Pop art
Autore: Boatto, Alberto - Editore: Laterza - Anno: 1998 - Categoria: critica d'arte
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Premessa
La Pop Art, non meno del Neo-Dada, fa ormai parte del corpo vivo dell’arte del XX secolo, come ne fanno parte l’Espressionismo, il Cubismo, la Metafisica, il Futurismo, Dada, il Surrealismo e l’Arte Astratta, con tutte le limitazioni e anche gli equivoci che queste definizioni, i cosiddetti ismi, possono introdurre. Come nessun altro artista del moderno, compresi i futuristi e i dadaisti, l’artista pop si è lasciato coinvolgere volutamente dall’universo metropolitano dominato dai prodotti fabbricati in serie e dai mezzi di comunicazione di massa. A partire dal fervore creativo a cavallo degli anni Sessanta. Poi nell’arte, ma non solo in essa, ma pure nella cultura, nell’ideologia e nella politica, si è verificata un’impetuosa deviazione. Attorno all’anno 1968. L’arte metropolitana e la sua cultura hanno conosciuto come un’eclisse, una violenta contestazione che partiva sia dal suo interno, dal cuore della città medesima, sia dalla sua periferia geografica, da quelle frange marginali che erano riuscite ancora a sottrarsi alla pressione dispotica di un mondo metropolitano che non tollera né concorrenze né autonomie. Non per nulla è nel 1968 che la Pop Art manifesta le ultime battute della sua spinta creativa; cessando di rappresentare un centro propulsivo, sfrangiato ma in sostanza omogeneo, essa si risolve nell’ininterrotta evoluzione dei singoli artisti.
Se da alcuni decenni la metropoli è New York, che è diventata la capitale dell’impero occidentale, sulla fine degli anni Sessanta l’insurrezione della periferia — reale o metaforica — nei suoi confronti si configura anche come un’insurrezione politica. Ma nella sua impazienza e nella sua assolutezza questa rivolta si dimostra inquadrabile meno negli schemi ideologici della tradizione, siano essi il radicalismo americano o il marxismo europeo, e maggiormente inquadrabile invece negli schemi dell’avanguardia. La contestazione
giovanile appare sempre più come un episodio clamoroso, proprio per la sua estensione, all’interno di quel movimento complesso e totalizzante che è l’avanguardia; un episodio estremo tanto da segnare la sua fine, la fine dell’avanguardia medesima.
Proprio quell’avanguardia che non ha mai inteso chiudersi nel cerchio autonomo, splendido ma irrespirabile dell’arte, ma che si è proposta sempre di trasformarsi in una pratica di vita, crede di cogliere nel disordine del 1968 un’occasione favorevole per realizzarsi, per passare nella realtà e trasformarla completamente. Così, volendosi realizzare, l’avanguardia si riattualizza dando nuovo vigore a quei linguaggi radicali che sempre le erano appartenuti, quali il gesto e il comportamento; identificando la politica con l’esercizio dell’eversione e dell’insurrezione, si fa dunque politica. Non tanto progetto quanto investimento di desideri, utopia, immaginazione al potere, trasfigurazione del mondo, ecco gli obiettivi o i semplici slogan. Tuttavia il dato di fatto, il secco risultato parla di sconfitta. E questa sconfitta ha il potere di trascinare con sé anche l’avanguardia. E la prova politica, la verifica concreta dell’impossibilità di una sua realizzazione, che ha messo in scacco definitivo l’avanguardia ponendo termine alla sua storia. Dunque, concetti così intimamente legati al suo percorso, dove spiccavano i termini negativi di «anti», come antiarte, antipittura, antivalore, la stessa prevalenza del momento estetico compromesso con la vita — su quello artistico — rivolto invece alla compiutezza dell’opera — non costituivano solo delle parole d’ordine, ma dei programmi in attesa di una loro concreta traduzione.
Anche la Pop Art, come il suo precedente immediato, il Neo-Dada, rientrano nell’avanguardia, ma in un episodio che oggi sappiamo ultimo, quello che è stato definito alquanto impropriamente la seconda avanguardia o la neo-avanguardia, rispetto all’avanguardia storica dei primi tre decenni del nostro secolo. Quella del Neo-Dada e della Pop Art non è affatto un’avanguardia surriscaldata e radicale ma è piuttosto fredda, da pensiero conservato in frigidaire. Intanto è un’avanguardia ultima e possiede di ogni ripresa i caratteri ripetitivi e consapevoli. Nell’oscillazione pendolare in cui si è mossa l’intera avanguardia, fra i poli del patetico e del cinico, del progetto e della costatazione disincantata, dell’avvenirismo e dell’adozione di un presente orizzontale, artisti quali Lichtenstein o Dine o Warhol si trovano a loro agio solo nella seconda polarità. La Pop Art è un’avanguardia lucida, spesso cinica e quasi sempre costatativa, coinvolta nel presente. Se nel 1968 l’avanguardia nella sua ultima, patetica sortita
politica si ricaricherà di estremismo utopico e di avvenirismo, sono proprio questi gli elementi di cui la Pop Art e il Neo-Dada, come in genere tutto l’arco finale dell’avanguardia, si erano già da tempo sbarazzati.
Nella Pop Art si assiste alla piena presa di coscienza di questa nuova situazione, che rimane pur sempre una scoperta allarmante per un pittore e per uno scultore: nell’universo metropolitano l’artista ha cessato da tempo di detenere il monopolio della produzione dell’immagine-immaginario figurativo del mondo, monopolio che aveva tenuto dall’origine stessa dell’arte fino all’avantieri. Se l’artista smettesse di produrre immagini, non per questo verrebbe meno l’immaginario di un’epoca che dispone della fotografia e della televisione e che sta consegnando lo stesso cinema tra le rarità per amateurs. Si pensi, per avere una conferma opposta, ad un medioevo privato dell’attività dei suoi scultori, dei suoi pittori e dei suoi miniaturisti. Il mondo o, con maggiore concretezza, il campo visivo dell’artista, al pari di quello dell’uomo comune, è già colmo, saturo di per se stesso d’immagini, come la sua esistenza pratica e giornaliera risulta condizionata dalla presenza ingombrante di oggetti fabbricati in serie. Tirando le conseguenze di una simile situazione, gli artisti del Neo-Dada e della Pop Art accettano non solo di entrare, ma di porre l’arte nel circuito dei mass media con una risolutezza che non è stata di nessun altro artista moderno, né dei futuristi e nemmeno dei dadaisti, che pure già guardavano alle tecniche industriali di produzione dell’immagine.
Oggi possiamo considerare la Pop Art in particolare, più ancora che il Neo-Dada, come la creazione di un sistema — sotto? sopra? collaterale, forse, o parallelo — innestato, mediante il procedimento fondamentale della citazione, al sistema centrale dei mass media. Così si è successivamente instaurata fra i due sistemi, quello artistico e quello massificato, una perfetta identità ad un tempo iconografica, tecnico-formale e comunicativa, con l’adozione non solo delle stesse immagini banali e quotidiane e dei medesimi procedimenti formativi, spersonalizzanti, rigorosi e meccanici propri dei media industriali, ma spingendo simile parallelismo sino alla fase della circolazione, adoperando gli stessi standard quantitativi con cui i media di massa diffondono su larga scala un’immagine o un prodotto moltiplicati. Dilatandosi fin sul piano della diffusione e imitando la ridondanza
della comunicazione tecnologica, il parallelismo pop con i mass media si è dimostrato totale.
Se dunque la Pop Art costituisce una specie di sistema collaterale nei confronti del sistema centrale dei mass media, qual è il valore posseduto dall’immagine e dall’oggetto, che escono fuori al termine di un processo di rifacimento al tempo stesso complesso come un’indagine ed elementare come un’imitazione? Insomma, che senso ha impiantare un sistema secondario, parassitario e pleonastico? Perché costruire un doppione che si associa sempre in noi ad un sospetto d’inutilità se non d’impotenza? Con tutta evidenza simile parallelismo crea la distanza in cui si situa l’immagine o l’oggetto artistico nei confronti di quel settore della realtà da cui è stato estratto e rispetto al quale intende porsi come un preciso modello «conoscitivo-appropriativo».
Esiste un pensiero che percorre l’intera modernità e che si esprime nella convinzione di una perdita d’esperienza da parte dell’uomo cittadino — potrebbe essere questa la caratteristica saliente del moderno —, a causa dei processi sempre più serrati di massificazione e di standardizzazione. Simile processo, rendendo automatica l’esperienza ed impedendo quindi ogni esercizio diretto — è una riflessione di Walter Benjamin —, mette capo appunto ad una vertiginosa caduta dell’esperienza medesima. Un precoce scandaglio di questa nuova condizione dell’uomo si trova nel racconto di uno scrittore che è in maniera sintomatica un americano. Alludiamo ad Edgar A. Poe ed alla sua celebre Lettera rubata, dove si dimostra che, collocando proprio la lettera ricercata nella massima esposizione familiare, qual è il ripiano di una scrivania, essa risulta invisibile, fino a sottrarsi all’attenta ispezione di un gruppo di poliziotti specializzati.
Di fronte a questa condizione di vuoto e di assenza, l’arte e la letteratura moderne, pur rivolgendosi a strutture sensoriali diversamente organizzate, si sono addossate, fra gli altri compiti, anche quello centrale di smascherare simile opacità del reale, di svelarlo, di portarlo alla luce. Per conseguire questo obiettivo si è messa a punto una delle tecniche fondanti della stessa modernità, la tecnica dello spaesamento. Praticata già da de Chirico ed elaborata da Duchamp nel campo dell’arte visiva, essa ha trovato un riscontro quasi immediato, sul terreno della riflessione letteraria, nella teoria dei formalisti russi. Si deve considerare ancora lo spaesamento, accanto alla tecnica del ri[facimento,]
come il procedimento di base del Neo-Dada e della stessa Pop Art.
Una cosa è certa: è stata nel suo insieme e nelle sue diramazioni, Neo-Dada, Pop Art, happening, musica di John Cage, coreografia di Merce Cunningham, Nouveau Réalisme francese, figurazione oggettuale europea, la convergenza più notevole e produttiva dell’ultima metà del secolo. Tutto ciò che è venuto dopo ha incontrato in una simile convergenza il bersaglio privilegiato da colpire o il limite da oltrepassare. Magari rivelandosi poi, nel suo rovescio, in debito nei suoi confronti, come l’Arte concettuale si dimostra debitrice del lavoro di Johns, di Dine e pure di Manzoni, e l’Arte povera nei confronti dell’impostazione impura ed inglobante di Rauschenberg.
Ritagliare la Pop Art all’interno di questa convergenza appare una operazione quasi chirurgica, condotta dentro un organismo vivo ed intrecciato. Legittima, tuttavia, in sede d’indagine storico-critica, quando si intenda per Pop Art il momento più freddo, oggettivo ed analitico, che ha trovato la sua fase d’incubazione a Londra, dove si è rivelato notevole pure il contributo di riflessione teorica, e la sua fase di precipitazione e di più acuta invenzione a New York. Allontanandosi dalla scacchiera di Manhattan, il profilo tende a modificarsi: mentre negli artisti americani la soggettività viene tenuta in sospetto, negli europei, al contrario, il materiale oggettivo attinto dal panorama metropolitano tende a trasporsi nella vita soggettiva dell’artista; insomma, risulta maggiore l’apporto dell’io in quanto tuttora coscienza storica e partecipazione emotiva. Non per nulla al duro isolamento delle immagini, che rappresenta la soluzione preferita dagli americani, si sostituisce negli europei la giustapposizione, il montaggio delle parti, da cui può sempre scaturire un commento, un esplicito significato personale. Possiamo dire che per un buon numero di artisti europei, e tra i più rappresentativi, specie italiani, attivi a cominciare dagli anni Sessanta, la Pop Art ha segnato unicamente un momento, seppure decisivo, all’interno del loro itinerario, una fase importante di passaggio, che hanno traversato per orientarsi poi verso soluzioni maggiormente autonome: Arte povera, Arte concettuale, Arte del comportamento, «rivisitazione» lirica delle immagini correnti.
Si può riscontrare oggi una ripresa di interesse nei confronti della Pop Art ed a simile ripresa si accompagna pure una diffusione dei suoi modelli, dei suoi linguaggi e dei suoi stereotipi; tuttavia, in mo[do]
vivace e produttivo, solo in settori diversi dalla pittura e dalla scultura, quali il cinema, lo spettacolo musicale, la pubblicità televisiva, la grafica. Così, migrando di nuovo dal sistema secondario e collaterale dell’arte, dove aveva sostato, al sistema dei mass media che lo ha nuovamente fagocitato, un comic sofisticato di Lichtenstein o un fotogramma sgranato di Warhol riappaiono in circolazione dentro il sistema centrale ed imparagonabilmente più potente. In tempi e in gironi diversi la stessa immagine transita due volte nel grande circuito metropolitano. In questa presente generalizzazione la Pop Art ritorna, meno però come linguaggio, e più come dato di fatto, «natura» artificiale e seconda, rientrando in quello scintillante scenario dove tutti noi oggi fluttuiamo, con, indifferentemente, al suo centro o alla sua periferia la foto e la tv. Come se la lettera rubata di Poe, disposta ancora una volta sul tavolo, fosse ricaduta in una nuova condizione, ma «seconda», d’invisibilità, così i mass media tornano ad essere di nuovo invisibili, «naturali» appunto, dopo che la Pop Art li aveva collocati allo scoperto nel centro dell’attenzione percettiva.
Poiché se ritorna l’attenzione verso la Pop Art, essa ritorna in un quadro profondamente mutato, non solo di fine-dell’avanguardia, ma ancora di fine-del-moderno o di postmoderno. Del moderno la Pop Art, continuandoli, ha esteso fino alla massima dilatazione due procedimenti di base, senza i quali la modernità non sarebbe nemmeno concepibile: il raddoppiamento e la dislocazione, come l’elaborazione del «doppio» di un fumetto, di un cartellone pubblicitario o di una macchina da scrivere, e la loro esposizione estraniata, insolita, allarmata. In particolare, la Pop Art ci ha dimostrato l’ampiezza di diffusione del «doppio», indicando appunto nei mass media l’organo che produce senza sosta il «doppio» di qualsiasi cosa. Proprio per il loro trionfo planetario con cui hanno acquistato qualità spontanee, germinanti, inevitabili, la dislocazione e il raddoppiamento, da procedimenti artistici per di più contrassegnati col carattere di eccezionalità dell’avanguardia, si sono mutati in condizioni di fatto, in realtà quotidiane. Se ancora siamo spaesati e duplicati, lo siamo «naturalmente», ovviamente. Anche questa trasformazione segna la fine-del-moderno ed il nostro ingresso nell’odierno tempo del dopo.
Nel suo nucleo fondamentale questo libro rappresenta la riedizione del volume Pop Art in USA, edito da Lerici nel lontano 1967. Ma presenta al tempo stesso una piccola novità. In appendice, sono stati riuniti per la prima volta alcuni testi, scritti e pubblicati in tem[pi]
successivi. Essi tracciano un percorso sintetico dell’arte d’oltreoceano; parlano di New York attraverso l’occhio del grande fotografo William Klein; uniscono il ricordo e la riflessione, a partire dal fenomeno teatrale degli happenings promosso dagli artisti gravitanti attorno al Neo-Dada; disegnano infine un profilo di Rauschenberg.
Pop Art in USA era nato da un viaggio a New York nell’autunno del 1964 e da una frequentazione diretta dell’ambiente artistico attorno alle gallerie di Leo Castelli e di Sidney Janis. Possiedo numerosi ricordi degli incontri avuti con gli artisti nei loro grandi lofts e, per fortuna, li ritrovo nelle intense immagini scattate da Ugo Mulas e poi raccolte, nel 1968, dal grande fotografo nel suo volume New York: arte e persone. Con una leggera sfasatura che, invece di disturbare, rende ancora più vivi i miei ricordi. Mulas ed io abbiamo transitato per gli stessi studi con un piccolo scarto temporale — mi aveva preceduto di poche settimane in quell’autunno 1964 —, così che nelle immagini del fotografo ritrovo quadri e sculture che io avevo visto in una fase più avanzata e, qualche volta, compiuta della loro esecuzione.
Capitolo I
Dal Neo-Dada alla Pop Art
La situazione dell’arte figurativa è andata incontro ad un processo di revisione e di rinnovamento da quando un gruppo di artisti americani ha fatto la sua comparsa clamorosa. Ciò ha avuto inizio a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, e da questa data, termini quali Neo-Dada e Pop Art sono entrati nel discorso culturale con sempre maggiore insistenza e più largo raggio di diffusione. I due termini, che si muovono fra la definizione di una poetica e la descrizione dei contenuti assunti dai nuovi artisti, si allineano ormai in ordine successivo dopo le celebri etichette di Espressionismo astratto e di Pittura d’azione. Allo stesso modo Rauschenberg, Johns, Dine, Oldenburg, Segal, Lichtenstein e Warhol, nell’arte americana, accanto a Louis, Noland e Stella, hanno preso il posto tenuto prima da Gorky, Pollock, de Kooning, Rothko, Kline e Newman. Così nel giro di non più di venti anni nell’arte americana si sono succedute due diverse ondate, e la seconda ha retrocesso automaticamente la prima su quella posizione, ad un tempo invidiabile ed oggetto di rispettose distrazioni, che spetta ai maestri. Qualunque sia il valore assoluto che si voglia accordare alle opere dei giovani, esse rappresentano la presa di coscienza di una generazione nuova di sé e dei suoi problemi, con un’originalità che è arrivata a modificare interamente il quadro dei valori stabiliti da quella che, malgrado la sua recente formazione, costituisce la tradizione artistica d’America. Le modifiche toccano sia la sostanza della pittura e della scultura che il ruolo assegnato all’artista di fronte alla realtà e al mondo sociale.
Tra la prima ondata e la nuova esiste un’ininterrotta continuità temporale, i cui estremi sono segnati rispettivamente dal decennio 1945-1955 per la prima, e dal decennio successivo, che arriva con spinta creativa fino alla metà degli anni Sessanta, per la seconda; e si
slarga una comune scena, quella di New York, della scacchiera di strade e della folla di uomini serrati entro i confini di Manhattan. La persistenza della scena ha consentito di parlare di una «scuola di New York». Quanto di più profondo unisce i maestri ai lori successori è un evidente radicalismo nell’affrontare le questioni che coinvolgono tanto le condizioni dell’uomo nell’attuale momento storico che quelle propriamente estetiche, unito alla decisione di avanzare delle risposte estreme a delle domande formulate al pari senza mezzi termini; ciò che non impedisce loro di esercitare il gioco delle sottigliezze e della stessa ironia, ma si tratterà appunto, come nel caso di Johns, di un’ironia di complessità e non di evasione
I rapporti tra le due generazioni sono pertanto quelli inevitabili e dialettici, di eredità e di successione, e da questo punto di vista l’Espressionismo astratto ha fornito ai nuovi artisti il contesto iniziale per procedere nella loro ricerca.
Rivalutazione del luogo comune
Quanto è accaduto con i giovani americani potrebbe essere definito come una costante rivalutazione delle forme e dei contenuti dell’esperienza ordinaria (diciamo anche del luogo comune), a detrimento dell’esperienza particolare ed eccezionale che motivava la Pittura d’azione. Per aver scelto la bandiera degli States come soggetto di una serie di quadri, a Jasper Johns va il merito di aver reintrodotto il luogo comune nella pittura, da dove era stato risolutamente cacciato. L’uomo in quanto animale sociale ed oggi anonimo, messo in un canto dagli espressionisti astratti, può rivendicare adesso la sua parte. Impugnare un utensile, brancicare una coperta, avvertire con la mano l’elasticità di una palla da tennis, sostare al centro di una stanza in disordine, costeggiare le vetrine e i mucchi di rifiuti di una strada; o, meglio, misurare fino a che punto la vita risulti inseparabile da queste esperienze e realtà quotidiane, tutto ciò cessa di apparire estraneo alle questioni dell’arte. Come ancora avvertire la suggestione dei simboli comunitari, la costrizione delle immagini pubblicitarie, la forza di attrazione visiva della mitologia
popolare, la violenza che si raccoglie in un panorama fisico e immaginario di una città come New York.
Così si consolida sempre più la convinzione che ciò che è rilevante è proprio quanto si vive e si spende in comune: e vale a dire tutto l’aspetto impersonale, socializzato dell’esperienza, l’assuefazione, il condizionamento, l’invadenza aggressiva degli oggetti, la sottomissione ai linguaggi commerciali così straordinariamente creatori d’immagini, la frequentazione insomma di un universo cittadino, tecnologico e massificato che supera da ogni lato il potere dell’uomo singolo. Continuare ad opporre ancora al resto del mondo e degli uomini l’angoscioso privilegio della propria singolarità appare all’artista un’ostinazione ormai improduttiva e quasi priva di senso. Immergersi, invece, nella volgarità scrosciante d’energie del mondo sociale si prospetta come una concreta possibilità per uscire da uno stato di incertezza e per ricaricare le forze creative minacciate di esaurirsi nel prolungato esercizio della Pittura d’azione.
