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La chiave a stella 1978

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura

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"Meditato con malizia"

"Eh no: tutto non le posso dire. O che le dico il paese, o che le racconto il fatto: io però, se fossi in lei, sceglierei il fatto, perché è un bel fatto. Lei poi, se proprio lo vuole raccontare, ci lavora sopra, lo rettifica, lo smeriglia, toglie le bavature, gli dà un po' di bombé e tira fuori una storia; e di storie, ben che sono più giovane di lei, me ne sono capitate diverse. Il paese magari lo indovina, così non ci rimette niente; ma se glielo dico io, il paese, finisce che vado nelle grane, perché quelli sono brava gente ma un po' permalosa". Conoscevo Faussone da due o tre sere soltanto. Ci eravamo trovati per caso a mensa, alla mensa per gli stranieri di una fabbrica molto lontana a cui ero stato condotto dal mio mestiere di chimico delle vernici. Eravamo noi due i soli italiani; lui era lì da tre mesi, ma in quelle terre era già stato altre volte, e se la cavava benino con la lingua, in aggiunta alle quattro o cinque che già parlava, scorrettamente ma correntemente. È sui trentacinque anni, alto, secco, quasi calvo, abbronzato, sempre ben rasato. Ha una faccia seria, poco mobile e poco espressiva. Non è un gran raccontatore: è anzi piuttosto monotono, e tende alla diminuzione e all' ellissi come se temesse di apparire esagerato, ma spesso si lascia trascinare, ed allora esagera senza rendersene conto. Ha un vocabolario ridotto, e si esprime spesso attraverso luoghi comuni che forse gli sembrano arguti e nuovi; se chi ascolta non sorride, lui li ripete, come se avesse da fare con un tonto. " ... perché sa, se io faccio questo mestiere di girare per tutti i cantieri, le fabbriche e i porti del mondo, non è mica per caso, è perché ho voluto. Tutti i ragazzi si sognano di andare nella giungla o nei deserti o in Malesia, e me lo sono sognato anch' io; solo che a me i sogni mi piace farli venire veri, se no rimangono come una malattia che uno se la porta appresso per tutta la vita, o come la farlecca di un' operazione, che tutte le volte che viene umido torna a fare male. C' erano due maniere: aspettare di diventare ricco e poi fare il turista, oppure fare il montatore. Io ho fatto il montatore. Si capisce che ce ne sono anche delle altre, di maniere, come chi dicesse fare il contrabbando eccetera, ma non fanno per me, perché a me piace vedere i paesi però sono un tipo regolare. Adesso poi ci ho fatto talmente l' abitudine che se dovessi mettermi tranquillo verrei malato: per conto mio, il mondo è bello perché è vario". Mi ha guardato per un momento, con occhi singolarmente inespressivi, e poi ha ripetuto con pazienza: "Se uno sta a casa sua magari è tranquillo, ma è come succhiare un chiodo. Il mondo è bello perché è vario. Dunque le stavo dicendo che ne ho viste tante e di tutti i colori, ma la storia più gotica mi è successa quest' anno passato, in quel paese che non le posso dire, però le posso dire che è molto lontano da qui e anche da casa nostra, e mentre che qui si patisce il freddo, laggiù invece nove mesi su dodici fa un caldo della forca, e gli altri tre tira vento. Io ero là per lavorare nel porto, ma laggiù non è come da noi: il porto non è dello Stato, è di una famiglia, e la famiglia è del capofamiglia. Io prima di cominciare il mio montaggio ho dovuto andare da lui tutto vestito con la giacca e la cravatta, mangiare, fare conversazione, fumare, senza fretta, pensi un po' , noi che abbiamo sempre le ore contate. Mica per niente, è che costiamo cari, è il nostro vanto. Questo capofamiglia era un tipo mezzo e mezzo, mezzo moderno e mezzo all' antica; aveva una camicia bella bianca, di quelle che non si stirano, però quando entrava in casa si toglieva le scarpe, e me le ha fatte togliere anche a me. Parlava inglese meglio degli inglesi (che del resto ci va poco), ma le donne di casa sua non me le ha fatte vedere. Anche come padrone doveva a essere mezzo e mezzo, una specie di schiavista progressista: pensi che aveva fatto appendere la sua foto incorniciata in tutti gli uffici e perfino nei magazzini, neanche fosse stato Gesù Cristo. Ma tutto il paese è un po' cosi, ci sono gli asini e le telescriventi, ci sono degli aeroporti che Caselle fa fino ridere, ma sovente per arrivare in un posto si fa più presto a cavallo. Ci sono più nàit che panetterie, ma si vede la gente in strada col tracoma. Lei deve sapere che montare