;

La chiave a stella 1978

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura

Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento


Clausura

" ... Beh, è roba da non crederci: lo capisco che queste cose le è venuto voglia di scriverle. Sì, qualche cosa ne sapevo anch' io, me le raccontava mio padre, che in Germania c' era stato anche lui, ma in un' altra maniera: ogni modo, guardi, io lavori in Germania non ne ho presi mai, sono terre che non mi sono mai piaciute, e mi arrangio a parlare tante lingue, perfino un poco di arabo e di giapponese, ma di tedesco non ne so neanche una parola. Un giorno o l' altro gliela voglio raccontare, la storia di mio padre prigioniero di guerra, ma non è come la sua, è piuttosto da ridere. E neppure in prigione non ci sono mai stato, perché oggi come oggi per finire in prigione bisogna farla abbastanza grossa; eppure, vuol credere? una volta mi è successo un lavoro che per me è stato peggio che stare in prigione; e se dovessi andare in prigione sul serio, credo che non resisterei neanche due giorni. Mi spaccherei la testa contro le muraglie, oppure morirei di crepacuore, come fanno gli usignoli e i rondoni se uno cerca di tenerli in gabbia. E non creda che mi sia successo in chissà che paese lontano: mi è successo a due passi da casa nostra, in un posto che quando tira vento e l' aria è pulita si vede Superga e la Mole; ma che l' aria sia pulita, da quelle parti non capita tanto sovente. Mi avevano chiamato, me e degli altri, per un lavoro che non era proprio niente di speciale, né come posto né come difficoltà: il posto gliel' ho già detto, ossia non gliel' ho detto tanto preciso, ma il fatto è che un po' di segreto professionale ce l' abbiamo anche noi, come i dottori e come i preti quando confessano. Quanto poi alla difficoltà, era solo un traliccio a forma di torre, alto una trentina di metri, base sei per cinque, e non ero neanche da solo; era d' autunno, non faceva né freddo né caldo, e insomma non era quasi neanche un lavoro, era un lavoro per riposarsi dagli altri lavori e per comprare di nuovo l' aria del paese; e io ne avevo bisogno, perché arrivavo fresco fresco da una brutta faccenda, dal montaggio di un ponte in India che un giorno o l' altro glielo devo proprio raccontare. Anche come disegno non c' era niente di fuorivia, tutta carpenteria di serie, ferri a L e a T, nessuna saldatura difficile, pavimenti di grigliato in formati UNI; e il montaggio, poi, era previsto di farlo con la torre coricata per terra, cosi che più di sei metri non c' era mai bisogno di salire e non c' era neanche da legarsi. Alla fine sarebbe poi venuta la gru per tirarla su e metterla in piedi. A cosa servisse, in un primo tempo non ci avevo neppure fatto caso: avevo visto dai disegni che doveva fare da sostegno per un impianto di chimica abbastanza complicato, con delle colonne grosse e piccole, degli scambiatori di calore e un mucchio di tubazioni. Mi avevano detto soltanto che era un impianto di distillazione, per ricuperare un acido dalle acque di scarico, che se no ...". Senza volerlo e senza saperlo, devo aver assunto un' espressione particolarmente interessata, perché Faussone si è interrotto, e in tono fra stupito e stizzito mi ha detto: "Finirà poi col dirmelo, se non è un segreto, che commercio è il suo, e che cosa è venuto a fare da queste parti"; però poi ha continuato nel suo racconto. "Ma anche se non avevo la competenza, mi piaceva lo stesso vederlo crescere, giorno per giorno, e mi sembrava di veder crescere un bambino, voglio dire un bambino ancora da nascere, quando è ancora nella pancia di sua mamma. Si capisce che come bambino era un po' strano perché pesava sulle sessanta tonnellate solo la carpenteria, ma cresceva non così basta che sia, come cresce la gramigna: veniva su ordinato e preciso come nei disegni, in maniera che quando poi abbiamo montato le scalette fra piano e piano, che erano abbastanza complicate, hanno quadrato subito senza che ci fossero da fare dei tagli o delle giunte, e questa è una cosa che dà soddisfazione, come quando hanno fatto il traforo del Frejus, che ci hanno messo tredici anni, ma poi il