Conseguentemente l’ottica dell’artista viene sottoposta ad un intenso lavoro di rettifica: l’obiettivo è rivolto ora ad inquadrare, non già l’incontro del gesto col bianco della tela, come accadeva nell’Espressionismo astratto, ma l’incontro effettivo, tattile oppure percettivo dell’artista col proprio ambiente, con quella piccola o vasta fetta di realtà che gli viene incontro. Con l’accorgimento preliminare di considerare tutti i materiali e i modi dell’esperienza ordinaria (la, dimestichezza con gli oggetti e il loro uso; la percezione delle immagini artificiali secondo un ritmo oggi congestionato) in termini di potenziale estetico o semplicemente di luogo capace di realizzare un incontro significativo fra l’artista e il suo mondo. Anche l’esperienza professionale del pittore, ciò che si è sempre inteso con la parola mestiere, come le diverse applicazioni dei colori e perfino l’atto manuale del dipingere, sono ora considerati come una buona sorgente oggettiva d’ispirazione, un’occasione, tra le altre, per sperimentare nuove idee estetiche
Il noi prende il posto dell’io. Non per nulla una serie di ritratti fotografici di Warhol è dedicata appunto all’uomo comune, divenuto neh frattempo il protagonista anonimo della nuova arte.
Siamo spinti a chiederci se sia giustificato eleggere per un incontro e un’esperienza significativa con e del mondo un luogo ordinario e frequentato, dove gli sguardi incrociano le chiassose figure pubblicitarie e le mani si esercitano sulle scatolette di Campbell’s Soup e sui bianchi tasti delle portatili. Una lunga consuetudine a mescolare alle questioni dell’arte la categoria dell’eccezionale ci ha reso diffidenti di fronte alla troppo disarmante (in apparenza) intelligibilità, che fa scandalo, di un montaggio di oggetti dozzinali di Rauschenberg o di una bionda con balloon di Lichtenstein. Ma è proprio quella dell’eccezionale la categoria che l’Espressionismo astratto, forzandola al massimo, ha almeno per il momento reso inutilizzabile. All’estremo limite della propria tensione personale, il pittore d’azione arriva a possedere (Pollock) o a sconvolgere (de Kooning) l’immagine che si è fatta del mondo. L’immagine di Pollock è sempre gremita, dal momento che mette in gioco la totalità delle cose; quella di de Kooning appare sempre compromessa in urgenti questioni di dettaglio, un volto di donna, il suo corpo, la nera spaccatura del sesso. Ma, esperienze egualmente eccezionali, esse innalzano il gesto, nella cui eccitazione si condensa tutta l’apertura della soggettività pronta a rovesciarsi all’esterno, ad organo privilegiato dell’esperienza.
Non di meno il mondo può venire posseduto o sconvolto unicamente per brevi istanti fulminati, oltre i quali torna a ricomporsi il tempo normale e fastidioso, e per di più solo metaforicamente sulla superficie della tela, in figura, non già nella sua resistente pelle che continua a marginare attorno, spingendo avanti un letto disfatto, un cassetto, un fascio di istantanee, il riverbero di un’affiche luminosa, i rumori delle auto giù in strada. Ricadendo, nell’Espressionismo astratto, la tensione dell’artista solitario si vede costretta a riprendere contatto con l’esperienza ordinaria, la durata lineare, diciamo complessivamente col mondo e con il conformismo societario. Al di là di una esaltazione delle energie creative e vitali, nessuna certezza, nessun possesso di nuovi valori per contrastare quelli sociali, sono venuti a confortare l’eccezionaiità della Pittura d’azione.
Il suo significato ultimo si trova diviso fra l’altezza dell’espansione conseguita dalle energie interne dell’individuo, lo splendore delle
opere cui ha dato origine e il suo venir meno, lo scacco finale. Lo schema di tensione-ricaduta, dove si può collocare l'Espressionismo astratto, come in genere tutto l’informale, corrisponde pienamente a quella condizione di «attesa del miracolo», in cui Walter Benjamin scorge lo scopo segreto, seppure non sempre confessato, dell’intera avanguardia. Dopo aver raccolto tutte le sue forze, l’artista si getta nell’ignoto, guidato dall’«impossibile speranza» di giungere ad una «regione trasfigurata» che si contrapponga alla «desolazione della realtà sconvolta», e di quella regione la «riuscita dell’opera è solo il simbolo esteriore ed insufficiente»
Un'«originalità a norma di mercato»
Questa ricaduta e questo incontro sulla o con la faccia ordinaria del mondo segna il punto di partenza dei giovani americani. Essa apre alla ricerca artistica uno spazio vuoto dove addentrarsi: l’universo cittadino che ingloba tutti noi moderni, questa costrittiva presenza che, per impiegare la prospettiva dell’Espressionismo astratto, ha provocato lo scacco dei campioni della pittura di gesto, ma ne ha alimentato anche per contraccolpo lo slancio e la vitalità. Pure un calcolo di astuzia e di convenienza produttiva ha guidato questa scelta: il luogo comune, contrassegno del mondo sociale e della parte socializzata dell’uomo, che si è rivelata poi la maggiore, rappresenta pure Punica regione non esplorata dall’arte, una riserva quasi intatta di possibilità inventive. L’inedito stava per troppa vicinanza nascosto al lavoro delle mani e dello sguardo, perduti dietro l’eccentrico e le sue idiosincrasie.
Per altro è il mercato il cardine della società moderna, e di fronte ad un mercato che trasforma immancabilmente ogni prodotto, compresa la stessa denuncia, testimonianza di vita, opera di opposi[zione,]
in un bene di consumo definito da una quotazione in denaro, l’artista si trova obbligato a prendere posizione. Non pronunciarsi equivale ormai alla scelta della malafede: dopo l’esperienza della Pittura d’azione e di tutto l’informale è caduta per sempre la possibilità di porsi in un rapporto ingenuo con la società, nella condizione di chi non conosce l’immediato risvolto economico di ogni opera e di ogni azione. La stessa rivolta assoluta, quando mette capo ad un quadro o ad una scultura, fatalmente viene trascinata in un nuovo ciclo che, ridimensionandola, le conferisce un valore di bene economico, in contrasto con i suoi programmi distruttivi. La circolazione sociale e il mercato costituiscono già aspetti interni dell’opera, e non incresciosi incidenti che, al di là di ogni attesa, le capitano dal di fuori. La soluzione (obbligata) è di accettare preventivamente la prospettiva sociale e l’inevitabile trasformazione del lavoro artistico in merce, dichiarando magari ed esibendo di partenza la qualità di merce posseduta dalla creazione stessa. La metamorfosi in merce di un quadro di Pollock o di Wols, per introdurre un nome europeo, contraddice dolorosamente la genesi intima dell’opera, non così quella di un hamburger di Oldenburg, che accetta l’universo merceologico fino a farne la contraffatta esaltazione e il verso. E senz’altro una compromissione, ma fondata appunto sulla spiacevole consapevolezza che, comunque, si è già compromessi, complici di una circoscritta situazione, e che qualsiasi concreta ipotesi di contestazione e di modifica deve fare leva su un insieme di condizionamenti reali. I cambiamenti oggi dipendono poi in larga misura da ciò che potrà verificarsi operando proprio sulla merce, in quella sfera sempre più totalitaria del consumo.
Allora, l’aggancio che è stato avanzato fra Baudelaire, iniziatore del tema della «vie moderne», e gli artisti attuali
rigidità di questo quadro, l’autore de I fiori del male è riuscito ad introdurre un tipo di comportamento raro ed aristocratico, che verrà continuato da un gran numero di successori. Oggi, entro le stesse linee (merce e mercato), i nuovi artisti instaurano un comportamento inedito che si vuole impersonale e anonimo, compromesso con l’esperienza ordinaria. Questo comportamento corrisponde all’odierna «originalità a norma di mercato» che, nel giro degli anni Sessanta, rappresenta proprio per questo una delle poche novità ancora possibili.
Neo-Dada
L’apertura verso il nuovo ha origine nelle zone più impure dell’informale, in un incontro fra pittura d’azione e pittura di materia. Se poi i tempi della successione vanno dal Neo-Dada alla Pop Art, anche l’esempio dell'Espressionismo astratto, come dell’intero arco informale, regredisce nello stesso senso fino a scomparire del tutto. Ancora attivo in un assemblage di Rauschenberg e in un tabellone di lettere o di cifre di Johns, già in un personaggio in gesso di Segal o in un montaggio fotografico di Warhol costituisce solo un possibile punto di raffronto. Tra i maestri americani Willem de Kooning non arriva sempre a dissolvere nell’azione le sembianze del mondo, e la sua rabbiosa compattezza gestuale frana allora di fronte ad un residuo di carne che ostacola come un relitto l’espansione del gesto. Talvolta questo residuo è un pezzo di carta con sovrimpressa la bocca clamorosa della vamp
E in questo ambito diviso fra il gesto e la materia, che il Neo-Dada segna la sua frattura, secondo quei modi e quei tempi messi distintamente in luce da Maurizio Calvesi. La difficile unità, una volta spezzatasi, come fa risalire ad oggetto o ad immagine, legati alla loro nozione quotidiana, il frammento materico dell’informale, cosi riduce l’arco d’intervento da concedere all’azione. Ora il gesto
non prende più di petto il mondo facendo perno sullo spazio assoluto e vuoto della tela, ma si trova alle prese con un ampio o ristretto gruppo di oggetti, oppure si sente implicato nelle forme banali di un’immagine-oggetto. E la Sorte che attende il gesto in un combine-painting di Rauschenberg o in un bersaglio di Johns. L’incontro diretto con una porzione del reale avviene ora ogni volta a scapito della totalità, così che il riferimento semantico dell’opera si presenta maggiormente determinato; si pone l’attenzione sopra dettagli concreti che si possono chiamare per nome senza correre il rischio di secche smentite: un tacco di gomma, un cuscino, una gallina impagliata, una foto di spiaggia (Rauschenberg); le cifre cinque o zero, la carta geografica degli USA, un termometro (Johns); le parti di una macchina o di un ingranaggio (Stankiewicz); un goffo manichino (Kienholz); i giocattoli e le cianfrusaglie (Brecht). Con gli oggetti non più assorbiti dall’azione né identificati con la vita esistenziale dell’uomo è tutta un’estranea realtà che si spinge avanti.
Nei risvolti della nuova arte americana (Neo-Dada e Pop Art) permane infatti, eccitante e tormentosa, la sensazione che la realtà si muova irresistibile ed imposseduta, interamente autonoma nei confronti di una ricerca estetica smarritasi di recente nei labirinti della soggettività. A tale perdita ci si propone appunto di supplire tentando di stabilire un inedito contatto e di ripossedere la realtà sfuggita. È bastato così che questa presenza nulla che è l’io, non si opponesse più all’irruzione del mondo, perché il gesto potesse riunire una grande quantità di dati sopra un universo cui in sostanza ci si era sempre riferiti: l’universo cittadino.
L’esaltante ubiquità della stilla e del filamento nella globalità del mito, in Pollock, resta pur sempre un obiettivo mancato; non così la ben diversa ubiquità che la nuova opera presuppone, quella del singolo nella folla e nell’intreccio di strade della metropoli. Col Neo-Dada una città sentita e partecipata dall'interno, da uomini consapevoli di farne inevitabilmente ma anche comunemente parte, prende il posto di una città inquadrata da individui che regolavano ogni rapporto attraverso il filtro della propria eccezione e della propria espansione vitale. Così l’opera non raccoglie più soltanto l’adulterata vitalità che si sprigiona dall’esistenza cittadina, in una dialettica di esaltazione e di ricaduta, ma è costretta a risalire e a registrare le «forze oggettive»
violenza (de Kooning), di fermezza e di epica monumentale (Kline) e di sconvolgimento (Pollock), segue ora una risposta in chiave di assunzione e di conoscenza
Sotto questo profilo si delinea essenzialmente il lavoro cruciale di Rauschenberg che procede, non già per successive selezioni, ma con uno spirito spregiudicato ed inclusivo di accettazione. L’accettazione da parte di Johns di un’immagine ordinaria come la bandiera è letterale e confonde capziosamente l’ambiguità con la tautologia, oscillando fra l’oggetto-immagine e la pura pittura. In tal modo attorno al 1955, con un leggero anticipo da parte di Rauschenberg su tale data, i due artisti aprono verso il futuro, nel momento stesso che fanno da ponte col passato immediato: passato e futuro stanno nelle loro opere ogni volta in precario ma produttivo e personalissimo equilibrio, dove, se il passato è rappresentato dall’Espressionismo astratto, tiene il ruolo di futuro l’assunzione delle figure e degli oggetti correnti nel contesto del quadro. Con la conseguenza che il mondo reale riceve una vera e propria promozione di ordine estetico.
Nella cerniera fra le due opposte dimensioni temporali, vale a dire nel presente, sussiste tuttora una forte spinta di tipo esistenziale, ed è anzi, convertendola alla concretezza, che alcuni artisti del Neo-Dada sono arrivati a riscoprire l’usura e la vulnerabilità dell’ambiente urbano, che può rispecchiare quella dell’uomo stesso e della sua convivenza storica minacciata. Il primo connubio avviene infatti fra il gesto del pittore e l’oggetto logorato dall’uso, denso di presenza umana, l’oggetto buttato via perché non più utilizzabile, ma che ancora ingombra lo spazio, occupa l’orizzonte visuale, desta turba[menti]
e reazioni. Al di là della funzione, la vita dell’oggetto si prolunga nella sua semplice presenza e nelle risonanze che solleva all’interno dell’uomo. Sono così il ciarpame della propria camera e dei ripostigli familiari, i mucchi di spazzatura delle vie e dei depositi attorno alle fabbriche, i cimiteri delle auto che costeggiano anche Manhattan dalle parti di Harlem River, ad attirare l’attenzione di Rauschenberg, di Stankiewicz e di Chamberlain. Accanto al prelievo diretto dell’
L’eredità di Dada
E attorno a questo ritorno dell’oggetto e dell’immagine-oggetto che si determina l’indubbia confluenza fra la ricerca dei giovani americani e il Dadaismo storico. Allora come ora la cosa materiale affiora quale punto focale di ogni problema. Ma nel precisare i rapporti fra il vecchio e il nuovo Dada bisogna tenere conto che i cinquant’anni che ci separano dal Cabaret Voltaire hanno sottoposto le opere dei dadaisti ad un’evidente metamorfosi. Se con rigore impeccabile il Dadaismo aveva dimostrato che è solo per convenzione che si ritiene artistico il bello, l’ordinato, il gradevole, il tempo si è incaricato di ampliare il numero delle convenzioni facendo entrare nella categoria dell’arte anche il brutto, l’indisponente e il banale, buttati polemicamente in faccia dai dadaisti. Così molti di quei vecchi documenti eversori si sono trasformati in altrettanti archetipi per esemplari operazioni estetiche; e l’anti-arte di Dada è stata agganciata al filone centrale della cultura moderna, impegnata dal romanticismo in poi in un riscatto dei valori negativi, prosaici (non era questa l’accusa mossa già agli impressionisti?), con l’obiettivo di corrodere qualsiasi concezione idealistica dell’arte, a favore di una sua riduzione all’immanenza e alla prova dell’esperienza. In quel fenomeno di
violenta precipitazione che è stato il Dadaismo, l’artista, scartate ogni sistema tradizionale di rappresentazione, opera su e con i materiali che gli offrono i cassetti della sua scrivania, i ripostigli, i marciapiedi della strada su cui passeggia: promuove la realtà da rimando o supporto referenziale a protagonista in proprio dell’opera d’arte. Questo ricorso agli oggetti è stato compiuto infine nel quadro polemico e culturale dell’avanguardia dei primi decenni del secolo.
In Kurt Schwitters, ad esempio, le reliquie di un universo privato vengono immesse in una struttura geometrica d’impianto ancora cubista. Più che ad una vera rottura si assiste ad una dilatazione degli schemi stilistici; l’autobiografia, la storia lirica e borghese del grande collagista risulta così integrata ad un ideale di forma impersonale. Al contrario Marcel Duchamp impiega il singolo oggetto, sovente rispettato nella sua squallida interezza, come si può impiegare un sillogismo. In un certo senso l’inventore del ready-made prende sempre di petto la totalità: con un sol colpo bene assestato, in cui l’indagine ontologica assume la leggerezza di un paradosso, egli si propone di mettere in scacco le nostre idee (pregiudizi) di ciò che sia arte e di ciò che sia invece realtà, imbrogliando le carte, degradando l’arte alla realtà, nel momento stesso che innalza la realtà al livello dell’arte. Duchamp ha sempre cura di esibire l’oggetto in modo da mettere fuori gioco le categorie con cui lo inquadriamo abitualmente: così l’oggetto collocato nel vuoto o nel nulla dove sono precipitate tutte le nostre convinzioni, espone la sua presenza con un massimo d’inquietudine, interamente disponibile a qualsiasi significato che ora gli si voglia imporre, a questo atto arbitrario che consiste nel sovrapporre un senso, una specie di camuffamento, alla sua indifferente neutralità. Il fatto poi che Duchamp spesso non faccia corrispondere il nome correntemente affibbiato all’oggetto con l’oggetto stesso, palesa il risvolto polemico dell’intera manovra: per questo l’orinatoio per uomini soli diventa Fountain nell’ormai lontano 1917. Basta una piccola operazione sull’oggetto per dimostrare infondate le certezze sia del naturalismo che del razionalismo, la concordanza stabilita cioè fra la nostra visione e rappresentazione della realtà e la realtà stessa, come al pari fra le strutture logiche e il mondo.
Ora è certo che l’innesto fortemente esplosivo della Pittura d’azione con Dada si trova all’origine del nuovo corso americano: il ready-made di Duchamp assieme ai montaggi per giustapposizione di Schwitters (e dietro Schwitters ci sono i collages e le costruzioni
picassiane del 1912-14 e degli stessi futuristi) rappresentano altrettanti modelli di numerose opere odierne. Tuttavia, non è lecito retrocedere il nuovo ad una forma passiva ed alquanto snobistica di ripresa del vecchio Dadaismo, come è assurdo pensare che gli anni Sessanta siano un duplicato degli anni Venti. A differenza della contestazione che animava quasi tutti gli antichi dadaisti, totale in Duchamp, oppure con obiettivi circoscritti alla società, alle leggi morali e alla politica in altri, gli odierni dadaisti, Rauschenberg, Johns, lo stesso Dine, operano nell’accettazione. Un chiaro indizio di ciò si riscontra proprio nell’uso del nome che nelle loro opere corrisponde ogni volta alla cosa che designa. Non temono la ridondanza: il letto di Rauschenberg viene chiamato letto (bed); Johns e Dine si affrettano a segnare perfino, di fianco agli utensili casalinghi appesi al quadro, il nome rispettivo, broom, stretcher, shoe. Nella matura convinzione che i problemi e gli interrogativi scaturiscono proprio da un consenso spinto fino al calco e alla tautologia, essi prendono alla lettera l’oggetto col relativo strascico di preconcetti e di nozioni e, attraverso l’oggetto, prendono alla lettera il mondo.
Col ready-made Duchamp aveva toccato un punto limite, oltre il quale, nelle previsioni probabili dello stesso autore, non era pensabile poter procedere. I giovani americani sono riusciti invece ad aprire al futuro e a trasformare in positiva l’invenzione provocatoria e magistrale del vecchio dadaista, e ne dispongono, non già per sostenere un paradosso intellettuale, ma come di uno strumento di presa diretta e ravvicinata sul mondo. Nel privare il prelievo dell’oggetto di ogni risonanza metafisica o comunque totalizzante, come di ogni sottinteso polemico, e nel considerarlo positivamente quale efficace mezzo d’immersione e di conoscenza della realtà, ritengo consista la vera differenza fra il vecchio e il nuovo Dadaismo; più ancora che in opposte coloriture di ordine sentimentale e psicologico le quali, oltre che interpretabili diversamente, possono presentare solo un interesse secondario.