una gru è un bel lavoro, e un carro-ponte ancora di più, però non sono mestieri da fare da soli: ci vuole uno che sappia le malizie e che diriga, che saremmo poi noi, e gli aiutanti si trovano sul posto. E qui che cominciano le sorprese. In quel porto che le stavo dicendo, anche la faccenda sindacale è un bel trigo; sa, è un paese dove se uno ruba gli tagliano la mano in piazza: la destra o la sinistra, secondo quanto ha rubato, o magari anche un orecchio, ma con l' anestesia, e con dei chirurghi in gamba che fermano l' emorragia in un momento. Sì, non sono storie, e se uno mette in giro delle calunnie sulle famiglie che contano gli tagliano la lingua e ciau. Bene, con tutto questo hanno delle leghe abbastanza decise, e bisogna fargli i conti insieme: lì tutti gli operai si portano sempre dietro la radiolina, come se fosse un portafortuna, e se la radio dice che c' è sciopero si ferma tutto, non c' è uno che si osi di alzare un dito: del resto, se provasse, c' è caso che si prenda una coltellata, magari non subito ma di lì a due o tre giorni; oppure gli cade una putrella sulla testa, o beve un caffè e resta lì secco. Non mi piacerebbe viverci; però sono contento di esserci stato, perché certe cose uno se non le vede non le crede. Allora, le stavo dicendo che ero laggiù per montare una gru da molo, uno di quei bestioni a braccio retrattile, e un carro-ponte fantastico, 40 metri di luce e un motore di sollevamento da 140 cavalli; cristo che macchina, domani sera bisogna che mi ricordi di farle avere le foto. Quando ho finito di metterla su, e abbiamo fatto il collaudo, e sembrava che camminasse in cielo, liscia come l' olio, mi sentivo come se mi avessero fatto commendatore, e ho pagato da bere a tutti. No, non vino, quella loro porcheria che chiamano cumfàn, sa di muffa, però rinfresca e fa bene; ma andiamo con ordine. Quel montaggio non è stato una cosa semplice; non per la faccenda tecnica, che è andata dritta fin dal primo bullone, no, era una specie di atmosfera che si sentiva, come un' aria pesante, quando sta per venire la tempesta. Gente che parlottava negli angoli, si facevano dei segni e delle smorfie che io non capivo, ogni tanto saltava fuori un giornale murale e tutti si ammucchiavano intorno a leggerlo o a farselo leggere, e io rimanevo solo in cima all' impalcatura come un merlo. Poi la tempesta è venuta. Un giorno ho visto che si chiamavano uno coll' altro, a gesti, a fischi: se ne sono andati via tutti, e allora, dato che da solo non potevo combinare niente, sono sceso anch' io giù per il traliccio, e sono andato a vedere la loro assemblea. Era in un capannone in costruzione: in fondo avevano fatto una specie di palco, con delle travi e delle tavole; sul palco venivano su a parlare, uno dopo l' altro. Io la loro lingua la capisco poco, ma si vedeva che erano arrabbiati, come se gli avessero fatto un torto. A un certo punto è venuto su uno più vecchio, che sembrava un caporione; questo qui sembrava molto sicuro di quello che diceva, parlava calmo, pieno d' autorità, senza gridare come gli altri, e non ne aveva neanche bisogno, perché davanti a lui tutti hanno fatto silenzio. Ha fatto un discorso tranquillo, e tutti sono rimasti persuasi; alla fine ha fatto una domanda, e tutti hanno alzato la mano gridando non so che cosa; quando ha fatto la controprova, di mani non se n' è alzata neanche una. Allora il vecchio ha chiamato un ragazzo che stava in prima fila, e gli ha dato un ordine. Il ragazzo è partito di corsa, è andato al magazzino attrezzi, e è tornato in un momento tenendo in mano una delle foto del padrone e un libro. Vicino a me c' era un collaudatore che era del posto ma sapeva l' inglese; eravamo anche un po' in confidenza, perché i collaudatori conviene sempre tenerseli buoni: ogni santo vuole la sua candela". Faussone aveva appena finito una porzione abbondante d' arrosto, ma ha chiamato la cameriera e se n' è fatta portare una seconda. A me interessava più la sua storia che i suoi proverbi, ma lui ha ripetuto con metodo: "In tutti i paesi del mondo, poco da fare, i santi vogliono le sue candele: io a quel collaudatore gli avevo regalato una canna da pesca, perché i collaudatori bisogna tenerseli buoni. Così lui mi ha spiegato che si trattava di una questione balorda: gli operai, da un pezzo, chiedevano che la cucina del cantiere facesse da mangiare secondo la loro religione; il padrone invece si dava delle arie da modernista, benché poi alla finitiva fosse bigotto di un' altra religione, ma quello è un paese con tante