buco francese e il buco italiano si sono incontrati con uno sbaglio neanche di venti centimetri, tant' è vero che gli hanno poi fatto quel monumento tutto nero in piazza Statuto, con in cima quella signora che vola. Come le ho detto, su quel lavoro non ero solo, ben che un lavoro come quello, se mi avessero dato tre mesi e due manovali un po' svelti, anche da solo me la sarei cavata bene. Eravamo quattro o cinque, perché il committente aveva fretta e voleva il traliccio in piedi in venti giorni massimo. Nessuno mi aveva dato il comando della squadra, ma fin dal primo giorno è venuto come di natura che comandassi io, perché ero quello che aveva più mestiere: che fra noi è la sola cosa che conti, i gradi sulla manica noi non ce li abbiamo. Con questo committente non ci ho parlato tanto, perché lui aveva sempre fretta e io anche, ma siamo subito andati d' accordo, essendo che anche lui era uno di quei tipi che non si dànno delle arie ma sanno il fatto suo e sono capaci di comandare senza mai dire una parola più forte dell' altra, che non ti fanno pesare i soldi che ti dànno, che se sbagli non si arrabbiano tanto, e che quando sbagliano loro poi ci pensano su e ti chiedono scusa. Era uno delle nostre parti, un ometto come lei, solo un po' più giovane. Quando il traliccio è stato finito in tutti i suoi trenta metri, ingombrava tutto il piazzale, e era goffo e un po' ridicolo come tutte le cose che sono fatte per stare in piedi quando viceversa sono coricate: insomma faceva pena come un albero abbattuto, e ci siamo sbrigati a chiamare le autogru perché lo mettessero diritto. Ce ne volevano due, da tanto che era lungo, che lo agganciassero dalle due testate e lo facessero camminare piano piano fino sul suo basamento di cemento armato, che era già predisposto coi suoi ancoraggi pronti; e una delle due col braccio a telescopio, che lo tirasse in piedi e poi lo calasse giù. Tutto bene, ha fatto il suo viaggio dal piazzale fino ai magazzini, per svoltare intorno all' angolo dei magazzini abbiamo dovuto tirare giù un po' di muratura ma niente di grave, quando il fondo è stato sul basamento la gru più piccola se n' è andata a casa, e l' altra ha sfoderato tutto il suo braccio con il traliccio appeso, che a poco a poco si è messo in piedi: e anche per me, che di gru ne ho viste parecchie, è sembrato un bello spettacolo, anche perché si sentiva il motore che ronzava tutto tranquillo, come se dicesse che per lui quello era una balla da niente. Ha mollato giù il carico di precisione, coi fori giusti sugli ancoraggi, abbiamo serrato i bulloni, abbiamo bevuto una volta e ce ne siamo andati. Ma il committente mi è corso appresso: mi ha detto che aveva stima, che il lavoro più difficile era ancora da fare, mi ha chiesto se avevo degli altri impegni e se sapevo saldare l' inossidabile, e insomma a farla corta siccome impegni non ne avevo e lui mi era simpatico, e il lavoro anche, gli ho detto di sì e lui mi ha ingaggiato come capomontatore per tutte le colonne di distillazione e per le tubazioni di servizio e di lavoro. Di servizio è come dire dove ci passano l' acqua di raffreddamento, il vapore, l' aria compressa e così via; di lavoro sono quelle dove passano gli acidi da lavorare: si dice così. Le colonne erano quattro, tre piccole e una grossa, e quella grossa era molto grossa, ma il montaggio non era difficile. Era solo un tubo verticale di acciaio inossidabile, alta trenta metri, cioè alta come il traliccio che appunto la doveva tenere su, e col diametro di un metro: era arrivata divisa in quattro tronconi, di modo che c' erano da fare tre giunte, una flangiata e due saldate di punta, una passata interna e una esterna, perché la lamiera era da dieci millimetri. Per fare la passata interna ho dovuto farmi calare giù dalla cima del tubo, in una specie di gabbia come quelle dei pappagalli appesa a una corda, e non era tanto bello, ma ci ho messo pochi minuti. Invece, quando ho cominciato con le tubazioni credevo di perdere la testa, perché io veramente sarei montatore di carpenteria, e un lavoro complicato come quello non l' avevo mai visto. Erano più di trecento, di tutti i calibri da un