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MEMORIE DEL PRESBITERIO SCENE DI PROVINCIA

Autore: Praga, Emilio - Editore: F. CASANOVA. LIBRAIO - EDITORE - Anno: 1881 - Categoria: letteratura

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Le vendette del Sindaco non si fecero aspettare a lungo. La domenica dopo ci fu riunione del Consiglio. La seduta era stata annunziata con straordinaria solennità, come un cataclisma. Tutto il villaggio era preso dalla più viva ansietà. La mattina, in chiesa, era facile notare nell'uditorio una preoccupazione profonda. Quando il curato si presentò all'altare tutti gli occhi si appuntarono sul suo viso come per esplorare i suoi segreti pensieri. Poi, durante la messa ed il sermone, continuarono degli strani bisbigli. Anche don Luigi pareva meno calmo dell'altre volte: la sua voce era ineguale, il suo argomentare incerto. Dalla tribuna dell'organo il Sindaco gli saettava delle occhiate d'odio inesprimibile. Il buon prete non guardava mai da quella parte, ma lo sentiva e se ne turbava sovente. Fra quei due uomini si combatteva un formidabile duello: e pur troppo il Sindaco aveva il sopravvento. Il dire che la bontà soggioga l'animo malvagio mi è sempre parso un luogo comune inventato dall'ottimismo. Nella realtà prevale il malvagio; l'uomo che non ha scrupoli è, alla pari, infinitamente più forte dell'uomo dabbene. Finita la spiegazione del vangelo, il curato scese dal pulpito e attraversò la chiesa per rientrare in sacrestia. La folla si divise riverente innanzi a lui e sorpresi in tutti quei volti un'espressione di timida, di dolorosa premura, un rammarico sincero di non poterlo proteggere contro le prepotenze di cui era minacciato. Il Consiglio doveva, secondo l'uso, raccogliersi subito dopo il servizio religioso. Fui spinto dalla curiosità a seguire la folla che scendeva per la via maestra. Sulla piazzetta vidi parecchi crocchi di montanari che discorrevano a bassa voce. In fondo, un edifizio a un solo piano, come gli altri, ma più vasto, costrutto di pietre irregolari: in mezzo alla facciata, un pezzo, largo un braccio quadrato, intonacato di calce su cui una filza di lettere nere di forme bislacche, ineguali, riottose al forzato allineamento diceva: Casa Comunale. Sovr'esse un quadretto di legno, appeso per un solo angolo, penzolava obliquamente: l'insegna dello Stato, l'onesta croce di Savoia, la quale, quasi vergognosa di coonestare le sciocchezze e le bricconate che da tanti anni si consumavano là dentro, pareva volesse lasciarsi andar giù dallo sconforto. Fermo sul limitare della porta coll'aria corrucciata di un pedagogo o di un aguzzino aspettava il Sindaco i suoi Consiglieri. Di quando in quando qualche vecchietto dai calzoni corti allacciati al ginocchio sovra le calze turchine, si staccava dai gruppi, attraversava lentamente la piazza, ed entrava con una visibile ripugnanza nella casa comunale tirando una grande scappellata alla prima autorità del paese, che non degnava rispondere. Ne contai una diecina. Seguì un certo intervallo. L'inserviente, come fido scudiere, pendeva dai cenni del suo padrone. Il signor De Boni battendo il piede con impazienza, gli disse imperioso: - Orsù va a sollecitare que' poltroni. E il cursore a galoppare in cerca dei ritardatori. Il sindaco aspettava sempre. Contemplavo da più d'un quarto d'ora quello spettacolo, novo per me, di rustico assolutismo e ne traevo delle considerazioni poco benigne per l'indipendenza e la dignità della razza umana. quando una mano sottile s'insinuò sotto il mio braccio. Era lo speziale che mi sussurrò nell'orecchio: - Venite con me vi apposterò in un luogo donde potrete intendere la discussione. Mentre mi disponevo a seguirlo, lo scalpitio acuto di una cavalcatura si fe' sentire sui ciottoli della strada. Comparve un coso allampanato, le cui gambe lunghissime penzolavano ai fianchi del magro ronzino quasi fino a terra. Era vestito con una certa pretesa cittadina