I nuovi artisti poi si portano molto più vicini alla realtà; e tale vicinanza, come la loro maggiore fedeltà all’oggetto, rende inutilizzabile alla fine anche la rigida intelaiatura di Schwitters, che finiva per adattare l’oggetto alle necessità sintattiche della forma (ma poi non tanto l’oggetto nella sua integrità quanto un suo frammento: il creatore di Merz ha sempre vinto la resistenza opposta dall’oggetto alla forma frazionandolo). Se in Schwitters le cose emergono entro la
disciplinata sintassi del Cubismo, in Rauschenberg vengono a galla nello spazio fluido, alla deriva di de Kooning, così che non già una perfetta fusione si può realizzare fra le cose e lo spazio ma una tensione, una sorta di reciproca rincorsa dove l’uno tenta di assorbire l’altro. L’intera questione dei rapporti con Dada è stata affrontata poi da Rauschenberg in una dichiarazione che, per quanto angolata strettamente sul suo lavoro, centra con esattezza icastica i punti fondamentali: «Mi sembra che lo spirito sia completamente diverso. Per Dada si trattava di escludere. Era una censura contro il passato, significava cancellarlo. Oggi, per noi si tratta d’integrare un movimento. C’è qui tutta la differenza tra l’esclusione e l’inclusione»
Al contrario il termine Neo-Dada (New Dada) suggerisce una interpretazione riduttiva di questo ritorno all’oggetto, confinandolo più in ambito culturale e filologico che veramente creativo. Del resto il termine è stato avanzato all’inizio proprio con intenti limitativi nei confronti di Johns, in occasione della sua prima personale alla galleria Leo Castelli di New York nel gennaio 1958, ed esteso in seguito ad altri artisti che lavoravano con oggetti trovati, come Rauschenberg, Stankiewicz, Chamberlain, fino a coinvolgere anche Dine e i nouveaux réalistes francesi. «Art News» del gennaio 1958, con in copertina il bersaglio di Johns, parla già di New Dada. In seguito Neo-Dada è entrato nel vocabolario critico al di là di questa ipoteca iniziale, sebbene poi il termine Pop Art mostri la tendenza ad assorbirlo, a nostro giudizio senza una vera giustificazione, se non per il fatto che segna lo sviluppo della nuova arte americana. Come qualsiasi altra definizione, anche Neo-Dada presenta un’utilità quasi del tutto strumentale, valida nella misura con cui s’intende indicare con essa un momento dell’arte americana e una convergenza sull’oggetto e sul Dadaismo storico, piuttosto che una vera tendenza o una stringente poetica. Un uso esatto del termine è quello in cui l’analisi approfondita degli artisti sommariamente indicati dalla definizione, dimostrerà l’inopportunità di chiudere il termine medesimo in un’accezione culturalmente restrittiva
Rauschenberg: la celebrazione del presente
Col Neo-Dada l’universo degli oggetti si porta in primo piano, e per allacciare un contatto con esso gli artisti dispongono del gesto e
della percezione. Ma anche nell’attività percettiva non è mai assente una componente fisica, tattile, sostenuta egualmente dal gesto. L’opera del neodadaista esprime questo intricato incontro dell’io col mondo; un incontro che è vita condivisa, espansione negli eventi e negli spettacoli della strada e dell’attualità in Rauschenberg; che si risolve, invece, in modi perplessi ed ironici, in equilibrio fra la reticenza poetica e lo scandaglio intellettuale in Johns, fino a toccare in Dine note di grottesco inquieto.
L’immagine di Robert Rauschenberg presenta in ogni punto grande eccitazione e fluidità: nata da un’estroversione, da una vitalità che ha detto di sì al mondo, essa inflaziona i dettagli, stabilendo tra loro rapporti inconsueti, dove la sorpresa e la provocazione non mirano a condurre nello straordinario, a spalancare le porte su una prospettiva totalmente altra, ma ad immetterci anzi nell’avventura, per l’artista giustamente eccitante, del quotidiano, di tutto ciò che ci stringe da vicino. La realtà viene ora concepita come una stratificazione di piani annodantisi nell’ordinario presente, una scomposta e mobile pienezza, e per agganciarla occorre forzare le nostre abitudini etiche e percettive, che sono sempre scelta di un settore da privilegiare in confronto di ogni altro quantitativamente poi prevalente, scartato per una (presunta) mancanza di dignità. In Rauschenberg invece è solo il gesto, la pennellata grondante di colore, cioè è solo la vitalità di per sé scarsamente dotata di qualità selettive e discriminanti, a fare da legamento nello spazio del quadro tra gli oggetti o i frammenti di oggetti e di immagini, tutti di disparata provenienza; il pezzo esotico come la famosa capra impagliata di Monogramma (1955-59) sta a contatto di gomito con l’inserto anche troppo familiare. L’immediato contatto provoca un corto circuito capace di gettare una luce nuova e violenta su un brano di realtà banale. All’azione che dispone nel contesto dell’opera gli
Simile impresa mette sempre in primo piano il tempo e il presente, giacché non esiste immersione, vita che si effonda e si esalti se non al presente
Una volta poi intercettato, il presente rivestirà gli specifici connotati dell’attualità nervosa ed accelerata della stagione odierna; e al fuoco incrociato di questa attualità viene meno lo schermo che divide ancora l’esperienza privata da quella pubblica, la vita della propria stanza da quella del quartiere, di New York o del cosmo: i piani si sommano in ciò che è appunto l’oggi, l’attimo che si vive simultaneamente con dentro Telestar, il frastuono di un passaggio movimentato di rugby, la facciata di un snack bar, le bracciate regolari di un nuotatore nel mare. Così con la tecnica dell’assemblage prima e del
La struttura dell’opera, come quel presente con cui aspira ad identificarsi, non ha centro: l’ordine è sempre il risultato di una selezione e come tale è un esercizio che si applica al passato; è l’artista che aderendo dall’intimo al presente viene ad occuparne anche il centro. Per questo motivo appare giustificato introdurre il concetto di biografia
Per molti degli inserti ritornanti che punteggiano l’universo di Rauschenberg come gli animali, una specie di campionario di volatili, le figure acquee, gli insetti imprigionati dentro parallelepipedi, saremmo propensi a trovare una decifrazione a livello simbolico (tale sospetto simbolico lo collega allo squisito Joseph Cornell), ma la chiave risolvente sfugge sempre di mano: di ogni avviata interpretazione puntualmente i nessi vengono cancellati dal sopraggiungere di una diversa ipotesi associativa che suggerisce una lettura nuova
Questo mondo che trascorre sulle rotaie rapide del tempo, esige una presa altrettanto veloce, e le molte tecniche messe a punto da Rauschenberg — il prelievo degli oggetti e delle figure quotidiane, nei disegni il ricalco dell’immagine, l’uso del
realtà effettiva. Un arresto, come una maggiore precisione, finirebbe per immobilizzare, falsandolo, ciò che si sa in fuga. Non di meno il trascorrere non alleggerisce, anzi raduna la realtà su una dimensione di compresenza simultanea, che coinvolge non solo la scena materiale che compone il presente, ma anche quanto si ricorda e si sa, l’intero spessore del passato culturale. Negli intersecati piani temporali del silk screen trova sempre posto la riproduzione della Venere di Velàzquez.
La composizione che ne risulta non comporta un ordine, poiché anche se gli inserti e le pennellate provocano un ingorgo, esso, al pari delle soluzioni in perfetto equilibrio, finirà per venire sciolto spontaneamente o sostituito dal tempo. Trova qui origine la struttura sospesa e fluida di Rauschenberg, che lascia scorrere le immagini e le cose, con parti di vivace eccitazione gestuale, pause di maggiore distensione e nodi dove il gesto incontra l’ostacolo dell’oggetto. In tal modo con accorgimenti sempre nuovi, ma in sostanza sempre omogenei, Rauschenberg ha affrontato e risolto il compito che ha tratti di franco paradosso, di vivere il presente e di fissarlo al tempo stesso, ciò che doveva segnare una ripresa della concezione estetica della vita, sicché è nei modi medesimi con cui agisce l’artista, nel comportamento tenuto di fronte al mondo, che trae e nutrimento l’opera e soluzione il paradosso. La ripresa è quindi accompagnata da un rinnovamento essenziale, perché si sono posti i cardini della vita estetica, non già in qualità ricettive e sensibili e in un atteggiamento selettivo (onde l’esteta provvede a tracciare di sé una figura rara e aristocratica), ma in doti di aperta vitalità che mettono capo ad un comportamento inclusivo.
Portando la ricerca artistica nel mezzo della città e dell’attualità ed operando su e con gli oggetti e le figure esistenti, Rauschenberg ha fornito una lezione decisiva per l’orientamento di un’intera generazione di giovani artisti. Ha indicato un modo di allacciare un rapporto diretto e concreto con ciò che può essere ed è il nostro presente, tagliando la strada a questa colma ricchezza, dopo che l’astrazione e l’ideologia ce ne avevano troppo allontanato. Per prendervi parte occorre bandire numerose convenzioni, e prima di tutto il concetto di bello e di brutto, di allettante e di repulsivo, che non rappresentano affatto dei restrittivi criteri estetici, ma delle trappole ben più pericolose, capaci di modellare uno stile di vita quotidiano fatto di riduzioni, di facilità e di curiosità tiepide.
Diametralmente opposto è lo stile insegnato da Rauschenberg che, lontano dall’imporre con presunzione un personale giudizio e discorso sulle cose, si sforza di lasciarsi sorprendere, di conservarsi agile e disponibile, di collaborare con esse. Alla vita che sfugge sostituisce l’avidità di una vita che si vuole possedere: così che i riferimenti generali non possono andare che all'empirismo, all’amore goloso dell’esperienza e della franca materialità contro l’idealismo ancora, lungo una linea americana retorica, ingorda e debordante che in letteratura va da Walt Whitman a Henry Miller fino a Norman Mailer.
Johns o il buon uso del banale
Le prime immagini realizzate da Jasper Johns fra il 1955 e il 1958 sono statiche almeno nella loro intelaiatura di base come una targa commemorativa, ed il gesto vi registra le sembianze, la pelle dell’oggetto più ancora che solcarlo, penetrarlo. Johns accompagna all’azione l’atto percettivo: l’oggetto è anche una immagine e pone innanzi i suoi attributi ottici che hanno qualità diffusive tali da colmare l’intero campo visuale (la bandiera americana) o captanti (le strisce concentriche del bersaglio). Il pittore intende mettere in risalto gli elementi d’immagine contenuti nelle cose, con una complessità nei risultati che apre sia verso la nuova astrazione di Kenneth Noland e perfino verso l’Op Art, sia naturalmente verso la Pop Art per l’impiego di figure correnti. Il vero significato di questi luoghi comuni
Johns è così riuscito a far convergere l’attenzione su un’immagine che fin allora avevamo solo scarsamente osservato a motivo proprio della lunga familiarità con essa
frequentazione prolungata abbiano un effetto riduttivo sulla nostra percezione di qualsiasi oggetto: esse finiscono per velarlo, per spingerlo nell'amalgama dell'indistinto. Per tornare a rivederlo è necessario creare un nuovo punto di vista nei confronti dell’oggetto, ed a ciò provvede il pittore della bandiera USA. Vedere e contemplare si trasformano così in un’azione di pignoleria attiva con cui aderiamo all’apparenza dell’oggetto, sbarazzandoci del grigiore della familiarità e della crosta dei significati sovrapposti. Non ci troviamo più di fronte alla bandiera ma a quella specifica bandiera: il cammino procede in modo paradossale dall’universale istituzionalizzato al particolare, all’individuo, al singolare
Il nuovo punto di vista creato da Johns nei confronti dell’oggetto banale possiede una carica epidemica e un’incidenza a vasto raggio. Giacché se tutto ciò che incontriamo oggi è in un certo senso ovvio, prossimo e familiare, non sarà a sua volta anche sconosciuto e complesso, insomma non visto come insinua costantemente Johns? Così la spinta a riesaminare criticamente i rapporti con questa rete di schemi, di simboli e di nozioni linguistiche che intreccia la nostra realtà non naturale, scaturisce da uno stupore e da un candore adulterati, che si direbbero ottenuti artificialmente attraverso la precipitazione di un moto concettuale. La nostra attenzione percettiva aderisce ora ed assimila l’immagine, come la sottile e refrigerante pennellata di Johns (il suo strumento professionale di attenzione) vi ha in precedenza aderito. Il trionfo delle qualità visuali dell’oggetto sopra i suoi significati abituali e la stessa sua nozione, esalta prima di tutto il primato della pittura, che nelle mani di Johns non serve a manipolare o ad interpretare le cose
Accettando in numerosi quadri una rigida iconografia (la bandiera, il bersaglio, i numeri e le lettere dell’alfabeto, come più tardi la carta geografica degli States ed, in scultura, la lampadina elettrica e la scatoletta di birra), egli mostra di accettare qualcosa di più di un codice iconografico: una condizione stabilita, al pari di questo mondo già fatto e già visto troppe volte, nella certezza che il dato
vincolante non possa privare l’uomo della sua libertà, della sua freschezza e creatività. Assumere alla lettera può non rivelarsi infeconda tautologia, come impiegare il luogo comune non vuol dire affatto cedergli. La regola del giuoco consiste nell’adattarsi, ed il risultato, per il fervore intellettuale che vi pone, porta testimonianza a favore di una personalità aristocraticamente distaccata che arriva a nascondere la sua partecipazione dietro tratti di ermetico dandysmo.
Dopo questa splendida apertura, Johns procede nel lavoro attraverso modifiche e successivi arricchimenti, conservando però sempre due costanti tipiche: una consapevolezza puntigliosamente dichiarata e la cura ad estrarre e ad approfondire ciascun particolare. Perfino la pennellata dell’Espressionismo astratto cui fa ora più aperto ricorso, risulta adoperata in modo impersonale. Nelle composizioni dove introduce un certo numero di figure provvede a scandirle con nettezza, allineandole in sequenze ordinate, come nei tabelloni di lettere e di cifre, oppure nelle digradanti scale cromatiche. All’impersonalità delle figure corrisponde così l’ordine spassionato ed oggettivo con cui vengono organizzate; e lo stesso grigio cenere, che rimane uno dei suoi colori più tipici, suggerisce questa impostazione neutrale che arriva a chiudere il quadro nella perfetta autosufficienza dell’oggetto.
Dopo le prove iniziali con immagini-oggetto, Johns ritenta la strada dell’identità fra pittura e realtà adoperando questa volta disparati utensili prescelti tra quelli comunissimi della casa, quali una scopa, un termometro, una gruccia per panni. L’artista ora appende o incastra l’arnese nella tavola nella sua testuale banalità e poi si destreggia accortamente al fine di allacciare un tipo di relazione fra i colori e l’oggetto, oppure l’impronta o l’ombra dell’oggetto, che confermi ancora una volta il primato della pittura. Non di meno tale primato passa sempre attraverso il rispetto del dato oggettivo, che è poi la suprema regola nel gioco della nuova arte trasmessa in eredità da Johns agli artisti pop, particolarmente a Lichtenstein e a Warhol.
Alla fine delle rispettive operazioni un uguale obiettivo di fondo accomuna di nuovo Rauschenberg e Johns: afferrare ed esibire l’oggetto, evidenziando la sua presenza attraverso la violazione dei comuni schemi percettivi e di comportamento, come attraverso l’allestimento di un’inedita
manifesto, di quadro-cartellone, di quadro-scheda segnaletica. Per ora alla regia animata e a molteplici dimensioni di spazio, di tempo i di memoria di Rauschenberg fa riscontro la regia insinuante e sofisticata di Johns; e tutta la tensione si dimostra accentrata nel fa combaciare, ponendoli di nuovo a confronto, i due elementi emersi dalla rottura dell'Espressionismo astratto: il gesto e l’oggetto, e diciamo per successive amplificazioni, la pittura e la realtà, l’uomo e il mondo. Ancora la realtà converge sull’io, tuttora come dilatazioni avida in Rauschenberg, e come sostegno poetico e meditativo in Johns.
Per la concentrata attenzione rivolta da Johns ai dettagli de mondo e da Dine agli utensili casalinghi si è parlato anche d metafisica: un termine che suggerisce stasi, una tesa fissità dove s’insinuano l’inquietudine e il sospetto, e perfino un margine virtuali di vera e propria teatralità. È probabile poi che gli indizi siano veri, e che le cose ci ingannino riparandosi dietro maschere e convenzioni Le due catene operative che è ragionevole istituire all’interno de Neo-Dada (gesto, inflazione dei dettagli, montaggio, da una parte gesto-percezione, neutralità intenzionale ed isolamento del dettaglio dall’altra) convergono infine sulla voce di spettacolo, di teatro, pe: poi divergere ancora una volta e definitivamente. Johns componi attorno all’oggetto e all’immagine uno spettacolo chiuso e rarefatto rigido come un cerimoniale o uno stilizzato quadro scenico, avendo sempre cura d’interrompere i legami tra ciò che si svolge sul palco e la vita della platea. I segni che la scopa materialmente ha già lasciato sulla tela ricoperta di preziosi colori, ci dispensano per sempre da porre mano all’utensile. Lo spettacolo di Rauschenberg, invece, è di quelli che superano la ribalta, e non solo invadono tranquillamente la platea, ma si propagano attraverso l’atrio fin nell’animazione delle strade.
L’esperienza degli «happenings»
Spingersi vicinissimo al mondo così com’è, intersecandoli, fissare momenti ordinari della vita nella loro scorrevolezza, tutto queste non poteva non interferire con la ricerca teatrale. Il teatro possiede grossi mezzi per tradurre una simile intenzione: lo spettacolo nella sua massima forzatura non ricalca più la vita, ma diventa esso stesse
un’occasione, una trappola affinché accada la vita, si manifesti. Se poi il mondo viene concepito come un quadro vivente, un incrocio di avvenimenti dove il tempo sottomette di continuo lo spazio, la pittura, ma anche il teatro o la danza risultano eccellenti strumenti per chi voglia prendere parte al vivente quadro del mondo.
L’identità di mondo-quadro vivente rientra nella poetica di Rauschenberg
Inoltre, in connessione strettissima con la ricerca figurativa, si è sviluppata a New York una nuova forma di teatro: l'happening (accadimento, evento), che s’ispira anch’esso alla realtà urbana e allo spettacolo che di continuo le cose e le persone danno per le strade e i buildings della movimentata scacchiera di Manhattan. A ciascun oggetto e luogo, un ombrello, un giornale o una torta di gelato, una stanza da bagno, un crocevia con semaforo oppure un pianerottolo al 36° piano, è connessa la possibilità di provocare un certo numero di azioni, di far accadere qualcosa. L’happening è appunto la scoperta ed il consapevole sfruttamento delle possibilità produttive di eventi che possiedono gli oggetti e gli ambienti ordinari. Ogni sua edizione si configura come un’occasione per produrre avvenimenti che uniscono un aspetto predisposto ad un altro del tutto casuale ed impensato, sempre nei limiti del tema rozzo e banale stabilito preventivamente. Ad esempio, i soggetti degli happenings di Oldenburg riguardano il folclore dei quartieri popolari, la vistosità dei capi di vestiario esposti nelle vetrine e il richiamo dei dolciumi delle cafeterias. Mentre Jim Dine ha esplorato un tema maggiormente carico d’implicazioni psicologiche: quello degli oggetti familiari della casa.
Composto da un ambiente e da una serie di eventi, diciamo da un décor e dall’insieme dei gesti e dei movimenti compiuti dai perfor[mers]
(esecutori), un happening registra le reazioni dell’individuo, suo comportamento, di fronte ad una situazione oggettiva g stabilita in larga misura e pertanto preesistente ad ogni possibi azione. La priorità accordata al luogo materiale nei confronti d comportamento umano, come rientra in un modo comune d’inquadrare i rapporti fra l’uomo cittadino e la metropoli, conferma anche l’origine plastica di questo tipo inusitato di spettacolo. Per simi origine il luogo dove si sviluppa l’happening è costruito con materia eterogenei, tanto da assomigliare maggiormente ad un assemblaggio che ad una normale scenografia. Allo scopo di mimare l’ambiente dove indugia la vita ordinaria, contaminando prima la pittura e scultura ed invadendo successivamente l’architettura, la ricerca figurativa è approdata al teatro. Di fronte a questo ricalco architettonico del décor quotidiano, ma sottoposto ad un processo di sintesi che riunisce quanto la realtà disperde oppure congiunge funzionalmente l’uomo si vede costretto a reagire; non fosse altro il medesimo artista che, costruendolo, ha finito col trovarsene circondato, un po’ come cittadino si trova assediato dal panorama della città.
Questo passaggio dall’assemblage al teatro traccia l’esemplai cammino di Allan Kaprow, il principale teorico ed iniziatore degli happenings da lui dati in fondamentali edizioni negli anni fra il 1958 il 1960. L’apporto dei nuovi artisti, di Oldenburg e di Dine, risa soprattutto a dopo il 1960. Allo stesso Kaprow si deve un concetto base per l’orientamento di tutta l’avanguardia americana: quello di environment (ambiente), con cui si vuole indicare sia l’ambiente materiale dove si svolge l’happening, sia la scena reale che avvolge di continuo l’abitante della grande città. Le novità apportate da questo nuovo genere di spettacolo costituiscono altrettanti punti di collegamento con la ricerca dei nuovi artisti di New York. Al linguaggi contaminato degli happenings fa riscontro quello di molte opere plastiche sconfinanti ad un tempo nella scultura e nella pittura; a esempio, il ritaglio realistico operato da Segal entro una situazione anonima congiunge l’arte plastica alla scenografia e alla illuminazione teatrale. Nel loro radicalismo, poi, teatro e ricerca figurativa son arrivati a dissolvere le frontiere formali, non solo all’interno degli specifici linguaggi estetici, ma anche le frontiere poste fra arte realtà. L’happening sporge e si intromette nella dimensione reali come da parte loro i pittori, congiungendosi allo spirito proprio di Dada, hanno ripreso i problemi da zero, sollevando la questione
centrale di cosa sia l’arte e di cosa sia invece la realtà, e dei loro possibili rapporti, cambi e mutazioni.