quarto fino a dieci pollici, di tutte le lunghezze, con tre, quattro, cinque gomiti, e neanche tutti ad angolo retto, e di tutti i materiali: ce n' era fino una di titanio, che io non sapevo neanche che esistesse e mi ha fatto sudare sette camicie. Era quella dove passava l' acido più concentrato. Tutte queste tubazioni collegavano insieme la colonna grande con quelle piccole e con gli scambiatori, ma lo schema era così complicato che io lo studiavo al mattino e alla sera l' avevo già dimenticato. Come del resto non ho mai capito bene in che maniera tutto l' impianto dovesse poi funzionare. La più parte delle tubazioni erano di inossidabile, e lei lo sa che l' inossidabile è un gran bel materiale, ma non consente, voglio dire che a freddo non cede .... Non lo sapeva? Scusi, ma io credevo che a voialtri queste cose le insegnassero a scuola. Non cede, e se lei lo scalda, poi non è più tanto inossidabile. In conclusione, era un gran montare, tirare, limare e poi smontare di nuovo; e quando nessuno mi vedeva, andavo giù anche col martello, perché il martello aggiusta tutto, tanto che alla Lancia lo chiamavano "l' ingegnere". Basta, quando abbiamo finito coi tubi, sembrava la giungla di Tarzan e si faceva fatica a passarci in mezzo. Poi sono venuti i coibentatori a coibentare e i verniciatori a verniciare, e tra una storia e un' altra è passato un mese. Un giorno ero proprio in cima alla torre con la chiave a stella per verificare il serraggio dei bulloni, e mi vedo arrivare lassù il committente, che tirava un po' l' ala perché trenta metri è come una casa di otto piani. Aveva un pennellino, un pezzo di carta e un' aria furba, e si è messo a raccogliere la polvere dalla placca di testa della colonna che io avevo finito di montare un mese prima. Io lo stavo a guardare con diffidenza, e dicevo fra di me "questo è venuto a cercare rogna". Invece no: dopo un po' mi ha chiamato, e mi ha fatto vedere che col pennello aveva spazzato nella carta un pochino di polvere grigia. "Sa cosa è?" mi ha chiesto. "Polvere", ho risposto io. "Sì, ma la polvere delle strade e delle case non arriva fin qui. Questa è polvere che viene dalle stelle". Io credevo che mi pigliasse in giro, ma poi siamo scesi, e lui mi ha fatto vedere con la lente che erano tutti pallini rotondi, e mi ha mostrato che la calamita li tirava, insomma erano di ferro. E mi ha spiegato che erano stelle cadenti che avevano finito di cadere: se uno va un po' in alto in un posto che sia pulito e isolato, ne trova sempre, basta che non ci sia pendenza e che la pioggia non le lavi via. Lei non ci crede, e neanche io sul momento non ci ho creduto; ma col mio mestiere capita sovente di trovarsi in alto in dei posti come quelli, e ho poi visto che la polvere c' è sempre, e più anni passano, più ce n' è, di modo che funziona come un orologio. Anzi, come una di quelle clessidre che servono per fare le uova sode; e io di quella polvere ne ho raccolta un po' in tutte le parti del mondo, e la tengo a casa in uno scatolino; voglio dire a casa delle mie zie, perché io una casa non ce l' ho. Se un giorno ci troviamo a Torino gliela faccio vedere, e se ci pensa è una faccenda malinconica, quelle stelle filanti che sembrano le comete del presepio, uno le vede e pensa un desiderio, e poi cascano giù, si raffreddano, e diventano pallini di ferro da due decimi. Ma non mi faccia perdere il filo. Dunque, le stavo dicendo che a lavoro finito quella torre sembrava un bosco; e sembrava anche a quelle figure che si vedono nell' anticamera dei dottori, IL CORPO UMANO: una coi muscoli, una con gli ossi, una coi nervi e una con tutte le budelle. I muscoli veramente non li aveva, perché non c' era niente che si muovesse, ma tutto il resto sì, e le vene e le budelle le avevo montate io. Il budello numero uno, vorrei dire lo stomaco o l' intestino, era quella colonna grande che le ho detto. L' abbiamo riempita d' acqua fino in cima, e dentro l' acqua abbiamo buttato giù due camion di anellini di ceramica, grossi come il pugno: l' acqua serviva perché gli anelli calassero giù piano senza rompersi, e gli anelli, una volta colata via l' acqua, dovevano servire a