mediocremente giustificata, ed aveva le tasche infarcite di cartaccie. - È il segretario, mi disse il Bazzetta, un notaio di Zugliano; egli serve simultaneamente cinque comuni: un morto di fame che ci mangia duecento lire all'anno per metterci sossopra gli archivi municipali. Venite. Mi trasse per un sudicio chiassolo in un sito dietro la casa del comune e quivi mi lasciò. Erano poche tese di terra sul ciglio dell'altura. La valle si sprofondava quasi a perpendicolo sotto i miei piedi. Sedetti sull'erba fitta e bassa. Il sole schietto rivestiva le montagne nevose in fondo, riempiva l'orizzonte di sbarbaglio e di luccicori. Il torrente, striscia di argento fuso, solcava la valle. Il cielo profondo, limpido, aveva le trasparenze del vuoto sterminato. Incombeva sul paesaggio l'alta pace, il silenzio meridiano. Quante grandezze innanzi a me! quanta miseria dietro le mie spalle in quella piccola topaia umana! ... Io non conosco spettacolo più imponente di un mare tranquillo, di un paesaggio sereno; la tempesta, l'uragano sono, se si vuole, più vivaci, come il dramma, ma la calma è l'inno d'un euritmia eterna. In esse comprendo la venerazione delle antiche fedi per la natura: vi è nella natura mesta, immobile qualcosa di più augusto, di più solenne che non nel multiforme, convulsivo agitarsi delle plebi umane; in questo tutto è contingente, relativo; la loro potenza è un attimo, la bellezza una larva, il genio una scintilla; - l'attimo passa, la larva scompare, la scintilla si spegne, - rimane l'immutabile. L'imperituro, l'eterno, rimane il cielo, rimane il monte. Quando le religioni cadono, il panteismo le raccoglie nel suo seno. Povero ed onesto campanile di Sulzena, col tuo gracile pinacolo roso dal tempo e dalle parietarie, coi tuoi nidi di colombi, coi tuoi squilli modesti non mi parevi in quel momento che un punto d'interrogazione lanciato nell'infinito, una domanda rivolta all'ignoto che non risponde. La seduta era incominciata: un affannoso borbottio da formole legali veniva dalle finestre aperte della sala comunale a interrompere le mie riflessioni. Quanto sperpero di preamboli, quanto apparato di autorità, di visti, di attesochè, di considerando, di ritenuti, per uccidere la piccola gioia d'un uomo, per giustificare una piccola prepotenza e carpire il dominio di due palmi di terra infeconda! Il segretario era asmatico, e, son sicuro, anche sdentato. La sua voce usciva a sibili ineguali e si raggomitolava in brontolii gutturali. E dicono che la voce dell'uomo è il linguaggio dell'universo! Sarà, - in ogni caso non quella del segretario comunale di Sulzena. Mentre si leggevano i documenti venuti dall'Intendenza, l'impazienza del Sindaco si tradiva con certi mugghi sinistri: si capiva che il messere si annoiava e avrebbe voluto andare per le vie più spedite. Scommetto che egli imprecava in cuor suo alla Costituzione, la quale aveva l'impertinenza di imporre tanto formulario al suo volere. Tutt'ad un tratto egli interruppe il segretario. - Basta, basta, sappiamo tutti di che si tratta: io vi ho detto chiaramente che quel terreno appartiene al Comune, a noi: che i nostri vecchi hanno avuto la dabbenaggine di lasciarsene spossessare dal prete: quella gente là pensava colla suola delle scarpe: trovava naturalissimo che la chierica facesse il suo prò del bene di tutti, non sapeva respirare se l'aria non era benedetta. L'uomo inutile, il solo che non lavora e non guadagna, era allora il solo necessario: egli aveva i terreni migliori, gli armenti più pingui, le donne più belle .... Povero Don Luigi, - egli un uomo inutile! - egli la vera, l'unica previdenza di quel piccolo mondo, il solo consolatore, il solo conforto di quelle ignorate sofferenze! Il sindaco proseguì: - Tutto è cambiato adesso; noi abbiamo aperto gli occhi e sappiamo far di conto; i paternoster e i deprofundis non bisogna pagarli più di quel che valgono. Io rappresento il Re, io vi amministro e voi non mi date