennato a un formaggio fermentato e a certi salamini ungheresi che stavano nella mia camera. Lui non ha fatto complimenti (non ne fa mai: dice che non è il suo stile), e così il tè si è andato trasformando in una merenda cenatoria, mentre la luce aranciata del tramonto virava al viola luminoso di una notte settentrionale. Contro il cielo di ponente si stagliava netta una lunga ondulazione del terreno, e al di sopra di questa, parallela e bassa, correva una nuvola sottile e nera, come se un pittore si fosse pentito di un suo tratto, e lo avesse ripetuto poco sopra. Era una nuvola strana: ne abbiamo discusso, poi Faussone mi ha convinto, era la polvere sollevata da una mandria lontana nell' aria senza vento. "Io non saprei dirle perché tutti i lavori che ci tocca fare a noi siano sempre in dei posti balordi: o caldi, o gelati, o troppo asciutti, o che ci piove sempre, come appunto quello che sono in cammino di raccontarle. Forse è solo che noi siamo male abituati, noi dei paesi civili, e se ci capita di finire in un posto un po' fuorivia ci sembra subito la fine del mondo. E invece, dappertutto c' è gente che al suo paese ci sta bene e non farebbe cambio con noi. Questione d' abitudine. Allora, in quel paese che le dicevo la gente non è facile farci amicizia. Noti che contro i mori io non avrei niente da dire, e da tante altre parti ne ho trovati di quelli che erano più in gamba di noi, ma laggiù era tutta un' altra razza. Sono dei gran pelandroni e dei contastorie. L' inglese lo parlano in pochi; la loro lingua io non la capisco; vino niente, non sanno neanche cosa sia; delle loro donne sono gelosi, e parola che hanno torto, perché sono piccole, con le gambe corte, e lo stomaco che gli arriva fino qui. Mangiano delle robe che fanno fino senso, e non insisto perché stiamo facendo cena. Insomma, se le dico che laggiù il solo amico che sono riuscito a farmi è stato un scimmiotto, mi deve credere che non avevo nessun' altra alternativa. Come scimmiotto non era neanche tanto bello, era uno di quelli con la pelliccia intorno alla testa e la faccia da cane. Era curioso, veniva a vedermi lavorare, e mi ha subito mostrato una cosa. Le ho detto che pioveva sempre: bene, lui si sedeva a prendere la pioggia in un modo speciale, con i ginocchi sollevati, la testa sui ginocchi, e le mani intrecciate sulla testa. Ho fatto caso che in quella posizione aveva i peli pettinati tutti verso l' ingiù, di modo che non si bagnava quasi niente: l' acqua gli colava via dai gomiti e dal didietro, e la pancia e la faccia restavano asciutte. Ho provato anch' io, per riposarmi un poco fra un bullone e l' altro, e devo dire che se uno non ha il paracqua è la maniera migliore". Credevo che scherzasse, e gli ho promesso che, se mai mi fossi trovato anch' io nudo sotto una pioggia tropicale, avrei assunto la posizione dello scimmiotto, ma ho subito colto un suo sguardo indispettito. Faussone non scherza mai; se lo fa, scherza con una pesantezza da testuggine; e non accetta scherzi altrui. "Si annoiava. In quella stagione le femmine stanno tutte insieme in un branco, con un vecchio maschio ben piantato che le guida e gli fa l' amore a tutte, e guai se vede uno dei scimmiotti giovani che si avvicina: gli salta addosso e lo graffia. Io la capivo bene la sua situazione perché era un po' come la mia, ben che io ero senza femmine per degli altri motivi. Lei capisce che quando si è così, soli in due, e con la stessa malinconia, si fa presto a fare amicizia". Un pensiero mi ha attraversato la mente: di nuovo eravamo soli in due, e con addosso la malinconia. Ero subentrato allo scimmiotto, ed ho percepito una rapida ondata di affetto per quel mio consorte lontano, ma non ho interrotto Faussone. " ... solo che lui non aveva un derrick da montare. Il primo giorno stava solo lì a guardare, sbadigliava, si grattava la testa e la pancia così, con le dita molli molli, e mi mostrava i denti: non è come i cani, per loro mostrare i denti è segno che vogliono fare amicizia, però ci ho messo qualche giorno a capirlo. Il secondo giorno faceva la ronda intorno alla cassetta dei bulloni, e siccome io non lo mandavo via ne prendeva uno in mano ogni tanto, e lo provava coi denti per vedere se era buono da mangiare. Il terzo giorno aveva già imparato che ogni bullone va col suo dado, e non si sbagliava quasi più: il mezzo pollice col mezzo pollice, il tre ottavi col tre ottavi e così via. Però non ha mai capito bene che tutti i filetti sono destri. Neanche dopo non l' ha mai capito; provava così, come viene viene, e quando gli andava bene e il dado si invitava, allora saltava su e giù, batteva le mani per terra, faceva dei versi e sembrava contento. Lo sa che è proprio un peccato che anche noi montatori non abbiamo quattro mani come loro, e magari anche la coda? Mi faceva un' invidia da morire: quando ha preso un po' di confidenza veniva su per il traliccio come un fulmine, si attaccava alle traverse coi piedi, a testa in giù, e in quella posizione invitava i bulloni e mi faceva le smorfie. Basta, io sarei stato tutto il giorno a guardarlo, ma c' era la scadenza, mica storie. Io mi arrangiavo di portare avanti il lavoro fra una piovata e l' altra, col poco aiuto che mi davano i miei tre manovali imbranati. Lui