fare come un labirinto, in maniera che la miscela d' acqua e d' acido che entrava a metà colonna avesse il tempo di separarsi bene: l' acido doveva uscire dal fondo, e l' acqua dalla parte di sopra come vapore, e doveva poi condensarsi in uno scambiatore e finire non so dove; del resto gliel' ho detto che tutte quelle chimiche io non le ho capite bene. Bisognava appunto che gli anelli non si rompessero, si posassero piano piano gli uni sugli altri, e che alla fine riempissero la colonna fino alla cima. Buttare giù quegli anelli era un lavoro allegro, li tiravamo su a secchi con un paranco elettrico e li facevamo cadere nell' acqua dal passo d' uomo, e sembrava di essere bambini quando si fanno i tomini con la sabbia e l' acqua e i grandi dicono fa' attenzione che ti bagni tutto; e difatti mi sono bagnato tutto, ma faceva caldo e faceva fino piacere. Ci abbiamo messo quasi due giorni. C' erano anche le colonne più piccole da riempire di anelli, e a che cosa servissero quelle non glielo saprei proprio dire, ma è stato un lavoro di due o tre ore: poi ho salutato, sono passato alla cassa a prendere i soldi, e come avevo una settimana di ferie arretrate me ne sono andato in val di Lanzo a pescare le trote. Io quando vado in ferie l' indirizzo non lo lascio mai, perché so bene cosa capita; e infatti torno e trovo le zie tutte spaventate con in mano un telegramma del committente perché a loro, povere donne, basta un telegramma per farle andare su di giri: signor Faussone pregato contattarci immediatamente. Cosa vuole farci? L' ho contattato, che poi vuol dire che gli ho telefonato ma è più elegante, e ho capito subito dalla voce che c' era qualche cosa che non andava. Aveva la voce di uno che telefona per chiamare un' ambulanza, ma non vuole fare vedere l' emozione per non perdere lo stile: che mollassi lì tutto e andassi subito da lui, che c' era una riunione importante. Ho cercato di sapere che razza di riunione e cosa c' entravo io, ma non ci sono riuscito perché lui insisteva che andassi subito, e sembrava che stesse per mettersi a piangere. Prendo su e vado, e trovo un quarantotto. Lui, il committente, aveva la faccia di uno che abbia passato la notte a fare baldoria, e invece l' aveva passata vicino all' impianto che stava dando i numeri; la sera prima si vede che si era lasciato prendere dalla paura, come quando uno ha un malato in casa, e non capisce che male abbia, e allora perde la testa e telefona a sei o sette dottori mentre invece sarebbe meglio chiamarne uno solo ma buono. Lui aveva fatto venire il progettista, il costruttore delle colonne, due elettricisti che si guardavano come un cane e un gatto, il suo chimico che anche lui era in ferie ma l' indirizzo lo aveva dovuto lasciare, e uno con la pancia e la barba rossa che parlava tricolore e non si capiva che cosa c' entrasse, e poi si è saputo che era un suo amico e faceva l' avvocato; ma più che come avvocato, credo che l' avesse chiamato perché gli facesse coraggio. Tutta questa gente stava lì ai piedi della colonna, guardava in su, andavano e venivano pestandosi i piedi uno con l' altro, cercavano di calmare il committente e facevano dei discorsi senza senso; il fatto è che anche la colonna stava facendo un discorso, e era proprio un po' come quando uno è malato e ha la febbre e dice delle goffate, ma siccome magari sta per morire tutti lo prendono sul serio. Per malata, quella colonna doveva ben essere malata, se ne sarebbe accorto uno qualunque, e difatti me ne accorgevo perfino io che non ero della partita e il committente mi aveva fatto venire solo perché ero io che ci avevo messo dentro gli anelli. Aveva come un attacco ogni cinque minuti. Si sentiva come un ronzio leggero e tranquillo che poi man mano diventava più forte, irregolare, come una gran bestia che gli mancasse il fiato; la colonna cominciava a vibrare, e dopo un poco entrava in risonanza anche tutto il traliccio, e sembrava proprio che venisse un terremoto, e allora tutti facevano finta di niente, chi di legarsi una scarpa, chi di accendersi una sigaretta, ma andavano un po' più lontano; poi si sentiva come un colpo di grancassa, ma soffocato, come