stipendio. Il prete rappresenta Dio che ha detto: il mio regno non è di questo mondo: con qual diritto il prete usurpa i terreni che non coltiva? Verrà tempo che gli daremo cento lire all'anno come all'inserviente ..... - E i poveri? domandò una voce fioca e tremula. - I poveri, ribattè il sindaco stizzoso, i poveri ... lavorino; vi dico che cento lire basteranno e saranno d'avanzo per farci battezzare e sotterrare. Intanto, sinchè non si fa la legge buona, cominciamo a levare gli abusi. Questo che abbiamo per le mani è uno. Noi abbiamo deciso di fare la strada al Fontanile per la Carbonaia: avete inteso che l'Intendente ha approvato il deliberato. So bene che c'è stato qualche semplicione a cui la volpe nera ha saputo inspirare degli scrupoli. Essi hanno protestato. Perchè hanno protestato? Ma! Hanno saputo addurre una sola ragione? Ah che! fandonie, scrupoli di mia nonna; c'è voluto un bel coraggio per mandare quegli spropositi a Zugliano. un bel coraggio! E cosa ci hanno ricavato? un bel fiasco fesso. Chissà cosa credevano di fare scrivendo all'Intendente. L'Intendente non ha nemmeno voluto occuparsene. Avete visto, ha mandato il ricorso a noi, perchè noi lo mettiamo nella carta straccia. Gli è ciò che faremo subito. Segretario, scrivete che il Consiglio «in odio ai reclamanti delibera» che? L'ultimo monosillabo del signor De Boni era motivato da una osservazione del segretario. Intesi la sua voce, divenuta dolcereccia e untuosa a dire: - Che il sor sindaco mi compatisca; ma la espressione non s'usa ..... - E cosa si ha da mettere? - Si scrive «reiette tutte le opposizioni, eccezioni, e deduzioni in contrario delibera ecc ... ecc ... » E s'affrettò a soggiungere: - È poi in sostanza la stessa cosa. - Uff! sclamò il sindaco, mettete un po' quel che diavolo volete; l'uno o l'altro sgorbio per me è lo stesso, - fate il vostro mestiere. Noi dicevamo: delibera di mantenere in tutto e per tutto il suo primo deliberato e abilita la Giunta di andare al possesso del terreno detto la Carbonaia e di ridurlo allo scopo ... allo scopo ... in conclusione allo scopo che abbiamo detto ... - Sopra descritto, suggerì il segretario. - Bene, avete finito? date qui che firmo subito. A questo punto vi fu una nuova interruzione. Intesi un mormorio confuso, poi, dopo una pausa, il sindaco a domandare aspramente: - Che c'è di nuovo? Qualcuno ci trova a ridire? La voce che aveva parlato per la prima ancora più tremula e più fioca rispose: - Ma, con buona licenza del sor sindaco, se mi si desse retta a me ... - Fuori, fuori queste ragioni, avete delle altre opposizioni da mettere insieme alle prime? Parlate chiaro. - Mi perdoni il sor sindaco, ce n'ho ... almeno mi pare che siccome la stagione è avanzata e per la strada del Fontanile adesso non ci sono fondi in bilancio, si potrebbe anche aspettare a dare un disgusto al sor curato ... - È lui che vi manda? - Io dico il mio parere. - Già già ... ma lo sappiamo; vi conosciamo da un pezzo, - e credete che c'importi molto il vostro parere? Il segretario entrò in mezzo con una proposta insidiosa. - Se Leonardo ha delle opposizioni da fare le formuli, io le scrivo ... - Sicuro le formuli, senza indugio, che noi non siamo qui per suo comodo, le formuli, - ripetè in tuono sardonico il Sindaco. - Io non me n'intendo ... - Eppure bisogna intendersene, aggiunse il segretario. - Andiamo andiamo, date qua, che firmi, replicò il Sindaco ... egli non ha che delle minchionerie ... - È una prepotenza, sclamò Leonardo. - Come? badiamo ve' alle parole, gridò il sindaco. - Oh la verità innanzi a tutto, disse più forte il coraggioso consigliere; sono vecchio e non ho più paura di nulla, - e vi dico che sono prepotenze. Io so che il paese ha molte obbligazioni a Don Luigi che ci ha sempre fatto del bene a tutti ... Mentre il sindaco parlava io avevo a stento frenato la voglia di dargli sulla voce. La protesta di Leonardo aveva suscitato tutte le mie simpatie, - Io avevo seguito