Johns, ad esempio, lavora costantemente a confondere i dati della questione ontologica, conducendo maliziosamente la partita fra l’illusionismo dell’arte e l’evidenza delle figure convenzionali, senza mai pronunciarsi a favore di nessuno dei due. Ma la reticenza di Johns appare in sostanza come un’astuta ed in fondo intimorita fin de non recevoir. Con brivido aristocratico mette alla prova quanto più ama, le forme e i colori, il magistero della pittura, di fronte alla volgarità della vita vissuta, ma li pone sempre in salvo un attimo prima che possano contaminarsi veramente dentro lo strato inzaccherato della realtà ordinaria. Il pittore assomiglia un po’ ad un signore che non voglia sgualcirsi i polsini e il colletto della camicia grigio-perla, pretendendo tuttavia d’indossarla mentre esegue un pesante esercizio ginnico. Nelle bandiere USA e nei bersagli la sottigliezza intellettuale, per quanto nascosta dietro la disinvoltura dell’ironia poetica, gioca palesemente fra la realtà del quadro e quella dell’immagine empirica. Insomma ci troviamo di fronte ad un quadro ad una bandiera? Ma la domanda provocata con astuzia è mal posta; le categorie della logica formale non servono, e i veri problemi come l’essere autentico delle cose si trovano al di là di simili schemi a funzionamento automatico.
Rauschenberg ha risolto altrimenti l’uguale problema procedendo nei punti d’interferenza, che lui stesso ha moltiplicato, fra la finzione estetica ed il foltissimo mondo reale. Secondo la sua definizione stupenda: «La pittura è in relazione sia con l’arte che con la vita. Né l’una né l’altra si possono tenere in pugno. Io cerco di agire nel vuoto esistente tra le due»
Mescolando così le carte fra l’illusionismo dell’arte e il reale, questi artisti hanno dimostrato la complessità e l’estensione dei problemi estetici in una misura impensabile prima dei loro esperimenti. Ma intanto sono riusciti a buttare all’aria i termini di quel rapporto stabilito per tradizione, e adesso universalmente deprecato, che ha sempre posto un salto fra le faccende della vita e quelle
dell’arte. Ora le distinzioni tendono al contrario a venire meno; si prova il gusto provocatorio di violare i confini, facendo sconfinare l’arte sul territorio quotidiano con tutta franchezza. Nella strada verso la realtà e la vita immediata, lungo la quale procede l’intera avanguardia d’America, l'happening ha avuto il merito di fissare in maniera pregnante il tema della comune ricerca e di fornire alcuni strumenti ed un bagaglio teorico con un paio di concetti-chiave. Primo tra tutti quello di environment dietro il quale si staglia affascinante ed aggressivo il panorama oggettuale e visivo di New York.
Pop Art
I
Questo insieme non è più la totalità temporale di Rauschenberg, compromessa con la memoria e con gli ingorghi della vitalità; essa si presenta semmai vicina alla totalità propriamente linguistica dei tabelloni di lettere e di cifre di Johns, da cui in un secondo tempo
viene estratto il numero cinque o lo zero. L’insieme cui si riferisce un’opera pop costituisce sempre una serie: è la successione narrativa dei comics di Lichtenstein; è l’informazione pletorica dei mass media che trasmette per una durata staticamente misurabile il medesimo messaggio, come in Warhol l’iterazione del volto contraffatto di Liz Taylor. Dato che il campione appartiene ad una serie, lo si può prelevare con un atto brusco ed indolore, cosa che non è permessa invece a Rauschenberg: immerso nella fluidità, ogni suo dettaglio richiama per legami fisici un altro; se l’artista è condannato a qualcosa lo è alla tecnica del montaggio, a manifestare sempre la convergenza di ogni particolare verso il tutto.
Nella Pop Art la totalità è venuta meno; la visione procede per frammenti; e se a Segal è possibile frangere la stessa compattezza dei personaggi e dei gesti componenti la vita quotidiana, ciò accade perché la stessa vita reale è stata ridotta a quantità. Le foto prima e poi il cinema, a cui si è aggiunta la televisione, doppiando la vita, le hanno imposto anche il loro ritmo specifico: sicché la luce abbagliante che ritaglia in Segal una scena abituale della strada non è molto distante dal colpo di forbici del montatore che ritaglia un fotogramma da una sequenza cinematografica.
Invece di emergere, ora il campione salta fuori; la serie subisce un arresto è la strumentazione linguistica dei pop vuole imitare l’atto di captazione testuale della vista, la sua capacità d’insinuarsi destramente, mettendo a fuoco un dettaglio significativo. Mettere in chiaro i modi con cui l’universo artificiale occupa il nostro campo visivo, si stampa in esso, potremmo precisare, è una diversa e forse più esatta maniera di formulare lo stesso obiettivo. Poiché in questa seconda formulazione il procedimento rivela già il suo aspetto di scoperta di realtà e di allargamento di conoscenza, come di fatto lo è. L’invenzione linguistica dei pop è pari alla novità del loro programma; e non tanto nella riutilizzazione di uno strumento glorioso ma alquanto ingombrante ed invecchiato come il trompe-l’oeil (sebbene il proiettore gli abbia conferito una vernice di giovinezza) che sostiene l’immagine eloquente di Rosenquist e puntella il viziato candore di Wesselmann, quanto nella messa a punto di nuovi procedimenti. Secondo una larga estensione inventiva che allinea lo stampo di Oldenburg, il calco in gesso che Segal ricava da persone viventi, il riporto fotografico nel silk screen di Warhol, l’ingrandimento pantografico di Lichtenstein.
Gli ovvi precedenti di tutta questa strumentazione si ritrovano i Rauschenberg ed in Johns, ed anche in quella figura di passaggio fra Neo-Dada e Pop Art che è Dine; ma in genere la temperie dove risulta ora impiegata, è meno ingombra di spessori soggettivi; appare più diretta, impersonale e brutale. Con tali strumenti linguistici provvede a rifare l’immagine e l’oggetto prescelti; il rifacimento in cui consiste l’operazione centrale degli artisti pop ha valore di mimesi conoscitiva, e come tale arriva a ricomporre e a trasformare i modello, senza però mai spingersi ad alterare i suoi connotati fondamentali.
La Pop Art soggiace certo ad una specie di terrorismo del dato d fatto, e direi che non sia facile sottrarsi oggi a tale ricatto; ma sebbene parta dallo strapotere di tutto ciò che è, non scade su posizioni d’intelligenza apologetica. Una sua tipica opera, quale un’eroina sentimentale di Lichtenstein, si presenta sotto l’aspetto della tautologia, ed in quanto doppione inutile di un dato superfluo e per di pii d’incerto valore, sembra squalificarsi nell’insignificante senza rimedio. Invece, è proprio la tautologia (apparente) a consentire all’artista di lavorare a livello linguistico e critico, una volta superato quello iconografico. Più che nella scelta di un fenomeno in confronto di un altro, la libertà si manifesta oggi nel modo di assumere e di consumare un prodotto già confezionato e reclamizzato: è una libertà non eccezionale e all’occasione potrebbe essere esercitata anche dal mitico uomo della strada.
Dunque il rifacimento dei pop imita l’oggetto e la figura prescelti, tuttavia il risultato non s’identifica col modello, non è l’
d’esperienza. Simile obiettivo presuppone un’opera preliminare di demistificazione, di annullamento di falsi significati, e tale azione si rivela qui effettiva e non affatto retorica, poiché risulta perseguita, non già sovrapponendo dall’esterno un giudizio moralistico al modello, ma sondandolo, invece, con interesse conoscitivo ed intelligenza critica autentici. Cioè, mentre gli utensili e le figure tendono ad annullarsi nella funzione e a sparire poi alla lettera nel consumo; oppure (e al tempo stesso) provvedono a sorpassarsi sulla strada del sublime mitologico e pubblicitario, l’artista li riporta a se stessi, trattenendoli legati alla loro consistenza materiale. L’accento è posto sull’esserci, sull’ingombrante presenza dell’oggetto e della immagine.
Nei confronti infine di una più larga circolazione sociale e culturale, il campione dei pop finisce per acquistare il valore di sintomo: di una situazione, di un comportamento e di un modo di vedere il mondo. La teatrale violenza con cui Segal espone ai nostri occhi le sue calcinose figure, vuole provocare in noi la rivelazione di ciò che è l’anonima vita quotidiana. Ciò che impedisce una vivace percezione della scena ordinaria risulta proprio la sua ininterrotta prossimità: contro questo ostacolo è apparecchiata la
Ciò che preme sottolineare, nell’intero arco sventagliato della ricerca pop, è che le immagini pubblicitarie, gli eroi dei fumetti, gli oggetti della scena urbana, le tecniche industriali, vengono Recuperati
nella fredda analisi critica o nella partecipazione, nella vita dei sensi e dell’immaginazione, comunque sempre nel moto di una esperienza orientata dal visivo, dal quantitativo, dall’anonimo, dall’artificiale.
L’esperienza e l’inedita sensibilità elaboratesi nell’uomo attraverso i suoi rapporti con l’universo cittadino vengono prima del rifacimento dei manifesti, dei fumetti, dei prodotti di serie, e lo giustificano, e non dopo; e l’intento ultimo è di trarre da questa mutata realtà una nuova esperienza linguistica ed estetica, fissandola in un mondo esatto di forme.
Ogni senso, quoziente di esperienza varia da artista ad artista; e nondimeno esiste uno strato di sensibilità e d’esperienza che fa da sfondo a tutte le creazioni dei pop, dal quale esse prendono alimento e che provvedono al tempo medesimo a manifestare in modo consapevole. Questa esperienza di base si dimostra assieme visiva, quantitativa ed impersonale, una triade di attributi che ne sintetizza infine le caratteristiche cittadine. L’attività dell’occhio si organizza oggi, non già su schemi naturali, ma meccanici e automatici: non è lo svariare delle luci sugli alberi e sulle acque a formare la nostra percezione, ma la fredda violenza del neon, la prepotenza dei segnali stradali che bloccano l’autista sui freni, il panorama pubblicitario, la successione a scatti dei film e dei programmi televisivi. L’ottica che fa da protagonista nelle sculture e nei quadri pop appare condizionata da una serie di choc, da rapidi spostamenti di fuoco e di accelerazioni, e può ricordare le aperture o le zoomate di una telecamera in presa diretta. Lo scatto dell’apparecchio fotografico, la comparsa di un dettaglio sul telone del cinema o sullo schermo televisivo, la sicurezza con cui un manifesto s’inscrive nello spazio, guida la
Così oggetti e figure risultano sottoposti ad un’enfasi visiva che non è qualcosa che si sovrapponga loro, ma ricalca l’impatto medesimo con cui tutte le cose vengono esposte allo sguardo: la presentazione enfatica trasforma l’opera in uno spettacolo oppure in un nitido supporto per un’ispezione ottica. Così la stessa partecipazione emotiva come qualsiasi altra reazione che vada oltre l’evidenza visiva, è costretta sempre a passare attraverso questo primo schermo
ottico. L’opera conserva, anzi, ed accresce il senso del faccia a faccia, dello scontro diretto più ancora che del rapporto frontale: l’esperienza della prossimità resta tra quelle prevalenti nella Pop Art come nella esperienza giornaliera di qualsiasi cittadino. Fra l’occhio e la figura non interviene nessuna mediazione od intervallo psicologico e nemmeno propriamente fisico, giacché il messaggio occupa di forza il nostro campo ottico. Le immagini si dilatano, particolari sorgenti di luce le investono; nello scintillante splendore del mondo artificiale, l’indiscrezione elimina ogni riserbo e ogni mistero; senza alcun residuo le cose non sono che la loro esteriorità pura, e se esiste tuttora culto (ed esiste indubbiamente), la sua liturgia si fonda sulla massima esposizione conferita all’oggetto cultuale. Le scatolette di minestra come il volto della star sul silk screen di Warhol portano testimonianza anche su questo cerimoniale contemporaneo. Enfatici e prossimi gli oggetti e le immagini intrattengono con l’uomo relazioni spicce fino alla brutalità. Si rivolgono con somma indifferenza a tutti, a me in quanto anonimo tutti.
Sembra non esistere più una comunicazione e un’esperienza unica e privilegiata, ma sempre scambiabile e quantitativa. Puntualmente nel nostro ambito d’esperienza si opera un capovolgimento istantaneo per cui, adoperando un utensile o leggendo un’immagine, mentre facciamo una esperienza personale, scopriamo di compierla in quanto tutti. Ormai la nostra sensibilità si dimostra così orientata dal genere che, mediante la riproduzione, finiamo per percepire come quantitativo anche ciò che di per sé è unico come il capolavoro artistico: è questa la sorprendente rivelazione contenuta nella Gioconda di Warhol e nei quadri di Picasso, di Mondrian e di Cézanne scandagliati dall’ottica meccanica di Lichtenstein. Anche solo puramente statistico l’universale si trova mescolato in ogni occupazione consueta.
Dalla somma di questi rilievi discende il paradosso che, se vogliamo impadronirci della nostra esperienza effettiva, dobbiamo mettere mano, non su quella singola, ma sulla molteplice esperienza pùbblica. L’approccio per penetrare nel mondo oggi non può essere che sociale e collettivo. Ogni singolo appartiene alla serie; in questa verità banale trovano aggancio la moltiplicazione degli attrezzi dozzinali di Dine, il messaggio ridondante di Warhol che ricopre con la stessa immagine l’intero spazio della tela; come il fatto d’imprimere alla propria opera, come avanti alla propria condotta operativa, un
forte marchio impersonale. Che di per sé dà il senso della potenziale riproducibilità dell’opera dal momento che l’impersonalità predispone l’opera alla riproduzione.
Come condiziona la nostra visione del mondo, l’esperienza della quantità, che si presenta solidale solo con l’astrazione della mente e che figurativamente si traduce quale fenomeno ottico (la ripetizione) o meccanico (la riproducibilità), si trova tanto all’origine del lavoro dell’artista che alla base dell’opera compiuta. Trova, pertanto, conferma la nostra ipotesi d’inquadrare il movimento complessivo che ha portato all’insieme di queste ricerche, come passaggio dall’esperienza dell’eccezionale, ed in quanto tale profonda, personale ed irripetibile, all’esperienza ordinaria, con la scoperta che a questo livello superficiale (nel senso di esperienza di superficie, come lo è ogni esperienza visiva), anonimo e quantitativo, è impossibile distinguere l’esperienza del singolo da quella di tutti. La dissoluzione dell’individuo eccezionale ha collocato in primo piano l’uomo comune che, in America, esce dai ranghi disciplinati e ad alto indice di consumo della
Gli esponenti della Pop Art sono entrati in questo spazio anonimo, fino ad oggi inesplorato dalla ricerca artistica, senza farsi condizionare dal giudizio sbrigativo (che risulta poi un pregiudizio) di condanna di simile dimensione di realtà, e qui hanno deciso di operare, guidati dall’ipotesi molto empirica che anche l’anonimo possa disporre di un quoziente di positività, di un’attiva apertura sul mondo, meritevole di venire sondata con imparzialità ed acutezza. Esiste uno stadio medio, se si vuole proprio la linea di vita americana, che si pone come campo da penetrare con le sue merci e con i suoi miti, la tirannia della televisione e del comfort meccanizzato; ed è su questo livello che la Pop Art coglie ed interpreta dall’interno le trasformazioni apportate dai mass media e dai prodotti tecnologici all’esperienza quotidiana di tutti. In tal modo l’attenzione potenzialmente sociale dei pop finisce per collocarsi agli antipodi dell’individualismo esasperato e della volontà di riscatto e di salvezza personale degli espressionisti astratti.
Per questo avviato rapporto, l’arte e la società del consumo, come lo sperimentalismo estetico e la cultura di massa, non si voltano più con ostentazione le spalle, bensì trovano una forma consapevole di collaborazione, dove sono la realtà e la cultura industriale ad offrirsi quale luogo d’intervento dei nuovi artisti. Il kitsch, il cattivo gusto, la
bellezza del banale, tendono a diventare il nuovo contenuto dell’opera d’arte.
Il valore paradigmatico che contraddistingue infine il campione pop consente, dopo l’assunzione del modello, la successiva restituzione del campione alla serie da cui è stato prelevato, col risultato di mettere in circolazione oggetti ed immagini che, attraverso l’intervento dell’artista hanno mutato di segno e di valore. Da questo punto di vista il lavoro dell’artista si qualifica come un atto di mediazione; e proprio per tale caratteristica la mediazione della Pop partecipa ad un movimento di recupero e di revisione (meglio che di contestazione), di riconoscimento e di mutazione. Si riconosce il mondo reale per quello che è, con uno scrupolo di obiettività il più possibilmente sgombro da preconcetti e da amplificazioni sentimentali, tanto da costringere lo stesso onirismo a scendere a patti con un’esigenza di penetrazione analitica; perfino il cinismo imparziale utilizzato a fini di conoscenza recupera una fisionomia positiva.
Le opere elaborate con questo spirito hanno finito per restituire un volto autentico e meno appiattito dalla consuetudine all’universo che ci margina attorno, offrendo un grandioso inventario della nuova realtà consumistica e massificata, che fino ad oggi solo la riflessione di alcuni sociologi era riuscita a raggiungere in una visione spregiudicata. Un vero e proprio repertorio di luoghi comuni oggettuali e visivi; ma, ricordiamoci, luoghi comuni ricostruiti, penetrati di consapevolezza, dove sono poste innanzi le modalità strutturali con cui viene elaborata la realtà artificiale e con cui viene orientata e manipolata l’esperienza e la visione del mondo. Da qui discende la possibilità di offrire all’uomo più aderenti e efficaci schemi di visione e di condotta.
Se oggi l’uomo è definito dal modo con cui consuma, ed a ciò è ridotto il suo comportamento, questi artisti suggeriscono un nuovo tipo di consumo ed un inedito modello di comportamento, penetrato di una consapevolezza che non volge le spalle all’esperienza dell’individuo comune. Una consapevolezza tanto più valida, raggiunta come è sul terreno del consumo, che aspira invece ad estendersi il più tacitamente possibile, in modo che i suoi beni scivolino inavvertitamente nella psiche e nello stomaco dei suoi clienti. Impedendo il consumo immediato, recuperando l’oggetto dalla sua scomparsa definitiva, si cerca di costringere l’uomo-consumatore a modificare il suo atteggiamento, a rendersi almeno conto sia dell’oggetto che della
propria reazione. Si tenta d’inceppare il meccanismo del riflesso condizionato da cui è guidato, in modo che nella stasi prodottasi possa affiorare una repulsa o un’avidità questa volta personali. L’indizio, il dato testimoniale, come l’arresto conoscitivo sulla cosa e sull’immagine, rappresentano il minimo di coscienza che possa scaturire da una dimensione di automatismi collettivi.
È stato così messo in moto un processo allo scopo di ripossedere quella sola esperienza che ci è data oggi: l’esperienza anonima ed intersoggettiva. Non a caso la Pop Art è nata nel più industrializzato paese del mondo, come un tentativo di adeguare il linguaggio artistico alla nuova situazione determinata dall’enorme sviluppo tecnologico e da sempre più vigorosi processi di massificazione. A questi temi la Pop Art offre una risposta parziale finché vogliamo, ma risoluta e penetrante.
Pop Art, abbreviazione di
Capitolo II
Gli incidenti dell’oggetto in Dine
Per Jim Dine tutto comincia con l’oggetto ed interrogando l’oggetto, e seppure se ne allontana ad esso ritorna come ad una condizione obbligata. L’oggetto accaparra su di sé ogni forma d’attenzione; un fatto che fa scartare immediatamente al pittore la soluzione equivoca ma perfetta di Jasper Johns (che non di meno è l’artista cui guarda Dine nella sua partenza): la concordanza stabilita fra la cosa e la pittura, possibile perché in Johns è il mondo pittorico al posto dell’oggetto ad attrarre la dose maggiore d’interesse. Anche quando, a partire dal 1959, Johns sembra voler distinguere l’arte dalla realtà, ed appende al quadro una gruccia o una canna di un termometro, come più tardi una scopa, una tazza o un tovagliolo, in effetti è ancora la pittura ad avere la meglio nel confronto. In modo spedito e piano la superficie pittorica raccoglie in sé l’ombra che vi getta sopra l’oggetto oppure si lascia segnare dall'imprimatura dell’oggetto stesso o dal suo movimento più connaturale.
Dine riprende la questione a questo punto, ma l’accordo si muta ora in distacco, così acuto è in lui il senso della specificità ed indipendenza di ogni ordine, della realtà e dell’arte, delle parole, delle cose e dei segni
conduce direttamente Dine a riscoprire l’autonomia del piano estetico, dal momento che la stessa falce o il tubo della doccia, una volta che siano entrati a far parte del quadro, si trasformano ed accedono a questo universo singolare che si chiama arte, o anche spettacolo, finzione
All’origine di questa trasformazione c’è un interrogativo: porsi da pittore la domanda di cosa sia l’oggetto (il mondo), vuol dire provocare con certezza una serie di mutamenti riguardanti l’oggetto stesso; il più semplice dei quali consiste nel prelevare l’oggetto dal suo contesto normale per metterlo a fuoco sullo spazio della tela. L’interrogativo concettuale mette così capo alla creazione di un quadro e noi, partiti dal perché, finiamo per ritrovarci al come, cioè a quel problema assorbente per un artista e dispoticamente estetico che è di come fare un quadro. Ora l’originalità di Dine si fonda appunto sul fatto di svolgere a livello della pittura, e quindi del come produrre dei buoni quadri, una serie di problemi concernenti l’oggetto, la sua identità e i rapporti che intrattiene con l’uomo (col pittore medesimo). Lontana dal possedere la realtà o anche solo dal penetrarvi, l’arte è qui un evento all’interno del quale l’oggetto si manifesta, si specchia nella sua immagine e produce il suo nome e la sua funzione, sino ad esibirsi alla fine in uno spettacolo goffo ed umoristico, e sempre un po’ aggravato dal peso di troppi problemi.