se venisse di sottoterra, un rumore di risacca, voglio dire come di ghiaietta che crolli, poi più niente, si sentiva solo il ronzio di prima. Tutto questo ogni cinque minuti, regolare come un orologio; e io glielo so dire perché è vero che c' entravo poco, ma fra tutti c' eravamo solo il progettista e io che avessimo conservato un po' di calma da vedere le cose senza perdere la testa: e io più stavo lì e più quell' impressione di avere per le mani una specie di bambino malato mi veniva più forte. Sarà perché lo avevo visto crescere e gli ero perfino andato dentro a saldare; sarà perché si lamentava così senza senso, come uno che a parlare non sia ancora buono ma si vede che ha male; o sarà anche perché mi capitava come al dottore, che davanti a uno che ha male al corpo prima cosa gli mette l' orecchio sulla schiena, e poi lo tambussa tutto e gli mette il termometro, e io e il progettista facevamo proprio così. A mettere l' orecchio su quelle lamiere, quando la crisi si incamminava, faceva impressione: si sentiva un gran lavoro di budelle in disordine, che quasi quasi anche le mie budelle personali c' è calato poco che non si mettessero in movimento ma mi sono tenuto per via della dignità; e quanto al termometro, si capisce che non era come i termometri della febbre che uno se li infila in bocca o viceversa. Era un termometro multiplo, con tanti bimetalli in tutti i punti strategici dell' impianto, un quadrante, e una trentina di pulsanti per scegliere il punto dove si voleva leggere la temperatura, insomma un affare studiato bene; ma siccome il centro della colonna grande, sì, della colonna che si era ammalata, era proprio il cuore di tutto il sistema, in quel punto c' era anche una termocoppia apposta, che comandava un termografo, sa bene, una punta scrivente che scrive la curva della temperatura su un rotolo millimetrato. Ebbene, quello faceva ancora più impressione perché ci si vedeva sopra tutta la storia clinica, fin dalla sera che avevano avviato l' impianto. Si vedeva l' avviamento, cioè la traccia che partiva da venti gradi e saliva in due o tre ore a ottanta, e poi un tratto tranquillo, bello piatto, per una ventina di ore. Poi c' era come un brivido, fino fino che si vedeva appena, che durava appunto cinque minuti; e da allora in poi, tutta una filza di brividi, sempre più forti e tutti di cinque minuti giusti. Anzi, gli ultimi, cioè quelli dell' ultima notte, altro che brividi, erano delle onde di dieci o dodici gradi di scarto, che salivano ripide e cadevano a picco; e un' onda l' abbiamo presa al volo, il progettista e io, si vedeva la traccia che saliva mentre saliva anche nell' interno tutto quel rimescolio, e veniva giù di brutto appena si sentiva quel colpo di tamburo e il rumore del crollo. Il progettista, che era uno giovane ma che sapeva il fatto suo, mi ha detto che l' altro gli aveva telefonato a Milano già dalla sera prima perché voleva l' autorizzazione di spegnere tutto, ma che lui non si era fidato e aveva preferito mettersi in macchina e venire giù, perché la manovra di spegnimento non era cosi semplice e lui aveva avuto paura che il committente combinasse un guaio; adesso, però, non c' era altro da fare. Così, la manovra l' ha fatta lui, e in una mezz' ora tutto si è fermato, si è sentito un gran silenzio, la curva è scesa come un aereo che atterra, e a me mi pareva che tutto l' impianto tirasse un respiro di sollievo, come quando uno sta male e allora gli dànno la morfina e lui si addormenta e per un poco ha smesso di soffrire. Io continuavo a dirglielo, che io non c' entravo niente, ma il committente ci ha fatti sedere tutti intorno a un tavolo perché ognuno dicesse la sua. Io veramente al principio di dire la mia non osavo, ma una cosa da dire ce l' avevo sì, perché gli anelli ero io che li avevo messi giù, e come ho l' orecchio abbastanza fino avevo sentito che quel rumore di budelle smosse era lo stesso rumore di quando versavamo gli anelli dai secchi giù dentro la colonna: uno scroscio come quando arriva un ribaltabile a scaricare la ghiaia, che ronza, si alza, si alza, e poi tutto d' un colpo la ghiaia si lette a slittare e viene giù