sì che mi avrebbe potuto aiutare, ma era come un bambino, lo prendeva come un gioco, come una dimora. Non c' era verso. Dopo qualche giorno io gli facevo segno di portarmi su le traverse giuste, e lui volava giù e poi su, e mi portava sempre soltanto quelle della cima, che erano dipinte di rosso per via degli aerei. Erano anche le più leggere: si vede che aveva cognizione, voleva giocare ma non fare troppa fatica. Ma non creda mica, non è che i tre mori combinassero molto di più, perché almeno lui non aveva paura di cascare. Dài oggi dài domani sono arrivato a piazzare il gruppo di tiro, e quando ho provato i due motori lui da principio si è un poco spaventato per via del rumore e di tutte quelle rotelle che si muovevano da sole. Io a questo punto gli avevo dato un nome: lo chiamavo e lui veniva. Anche perché ogni tanto gli davo una banana, ma insomma veniva. Poi ho montato il quadro di comando, e lui stava a guardare che sembrava incantato. Quando si accendevano quei lumini rossi e verdi mi guardava come se volesse chiedermi tutti i perché, e se io non gli davo da mente piangeva come un bambino piccolo. Bene, qui, poco da dire, la colpa è stata mia. L' avevo pure visto che quel trucco dei bottoni gli piaceva un po' troppo. Vuol dire? Sono stato così asino che proprio l' ultima sera non ho pensato che era meglio svitare i fusibili". Si stava avvicinando un disastro. Stavo per domandare a Faussone come avesse potuto commettere una dimenticanza così grave, ma mi sono trattenuto per non guastare il suo racconto. Infatti, come c' è un' arte di raccontare, solidamente codificata attraverso mille prove ed errori, così c' è pure un' arte dell' ascoltare, altrettanto antica e nobile, a cui tuttavia, che io sappia, non è stata mai data norma. Eppure, ogni narratore sa per esperienza che ad ogni narrazione l' ascoltatore apporta un contributo decisivo: un pubblico distratto od ostile snerva qualsiasi conferenza o lezione, un pubblico amico la conforta; ma anche l' ascoltatore singolo porta una quota di responsabilità per quell' opera d' arte che è ogni narrazione: se ne accorge bene chi racconta al telefono, e si raggela, perché gli mancano le reazioni visibili dell' ascoltatore, che in questo caso è ridotto a manifestare il suo eventuale interesse con qualche monosillabo o grugnito saltuario. È anche questa la ragione principale per cui gli scrittori, ossia coloro che raccontano ad un pubblico incorporeo, sono pochi. " ... no, non è riuscito a fracassarlo del tutto, ma ci è mancato poco. Mentre io ero lì che trafficavo con i contatti, perché sa, io non sono un elettricista, ma un montatore bisogna che si disbrogli dappertutto; e specie dopo, quando provavo i comandi, lui non perdeva una mossa. E il giorno dopo era domenica, e il lavoro era finito, e un giorno di riposo ci voleva. Insomma, quando viene il lunedì e torno sul cantiere, il traliccio era come se uno gli avesse dato una sberla: ancora in piedi, ma tutto storto, e col gancio impegnato nel basamento, come l' ancora di un bastimento. E lui era lì seduto e mi aspettava, mi aveva sentito arrivare con la moto: era tutto fiero, chissà cosa si credeva di aver fatto. Io ero ben sicuro che l' equipaggio lo avevo lasciato tirato su: ma lui doveva averlo fatto scendere, che appunto bastava premere un bottone, e il sabato me lo aveva visto fare tante volte; e poi garantito che ci aveva fatto l' altalena, anche se pesava dei bei quintali. E facendo l' altalena doveva aver mandato il gancio a chiudersi su un longherone, perché era uno di quei ganci di sicurezza, col moschettone e la molla, che se si chiudono non si riaprono più: vede a cosa servono delle volte certe sicurezze. Alla fine, forse aveva capito che stava combinando un guaio, e aveva premuto il bottone della risalita; o forse solo così per caso. Tutto il traliccio si era messo in tensione, che a pensarci mi viene freddo ancora adesso; tre o quattro traverse avevano ceduto, tutta la torre si era svirgolata, e fortuna che poi era scattato l' automatico, altrimenti addio al suo boia di Londra". "Allora non era un guasto così grave?" Appena formulata la domanda, dallo stesso suono trepido con cui l' avevo pronunciata, mi sono accorto che tenevo per lui, per lo scimmiotto avventuroso, che probabilmente aveva cercato di emulare i portenti che aveva visti compiere dal suo silenzioso amico uomo. "Dipende. Quattro giorni di lavoro per le riparazioni, e un bel po' di soldi come penalità. Ma mentre io ero lì che tribolavo a raddrizzare tutto, lui aveva cambiato faccia; era mucco mucco, teneva la testa insaccata fra le spalle, guardava tutto da una parte, e se io mi avvicinavo scappava via: forse aveva paura che io lo graffiassi, come il maschio vecchio, il padrone delle femmine .... Beh, cos' aspetta ancora? È finita, la storia del derrick. L' ho rimesso dritto, ho fatto fare tutte le verifiche, ho fatto le valige e me ne sono andato. Il scimmiotto, ben che aveva fatto quel guaio, avrei voluto portarmelo dietro, ma poi ho pensato che qui da noi sarebbe venuto tisico, che alla pensione non me lo tenevano, e che per le mie zie sarebbe stato un bel cadò; e del resto, vigliacco se si è più fatto vedere".

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