le sue parole con tutto il cuore. A questo punto non potei contenermi e gridai forte: - Bravo, così va detto. Figuratevi l'effetto di questa audacia inaudita. Seguì un cupo brontolio. Poi il sindaco si affacciò alla finestra. Era livido di collera. - Che intende dire lei? mi domandò. - Che Leonardo ha ragione, risposi ridendo. Il sindaco mi diè un'occhiata furiosa. Ma tacque. Il che dimostra che nonostante la sua riputazione di brutalità egli sapeva all'uopo anche essere prudente. Si ritirò e l'adunanza si sciolse. Il signor Bazzetta venne a riprendermi e mi chiese celiando per qual ghiribizzo avevo voluto contraddire il sindaco. Egli non sembrava malcontento della scenetta e mostrò un ingenuo rammarico che non avesse avuto altro seguito. Però si compiacque di avvertirmi con quel suo favorito fare misterioso di guardarmi dalla collera del signor De Boni. Visto che non riusciva per tal guisa al desiderato intento di impaurirmi mutò discorso e soggiunse: - Vedete che Don Luigi fa male ad incaponirsi a quel modo: abbia torto o ragione, la maggioranza non è per lui. Avete inteso, benedetto uomo, una perla d'uomo, lo ammetto; sono il primo a riconoscerlo, - ma caparbio, caparbio, - e per un uomo di chiesa non è conveniente. Non mi sentivo in vena di discutere e non volevo d'altra parte sentir maldicenze sul conto del mio ospite. Perciò mi sbrigai del molesto compagno senza troppe cerimonie e me ne tornai al Presbiterio dove, per colpa della mia distrazione, il riso s'era fatto lungo. Dacchè egli entrò in casa del curato, Aminta ed io divenimmo compagni inseparabili. I nostri due caratteri erano l'antitesi l'uno dell'altro: per questo andammo subito d'accordo. Egli trovava in me quello slancio e quell'arditezza che è l'inarrivabile ideale di tutte le indoli eccessivamente timide. Io mi acconciavo perfettamente del suo naturale buono, malleabile, della sua mente docile a tutte le mie fantasie. In tutte le amicizie vere e durature c'è sempre una volontà da una parte e una condiscendenza dall'altra. Non fo per dire, anzi lo ricordo ad onore dell'affetto di Aminta, la volontà che prevaleva era la mia. Don Luigi s'era accorto dell'influenza che io esercitava sopra il giovanotto. e, fin dai primi giorni, dandomi mezzo per celia, e mezzo sul serio, il vanto di un conquistatore di simpatie, aggiunse: - Voi potete renderci un grande servizio. Aminta è in età da dover scegliere definitivamente il suo sentiero per tutta la vita. Ora io temo la sua eccessiva arrendevolezza. Non vorrei che la riverenza o l'affezione che quel buon ragazzo mi porta, reprimesse, in cosa di tanta importanza, le vere inclinazioni del suo spirito, che egli mi facesse l'inutile e deplorevole sagrificio di tutta la sua esistenza. Credete voi che Aminta abbracci volentieri la carriera ecclesiastica? Risposi schietto: - Non credo. Don Luigi non solo non mostrò rammarico; ma parve invece rasserenarsi. - Ma, poverino, nessuno qui vuol fargli violenza, sclamò con una adorabile tenerezza. - Scandagliatelo voi per bene, disse poi, senza ch'egli s'avveda e sospetti che voi lo facciate per mio suggerimento. So che siete buon osservatore. E se scoprite la menoma ripugnanza a proseguire nella carriera, intrapresa per volontà altrui, rassicuratelo pure, rincuoratelo a manifestarmi i suoi desiderii, - e se ci sarà possibile, farò di tutto per contentarli. - Non vi faccia stupore il sentirmi così poco zelante nel procacciare proseliti alla chiesa militante. Nelle circostanze presenti io credo ch'essa abbia d'uopo piuttosto di soldati volonterosi che di un esercito sterminato. I tiepidi sono nella battaglia inciampo agli altri. Accettai l'incarico e mi posi senz'altro all'opera. Dal suo canto Aminta mi facilitò il compito con la sua piena confidenza, e col suo candore ammirabile. Egli mordette meravigliosamente a tutte le seduzioni che io, Satana tentatore, dal Tabor della mia fantasia, seppi fargli balenare innanzi alla mente