come una valanga. Alla fine poi questa mia idea l' ho detta sotto voce al progettista che era seduto vicino a me, e lui si è alzato in piedi e l' ha ripetuta con delle belle parole come se fosse stata un' idea sua, e che secondo lui la malattia della colonna era un caso di flading; perché sa, se uno ha propensione per darsi dell' importanza, tutte le occasioni gli vengono buone. Che la colonna andava in flading, e bisognava aprirla, vuotarla e guardarci dentro. Detto fatto, tutti hanno cominciato a parlare di flading salvo l' avvocato, che rideva da solo come un scemo e diceva qualche cosa di nascosto al committente: forse pensava già di fare una causa. E tutti guardavano il sottoscritto, come se fosse già inteso che l' uomo che doveva salvare la situazione ero io; e devo dire che in fondo neanche mi dispiaceva, un po' per la curiosità, un po' anche perché quella colonna che si lamentava, e che raccoglieva in cima la polvere delle stelle, e che si faceva il suo bisogno indosso ... già, forse non glielo avevo detto, ma si vede che andava in pressione, perché sul massimo di ogni onda di calore, dalla guarnizione del passo d' uomo in basso si vedeva uscire una materia maron che colava giù sul basamento: bene, insomma mi faceva pena, come uno che soffra e non sia capace di parlare. Pena e dispetto come fanno i malati, che anche se uno non gli vuole bene finisce col dare una mano perché guariscano, così almeno non si lamentano più. Non sto a dirle il traffico per guardarci dentro. È venuto fuori che dentro c' erano due tonnellate d' acido che costava soldi, e che in tutti i modi non si poteva mandarlo in fogna perché avrebbe inquinato tutta la zona; e essendo che appunto era un acido, non si poteva neppure metterlo dentro dei serbatoi basta che sia, ma ci volevano di acciaio inossidabile, e anche la pompa doveva essere una pompa antiacida perché la roba bisognava scaricarla a monte dato che non c' era la cadenza per scaricarla a gravità. Ma fra tutti ce la siamo sbrogliata, abbiamo scaricato l' acido, abbiamo purgato la colonna col vapore perché non puzzasse tanto, e l' abbiamo lasciata raffreddare. A questo punto poco da fare ero di scena io. I passi d' uomo erano tre, uno in cima alla colonna, uno verso la metà e l' altro al piede: sa bene che si chiamano così perché sono quei buchi rotondi dove ci può passare un uomo, ci sono anche sulle caldaie delle locomotive a vapore, e non è mica detto che l' uomo ci passi tanto comodo perché hanno solo cinquanta centimetri di diametro, e io so di diversi che avevano un po' di pancia e o che non ci passavano, oppure che ci restavano piantati. Io però da quel punto di vista, lei lo vede bene, non ho mai avuto problemi. Ho seguito le istruzioni del progettista e ho cominciato a sbullonare piano piano il passo d' uomo in alto: piano perché caso mai non venissero fuori degli anelli. Scosto il flangione, tasto con un dito, poi con la mano, niente: poteva essere logico che gli anelli si fossero assestati un po' più in giù. Tolgo il flangione, e vedo nero. Mi passano una lampada, infilo dentro la testa, e torno a vedere nero, anelli niente, come se quando li mettevo dentro me li fossi sognati: vedevo solo un pozzo che sembrava senza fondo, e solo quando ho abituato gli occhi al buio ho visto come un biancore giù in basso, che si vedeva appena appena. Abbiamo calato giù un peso attaccato a uno spago, e ha toccato a ventitre metri: tutti i nostri trenta metri di anelli si erano ridotti a sette. C' è stato un gran parlare e discutere, e alla fine si è capito il macinato, che stavolta non era un modo di dire ma era proprio un macinato perché erano gli anelli che si erano macinati. Pensi un po' che lavoro: gliel' ho detto che erano anelli di ceramica, e che erano fragili, tanto che li abbiamo messi giù con l' acqua come ammortizzatore. Si vede che aveva cominciato a rompersene qualcuno, e le schegge a fare strato alla base della colonna; allora il vapore sforzava per farsi la via, rompeva lo strato di colpo, e il colpo rompeva gli altri anelli, e così di seguito. A conti fatti, e i conti li ha fatti il progettista in base alle quote degli anelli, di