Attorno al 1961 Dine mette a punto la sua ricerca e vi si getta dentro con una ricchezza sparpagliata e non di meno mai dispersa, tanto che lo stesso prepotente gioco degli umori resta ancorato sempre ad una chiara esplorazione concettuale. Ogni cosa, si è detto, ha inizio dall’oggetto (dacché il mondo esiste) e l’americano spinge prima di tutto il singolo oggetto a mostrarsi nella sua solitudine e spoglia brutalità, ad esibirsi, si direbbe.
In Pala e Falciatrice del 1961, come in Una falce e Coltello rosso del 1962, la presentazione dell’utensile è sempre frontale: noi, come l’artista, siamo posti di fronte all’oggetto in un diretto faccia a faccia, dove il fattore percettivo (io vedo la falciatrice o il coltello) acquista un ruolo centrale. Vedere è un atto neutrale e costatativo: ma la costatazione nonché passiva nasconde una trattenuta tensione interrogante e scrutatrice, un po’ l’attitudine di un investigatore nei confronti di un reperto testimoniale o della foto di un indiziato. Della foto segnaletica l’oggetto imita la frontalità, e i rapporti che si allacciano con esso sono al pari sospettosi. Se la stasi, la sospesa
fissità e il vuoto intorno all’oggetto hanno fatto parlare di metafisica, l’annotazione è da accettare con il chiarimento però che si tratta qui di una metafisica d’indagine ontologica, e non soltanto della manifestazione di uno stato d’animo che nel passato è stato di frustrazione e di morte.
Dine si preoccupa di facilitare al massimo l’esibizione dell’oggetto curando attorno lo spazio e l’illuminazione: la falce, la pala ed il coltello pendono da uno châssis ricoperto da una tinta uniforme; la falciatrice, con l’impugnatura accostata al telaio del quadro, poggia sopra uno zoccolo come sopra la base di un monumento. Variamente ridotto al semplice supporto che fa da sostegno all’oggetto, lo spazio è diventato unicamente il luogo di una presentazione e ricorda il fondale del palcoscenico che nella sua neutralità intenzionale funge da sfondo isolante. L’obiettivo è di togliere lo spazio alle spalle dell’oggetto, di fargli attorno il vuoto. Anche la luce è assorbita tutta dall’oggetto in modo che l’esposizione dell’utensile avvenga in piena intensità visiva, tanto che Dine non avrà nessuno scrupolo a ricorrere all’aiuto di un fascio di luce artificiale. I termini di esibizione, fondale teatrale ed illuminazione, si raccolgono infine attorno ad un’idea di
Se si ripercorre all’indietro il comportamento di tutti gli artisti che si sono proposti la realtà quale problema e modello della loro opera, troviamo sempre la preoccupazione di disporre l’oggetto nelle più convenienti condizioni di spazio e di luce. Solò che poi l’artista ha finito per trascurare questo gesto iniziale, sedotto dalla splendida gratuità delle linee e dei colori. Invece le faccende per l’americano non filano così sbrigative: non ci si può sbarazzare impunemente del mondo, per cui Dine l’oggetto se lo porta dietro, lo mette in mostra, ne fa la vera molla della sua ricerca. Se l’arte è un mezzo per interrogare il mondo, quando non lo sia per catturarlo, la sua essenza si esprime anche nel gesto di appendere una pala da carbonaio ad un nudo sostegno e nell’attenzione con cui viene guardata: identificandosi l’arte con un modo particolare d’indicare e di vedere. Per Dine
come per altri artisti americani il mondo prima di tutto «è» nel senso proprio che Alain Robbe-Grillet dà a questo verbo di base, e solo in un secondo tempo vengono, se vengono, i commenti; ma esiste un mutismo ed un sentimento d’inevitabilità destato nell’uomo dalla presenza delle cose che può fungere da test psicologico per verificare se si è compreso veramente, se si è entrati, direi, nella contemporaneità, dopo aver abolito le squisitezze verbali che da troppo tempo ci celano il mondo.
L’oggetto nella serie e sulla parete
È però inevitabile che l’esibizione dell’oggetto susciti una fila d’incidenti, si direbbe, a catena. Il primo ed ancora interno che può capitare all’oggetto è quello di moltiplicarsi, e Dine è pronto a seguirne la serialità, il suo ordinarsi in sequenza. Prima ha presentato la pala singola ed ora ecco le due pale (Due pale, 1962), oppure le due pareti da bagno accostate con ironiche e sornione variazioni e sconfinamenti, come nei portasciugamani che sporgono da un ambiente all’altro (Duplice bagno rosso, ancora del 1962). Ma se l’immagine doppia l’oggetto e si situa nei confronti di questo in una specie di parallelismo, non c’è incidente dell’oggetto che non trovi riscontro piano dell’immagine, così che costantemente in Dine le immagini tendono a formare coppie, terzetti, a disporsi in serie, mescolandosi magari alle cose stesse. Dalle cravatte del 1961 attraverso le tavolozze del 1963 sino alle vestaglie del 1964, il principio della ripetizione percorre il mondo di questo artista, sollevando con disinvoltura un buon numero di questioni ontologiche, non ultima quella dei rapporti che intercorrono fra l’uno e i molti, il singolo e il molteplice.
Accanto alla sequenza del medesimo oggetto si pone l’aggregato di oggetti disparati: esso costruisce, fa il mondo, una stanza, una parete. Poiché il pittore affida sempre una preminenza frontale agli oggetti mirando a stabilire un rapporto di tesa fissità, tra tutti i luoghi spaziali più agevolmente di ogni altro la parete soddisfa tale esigenza. La parete occlude l’intero campo percettivo; ogni senso di claustrofobia si riversa contro questo limite familiare. Per molti aspetti gli stessi quadri-presentazione di un singolo utensile fanno già parete; ma è in un gruppo di opere del 1962 che Dine affronta esplicitamente
questo tema, ritagliando sezioni di camere da letto e di stanze da bagno con tutto il repertorio di oggetti quotidiani ed anche troppo intimi: l’armadietto per i medicinali, una lampada, il rotolo di carta igienica, il bicchiere con gli spazzolini da denti; oppure ancora la carta da parati, una cassettiera, una lampadina, l’impermeabile del bambino penzolante ai bordi della tavola. Qui interviene ancora una volta il gusto scaltrito della
Dine si richiama alla precisa esperienza della estraneità notturna (e la luce artificiale cui sovente fa ricorso ne è una sicura spia), allorquando le cose, sfuggendo al nostro dominio, escono dal cerchio abitudinario e confortante che abbiamo a fatica loro imposto. In Doccia verde (1961), ad esempio, il raggio di luce direzionata battendo con effetto di raggio istantaneo sulla metà inferiore del quadro, introduce una sfasatura tra le due sezioni componenti il dipinto-parete. Ancora il richiamo ad una esperienza della notte, quando entrando di colpo in una stanza, la luce dell’interno raccoglie le cose e le getta contro il nostro sguardo in modo inatteso e non coordinato; come qui le due fasce diversamente tinteggiate dell’intonaco, il tubo snodato di metallo, la decorazione floreale in alto, senza alcuna pretesa e tuttavia fresca come un pezzo di pittura postimpressionista. Spiovente dall’alto nello spazio che si allontana e si rifrange, la luce elettrica in Bagno con luce gialla (1962) è un vero catalizzatore notturno che affascina lo sguardo; ed il tratteggio bianco sventagliato dalla lampada sottolinea il percorso della luce sul muro rossiccio, così che l’occhio è costretto ad esplorare le distanze e a perdersi in esse, ad imbattersi nello sportello o nello spazzolino seguendo l’arco di direzioni obbligate. Si entra in questi quadri come si entra in una stanza o come ci si osserva con sguardo d’insonnia ad uno specchio, dove le immagini riflesse tracciano la nostra radiografia interna,
l’insoddisfacente panorama della nostra coscienza.
L’esibizione singola, in sequenza, o nella compagine della parete sembrerebbe bastare per chi si è proposto il problema dell’oggetto, ma in verità questo non è affatto esaurito. Giacché il problema coinvolge sia l’oggetto in sé, sia la faccia che rivolge verso di noi: la sua stessa immagine rappresenta solo il versante offerto ai nostri occhi, qualcosa alla cui elaborazione prende unicamente parte la nostra personale volontà di orientamento e di dominio sulle cose. La presentazione dunque dell’oggetto si rivela un evento d’importanza primaria, capace di promuovere una nuova catena di reazioni e d’incidenti che potremmo definire ora di ordine esterno, comprendenti cioè tutto il lato relativo ai rapporti fra le cose e noi, individui complessi, forniti ad un tempo di facoltà concettuali, estetiche e pratiche.
Il nome, la funzione e l’immagine
Una delle prime facoltà chiamata in causa è quella linguistica; con essa si cerca di raggiungere l’oggetto, di classificarlo distinguendolo da ogni altro, di affermare la nostra preminenza mentale su di lui: è per tutti questi motivi che gli abbiamo affibbiato un nome. Dine ripete pedissequamente questo procedimento e, come aveva già fatto Johns, scrive vicino all’oggetto con franchezza esposto in carne ed ossa il corrispondente nome inglese: torch ad esempio a fianco della torcia elettrica nell’opera omonima del 1962. Ma a volte accade pure che l’immagine venga tallonata dal suo nome, ed ecco che leggiamo palette, shoe al di sotto di una tavolozza e di una scarpa dipinte. In tal modo Dine si sforza di tenere assieme il lato verbale e il lato oggettuale della cosa, ma non arriva ad individuare tra loro un legame più stretto e più giusto di quello meramente spaziale della contiguità. Nella polemica attorno agli universali che l’americano rimette in causa a colpi di utensili familiari, egli prende con risolutezza partito a favore del nominalismo: i generi e le classi non sono affatto reali, mentre sono reali l’interruttore, il coltello, il rotolo di carta e tutti gli altri arnesi che si manifestano sopra i suoi quadri.
Ma può intervenire anche la nostra facoltà pratica. Da uomini positivi maneggiamo l’oggetto, lo impieghiamo a fini costruttivi, e così implicitamente affermiamo che fra noi e l’oggetto l’unico
rapporto è rappresentato dalla utilità e dalla funzione. L’oggetto è un utensile fabbricato ed esistente allo scopo di soddisfare delle necessità essenziali. Dine trasferisce sulla tela questa elementare certezza moltiplicando i calchi e i profili dello strumento e della mano che lo adopera, in modo da alludere ad un’azione materiale che, ad esempio, è di martellare se l’arnese che si ostenta sul ciglio del quadro è appunto un martello come in Martellare colorato (1961). Ma adesso che è entrato a far parte del mondo dell’arte, l’utensile è forse condannato alla definitiva inazione? Niente affatto, gli è permesso sempre di trasformare la tela, sull’esempio della falciatrice (Falciatrice, 1961), che in un certo senso falcia i vegetali colori sparsi sul quadro o del tostapane (Tostapane, 1962), che è riuscito ad abbrustolire una buona porzione di superficie
Tuttavia Dine è soprattutto pittore, vale a dire esperto in linee ed in colori, ed è pittorica la facoltà che mette più volentieri in gioco. Per condurre la sua partita con la realtà dispone di buoni strumenti professionali, per cui, dopo avere isolato l’oggetto, ricorre alla pittura per rappresentarlo, in modo da aprire una possibile intesa con l’oggetto medesimo. Una composizione come Cappello (1961) fornisce tanto il modello che la sua copia monumentale: mentre una dura bombetta da funzionario della city londinese (ma non sarà poi per caso il beckettiano copricapo di Molloy?) riposa sopra una mensola posta alla base del quadro, la sua ligia contraffazione a trompe-l’oeil, ma triplicata per lo meno nelle misure, veleggia in alto sulla superficie verticale. Altrove (Scarpa del 1961) qualcuno ha fatto sparire il modello dalla mensola, ma per fortuna è facile ricostruirlo servendosi del facsimile squinternato di profilo con tanto di etichetta dipinti al centro della tela.
L’oggetto appare sorpreso dal pennello di Dine in uno stato di passività, senza che un’eccentrica o solo particolare cura dell’artista sia intervenuta nella sua disposizione, ma anzi come la cosa ricade una volta che sia lasciata a se stessa. Quell’assillo presente nella cultura e nella sensibilità del nostro secolo — lo rintracciamo già in Luigi Pirandello — di come fare per cogliere le cose al di fuori della cerchia dell’uomo e della sua influenza, viene risolto dall’americano accollando all’oggetto un forte coefficiente di inerzia.
Ma ben presto il trompe-l’oeil viene abbandonato per l’uso di un più moderno ed aderente strumento di raffigurazione, il ricalco, che riunisce in sé la massima fedeltà alle forme essenziali dell’oggetto e la
minima concessione alla pittura. Nella scelta gioca l’esempio di Rauschenberg, dei disegni in particolare; tuttavia, mentre Rauschenberg ricalca le foto per ottenere lo stampo invertito, l’imprimitura, Dine impiega il ricalco per ricavare il semplice contorno lineare dell’oggetto. Interviene qui tutta la differenza che separa un gesto di presa veloce incalzato dal tempo (Rauschenberg) da uno scrupolo di conoscenza obiettiva che si vuole fuori del tempo (Dine); la stessa ragione per cui non è lecito confrontare il gesto di abbracciare una donna con quello di compilare la sua schedina segnaletica. Per la prima volta il ricalco fa la sua comparsa in Dine in certi particolari di Cinque seghe e di Tostapane, e nei profili delle mani di Martellare colorato e di Studio in tre pannelli per la stanza del bambino (tutte opere fra il 1961 e il 1962).
Lo spettacolo dell’oggetto
In tal modo il modello e la copia, la parola e l’indicazione dell’utilità trovano libero accesso nell’arte di Dine e concorrono a definirla: il perché confluisce immancabilmente nel come; l’indagine problematica mette capo ad una serie di quadri e l’immancabile scacco cui va incontro ogni interrogativo concettuale, favorisce, si direbbe, la creazione estetica. Poiché dallo scacco nasce l’arbitrio e la sua ricchezza adulterata; se la stessa copia conforme è incapace di aprire una strada che avvicini l’uomo all’oggetto, il segno e il colore potranno allora allentare la soggezione al modello, se non liberarsene del tutto, tentare almeno i primi passi sulla strada del gratuito. L’arbitrarietà fa appello alle doti di pittore che sono in lui. L’arte infine non è che un incidente, una reazione eventuale e sommamente aleatoria al mondo che, nel vuoto, continua a manifestare la sua presenza indiscutibile e con un’ostinazione che ricorda il contagio. Così l’opera di Dine appare sottoposta alle forze contrarie della fedeltà alla cosa e dell’arbitrio sempre personale; e l’itinerario visivo e spettacolare, che trasforma l’oggetto in immagine, in parola e in funzione, finisce per conferire al quadro la sua definitiva fisionomia assieme sorprendente e logica. Ecco allora Dine mescolare gli anelli nella catena delle reazioni provocate dalla manifestazione dell’oggetto, segnare le successive fasi di una metamorfosi, che dalla realtà empirica sale verso l’immagine, uno sviluppo discontinuo dove il
frammento possiede il medesimo valore della figura rifinita in ciascun suo dettaglio.
La serialità ad esempio di Sei seghe e di Tostapane è composta di sottili e brillanti combinazioni tra un utensile ready-made e un gruppo di ricalchi indicanti i diversi stadi nella formazione dell’immagine: non manca nemmeno, in Sei seghe, l’unità composita ed equivoca costruita con una sola parte dell’oggetto reale e con tutto il rimanente disegnato bravamente. Seguendo l’itinerario che dal modello porta al suo duplicato possiamo renderci conto del come si fanno i quadri. L’immagine risulta sempre modellata sulla cosa, ma la riscoperta dell’autonomia dell’arte così prossima alla gratuità, interviene a modificare la struttura del segno e del colore, autorizza la stilizzazione più spiccata, la sprezzatura della macchia, il risalto nei timbri puri della fascinazione ottica provocata dall’immagine stessa.
Sempre più palesemente Dine introduce nella sua opera lo spessore dei suoi personalissimi umori, si abbandona a fare dei commenti attorno allo stato paradossale in cui gli oggetti e le immagini vengono a trovarsi sulla tela, come attorno alla grande libertà, ma anche debolezza, che possiede l’arte nei confronti dell’universo reale.
Nella scena mobile in cui si è trasformato il quadro, gli arnesi, gli abiti, gli stessi segni finiscono per acquistare il ruolo appariscente e la densità di personaggi: si esibiscono, si scambiano le parti; l’oggetto muta la sua dura pelle nella pelle lineare e tinteggiata della sua figura. Dopotutto lo spazio della tela non è che lo spazio di una finzione, così che il pittore vi può tracciare sopra una, due, tre tavolozze proclamando apertamente tale finzione (da Tavolozza turchese del 1963 a Due tavolozze nere del 1964). Come Rauschenberg, Oldenburg, Johns perfino, così Dine potrebbe sostenere che è vero che tutto è teatro, a patto, però, d’includere anche le cose nella definizione. Capita che sopra la tavolozza o la tela spoglia, come sopra le assi di un palcoscenico, «succeda qualsiasi cosa»
Il senso posseduto da Dine di uno spettacolo domestico trova ora un tema congeniale per esprimersi nel motivo del capo di vestiario, che costituisce l’oggetto per eccellenza dell’attore. Nasce così nel
1964 la serie delle monumentali vestaglie rosse, bianche, pluricolorate, che ostentano, accanto alla prepotenza visiva, una personalità goffa e contegnosa, contraffatta con pesante umorismo. Nel tentativo di liberarsi dall’ossessione delle cose Dine adopera ora le armi della parodia, come altre volte ha fatto ricorso alla fantasiosa, volubile leggerezza del colore per intaccare la rigidità degli oggetti: non per nulla alcuni quadri di questo periodo sono dedicati a Francis Picabia, che aveva vivissimo il gusto della parodia e della farsa, ma ilare e non aggravata veramente da troppe preoccupazioni. Invece, nell’americano permane sempre lo spirito di un uomo irritato e si direbbe facile preda delle emicranie, il cui umorismo volge irresistibilmente verso il grottesco alquanto sostenuto. Con, a tratti, uno scatto d’insofferenza palese e di rabbia che lo porta a colpire i suoi quadri. Così, tavolozze e vestaglie divengono il bersaglio di colpi bene assestati di scure e di coltello (da Accetta con due tavolozze a Campionario di colori rosso inferno, sempre del 1963). All’invadenza e al mistero non decifrato delle cose reagisce imprimendo alla tela un senso tattile di ferita: e ciò chiarisce pure la vera portata del grottesco di Dine, la spia che i problemi affrontati non sono stati risolti. Come la contiguità è la sola legge che accosta nello spazio le estranee presenze, così il grottesco serioso ne rappresenta il legame spettacolare, l’intonazione comune. L’umorismo di Dine rimane problematico e non libero, oppresso da troppi interrogativi; assomiglia all’umorismo costrittivo degli specchi o dei gemelli, di tutte le cose che l’artificio o la stessa natura duplica e ripete, facendone l’involontaria parodia. Ancora come sullo specchio, qui ogni fenomeno ed incidente si riversa sullo spazio della tela, si moltiplica e si trasforma: la vestaglia è sì un oggetto, ma è anche una proiezione di se stessi, una confessione obiettiva, un ritratto, simile al ritratto notturno che nella sala da bagno rimanda la specchiera.
Il colore e il segno, l’arte insomma possono anche sbizzarrirsi, battere la grave opacità della cosa con la fresca velocità di una pennellata che guarda con nostalgia alla felicità sgombra di Matisse e del postimpressionismo, ma alla fine la visione s’intorbida. La pittura non basta a Dine, il cui centro gravitazionale resta pur sempre spostato sull’oggetto che continua a far mostra di sé fuori dal quadro. Se dimenticassimo, infine, che il destino di questi colori e di questi contorni abili e trasandati coinvolge quello dell’uomo, di un io intimo sino all’autobiografia, ricordiamo che il nome dato da Dine a
questa fitta serie di vestaglie è self-portraits (Autoritratti). L’interrogativo rivolto all’oggetto familiare non rappresenta altro che l’estensione dell’interrogativo che il pittore (l’uomo) rivolge a se stesso: per questo la frontalità, che rimane l’impostazione di ogni sua opera, appare ricalcata materialmente e psicologicamente su quella dello specchio (ancora).