abbagliata. Egli trovò che tutte le gioie della vita erano una ad una preferibili all'alto onore di divenire ministro di Dio. E non era solo vaghezza giovanile la sua, fascino improvviso e momentaneo. No; c'era in fondo in fondo al suo carattere qualcosa di irregolare, di esuberante che si può talvolta frenare, non mai sopprimere. Sorpresi sotto l'epidermide della sua timidezza quel germe fatale di malinconia da cui sbocciano le passioni violente. E non già ch'egli fosse corrotto: tutt'altro; non oso dire ch'egli fosse innocente se innocente è sinonimo d'ignoranza; - ma era certamente virtuoso. In altri termini egli lasciava il freno sul collo alla immaginazione, ma stringeva con un morso di ferro le proprie azioni. Era poi estremamente scrupoloso ... A dieciotto anni egli serbava fede alla corta morale insegnatagli da Mansueta, povera sempliciona, indole tranquilla che era passata dall'infanzia alla vecchiaia senza fermarsi un istante nella giovinezza. Io lo condussi mano mano a raccontarmi tutte le sue battaglie, tutte le discipline con cui da parecchi anni puntellava la sua continenza. Destinato all'altare, egli sentiva l'obbligo d'esserne degno a qualunque costo. - Non capiva che ci potesse essere dei sacerdoti dissoluti. E non aveva mai pensato nello scabroso adempimento dei suoi doveri a una cosa molto più facile, - quella di emanciparsene. Fui io a fargli intravedere questa possibilità. La sua gioventù vi si abbrancò subito tenacemente. Mi ricordo di quando affrontai con lui il dilicato argomento dell'amore. Tremava dalla commozione. Per Aminta non esistevano donne, - ma bensì la donna, un essere collettivo, universale come il sole. Un sensualismo elevato a misticismo, per cui, negli anni della nostra adolescenza, tutti siamo passati e da cui la conoscenza della vita reale ci è venuto a levare. Ma Aminta non s'era mai trovato vicino a donne. Io lo avevo sorpreso colle confessioni di Rousseau, il più pericoloso ed il più corrotto dei moralisti: ma era allora tutt'altro che sicuro di ciò che leggeva in quel libro. Non poteva persuadersi che non fosse favola. E anche in questo sono stato io il primo ad illuminarlo. In breve dovetti accorgermi che invece di scandagliarlo l'avevo, come direbbe una bacchettona, pervertito. Un giorno feci la prova di dirgli; - Quando si torna in seminario? Aveste visto il suo sgomento! Come diventò smorto! Si strinse al mio braccio e mormorò: - O Emilio, che cosa terribile rientrare in quel carcere! Stetti qualche minuto ad osservarlo, poi gli dissi: - Non vuoi andarci più? vuoi che io ne parli a don Luigi? Mi saltò al collo e mi baciò con tanta effusione di riconoscenza che mi commosse fino in fondo alle viscere. - Credi che consentirà? mi domandò rannuvolandosi di nuovo. - Lo spero, risposi, per lasciare al buon curato intero il merito di dargli la grande novella. - Quando ne parlerai? - Oggi stesso .... - No, oggi no: domani, ma che non ci sia io. Promisi di contentarlo. Ma quella stessa sera riferii al curato il tenore di quel nostro colloquio. Il buon prete mi strinse con effusione la mano e mi ringraziò così vivamente del servizio resogli che a dir il vero ne arrossivo un poco. Mi pareva disdicevole che il Signore ringraziasse Mefistofele d'avergli sedotto il suo Fausto. Ma come, ripensandoci poi, dovetti ammirare la profonda rettitudine, l'alta carità di quell'animo superiore! Era una mente troppo vasta per capire nello strettoio del fanatismo; egli vedeva le cose dall'alto e da lontano. Per lui la fede e l'abnegazione non era passiva obbedienza, - ma elezione volontaria: e tale la voleva negli altri. Aveva una frase sua per condannare le professioni forzate. Diceva: - l'olio di mallo va tutto in fumo. Egli aggiunse quella sera queste confidenti parole: - Io ho scelto volentieri questo mio stato: era il solo che si confacesse al mio carattere; l'ho abbracciato con trasporto come una tavola di salvezza per il mio spirito saturo del mondo .... Eppure .... quanti errori non ho commessi! ... Era la seconda volta che mi parlava di sè e sempre per accusarsi! - Noi abbiamo forse evitato molte disgrazie, mi disse poi. Noi si faceva questi discorsi passeggiando sotto il pergolato in attesa della cena. In uno dei tanti giri che facemmo, svoltando rapidamente levai a caso lo sguardo ad un finestrello mezzo nascosto nel fogliame di un melo tirato a spalliera: e mi parve di scorgervi una figura che si ritraesse frettolosa nell'ombra. Quel finestrello illuminava un corridoio che dalla sacrestia metteva all'appartamento di don Sebastiano. Mi venne il sospetto che il cupo vicecurato ci stesse ascoltando. E lo dissi a don Luigi. Si rabbuiò un momento; poi, data una crollatina di spalle: - Non monta, sclamò; in fin dei conti non facciamo nulla di male. Ciò era vero; ma i suoi sentimenti elevati, purissimi potevano essergli imputati a colpa da animi piccini. E, in ogni caso, egli si fidava troppo. Ci era là chi poteva dargli di grandi molestie, come si vedrà in seguito. Don Luigi era tanto contento quella sera, che non si diè pensiero di questo piccolo incidente e continuò il discorso. Mi scordai di riferirgli la promessa data ad Aminta. Però egli mi tradì subito involontariamente. Non sì tosto, rientrando in casa, ci imbattemmo nel giovinetto, gli corse incontro, lo prese sottobraccio e avviandosi verso lo studio, gli spiattellò senz'altro quanto sapeva sul conto suo, e si affrettò a rassicurarlo dichiarando che, essendosi incaricato del suo avvenire, non solo non intendeva fargli violenza, ma sentiva l'obbligo di aiutarlo a cercare una carriera che fosse interamente di suo genio. Infine Aminta mi fu riconoscente di avere precipitata questa spiegazione tanto temuta e così insperatamente gradevole. Dapprincipio il poveretto non osava quasi credere alle proprie orecchie: poi rimaneva interdetto: provava una terribile soggezione del suo successo. Passammo una gioconda, una deliziosa serata. Si fecero i più lieti pronostici e i più vari disegni per l'avvenire di Aminta. Anche Mansueta fu chiamata a intervenire nella conversazione. Ella, a dir il vero, ci teneva moltissimo alla ordinazione del nipote. La povera vecchierella non conosceva nel mondo nulla di più augusto che il rocchetto sacerdotale. Per lei i gradi ecclesiastici erano le anella di una catena che legava il mondo al paradiso e doveva finire in mano a Dio addirittura, Ma l'autorevole parere di don Luigi bastava a dissipare tutti i suoi scrupoli. Alla fine si risolvette che non si risolverebbe nulla prima di sentire anche il dottor De Emma. Chiarite così le cose, la vita al Presbiterio si fece più intima e confidente. Io, come intermediario, partecipavo alla gioia comune. V'era però una nube in tanta serenità, una nube minacciosa di arcane tempeste: il contegno di don Sebastiano. Era divenuto più molesto che mai nella nostra piccola comunione d'anime. Diveniva ogni dì più arcigno ed asciutto. Io che solo avevo il diritto di infischiarmene, gli avevo posto nome don Incubo, - ma m'inquietavo pei miei amici. Il vicecurato con don Luigi e con me non parlava mai neppure indirettamente di Aminta. Però era certo ch'egli era informato di ciò che succedeva. Mansueta ci aveva riferite alcune buie parole dette da colui riguardo al nipote, dalle quali si arguiva ch'egli disapprovava vivamente il progettato mutamento. Ma non badavamo troppo a lui. Uno di quei giorni venne il dottor De Emma, espressamente invitato da don Luigi, e si tenne al Presbiterio una specie di consiglio di famiglia al quale presi parte con voto consultivo. Il dottore si mostrò più impensierito che non avrei supposto della guerra dichiarata al sindaco per causa di Aminta. Fui non poco sorpreso allora delle sue visibili apprensioni, la cui causa rimaneva per me un mistero. Non potevo persuadermi che un uomo di posizione e di carattere tanto superiore e tanto indipendente si desse fastidio della malignità di un sindaco