interi ce ne dovevano essere rimasti pochi. E infatti, ho aperto il passo d' uomo di mezzo e ho trovato vuoto; ho aperto quello in basso, e si è vista una pappetta di sabbia e sassetti grigi, che era tutto quello che restava della carica di anelli; una pappetta talmente intasata che quando ho tirato via il flangione non si è neanche mossa. Non c' era altro che fargli il funerale. Io ne ho già visti diversi, di questi funerali, quando si tratta di fare sparire, di togliersi dai piedi una cosa sbagliata, che puzza come un morto, e che se si lascia lì a marcire è come una paternale che non finisce mai, anzi, è come una sentenza del tribunale, un promemoria a tutti quelli che ci hanno messo mano: "non scordartelo, questa coglioneria l' hai combinata tu". Non è mica un caso che quelli che hanno più fretta di fare il funerale sono proprio quelli che sentono più colpa: e quella volta lì è stato il progettista, che è venuto da me con l' aria disinvolta a dire che bastava un bel lavaggio con acqua, tutta quella graniglia sarebbe venuta via in un momento, e poi avremmo messo dentro degli anelli nuovi d' inossidabile, a sue spese, naturalmente. Sul lavaggio e sul funerale il committente è stato d' accordo, ma quando ha sentito parlare di altri anelli è diventato una bestia feroce: che il progettista attaccasse un quadretto alla Madonna perché lui non gli faceva causa per i danni, ma anelli mai più, ne studiasse una meglio, e un po' in fretta, perché lui aveva già perso una settimana di produzione. Io di colpe non ne avevo, ma a vedermi in giro tanta gente di cattivo umore ero diventato malinconico anche io, tanto più che il tempo si era messo al brutto e invece che autunno sembrava inverno. Poi si è subito visto che non era un lavoro cosi svelto: si vede che quel materiale, voglio dire gli anelli rotti, erano delle schegge ruvide, e si erano intrecciate una con l' altra, perché l' acqua che gli gettavamo sopra con l' idrante usciva di sotto tale quale, bella pulita, e tutto quel fondame non si muoveva. Il committente ha cominciato a dire che forse se si fosse calato dentro uno con una pala, ma parlava come per aria, senza guardare negli occhi nessuno, e con una voce così timida che si vedeva che non ci credeva nemmeno lui. Abbiamo provato in diverse maniere, e in definitiva si è visto che il sistema migliore era quello di mandargli l' acqua per di sotto come si è sempre fatto quando uno è costipato: abbiamo avvitato l' idrante alla bocchetta di scarico della colonna, abbiamo dato tutta la pressione, per un po' non si è sentito niente, poi come un gran singhiozzo, e il materiale ha cominciato a muoversi e a uscire come un fango dal passo d' uomo; e a me pareva di essere un dottore, anzi un veterinario, perché a quel punto invece che un bambino quella colonna ammalata incominciava a sembrarmi una di quelle bestie che c' erano nei tempi dei tempi, che erano alte come una casa e poi sono morte tutte chissà perché. Forse appunto di costipazione. Ma se non sbaglio io avevo incamminato questa storia in una maniera diversa, e poi mi sono lasciato andare. Avevo incominciato a dirle della prigione, e di quel lavoro peggio della prigione. Si capisce che se avessi saputo prima che effetto mi doveva fare, un lavoro così non lo avrei accettato, ma sa bene che a dire di no a un lavoro uno impara tardi, e per dire la verità io non ho ancora imparato neanche adesso, e si immagini un po' allora, che ero più giovane, e mi avevano offerto un forfé che io pensavo già di andare due mesi in ferie con la ragazza; e poi lei deve sapere che farmi avanti quando tutti si fanno indietro a me mi è sempre piaciuto, e mi piace ancora, e loro hanno capito bene che tipo ero io. Mi hanno fatto la corte, che un altro montatore come me non lo trovavano, che avevano fiducia, che era un lavoro di responsabilità e tutto. Insomma gli ho detto di sì, ma è perché non mi rendevo conto. Fatto sta che quel progettista, ben che era in gamba, aveva fatto una topica marca leone: l' ho capito dai discorsi che sentivo in giro, e anche dalla sua faccia. Pare che in una colonna come quella gli anelli non ci andassero, né di ceramica