Attraverso l’astuzia l’ultimo Dine cerca di aggirare l’assillo problematico, di batterlo sia simulando una disinvoltura che non possiede in profondità sia abbandonandosi al gusto dello spettacolo che possiede invece vivissimo. Si sforza di credere che lo spettacolo dell’oggetto e dell’immagine (dell'immagine-oggetto nei suoi quadri-collages) non sia poi qualitativamente diverso dallo spettacolo che il mondo continua ad offrire. L’artista sembra trovarsi così sulla soglia di una difficile svolta.
Capitolo III
L’infanzia e il sogno nella scultura di Oldenburg
Sempre attivo in Claes Oldenburg, il sottofondo onirico meglio ancora che psicologico imprime una costante distorsione ad ogni frammento ricreato della realtà. La macchina da scrivere si rivela animata, si gonfia e si affloscia sotto la pressione della mano; i due hamburgers bloccano l’orizzonte percettivo come due imponenti masse geologiche. La convinzione di trovarsi di fronte a doppioni inutili degli stessi oggetti che ingombrano la nostra giornata, può essere solo frutto di un pregiudizio critico, ma non resiste ad un approccio diretto che è già di per sé una prova difficoltosa. Per di più lo scarso interesse per la cosa in sé ha sempre reso l’artista indifferente al fascino degli
Prima di rappresentare eventualmente un’apologia o una denigrazione, la sua opera è una ricreazione orientata in senso realistico del mondo enfatico e greve della città e delle sue merci dozzinali. In questa attività Oldenburg si mantiene vicino non solo alla ruvida pelle del reale, ma anche all’esperienza elementare che arriva a possederne attraverso la mediazione del corpo. La vista, il tatto, la gola e l’odorato, aderendo agli oggetti, immettono l’artista in mezzo al mondo, ma provocando pure il gioco delle reazioni sensibili, emotive e fantastiche, lo trascinano dalla sua apparenza abbastanza lontano. Giacché fra l’avidità dei sensi e la qualità materiale delle cose si slarga l’universo degli appagamenti e delle delusioni (la corrispondenza o non degli oggetti alle voglie dell’uomo), ed è proprio questo
strato interno ad alimentare il lavoro dell’americano. Scopo delle sue sculture è di materializzare un’esperienza del mondo, dei non facili incontri con esso. «Io non mi interesso che all’esperienza umana: i rapporti fra l’uomo e il mondo», è una confessione-chiave di Oldenburg. Se fra lui e la realtà esiste un malinteso («Sono abbastanza spaventato dal mondo. Non mi sento sicuro fra gli uomini»
Ma la risoluta volontà di riplasmare il mondo viene minata di continuo dalla certezza di non potere modificare nemmeno di un pollice la durezza dei suoi profili, sicché il proposito non trova sbocco concreto se non sul piano virtuale, sostitutivo dell’arte. Creare è fingere, condurre un gioco, la cui serietà non arriva ad allontanare dalla coscienza dello scultore la sensazione di sostenere in malafede una partita impotente. Così, quell’autentico bisogno che lo spinge a riempire di oggetti lo spazio, passa senza soluzione di continuità nella sfera del gratuito. Tuttavia il gioco, oltre a coinvolgere le cose, il cono di gelato che sembra un vero cono di gelato solo bizzarramente ingrandito o il tostapane imitato con penetrazione analitica, investe la figura stessa dell’artista e l’attitudine professionale da lui scelta nei confronti del mondo. Se l’ice-cream è posticcio, pure Oldenburg è un finto gelataio, e non di meno questo falso professionale nasconde un bisogno veritiero. «Non sentendomi da nessuna parte a casa mia», afferma lo scultore, e non rintracciando alcuna valida giustificazione dietro a nessun mestiere, si vede costretto ad inventarsi dei pretesti per mettere mano a qualcosa. «Allora faccio finta di avere un ruolo: imitando il pasticciere, il falegname, gioco ad essere un lavoratore». La simulazione non è meno produttiva della schiettezza, e portata avanti in modo sistematico serve anch’essa egregiamente a tèssere un’ampia rete di connessioni con la realtà e con gli uomini.
Così, e per passaggi conseguenti, Oldenburg riscopre i fondamenti ludici di ogni attività creativa, anche se il gioco che conduce non sarà mai veramente disinteressato né libero. Non volendosi sbarazzare del mondo, ma non potendolo neppure accettare senza
contestazioni, l’artista americano sviluppa del gioco gli aspetti negativi maggiormente di quelli positivi, i caratteri della parodia e della contraffazione che pure al gioco appartengono. Si attacca, insomma, ad un modello comunissimo, al proprio panino imbottito o al tubetto del dentifricio che sta nel bagno, e restando sempre in prossimità del modello, ne cava fuori la copia alterata, esaltandone enfaticamente qualche particolare, mentre ne sabota altri. Il risultato, il pezzo di scultura, non appartiene propriamente né alla parodia né alla celebrazione, ma ad un genere composito che pure prende da tutte e due, ed il cui adulterato tono è facile ritrovare in numerose creazioni francamente popolari. La stessa potenzialità di azione e di spettacolo che sprigionano le sue macchine e i suoi commestibili, il fatto che li possiamo immaginare benissimo saltati fuori da qualche gag del vecchio cinema muto o con maggiore probabilità da un happening, trova il suo primo attacco in questa dimensione ludica. Allora anche il ruolo che Oldenburg si inventa via via riceve un chiarimento definitivo; e dietro la provvisorietà e la finzione del pasticciere o del falegname, si intravede il ruolo in pianta stabile del clown e la sua manomessa verità.
Ma in quale direzione espandere le voglie dei sensi, ritrovare corporalmente le cose se il mondo nella sua normalità respinge ogni richiesta del desiderio? La respinge perché essendo solo funzione, il mondo non tiene in nessun conto il corpo; i sensi hanno a che fare con presenze, e più ancora con sostanze, il caldo e il freddo, l’amaro o' il gradevole, mentre la normalità è soltanto praticità e consapevolezza di praticità (come si usa e a qual fine l’oggetto). Cercando di aggirare questo ostacolo, Oldenburg coinvolge il suo gioco in un movimento regressivo che riconduce la realtà in una condizione onirica, in quella dell’oziosa, cedevole, voluttuosa infanzia, dove gli oggetti non oppongono alcuna resistenza ma si mostrano anzi pronti ad accoglierci come dentro un morbido grembo femminile, oppure scintillano di tinte distraenti ed appetibili. «Colui che vuole essere amato desidera un mondo soffice. Le materie rigide escludono l’approccio, rifiutano il contatto: la loro durezza alza un muro d’indifferenza», continua a confessare l’americano.
Di fronte ad una costrizione come quella dell’utilità, l’infanzia e il sogno di Oldenburg si accordano prima di tutto nel privare di serietà le cose e nel mettere da parte simile nozione fastidiosa. Ecco che nella sua automobile in materie plastiche e nei suoi telefoni moltiplica gli
aspetti tattili, sensuosi, che avviano un patto di complicità con queste macchine, e consentono perfino di abbracciarle e di riposarcisi sopra e perfino della vista, che resta il più frigido fra tutti gli organi senso, arriva a modificare la funzione. Nei suoi cibi ordini aggredisce la vista con le vernici più umorali e comprometter possibili, facendo un uso dell’elemento percettivo del tutto differenti dagli altri pop. La sua accentuazione visiva non persegue fini distacco, come soprattutto in Lichtenstein o Warhol, ma anche proprio di connivenza. Attraverso l’iperbole visiva contrabbanda una serie di stimolazioni quasi papillari, sull’esempio della pubblici gastronomica nei magazines per la massaia americana sul tipo d popolarissimo «Mac Call». Giacché lo sguardo di Oldenburg serve conoscere solo in modo surrettizio, bensì principalmente a fissare un coagulo di sensazioni, proprio nella misura in cui l’oggetto è per lui in primo luogo tattile e poi visivo, tanto da coinvolgere lo scultore (l’uomo infine) in una compromissione fisica con la materia.
La cenestesia, che sta alla base della sua sensibilità, gli permette un continuo passaggio nella scala delle sensazioni; l’ottico si muta i; tattile e viceversa, così che la vista si pone all’origine di precisi movimenti psicologici e fisici, che prendono concretamente la forma di sprofondamenti, suzioni, palpeggiamenti. Più che nella stessa presenza, la qualità dell’oggetto sta nella sua sostanza, come il punto di incontro fra l’uomo e il mondo è collocato dallo scultore molto il basso, nel tubo digerente, ed in una sensualità immatura e non ancor; localizzata, di origine chiaramente orale, che si manifesta nel bisogne di essere accolto o, che è lo stesso, di sprofondare. L’oggetto provoca così una proliferazione di stimoli e di corrispondenze e consente risalendo lungo la corrente delle analogie, di unificare fra loro aspetti diversi della realtà. La macchina da scrivere è larga e lievitante come un pane oppure il tubo di dentifricio è morbido come un corpo di donna matura. Siamo lontani dunque dalla promozione dei soli valori di superficie, qual è rivendicata da altri artisti pop attraverso una promozione unilaterale dei valori ottici, come in un modello in gesso di Segal o in una marina di Lichtenstein: gli oggetti di Oldenburg possiedono profondità e intimità, e la loro emergenza nelle forme dei commestibili e ancor più degli utensili assume aspetti feticistici. Sono oggetti animati e rimandano sempre all’uomo, alla sua gola e al suo tatto, e ad un’immaginazione onirica che ha il suo greve centro nella fisicità.
Una contagiosa complicità, che è di ordine ancora organico, concede dunque ad Oldenburg di allacciare legami familiari col mondo; e la partita sembrerebbe avviata a chiudersi con esito favorevole per lo scultore, se poi nell’organico non riaffiorassero, per quanto mutate di segno, le stesse contraddizioni che lo avevano spinto ad opporsi al mondo e a ricrearlo. La durezza e l’indifferenza, che sono attributi negativi della realtà oggettiva, si trasformano nella fisicità onirica in inconsistenza scoraggiante ed in ostilità. La sensazione del molle che è qui fra le prevalenti, con troppa facilità può scivolare dal soffice femminile e sempre materno al vischioso e al lubrico. Così, nel suo risultato ultimo l’opera di Oldenburg, lontana dal delinearsi come una sicura compensazione, quale era nel progetto iniziale, si delinea come una complessa esperienza del corpo. Esperienza, più ancora che conoscenza del mondo quotidiano, giacché non investe tanto il piano dell’obiettività quanto quello della partecipazione soggettiva. Una sorta di duplice decezione viene a muovere l’universo dello scultore americano: come la ricreazione del mondo, invece di progetto diventa gioco, così la ricerca di un risarcimento fisico e psicologico si trasforma da scacco parziale in una precisa esperienza corporale. Una decezione che trova così un compenso (questo sì, ed effettivo), dacché il gioco e l’esperienza diretta sono mezzi che consentono di penetrare nella scena ordinaria.
Ora, laddove l’abitudine percettiva incontrava come dei vuoti incapaci di trattenere lo sguardo, oppure uno scenario così risaputo ed uniforme da non svegliare alcuna curiosità, Oldenburg colloca dei pieni ingombranti dotati di grande mobilità visiva. Ma, più ancora dell’ottico, è il tattile a sollecitare l’americano, per cui i suoi utensili eccedono di molto il quadro dei comuni abiti operativi. Se allunghiamo la mano, essa non riscontra una corrispondenza automatica col meccanismo dell’oggetto; le dita affondano nel cornetto molliccio del telefono; i tasti della portatile non scattano e il rullo resta immobile; i rubinetti del lavabo si afflosciano. Presi come in contropiede, smarriamo il nostro certo dominio sull’utensile e, non sapendo come trattarlo, ci troviamo obbligati a ricominciare da capo i nostri approcci, in una serie di prove e di correzioni che fanno un’esperienza in proprio. L’oggetto non è una funzione, ma una sostanza, una forma materiale che influenza tutte le nostre facoltà, quelle fisiche, emotive e fantastiche, più ancora di quelle pratiche, secondo la ferma persuasione di Oldenburg.
La componente onirica mette in campo la questione del surrealismo e della sua eredità odierna, ed il grande merito di Oldenburg consiste nel declassare costantemente il sogno al livello della realtà triviale di ogni giorno, riuscendo così a conferire alla tendenza onirica una vieta concretezza, che almeno nell’arte plastica le ha fatto troppo spesso difetto. Lo scultore americano non ha mai avuto paura di guardare in faccia quello che, nella loro ispirazione, molti surrealisti hanno invece nascosto ed impreziosito: una condizione traumatica infantile, con tutto quanto di non affatto raro, ma anzi di elementarmente ordinario porta con sé un’età chiusa in una assorbente attività orale ed anale. Questa pesante franchezza distingue i suoi pezzi dalle creazioni del surrealismo, compresi i viscidi orologi di Dalì, ed assieme a tale sincerità li contraddistingue il senso affollato, afoso della vita popolare di un quartiere della West Side newyorkese, e di una tradizione impura, cui lo scultore si ricollega, e che è per lui un certo Rauschenberg (il Rauschenberg del Letto ad esempio), l’art brut di Dubuffet, l’Henry Miller delle pagine su Brooklyn, fino al torbido amore nutrito da Walt Whitman per tutte le cose.
Fossili alimentari
L’ambivalenza dell’atteggiamento di Oldenburg di fronte al mondo, dove all’adesione si mescola il proposito di mutarlo conformandolo al desiderio, dà vita ad un doppio processo formativo di mimesi e di alterazione. Prima interviene l’imitazione, seguendo una ottica che regola le distanze secondo l’interesse destato dalle cose stesse: essendo questo interesse altissimo, l’ottica cerca di abolire ogni intervallo, e l’oggetto tende a crescere, a porsi in prossimità fisica almeno psicologica con l’occhio e con la fantasia dell’uomo. L’inusitato sviluppo dell’oggetto favorisce la mimesi: in questo sistema di misure non rapportato più ad una scala normale, l’hamburger, il gelato o il dolce («da pavimento», come li chiama ragionevolmente lo scultóre), possono raggiungere proporzioni monumentali, dove ciascuna parte, strato o scaglia acquistano peso, importanza, estensione. Ciò è possibile riscontrare pure nella fase precedente la modellazione, nel disegno. Ad esempio, in Fetta di torta o in Hamburger (entrambi del 1962) i cibi possiedono il rilievo
architettonico di una collina con le sue particolarità vegetali e le diverse falde geologiche. Ma sussiste anche la possibilità di un passaggio in senso inverso, cioè dall’architettura ai commestibili, così che nelle parole di Oldenburg la pianta di Parigi, divisa a metà dalla Senna, si trasforma in un enorme panino ripieno.
Imitare è penetrare, analizzare certo, tuttavia non è solo per necessità conoscitiva che i tipici alimenti della società americana subiscono questo processo di dilatazione. Sotto sotto l’onirismo e l’avidità, da parte loro, hanno dato un buon contributo alla crescita degli oggetti, a somiglianza del gelato gigantesco di tutti i sogni della golosa infanzia; e non guardano più alla decenza, all’estetica delle buone maniere, con cui ci sforziamo di sublimare i nostri appetiti: i dolci e i sandwiches si presentano sgradevoli a forza di smascherare le nostre ingordigie, impiastricciati e succhiati quasi avessero già conosciuto l’umidità della nostra lingua. Anche i frammenti di oggetti e i capi di vestiario che capitano in questo cerchio gastronomico, presentano lo stesso aspetto imbrattato dei commestibili: spesso assomigliano ad enormi chewing-gums che mani abili si siano divertite a sagomare oppure ad altrettanti tubetti di dentifricio strizzati fino all’osso.
In ogni punto le sgocciolature danno più la sensazione di leccornie o di sudicio e assai meno di vernice. Il sogno e la qualità della sostanza conferiscono prima alla monumentalità architettonica un’impronta espressionista, ma poi finiscono per contraddirla, frastagliando la superficie in un aggregato di particelle cariche di fisiche stimolazioni. La violenta copertura coloristica segna sì il parossismo degli smalti industriali, eppure suggerisce irresistibilmente la sensazione della crema, della cioccolata, della mostarda, e fa luccicare le masse, toglie loro imponenza, contesta, assieme ai contorni, ogni velleità da parte dell’occhio di svolgere la sua funzione di distinguere un particolare dall’altro. Scintillanti e pacchiane queste vernici vogliono catturare lo sguardo ed irretirlo un istante prima che possa portare a termine la sua opera di percezione. Ci troviamo compromessi in mezzo a questi fossili alimentari e l’azione, cui mette sempre capo la scultura di Oldenburg, continua ad esercitare una funzione puramente psicologica di attrazione e di disgusto. Ma ci muoviamo soprattutto nell’ambito della complicità, giacché mangiare è possedere, fare nostre le cose, facendole passare attraverso il tubo digerente. Assorbire il mondo, sentirlo come un’immensa torta è un goffo
accorgimento per superare le distanze, come testimonia il comportamento del bambino e di questa tendenza si trovano tracce in molte rozze metafore dell’istinto d’amore.
Dunque, è sotto il segno gastronomico che si svolge il primo tempo di Oldenburg (per quanto l’americano abbia continuato anche dopo ad occuparsi di cibi), durante il quale l’artista modella nel gesso e sostiene nei confronti della realtà la parte del pasticciere o del garzone di un delicatessen. Con questo pretesto si è accinto a ricostruire in modo sistematico tutto un mondo. In un passaggio che va da una fetta di dolce ad una cucina con casseruola e con un buon assortimento di vivande (Fornello, 1962) e ad una Vetrina con pasticceria (sempre 1962), fino a coinvolgere nella simulazione un intero ambiente, trasformando il proprio studio di scultore in una fornitissima pasticceria.
Si può riscontrare all’interno di questo periodo un’evoluzione nello stile: il passaggio cioè da una specie di bassorilievo al tutto tondo che chiude in sé l’intera forma dell’oggetto. Da Frammento di sigaretta, Calze verdi, 7 up, Braccio forte, Fianchi rossi (sempre del 1961), gli oggetti e le immagini della mitologia popolare — qui veramente, più da quartiere portoricano che da Madison Avenue —, attraverso Camicia, al tutto tondo della Sposa novella (ancora 1961). Il bassorilievo possiede forte il senso del frammento con la cornice sempre molto irregolare e la figura delineata in leggero rilievo ma con netto sbalzo cromatico rispetto allo sfondo.
L’abbandono, infine, dello sfondo e l’autonomia raggiunta nel modellare l’immagine significano voltare le spalle all’ambiguità della rappresentazione e sposare l’illusionismo del calco, della semplice presentazione: solo con questi accorgimenti ci si può accingere all’impresa di plagiare il mondo con qualche probabilità di successo.
Macchina-gag
Dopo i commestibili, o almeno in concomitanza con questa serie che resta sempre aperta, Oldenburg, a cominciare dal 1963, fa perno su un altro genere di oggetti per la sua metodica ricreazione della realtà: su quegli oggetti tecnologici che fanno ormai parte dello scenario quotidiano come la macchina da scrivere, il tostapane, il televisore, l’auto. L’arco della sua esplorazione segue sempre un
coerente itinerario; ora, è come se dal negozio fosse passato alla casa, decidendo di sostare nel soggiorno con qualche rapida capatina tra il bagno, il guardaroba ed il garage. Il gesso e lo smalto usati finora vengono sostituiti da materiali più flessibili: panno, materie sintetiche come il kapok e il plexiglass. Il sottofondo onirico che, dilatandoli, faceva il verso ai cibi, adesso preme maggiormente fino ad intaccare dall'interno la conformazione degli utensili; tuttavia, il loro impianto architettonico non è scomparso, appare solo contraddetto, come se un guasto o una stanchezza del tutto animale avesse sorpreso la rigidità degli elementi portanti, restituiti sempre con precisione esemplare sia nell’insieme che nei singoli dettagli. Con la perizia di uno specialista Oldenburg smonta gli utensili presi come modelli, ed è solo nella successiva fase del montaggio che fa penetrare in essi la sua immaginazione paradossale e poetica, in modo, però, che rimanga sempre ancorata ad una intelaiatura approfondita con attenzione analitica.
A questo proposito si presentano significative in modo diverso le due versioni della macchina da scrivere che esegue nel corso del 1963. In Macchina da scrivere molle, il rullo, le bobine portanastri ai due lati e la parte antistante sono restituiti con fedeltà interpretativa e mimetica, su cui poi si slargano, troppo bianchi ed irreali, in contrasto col nero lucido delle altre sezioni, i tasti grandi come piastre. Nella compagine architettonica ampia e circolare sembra, però, insinuarsi una forza opposta che fiacca e sgonfia le strutture, col senso proprio e l’umorismo forse involontario di un pallone che perda l’aria a causa di una valvola difettosa. L’altra versione, Macchina da scrivere fantasma, come anticipa già il titolo, è spettrale nel suo luccicante biancore, e delle figure dei sogni l’utensile possiede pure l’inconsistenza e la volubilità: muta, si deforma, tutte le sue parti appaiono sciolte, disposte a scivolare e a cadere. La collisione fra armatura meccanica e molle labilità della sostanza può assumere, accanto a quelli ludici e consolatori, anche aspetti grotteschi e perfino minacciosi, come appaiono appunto minacciosi nella tastiera bianca simile ad una chiostra di denti contro l’arrendevole massa nera.