montanaro. Nè questa fu la sola stranezza che venne in quel colloquio ad eccitare la mia curiosità. Il signor De Emma non biasimò tuttavia l'appoggio dato ad Aminta e anzi riconobbe la necessità imprescindibile oramai di provvedere alla sua sorte e diede tutta la sua approvazione al progetto di fargli mutar professione. Per questo la sua scienza materialista si trovò mirabilmente d'accordo con la carità evangelica del buon prete. Ma quando si venne ad avvisare i nuovi disegni di educazione, le sue perplessità rinacquero. Don Luigi accennò ai pericoli a cui il giovinetto sarebbesi trovato esposto nella nuova sua condizione e si mostrò desioso di mettere la propria responsabilità al coperto di qualsiasi probabile insuccesso. - Se col desiderio di giovargli non riuscissimo che a fargli il male, disse, sarebbe imperdonabile. Se potessi seguirlo, proteggerlo, io son certo che il mio affetto supplirebbe alla esperienza che mi manca, ma cosa posso fare io di qua! .... E si interruppe coll'esitanza di chi vuol essere capito a mezze parole. Il signor di Emma tentennò più volte il capo poi, dopo una pausa discretamente lunga: - Mio caro, vi parlerò francamente. Vi assicuro che sarei felicissimo di far io da guida ad Aminta nei suoi primi passi nel mondo; ma non posso direttamente interessarmi per lui senza mettere di nuovo a repentaglio la pace della mia casa. Quella donna benedetta si torturerebbe con chissà quali supposizioni .... - Avete ragione, mormorò il curato chinando la testa. Non si toccò più il tasto delicato. Non riuscii a decifrare il senso di quelle parole; solo mi parve d'intendere che «quella donna benedetta» fosse la signora De Emma. Ma qual era la causa delle sue diffidenze rispetto ad Aminta? Qui stava il nodo della quistione. Alcuni giorni dopo credetti, per una fortuita circostanza, di essere sulla via di risolverla. La bella stagione è breve a Sulzena: sono poco più di tre mesi, dal primo fieno, in giugno, alla bacchiatura delle noci in settembre. Questo è l'ultimo raccolto e precede solo di poco il ritorno delle mandre dall'alpe. Alcuni giorni dopo scende da tutti i sentieri della montagna un malinconico concerto di squilli: si direbbe che si suoni a stormo contro il gran nemico, l'inverno. Poi succede un vasto silenzio; il gorgoglìo del torrente si fa più cupo, più roco: le vette vicine si mettono il cappuccio grigio: - e vien giù un'acqueruggiola diacciata che spicca dagli alberi l'ultime foglie, gli ultimi boccioli dischiusi alla fallace lusinga di un estremo sorriso di sole estivo. Qualche turchiniccia falda di fumo che si solleva quetamente è il solo segnale di vita che resti in quel morto paesaggio. Il mio ospite non aveva voluto consentire ch'io partissi e, veramente, era riuscito a trattenermi senza troppa fatica. Desideravo tanto di conoscere la vita montagnola nell'inverno: non potevo augurarmi occasione migliore di soddisfare il mio capriccio. Poi ci avevo preso gusto a tutto quello strano viluppo di casi in cui mi ero imbattuto. Mi pareva di partecipare a uno di quei fantastici romanzi tedeschi sul fare del Wilhelm Meister, dove i più gravi avvenimenti si succedono e si accumulano sotto le apparenze di una quiete profonda. E lasciavo che giorno per giorno si accumulassero nella mia mente queste memorie con una delizia che dispero di trasfondere nell'animo dell'amico lettore (seppure ho dei lettori ). Ohimè i sentimenti che allora provavo così intensi, stesi sulla carta si mutano in vecchio e gelido convenzionalismo! Gli è che in molte cose si sente tutti ad un modo. Il cattivo tempo mi aveva costretto ad interrompere i miei studi dal vero. Passavo le ore a discorrere con quei di casa oppure nella mia stanza, davanti alla finestra a guardare giù distrattamente in fondo alla valle dove, talvolta squarciandosi la densa cortina di vapori che chiudeva l'orizzonte, vedevo le campagne lontane dipinte a mille colori dal raggio del sole autunnale. Finalmente s'era