né in nessun' altra maniera, perché facevano ostacolo ai vapori; e che l' unica era di metterci al posto dei piatti, dei dischi forati insomma, d' acciaio inossidabile, uno ogni mezzo metro d' altezza, cioè in tutto una cinquantina ... lei allora le conosce, queste colonne a piatti? sì? Ma garantito che non sa come si montano: o forse lo sa, ma non sa che effetto fa a montarle. Del resto è regolare, uno viaggia in auto e a tutto il lavoro che c' è quagliato lì dentro non ci pensa neanche; oppure fa i conti su uno di quei calcolatori che stanno in saccoccia, e prima si meraviglia ma poi fa l' abitudine e gli sembra naturale; del resto, anche a me mi sembra naturale che io decida di alzare questa mano e ecco che la mano si alza, ma appunto è solo per l' abitudine. È ben per questo che io ho caro a raccontare i miei montaggi: è perché tanti non si rendono conto. Ma torniamo ai piatti. Ogni piatto è diviso in due, come due mezze lune che si incastrano una nell' altra: vanno fatti divisi così perché se fossero interi il montaggio sarebbe troppo difficile o magari impossibile. Ogni piatto appoggia su otto mensoline saldate alla parete della colonna, e il mio lavoro era proprio quello di saldare queste mensoline, a cominciare dal basso. Si va su a saldare tutto in giro, finché si arriva all' altezza della spalla: non più su perché sa bene che è faticoso. Allora si monta il primo piatto sul primo cerchio di mensoline, ci si monta sopra con le scarpe di gomma, e come si è più alti di mezzo metro, si salda un altro cerchio di mensoline. L' aiutante cala da sopra altri due mezzi piatti, uno se li monta un pezzo per volta sotto i piedi, e via: un giro di mensoline e un piatto, un giro e un piatto, fino alla cima. Ma la cima era alta trenta metri. Bene, avevo fatto il tracciamento senza nessuna difficoltà, ma dopo che sono stato a due o tre metri da terra ho cominciato a sentirmi strano. Al principio credevo che fossero i vapori dell' elettrodo, ben che ci fosse un bel tiraggio; o magari la maschera, che se uno salda per tante ore di seguito bisogna che gli copra tutta la faccia, se no si scotta e gli vien via tutta la pelle. Ma poi andava sempre peggio, mi sentivo come un peso qui alla bocca della stomaco, e la gola chiusa come quando da bambini si ha voglia di piangere. Più che tutto, mi sentivo la testa andare in giostra: mi tornavano in mente tante cose che avevo dimenticate da un pezzo, quella sorella di mia nonna che si era fatta monaca di clausura, "chi passa questa porta _ non vien più fuori né viva né morta"; e i racconti che si facevano al paese, di quello che l' avevano messo nella bara e sotterrato e poi non era morto e di notte nel camposanto batteva coi pugni per uscire. Mi sembrava anche che quel tubo diventasse sempre più stretto e che mi soffocasse come i topi nella pancia dei serpenti, e guardavo in su e vedevo la cima lontana lontana, da raggiungerla a passetti di mezzo metro per volta, e mi veniva una gran voglia di farmi tirare fuori, ma invece resistevo perché dopo tutti i complimenti che mi avevano fatto non volevo fare una figura. Insomma ci ho messo due giorni, ma non mi sono tirato indietro, e in cima ci sono arrivato. Però devo dirle che dopo di allora, ogni tanto, così all' improvviso, quel senso di topo in trappola mi ritorna: più che tutto negli ascensori. Sul lavoro è difficile che mi capiti, perché dopo di allora i montaggi nel chiuso li lascio fare dagli altri; e mi chiamo contento che nel mio mestiere il più delle volte si sta ai quattro venti, magari si patisce il caldo, il freddo, la pioggia e le vertigini, ma con la clausura non ci sono problemi. Quella colonna non sono più tornato a vederla, neanche dal di fuori, e giro al largo da tutte le colonne, i tubi e i cunicoli; e sui giornali, quando ci sono quelle storie di sequestri, non le leggo neanche. Ecco. È da stupido, e io lo so che è da stupido, ma non sono più stato buono di tornare come prima. A scuola mi avevano insegnato il concavo e il convesso: bene, io sono diventato un montatore convesso, e i lavori concavi non fanno più per me. Ma se non lo dice in giro è meglio".

La chiave a stella 1978