Dall’incontro con Oldenburg la macchina è uscita sabotata e malconcia; la sua saldezza e funzione sono state barattate a favore di una vitalità animistica, di una specie di condiscendente natura antropomorfa
molle (1963) e al Tubo (1964), forse tra tutti gli oggetti di Oldenburg quello più voluttuoso e morbido al tatto. Soffice gabinetto e Soffice lavandino (entrambi del 1966) sollecitano un violento comportamento amoroso che li sfasci piuttosto che un comportamento funzionale.
Così, attraverso il duplice processo di mimesi e di alterazione, i commestibili e gli utensili si sono trasformati in catalizzatori di sensazioni, in un rifugio per desideri di complicità; la loro natura animale ed elastica, la loro realtà di grande giocattolo smuovono la nostra azione, adesso non soltanto in senso psicologico, ma fisico. Il dentifricio, la portatile, il tostapane, l’auto, il telefono, il panino gigantesco ricostruito in materie plastiche, vogliono essere palpati, manipolati; possiamo, seguendo i nostri capricci, buttarli per aria e prenderli perfino a pedate. «Sono per l’arte che piega le cose, le prende a calci», ha del resto dichiarato lo scultore
Così il mondo si è mutato in un grande gioco per ragazzi o, meglio, siccome dietro c’è molta consapevolezza, in un’ampia scena per una grottesca pantomima, una gag allegra e deprimente da cinema muto. Tuttavia le previsioni ultime si presentano anche troppo facili: non si sfugge mai realmente ai propri traumi, al massimo è concesso esorcizzarli esprimendoli oggettivamente. Così, anche la ricreazione del mondo dell’americano porta ancora in filigrana le vecchie frustrazioni e le paure che lo hanno spinto a riplasmare la realtà; nella fragilità della finzione traspare pur sempre la durezza di un mondo che spaventa, l’insensatezza di una praticità di cui sfugge il senso. È vero, gli utensili si offrono docili e benevoli, ma è altrettanto vero che la loro cedevole consistenza possa apparire alquanto oppressa e opprimente; al molle è dato veicolare, non solo la dolcezza e l’irresponsabilità dei sogni, ma anche l’angoscia di una realtà inafferrabile che non sostiene. Tra la lucentezza dell’oggetto e il presentimento dell'allarme e dell’irrealtà il passo è molto breve. Per di più queste sculture, facendo espressamente appello a reazioni fisiche e psicologiche, vanno incontro a risposte opposte ed impreve[dibili]
in una misura che non possono essere assolutamente preordinate e controllate in anticipo. Da qui le contraddittorie reazioni del pubblico ad una mostra di Oldenburg. Qualcosa di scisso rimane sempre attaccato al mondo dello scultore americano, come la coppia di aggressiva attrazione e di ripulsa, di familiare per troppa vicinanza e di distacco per eccesso di enfasi, in connessione col doppio processo formativo di mimesi e di alterazione, che sta alla base di tutto il suo lavoro.
Capitolo IV
La percezione della vita anonima in Segal
Ogni artista provvede la sua opera di un certo numero di agganci per attirare lo spettatore, come la creazione di un linguaggio porta sempre con sé la messa a punto di una zona di complicità fra l’opera e il suo pubblico; ma le figure in gesso di George Segal s’impongono con l’immediata violenza di un dato bruto, e l’unico strumento di approccio che a noi rimane è quello percettivo. La donna seduta al tavolino (Donna al ristorante, 1961) si dà a vedere con indifferenza ostentata e il nostro sguardo, invece di smuoverla di un centimetro o di riuscire a farcela complice, mantiene ed anzi irrigidisce le distanze. Segal conta proprio su un effetto di distanziamento fra noi e questi modelli calcinosi; tutti i suoi retorici ed anche plateali accorgimenti vengono messi in campo per ributtarci sempre nel nostro spazio di spettatori, mentre al di là si allarga lo spazio non raggiungibile che appartiene soltanto alle figure. Il tema della neutralità dello sguardo che lascia le cose come stanno, all’opposto dei sentimenti che trasformano fino a ricreare l’oggetto su cui si riversano, riaffiora nello scultore americano nel motivo dello sguardo che arresta e gela.
Ma la donna si presenta seduta sul margine del sedile, col busto e con la testa un po’ piegati in avanti, il braccio destro poggiato sul tavolo, mentre la mano sinistra tiene una tazza che aderisce al piano. L’atteggiamento è di persona che sosta finalmente, disarma per un momento, non tanto, però, da poter sospendere del tutto le diffidenze difensive. Seppure le gambe posano sul pavimento con abbandono, il resto del corpo appare rigido e il braccio ripiegato, più che di scompostezza, è indizio di tensione. La giustezza di questo atteggiamento di un anonimo cittadino nello spazio sempre frequentato e sempre sconosciuto della città ci riporta, piuttosto che ad estranee, ad
esperienze del tutto mediocri e familiari. Del resto nella scena non mancano numerosi altri ingredienti appartenenti a questo genere frusto: il sedile con la spalliera scomoda e l’imbottitura di finta pelle, il tavolino in fórmica assolutamente autentico, la vera tazza che la donna stringe fra le dita, ed infine il modellato con cui è costruita la figura, che ricalca diligentemente le forme e gli atteggiamenti di una persona viva, rispettandone perfino le esatte dimensioni. Tutti questi elementi ci spingono dunque a dubitare dell’impressione prima e fortissima di estraneità e ad indicare, invece, in Segal il proposito opposto di mettere lo spettatore a suo agio, di muoversi in una cerchia domestica di cose già troppo viste e conosciute. Si potrebbe pensare ad uno scrupolo di ordine realistico, ad una puntuale tranche de vie con la somma di personaggio e di ambiente, di gesto e di utensile, ritagliata e ripresentata testualmente. Conciliare ora queste opposte impressioni richiede l’intervento critico, impegnato a ripercorrere l’operazione di Segal in tutte le sue differenti fasi.
Precisiamo quale sia la dimensione umana in cui opera l’americano, e in tal caso la nozione di familiare e di domesticità approfondendosi è costretta a cedere il passo a quella di anonimo. L’anonimo definisce la condizione dell’individuo nella folla e nel tessuto della metropoli, uno strato denso dove si è immersi e si scorre fino a trovarsi quasi nell’impossibilità di averne un’esatta percezione. Da un punto di vista figurativo, l’attributo di ‘non visibile’ meglio di ogni altro restituisce la strana non-presenza dell’anonimo, qualcosa che per l’eccessiva prossimità, come la lettera rubata nel celebre racconto di Edgar A. Poe, fa velo al nostro sguardo, e al pari gli si sottrae per la scena che pone innanzi, amorfa, continua, che non offre appigli o interruzioni nel suo ritmo di scorrimento. È in tale dimensione che Segal porta avanti il suo lavoro, con l’obiettivo di conferire evidenza percettiva all’anonimo senza tuttavia snaturarlo, togliergli la sua ruvida sostanza di realtà fin troppo quotidiana. L’intento, dunque, è di rendere visibile il non-visibile familiare, proprio l’opposto di quanto si propone il sottile trafugatore di Poe, che risolve il problema di nascondere la lettera semplicemente collocandola in un contesto di richiami prossimi e normali
Tuttavia, se il proposito è diverso, il metodo per realizzarlo è in fondo lo stesso, e si concreta in un intervento nel quadro visivo in modo da capovolgere le attese e le abitudini percettive dello spettatore. Nel caso di Segal, se il contesto percettivo, dove emerge
l’anonimo, presenta normalmente il carattere di stabilità nel suo tempo di scorrimento fino a simulare la stasi, di omogeneità priva di strappi e di labilità di messa a fuoco, d’ora in avanti si ripresenterà nella sua opera con connotati diametralmente opposti. L’intermittenza e l’istantaneità prenderanno il posto della continuità; il dettaglio crudamente isolato sostituirà il panorama uniforme; ed infine, a tutto il quadro percettivo sarà connesso un notevole potenziale visivo. Adesso lo sguardo non potrà più scorrere distratto su quella superficie liscia e opaca su cui si annullano i contorni dei volti e degli oggetti consueti, ma messo in allarme da rotture e da zone in violenta luce, si troverà costretto a regolare la sua apertura focale. Così, ad effrazione avvenuta, azioni e figure familiari ci verranno restituite in vesti estranee; il mondo quotidiano, ciò che siamo abituati ad incontrare nel raggio del nostro sguardo, ci terrà fermamente a distanza.
Tecnica fotografica e teatrale
Segal dunque si insinua nell’estensione dell’anonimo e vi circoscrive una situazione, alcuni personaggi un intreccio di gesti; compie in una parola dei prelievi. Se è solo grazie alla lucidità del suo occhio che arriva a riscoprire nella còlla della vita ordinaria la nettezza di singoli profili e di gesti particolari, appresta poi qualcosa che prende assieme dalla plastica e dal teatro, capace di sorprendere e d’intrappolare a sua volta la nostra percezione. Per costruire questa trappola l’artista chiede sostegno alla tecnica fotografica o, meglio, alla messa in scena teatrale, che si è impadronita delle astuzie dell’arte fotografica. In tal modo il prelievo viene trasformato in una scena che, non sollecitando espressamente l’automatismo dei sentimenti e delle immagini, né l’attribuzione dei significati, si dona unicamente a vedere. A tutto l’apparato che Segal finirà per mettere in piedi possiamo dare con tranquillità la definizione di
Nella sua condotta di lavoro tiene il primo posto il prelievo, dove si serve del calco, di questo strumento di presa abbreviata sulla realtà che, con accorgimenti diversi, è comunemente impiegato dagli artisti
americani. Nel suo caso le bende di tela imbevute di gesso impresse sopra dei modelli viventi ne fissano con sorprendente verità gli atteggiamenti e il volume corporale. E successivamente, con l’introduzione degli oggetti reali, completa la
Talvolta Segal ricorre ad un supplemento di luce. Come accade sul palcoscenico, dove il regista può manovrare tutto il parco lampade così da ricavare un effetto totale d’illuminazione diffusa, oppure con maggiore discrezione può mettere in risalto un particolare con un fascio di luce direzionata di uno spot o di un occhio di bue. Ecco che in Cinema (1963) l’americano ottiene un forte controluce nella figura stagliata di spalle, col braccio alzato ad attaccare la lettera R, contro la vetrata violentemente illuminata. Il profilo sbilanciato dell’uomo, il contrasto delle luci, l’iscrizione rossa al neon Cinema, in alto, centrano per un istante il ritaglio fantomatico, aggressivo e familiare di una strada notturna di amusements. Usata a contrasto, e più raramente come tutto bianco o come controluce, la luce risulta
sottoposta sempre a forzatura allo scopo di fermare, folgorandola con taglio brusco, la presenza anonima delle figure
Osservando le isometre figure in gesso di Segal, misuriamo una volta ancora fino a che punto siamo condizionati dall’esperienza fotografica; il nostro sguardo ha ormai inghiottito milioni d’istantanee e di fotogrammi; si è assuefatto a questo linguaggio che procede per rotture e per accelerazioni, per emissioni a choc. Nei confronti del mondo artificiale dei films e dei rotocalchi, il mondo quotidiano fatto di odori, di corpi e di strade parte da un pezzo del tutto svantaggiato, ed è solo a condizione di riportare questo ultimo allo stesso livello del primo che è possibile accorciare lo svantaggio, restituirgli efficacia visiva. Per questo la dimensione anonima in Segal si frantuma in una serie di sezioni ritagliate; profitta dei modi di ricezione a scatti che sono propri dell’occhio ammaestrato dell’uomo moderno; agisce nel senso non già di una esperienza regolare e piana ma traumatica. Il procedimento fotografico comune a tutta la Pop Art prende qui consistenza plastica, tridimensionale, e si contamina con un tipo di teatralità cinematografica.
Ma ritorniamo al negativo fotografico: in questa capovolta immagine è il gesto fulminato ad avere la meglio sull’individualità, sui tratti identificabili della persona. Mentre l’individuo tende a ricadere nell’anonimo, l’atteggiamento trae vantaggio da questo naufragio, ed anche l’apparato visivo di Segal pone costantemente in risalto l’azione a scapito della riconoscibilità individuale delle figure. D’altra parte sarebbe assurdo pretendere che l’americano possa allineare ritratti ben caratterizzati, protagonisti al posto di profili, di presenze sommariamente accennate o di gesti, quando l’anonimo è il luogo della sua esplorazione. Ad esempio, dello sconosciuto a cavalcioni sulla bicicletta (Uomo in bicicletta, 1961) non conosciamo che la presenza, le due mani strette al manubrio, la sfera della testa attaccata direttamente al busto voluminoso, la massa del corpo distribuita fra il sellino, il pedale su cui poggia la gamba destra e il suolo su cui sosta la sinistra distesa in tutta la sua lunghezza, le mezze maniche e i calzoni rimboccati sotto il ginocchio. Di questo omaccione corpulento sappiamo solo quanto riempie il nostro campo visivo, ed ogni tratto interno, un tempo riserva degli esperti dell’anima e della psicologia, è rovesciato tra le cose inaccessibili: privandolo di passato come di futuro, di memorie come di attese, lo sguardo lo consegna alla sua pura esteriorità. La soppressione della profondità
assegna alle figure di Segal una semplice esistenza di superficie e, potremmo aggiungere, unicamente ottica. Così, la pietà sociale, questo sentimento che presuppone l’esistenza di un legame complice fra noi e gli altri, viene con un solo colpo tagliata crudelmente fuori Oppure si sovrappone dall’esterno ed in un tempo successivo, quasi uno sguardo pentito che voglia cancellare la crudezza di un primo sguardo indifferente, che però ha bloccato la figura per sempre. Da qui discende il senso di aggiunta episodica e l’accento di falsità nella partecipazione umana espressa dall’artista americano in certe deboli sculture eseguite dopo il 1965.
Arrestate in un gesto ordinario, un po’ enfatizzato, sorprese da un intervento esterno che le mette in posa, le figure di Segal appaiono condizionate dalla situazione in cui si trovano impigliate, come dagli oggetti dozzinali che si trovano a portata di mano. È una scoperta questa che getta molta luce sulla vera essenza dell’anonimo. Non possono sfoggiare una personalità superiore alla loro situazione, e non sarebbe nemmeno possibile staccarle dall’ambiente o dalle cose a cui sono amalgamate, poiché l’oggetto, determinandone l’atteggiamento, determina anche il loro unico essere: la loro presenza materiale
L’anonimo che è accumulo, quantità, sempre eguale, privo, non dico di speranza, ma anche solo di effettivo mutamento, lo portano sempre con loro: la selezione che è stata strategicamente compiuta da Segal soltanto per consentire l’atto del vedere, non arriva ad infrangere la solidarietà obbligatoria che fagocita i componenti della massa. Accanto alle figure singole, le scene che raggruppano un insieme di persone, appaiono egualmente condizionate dalla concretezza della situazione circoscritta, come dalla presenza degli oggetti e dalla stessa funzione. La scultura di genere che Segal ha rinnovato, presenta
situazioni tipiche della vita quotidiana: un gruppo di persone attorno ad un tavolo; sul letto l’abbraccio di un uomo e di una donna; la sezione di un autobus; gli amanti impacciati nel parco; lo spaccato di un distributore di benzina. La teatralità in cui sbocca, come si è già sottolineato, la messa a fuoco dell’immagine, vuol dire pervenire a mettere anche in luce quanto di rituale c’è sempre nella vita, pure in quella più spenta e grigia, un rito che in questo caso viene edificato attraverso la ripetizione di gesti convenzionali.
Le figure di gesso e i manichini di cera
Dato che alcuni critici hanno collocato queste figure a ridosso se non addirittura accanto ai figurini di cera, diciamo allora che ci troviamo invece molto lontano dal Musée Grévin, dove ciò che viene messo in evidenza è la rassomiglianza emblematica da candidato all’immortalità, ottenuta attraverso il rilievo volonteroso dei particolari, di quelli che si chiamano i tratti caratteristici di ciascun personaggio. Più che rassomigliare al modello celebrato, il manichino rassomiglia all’idea, al cliché più divulgato tratto dalla persona viva, tanto che lo stile tira irresistibilmente alla semplificazione e alla caricatura. Napoleone non è stato mai così Napoleone come nelle sale che il Musée Grévin dedica all’impero. Nel figurino poi le linee e i profili sopravanzano di gran lunga la massa delle membra, e se esiste una tradizione formale rispettata è quella del finito levigato.
Nelle rozze figure di Segal la massa tende, invece, a debordare dai contorni, e lo stile appare come la versione moderna e congelata della tradizione del non finito. Le figure sembrano modellate in un blocco unitario, come se un’unica massa di pasta biancastra fosse colata dall’alto a formare con mólta approssimazione la testa, il busto, le braccia e le gambe, trovando poi nel basso, nella pesantezza dei pugni e dei piedi, il suo centro di gravità. Lungo questa colata i dettagli vengono accennati appena; le parti del corpo sono connesse senza interruzioni; fra il capo e il torace non c’è posto per il collo; un ruolo secondario spetta alla distinzione fra i sessi; e nei dettagli ciò che appare prossimo a cancellarsi è la presenza degli abiti. In quest’ultima cancellazione potremmo ravvisare un tratto tipico del costume americano (non dimentichiamo tutto ciò che queste opere rispecchiano del costume e del folclore) che sorprende un europeo in America:
qui sovente i corpi sembrano comporre una sola massa debordante, senza storia, si direbbero, e gli indumenti appaiono impastati, consustanziali al corpo in una misura che è difficile riscontrare anche nelle meno pretenziose folle d’Europa. Si pensi, infine, come giochi diversamente il vestito al museo delle cere. Lì l’abito confezionato con taglio inappuntabile rispecchia l’epoca sino alla moda; può essere indossato ed il manichino in effetti lo indossa, ma rimane pur sempre possibile scindere le due unità. Nelle figure dell’americano voler procedere, anche solo mentalmente, ad una simile svestizione, si dimostra subito un progetto irrealizzabile.
Si apre qui la questione del realismo, della tranche de vie, di tutto quanto fa pensare ad uno scrupolo di verità realistico. Ma Segal sa che il realismo è soprattutto un’attitudine; non consiste nella copia del vero bensì nel modo con cui si entra in rapporto col mondo. È proprio questo il tipo di realismo che sta a cuore all’artista. Simile realismo gli consente di sfociare consapevolmente e senza contraddirsi nell’artificialità illusionistica della
Non è dato riscontrare una vera progressione nei prelievi di Segal; il suo itinerario non dà vita ad un effettivo sviluppo temporale. All’origine pittore, le sue prime sculture risalgono al 1958, ma è solo del 1961, con L'uomo al tavolo, il suo primo esempio di figura in gesso modellata direttamente sul corpo umano. Si direbbe che la sua crescita sia piuttosto misurabile sul metro dello spazio. Coerentemente ancora con l’esplorazione dell’anonimo che è addizione, accumulo, estensione, l’americano si preoccupa di aumentare il numero dei suoi sondaggi, di accrescere il raggio della sua scena. Può far solo altri prelievi, e poi accostarli, sommarli, occupando nuovo
terreno, un prelievo accanto ad un altro prelievo, un gesto irrigidito a fianco di un altro atteggiamento pietrificato. Alla fine i suoi prelievi compongono uno scostante universo accessibile solo allo sguardo: ed è quanto fulmineamente ci rivela un’esposizione tutta dedicata a Segal.
Capitolo V
L’eloquenza del meraviglioso in Rosenquist
Non occorre spingersi lontano per incontrare il meraviglioso, liberare i sogni rimuovendo in noi le censure sociali, aprire le porte alle
È questo il problema affrontato da James Rosenquist: ciò che il pittore americano esprime molto concretamente quando afferma che sta come «vivendo in questa pubblicità che ha una tale carica e una tale eccitazione nel suo repertorio di immagini»
bisogno, tende per ciò stesso alla massima esteriorità. Si badi, dell società che sta alPorigine di questo fantastico si riconoscono le contraddizioni, il fatto che «produca allo stesso tempo coperchi d scatole e allievi astronauti», ma il giudizio di fondo rimane poi aperto, poiché si spera di annullarne le incoerenze, le parzialità e le mistificazioni al fuoco della propria vitalità («ci sto vivendo»). Invece di neutralizzare il luogo comune visivo, disinnestando la sua carica suggestiva, come fanno i freddi Lichtenstein e Warhol, Rosenquist si lascia trasportare da questa corrente di fascino, cercando di ricuperarne le energie e i valori autentici, la sostanza fantastica che per l’artista si identifica poi con l’essenza medesima del mondo moderno. Comunque, pur nelle divergenze, esiste un importante punto in comune: il ritrovamento del mondo è un obiettivo conseguibile, a patto però di scalzare il normale valore accordato all’immagine e all’oggetto, sia esso un valore comunicativo e legato quindi ad un razionalizzato contenuto suggestivo, oppure un valore utilitario. Al di là di tale normalità sta ciò che, a seconda delle posizioni assunte, si riconosce essere la verità dell’immagine o della cosa: la sua materiale struttura linguistica oppure il suo potenziale psichico, il quoziente d’immaginario in esse contenuto.