di quelle religioni che c' è da perdersi. Insomma, gli ha fatto sapere dal capo del personale che o si tenevano cara quella mensa così com' era, o niente mensa. C' erano stati due o tre scioperi, e il padrone non aveva fatto neanche una piega perché tanto le commesse erano magre. Allora era venuta fuori la proposta di fargli la fisica, così per rappresaglia". "Come, fargli la fisica?" Faussone mi ha spiegato pazientemente che fare la fisica è come dire fare un malefizio, mandare il malocchio addosso a qualcuno, fargli una fattura: " ... magari neanche per farlo morire: anzi, quella volta lì non volevano sicuro che morisse, perché il suo fratello più piccolo era peggio di lui. Volevano solo fargli prendere una paura, non so, una malattia, un incidente, tanto per fargli cambiare idea, e per fargli vedere che anche loro sapevano farsi le sue ragioni. Allora il vecchio ha preso un coltello, e ha schiodato e staccato la cornice dal ritratto. Sembrava che di quei lavori lì ci avesse una gran pratica; ha aperto il libro, ha messo il dito a occhi chiusi su una pagina, poi gli occhi li ha di nuovo aperti e ha letto nel libro qualche cosa che io non ho capito e il collaudatore neanche. Ha preso la foto, ha fatto un rotolo e l' ha schiacciato bene con le dita. Si è fatto portare un cacciavite, l' ha fatto arroventare su un fornello a spirito, e lo ha infilato nel rotolo schiacciato. Ha spianato la foto e l' ha fatta vedere, e tutti battevano le mani: la foto aveva sei pertugi bruciacchiati, uno sulla fronte, uno vicino all' occhio destro, uno all' angolo della bocca. Gli altri tre erano cascati sullo sfondo, fuori della faccia. Allora il vecchio ha rimesso la foto nella cornice, così com' era, spiegazzata e bucata, e il ragazzino è partito per rimetterla a posto, e tutti sono tornati a lavorare. Bene, a fine aprile il padrone si è ammalato. Non l' hanno detto chiaro, ma la voce è corsa subito, sa come succede. È sembrato grave fin dal principio: no, alla faccia non aveva niente, la storia è strana abbastanza anche solo così. La famiglia voleva metterlo sull' aereo e portarlo in Svizzera, ma non hanno fatto a tempo: aveva qualche cosa nel sangue, in dieci giorni è morto. E pensi che era un tipo robusto, che non era mai stato malato: sempre in giro per il mondo in aereo, e fra un aereo e l' altro sempre dietro alle donne, o a giocare la notte finché spuntava il sole. La famiglia ha denunciato gli operai per omicidio, anzi, per "assassinio meditato con malizia": mi hanno detto che laggiù si dice così. Hanno dei tribunali, può capire, che è meglio non cascargli nelle unghie. Non hanno un codice solo, ne hanno tre, e scelgono uno o l' altro secondo che fa comodo al più forte, o a chi paga di più. La famiglia, dicevo, sosteneva che l' assassinio c' era stato: c' era la volontà di ammazzare, c' erano le azioni per far morire, e c' era stata la morte. L' avvocato della difesa ha risposto che le azioni non erano state quelle giuste, o caso mai erano buone solo a fargli venire qualche guaio alla pelle, non so, un' espulsione o i foruncoli: ha detto che se quella foto l' avessero tagliata in due o l' avessero bruciata con la benzina, allora sì che sarebbe stato grave. Perché pare che vada così, la storia della fattura, da un buco nasce un buco, da un taglio un taglio, e così via: a noi ci fa un po' ridere, ma loro ci credono tutti, anche i giudici, e anche gli avvocati difensori. "Come è finito il processo?" "Lei ha voglia di scherzare: continua ancora, e continuerà chissà fino a quando. In quel paese i processi non finiscono mai. Ma quel collaudatore che dicevo mi ha promesso di tenermi informato, e se crede io terrò informato lei, dal momento che questa storia le interessa". È venuta la cameriera a servire la portentosa razione di formaggio che Faussone aveva ordinata: era sulla quarantina, magrolina e curva, coi capelli lisci unti di chissà cosa, e con una povera faccia da capra spaurita. Ha guardato Faussone con insistenza, e lui ha teso lo sguardo con indifferenza ostentata. Quando se n' è andata, mi ha detto: "Sembra un po' il fante di bastoni, poveretta. Ma cosa vuole: bisogna contentarsi di quello che passa il convento". Ha accennato al formaggio col mento, e mi ha chiesto con scarso entusiasmo se volevo favorire. Lo ha attaccato con avidità, e fra un colpo di ganascia e il successivo ha ripreso: "Sa bene, qui, articolo ragazze, si tirano un po' verdi. Bisogna stare contenti di quello che passa il convento. Voglio dire il cantiere".

La chiave a stella 1978