deciso che Aminta sarebbe entrato al liceo e don Luigi aveva pensato di collocarlo presso un professore di Novara suo conoscente, perchè lo preparasse all'esame di ammessione. Il tempo stringeva; e dovetti, con vivo rammarico, separarmi dal mio novello amico. Il curato lo condusse egli stesso al suo posto. Partirono una mattina verso la metà di settembre. Io, schivo di prolungare la tortura delle separazioni, preferii salutarlo e rimanere a Sulzena. Piovve tutto quel giorno. Per ingannare il tempo mi diedi a frugare nello studio e sfogliare gli antichi registri della parrocchia. Le generazioni di Sulzena sfilarono davanti a me: - poche stirpi che si riproducono e moltiplicano attraverso i secoli sullo stesso ceppo come gli abeti delle loro montagne. Sempre gli stessi cognomi coi nomi di battesimo che si ripetono alternati da nonno a nipote, per cui si direbbe che lo stesso uomo riapparisca a intervalli. Alcuno scompare per sempre, non si sa se spento o emigrato, - tal altro riappare dopo un lungo tratto - come lo Strona. Che misterioso fascino ho provato a ripassare quelle genealogie d'ignoti! Passai molte ore in questa singolare rivista. Un accidente venne a distrarmene. Levando uno dei volumi, ne avevo smosso una fila nella scanzia, che, ad un tratto rovinò a terra. Nel chinarmi a raccoglierli, vidi che era caduta coi libri anche una scatola di latta e giaceva a terra scoperchiata e capovolta. Conteneva dei ricordi: una fettuccia tricolore, una palla di fucile, un mazzolino di fiori appassiti, un piccolo volumetto di Tacito, stampato a Parigi nel 1665, logoro e spiegazzato agli angoli, - e finalmente un piccolo astuccio di velluto turchino sbiadito. La coscienza mi avvertì che stavo per commettere un abuso di confidenza e il mio primo pensiero fu di raccogliere quelle reliquie e di rinchiuderle senza guardarle. Ma fidatevi degli artisti: essi sono avvezzi a coonestare, col pretesto di studiare il mondo, le più indiscrete curiosità. Non potei resistere alla tentazione. Apersi l'astuccio, e, immaginatevi la mia sorpresa, ci trovai il ritratto in miniatura di una ballerina nel suo costume di teatro. Era una figura di singolare bellezza; un visino diciottenne, delicato, pallido, assottigliato dal dolore o dalle infermità, un'aria di bontà capricciosa, una soave fierezza di fanciulla viziata. Una corona di rose bianche le cingeva il capo da cui scendevano lunghi riccioloni di capelli biondi: altre rose le inghirlandavano la vita sottile e ornavano il gonnellino azzurro. Ella rassomigliava a qualcuno che io conosceva: ma non sapevo a chi. Ero tanto assorto cogli occhi sul ritratto, a frugare nella mia memoria per evocare al confronto tutte le fisonomie femminili che avevo prima vedute, - che non mi accorsi della presenza di Mansueta, se non quando la sentii esclamare: - Oh il ritratto di Rosilde che credevo avere perduto! Dove l'aveva cacciato? Rosilde, la madre di Aminta! Diffatti ella aveva i suoi lineamenti. - Vostra sorella era ballerina! domandai. - N'è vero che disgrazia? sclamò la buona donna tentennando dolorosamente la testa. E soggiunse: - La poveretta non ce n'ebbe colpa: ma ha pur fatto una dura penitenza. Si capiva dall'intonazione delle sue parole che ella voleva un gran bene alla sorella e che sentiva il bisogno di scagionarla di una cosa che a lei montanara e devota doveva parere una enormità: essere ballerina! Ho notato che l'avversione per la gente da palcoscenico è maggiore nelle classi inferiori che non sia nelle superiori. Un artista di teatro può lusingarsi di essere ricevuto a Corte, non sarà mai rispettato nella casupola di un campagnolo. - Non credo, continuò Mansueta, che Rosilde fosse contenta di quel suo stato; l'aveva scelto a fine di bene ... ma pur troppo, farina del diavolo va tutta in crusca. - Com'è andata? domandai. La donna era per lo meno tanto desiderosa di farmi le sue confidenze quanto io di ascoltarle.

MEMORIE DEL PRESBITERIO SCENE DI PROVINCIA