Rosenquist ritrova il fantastico nel panorama della città (il suo spazio d’elezione è compreso fra Time Square e la 42° strada), e poi lo proietta in cinerama, lo ricompone davanti a noi come uno spettacolo. Il gigantismo
vendita delle merci è un fatto assodato; lo è meno il significato e la portata in sé dell’erotismo pubblicitario. Per ottenere simili obiettivi Rosenquist si vede costretto a riproporre la propria coscienza fra gli estremi del super e del subcosciente, quale campo per verificare e per manifestare ciò che solleva nell’uomo il fantastico cittadino. Tenta in effetti di ripercorrere il cammino dell’immagine in se stesso (ed in noi), tra le sponde opposte ma contigue della coscienza e dell’inconscio, del giudizio e della partecipazione, in un ambito, tuttavia, dove la vitalità tiene il posto principale. Così, non battendo l’impersonale strada dell’analisi, riporta a se stesso il grandioso scenario urbano: dipingere per lui significa mettere ancora in gioco la soggettività
Il risultato è un gruppo numericamente cospicuo di quadrimanifesto, di quadri-spettacolo, di puzzles eloquenti e privati, il cui significato viene alluso, proposto all’interpretazione dello spettatore. Ma essi non raccontano che molto secondariamente, come di rado racconta un’affiche, bensì presentano ogni volta una situazione il più possibile globale. Tuttavia, mentre sui cartelloni la situazione si presenta unitaria, trasparente al senso e rituale, e basta uno schema elementare per districarsi nella scena di una coppia elegantissima che sorseggia impercettibilmente eccitata il Bourbon cerimoniale, in Rosenquist la situazione appare assai più complessa e non affatto univoca. Ad esempio, quale schema utilizzeremo per decifrare il rebus
La tela come specchio dilatato della coscienza
La grande tela diventa così lo schermo materiale su cui proiettare e lasciare che si espanda uno stato totale della coscienza, che è un fenomeno fondo ed intricato, dove si annodano episodi e figure reali
ed associazioni scattate nella fantasia, brani di ricordi e pure premonizioni. Ecco allora la ragione prima della profusione di immagini che riempiono normalmente l’opera di Rosenquist, della loro simultaneità e del grado maggiore o minore di presenza, secondo l’intensità con cui hanno toccato la coscienza e del posto che vi occupano. Alcune figure intere oppure scorciate tengono il primo piano; altre invece non arrivano ad insinuare che un dettaglio; nuove figure, infine, galleggiano nelle zone periferiche della composizione, perché recenti stimolazioni, trapassando nel frattempo la coscienza, vi hanno conquistato i ruoli migliori e più appariscenti. Ci sono inoltre delle figure come di disturbo che non giungono mai a chiarirsi definitivamente, ed accrescono con i loro riferimenti ad un tempo sessuali, viscidi e gastronomici l’ambiguità della situazione totale. Simile ruolo è giocato, ad esempio, dalle immagini ritornanti di un piatto di spaghetti o da scorci confusi di ciglia, ascelle e articolazioni femminili. In Ti amo con la mia Ford (1961) l’inserto gastronomico disturba l’accostamento auto-donna-amore fisico e lo commenta. L’artista provvede poi con un supplemento di astuzia a facilitare questo simultaneo sovrapporsi ed interferire delle immagini, alludendo a materiali per la loro particolare lucentezza capaci di rimandare altre immagini, quali specchi, superfici levigate di numerosi materiali moderni.
La situazione che Rosenquist raffigura appare eminentemente equivoca ed aperta; non è nemmeno sintetica come quella del manifesto pubblicitario, ma tende alla sintesi senza per altro pervenirvi, giacché si è abbandonata la chiarezza e l’immobilità del mondo pubblicitario per l’oscura flessibilità della vita della coscienza. E non di meno è proprio la pubblicità a fornire al pittore il suo variopinto cinémascope: per recuperare l’energia e il fantastico non occorre tanto distaccarsi, quanto manomettere, far precipitare l’universo artificiale trapassato a fondo dal sogno e dalla vitalità dell’uomo.
Per questo motivo Rosenquist stima di poter serbare della pubblicità la tecnica di base, il trompe-l’oeil, con cui dà vita ad un folto repertorio di carrozzerie d’auto, di cibi industriali, di anatomie femminili e di prodotti in serie. Il fantastico e l’onirismo intervengono meno nella costituzione delle singole figure e più nel loro montaggio, che guasta l’intelligibilità bonaria, lusingatrice della, réclame: con una vigorosa e moralistica mancanza di tatto e di conformismo, Rosenquist istaura fra le immagini un tipo di connes[sione]
a sorpresa; vi lascia penetrare una serie d’incongruenze, una carica d’inquietudine e perfino di allarme, diffuso in ogni parte del quadro sebbene non localizzato in nessuna. Capovolgendosi, la figurazione commerciale mostra l’altra faccia dell’
Tuttavia in Rosenquist le figure non valgono tanto in sé quanto soprattutto per il posto che occupano nel montaggio (nella situazione globale), stanno cioè in relazione, sono investite di senso: alla loro presenza ottica di linee turgide e di colori sfumati si sovrappone un’intenzione significativa anche troppo esplicita. Ogni ricerca di significati, di spremere una verità da questa babele che è l’universo cittadino, appare legittima e meritoria a misura proprio delle difficoltà cui va incontro; e gli strumenti di cui dispone il pittore sono quelli dell’analogia e del contrasto, dettati dalla vita della coscienza totale. Ora dall’insieme delle sue opere si ricava l’impressione che le connessioni, stabilite dall’attività psichica ed inconscia, siano meno sconvolgenti e nuove delle scoperte che è concesso ottenere per mezzo dell’analisi linguistica, di un libero uso dell’apparato percettivo. La via dei significati proposta da Rosenquist riporta, non certo in assoluto, ma nel suo caso almeno, in un cerchio di cultura un po’ scontato, quello del surrealismo in genere e di René Magritte in particolare, da cui prende in gran parte lo stesso metodo di dislocazione e di giustapposizione delle immagini.
Due quadri dell'americano, Mezzogiorno e Arcobaleno (entrambi del 1962), riassumono in modo scoperto i suoi debiti nei confronti dell’artista belga. Il primo, dove due cieli sovrapposti fanno da cornice l’uno all’altro, porta al centro, veleggiante tra le nuvole quale astro del giorno, un comunissimo bottone maschile. Nel secondo, una doccia in funzione al di là del riquadro di una finestra, rovescia all’esterno lungo il davanzale e la facciata un rivolo di orchestrati colori. Qui il fantastico di Rosenquist appare nelle sue forme assieme più dirette ed evasive; e la stessa condotta tecnica ancora pittorica (esemplare in questo senso Mezzogiorno), che immerge i particolari in una atmosfera densa, e le ombre, le allusioni, molto spesso la sparizione di un dettaglio che sembrava doversi precisare, fanno alquanto vieux jeu
Ma detto questo, è pure giusto sottolineare l’impegno propriamente originale del pittore americano di far scattare più fermamente il fantastico dagli stessi ingredienti della realtà artificiale; allora il fantastico non si dimostra più un fenomeno pieno di reticenze e di distrazioni, ma diventa un attributo del troppo reale mondo pubblicitario, quando se ne avverta di nuovo l’energia e l’eccitazione. Trapassando le diverse immagini, la corrente fantastica mira a creare associazioni; tende in una parola ad unificare; ed è per tale motivo che essa può incontrare e sposare quella ricerca di significati che sta a cuore a Rosenquist. Dalla loro confluenza, e col sostegno di uno stile anonimo ripreso dalla pittura commerciale, nasce un’eloquenza robusta e ricca di sorprese, con cui si vuole colpire, accelerare il ritmo della vitalità, comporre perfino un onesto e buon sermone: e non si trova niente di più retoricamente efficace che alludere, dimostrare attraverso l’oscurità del messaggio che per capire occorre affrontare qualche ostacolo, prestare una vera attenzione. Il salto maggiore resta sempre il passaggio dal linguaggio piano della pubblicità ad un linguaggio rozzo ma complicato e difficoltoso, costruito per di più attraverso spezzoni di figure che pure risultano decifrabili alla prima occhiata.
Capitolo VI
Il fumetto al microscopio: Lichtenstein
In Roy Lichtenstein la maniera radicalmente nuova di considerare la pittura si palesa già nella limitazione volontaria che lo ha condotto ad eleggere, fra i molti aspetti della realtà attuale, un solo ed esclusivo settore. Al pari di qualsiasi altro professionista, con Lichtenstein l’artista diventa l’esperto in un ramo particolare: nel suo caso quello della comunicazione visiva che si esplica attraverso il genere inflazionato del fumetto. La tendenza alla specializzazione del lavoro nella società moderna, raggiungendo anche l’arte visuale, pone in liquidazione definitiva, assieme alla figura, il ruolo tradizionalmente assegnato all’artista, centrale e totalizzante nei confronti del mondo. Nell’Espressionismo astratto, la nozione abnorme di uno scacco coinvolgente l’intero universo era fatta intervenire per continuare a puntellare una simile figura: tutto ciò equivaleva poi alla denuncia di una crisi e preparava, lungo la strada del negativo, una nuova definizione dell’artista. Oggi è Lichtenstein a sollecitarla: alla antica centralità egli sostituisce l’esplorazione di un settore specifico, il cartoon appunto, cui sono appropriati gli attributi di futile e di periferico; non potremmo segnalare un limite alla sua poetica che lui in precedenza non abbia già segnalato esplicitamente. Tuttavia, non si muove all’interno del fumetto come un cartoonist, sulla scia magari dei maggiori, quali Charles Schulz e Al Capp, bensì ancora come un artista indipendente, seppure in una accezione inedita.
Ma cosa può significare la definizione di artista indipendente viste le molte restrizioni che si pone? o, altrimenti, accettati questi limiti, quale ruolo compete tuttora al pittore? La risposta di Lichtenstein è che l’artista non è altro che un tecnico dei fenomeni formali e percettivi, ed in quanto tale gli spetta il compito di verificare quale
valore di forma possa sussistere nei processi della comunicazione per immagini, come pure se una possibilità di percezione non si mantenga all’interno di una ricezione fondata notoriamente su meccanismi irrazionali. Il programma così formulato si traduce in una sorta di indagine empirica e critica (l’unica libertà di cui si vale è quella critica), e la grande modernità di Lichtenstein consiste proprio nel conseguire un obiettivo formale-estetico percorrendo un itinerario critico e cercando nella tecnica un alleato. Intanto, come tutti i programmi d’indagine, anche il suo gli consente di procedere seguendo una precisa e tutta dichiarata metodologia.
Per di più apparente, la tautologia in Lichtenstein si dimostra soltanto un’astuzia critica che, sbarazzando il pittore di ogni preoccupazione iconografica, gli permette di lavorare indisturbato al livello del linguaggio: ciascun suo intervento mira infatti a circoscrivere gli aspetti formali del cartoon a scapito di quelli narrativi. Quale prima mossa l’americano interrompe la continuità temporale del fumetto e ne preleva un dettaglio, come se la sequenza avesse subito un guasto improvviso nel meccanismo. Il suo ritagliare non è un atto imparziale, bensì è scelta ogni volta di un frammento potenzialmente significativo dal punto di vista della forma. Lo spazio del quadro viene trattato come un campo sperimentale, su cui proiettare il campione prelevato e fissarne i contorni mediante il ricalco: questo luogo neutro serve a Lichtenstein per sottoporre il prelievo ad un’ottica analitica e dilatante, da cui viene trasposto in una scala inconsueta alla nostra abituale percezione dell’immagine, quasi osservassimo un campione al microscopio.
Esiste, del resto, un suo quadro esplicito come una poetica in atto: una lente d’ingrandimento posata sopra un foglio modifica di questo ultimo la grossezza del retino tipografico: normale nelle zone sottratte all’azione dello strumento ottico, appare invece fortemente marcato nelle zone messe a fuoco dalla lente. Non altro è infatti l’obiettivo di Lichtenstein, che mettere a fuoco criticamente l’immagine al fine d’individuare, non al di sotto, ma all’interno del livello superficiale della stessa immagine, il livello al pari superficiale della forma. Il passaggio di ciascun frammento dal contesto narrativo del cartoon a quello emblematico della tela provoca una fondamentale correzione nel campo visivo: angolato ora con un’inquadratura stretta, il prelievo è libero di esibire la sua struttura linguistica, fredda e meccanica quanto può esserla in un linguaggio industriale tendente
alla ripetizione all’infinito. Adesso l’arrendevole vamp si mostra collocata in superficie unicamente in funzione di un itinerario visivo, le cui tappe sono otto dita, una bocca, due occhi, una cornice di piani d’inchiostro, che compongono la frangina e le bande dei capelli, ed infine una trama di puntini che ricoprono gli spazi bianchi della figura (è questo il volto vuoto ed intenerito raffigurato in Lacrime felici del 1964).
Ma a sua volta da visivo l’itinerario si trasforma in stilistico ed in esso è dato riscoprire le tracce, sebbene manomesse e congelate, di uno stile o, meglio, di una precipitazione di stili, che trovano i loro modelli nello stile lineare, ritmico, decorativo dell’Art Nouveau. Tuttavia, a ben guardare, il reale contenuto dell’immagine è solo la tessitura del retino tipografico, come le frequenze lo sono dello schermo televisivo, tutte e due svincolate dall’immagine medesima come dal suo messaggio e disposte anzi a formare e a mettere in circolazione qualsiasi contenuto. Lichtenstein interviene meno soggettivamente e più spingendo a fondo le operazioni critiche che fino a qui ha promosso (il ritaglio, l’ingrandimento pantografico, l’ottica dilatante soprattutto), al fine di chiudere in una stringata unità formale il frammento-campione da lui prescelto. Secondo le sue parole medesime: «Trasformare è una strana parola. Implica che l’arte trasforma. Non è vero: dà forma. Io do forma laddove il fumetto non ha forma nel senso che io adopero questa parola; i fumetti hanno una forma ma non tentano di raggiungere un’unità. Lo scopo è diverso, lì si vuole rappresentare ed io intendo unificare»
In questo stadio finale gioca un ruolo determinante lo scheletro meccanico del fumetto, che, ridotto al suo grado zero, s’identifica con l’estensione del retino: questo grafico astratto, semplice e variabile secondo rapporti quantitativi esattamente misurabili, è in grado di esercitare un’opera di regolamentazione, come in effetti la esercita in Lichtenstein. Partendo da tale schema è possibile correggere gli eccessi e le incongruenze, tutto quanto insomma nell’immagine minaccia d’indebolire la struttura di base e la sua gelida logica; ridistribuire, se vogliamo, la materia seguendo criteri di efficacia e di equilibrio formale. Ma, si badi, non avendo intenzione il pittore di annullare l’immagine (nel qual caso basterebbe ricondurla al grado zero del retino), bensì unicamente di serrarla in una forma unitaria, la sua correzione mira in concreto a portare verso la massima coerenza e semplicità tutti i componenti del frammento prelevato, sia linguisti[ci]
che iconografici. Nell'accordare l’aggregato modern style, sbrogliandolo su un grado medio ma omogeneo, con l'anche troppo uniforme telaio meccanico del cartoon sta infine la soluzione. Pure nei casi in cui spinge all’estremo lo schema di base, come nei Paesaggi di terra e di mare del 1964-65, Lichtenstein conserva sempre alla composizione la ricchezza e la mobilità dell’immagine. Lo schema potrebbe estinguere, è vero, la pericolosa suggestione dell’immagine, ma, annullando la vita dell’immagine, finirebbe per isterilire anche la forma. Giacché al riconoscimento dell’esatta e neutra bellezza del linguaggio industriale Lichtenstein perviene solo dopo aver riscontrato empiricamente la straordinaria penetrazione visiva delle sue immagini. Introducendo la prospettiva di Walter Benjamin attorno alla decadenza dell’aura
La forma «d’abord»
Esaminando ora l’itinerario di Lichtenstein non è senza interesse riscontrare che le sue prime compiute immagini rappresentano dei comuni oggetti reclamizzati. Una pentola pressurizzata (Roto Broil), una spina elettrica con matassa (Filo elettrico), la vivanda nazionale imbandita sopra un piatto di plastica (Tacchino), non solo sono immagini raccolte e statiche, ma in modo maggiormente risolvente per il risultato formale, sono immagini il cui valore narrativo è nullo, mentre quello puramente rappresentativo ed espositivo è massimo. Questo terzetto d’immagini del 1961 apre una serie splendida di oggetti-geroglifici posti nello spazio esclusivamente quali limpidi supporti per un’ispezione ottica, nel corso della quale l’occhio aderisce ad un tempo al disegno globale e al singolo dettaglio,
esercitando l’immagine una pressione distribuita sull’intera nostra superficie visiva. Si propende a non privilegiare la figura rispetto allo sfondo o, meglio, ad abolire questa dualità; lo sfondo contribuisce alla forza visiva dell’intera immagine non meno dell’oggetto e del personaggio raffigurati.
Per far funzionare i protagonisti dei comics, Lichtenstein incontra una più grande resistenza, specie nel loro alto quoziente narrativo e mitologico: divengono efficaci solo a patto che scatti in loro il senso dell’arresto che li fa sembrare come sospesi e che nel loro comportamento inceppa il gesto. Divisa fra la suspense e lo spreco dei colpi di scena, la continuità del fumetto traccia un crescendo di tensione; mentre qui è indispensabile che l’ansia e la sorpresa abbandonino il frammento e che esso appaia immobile, perfino quando una mano si affretta ad estrarre la rivoltella (La pistola più veloce, 1963).
Significativamente il pittore è costretto a rinunziare al dispersivo piano americano dei suoi personaggi iniziali del 1961 e, serrando l’immagine in una progressione d’inquadrature sempre più strette, si arresta poi solo, e di preferenza, sul primissimo piano o sul dettaglio inconsueto del volto e delle mani. Dal campo americano di Ragazza con palla e di Mr. Bellamy del 1961 alle prime grandi figure del 1962, quali Piccola Aloha e Spugna II, appunto il primissimo piano di un hawaiano luogo comune da concorso di saponette, ed il particolare di una mano femminile occupata nel cerimoniale quotidiano delle pulizie. Dei tagli sorprendenti come quello che raccorda, attraverso cinque dita, un occhio, il naso e la bocca, il colletto dell’uomo alle labbra e alla narice della donna (Dettaglio maschile e femminile 1963), o che incastra metà ovale della bionda al profilo angoloso del suo partner (È... con me!, 1963), o che lega la cascata dei capelli al volto della fanciulla semiriflesso nello specchio (Ragazza allo specchio, 1964), assieme a numerosi altri tagli che spezzano, frugano, serrano, hanno tutti lo scopo d’intensificare il frammento significativo.
Nelle scene di avventura l’energia poggia sullo scorcio di un elemento essenziale che guida l’occhio dello spettatore, come una canna di mitragliatrice, l’ala di un jet o la fusoliera; ma si fa strada anche qui l’ellittica propensione a chiudere l’immagine in un unico particolare. Idealmente da Blang e Blam del 1962 si arriva a Varoom del 1963, dove l’onomatopea, questa parola-suono-azione-segno, si slarga come un sole di violenza ad occupare dal centro l’intera composizione.
Nelle immagini di Lichtenstein non interessa più, come nel cartoon, la direzione del gesto, il senso dell’azione, chi si beccherà la raffica oppure la bella, questa corrente di spuria energia percorrente la storia, bensì interessano il modo e il come. Il dove conduce l’ingiunzione tutto sommato sibillina dell’uomo di È... con me! (sul letto di un motel oppure al quartiere segreto delle spie?) deve lasciarci indifferenti; non così la fattura visiva dei due profili che, riempiendo il campo focale, vogliono alla lettera toccare i nostri occhi. Il pittore pone la più sottile cura nel trattenere la vita dell’immagine tutta in superficie; privandola di profondità e di spessore, sacrifica ogni attributo narrativo ed espressivo alla semplice presenza e, se vogliamo, espressività ottica. Tale natura ottica esaurisce il significato come la funzione dell’immagine o, se essa è funzione ancora di qualcosa, lo è unicamente di un percorso visivo. Stabilendo un’indipendenza ironica fra la parola e l’immagine, anche il classico balloon entra a far parte di tale itinerario.
Così, l’immagine espone, proprio nel senso che questo verbo ha acquistato in fotografia, l’elementare tracciato delle sue linee rifilate e circolanti, l’incastro ben marginato dei colori tipografici (giallo, rosso, blu, nero, raro, in fondo, il verde), ed infine la frequenza molecolare del retino. Come l’arabesco si rivela essere l’approdo della linea, che risolve pure l’ombra in un segno nettissimo, così personaggi ed oggetti concludono nel geroglifico una tendenza decorativa che si riscontra già nel fumetto. L’arabesco può colorarsi anche di esotismo come nell’orientaleggiante fregio vegetale sullo sfondo di Piccola Aloha o nelle araldiche lingue di fuoco di Whaam. In tal modo sotto la pressione convergente della coerenza stilistica e della promozione dei valori visivi, il viluppo Art Nouveau arriva a disporsi lungo una linea storica, quella della grande tradizione francese, dove la radice è segnata da Gauguin e gli antecedenti più vicini sono Matisse e Léger, ed il risultato, tutto esplicito ed esposto, è questo liberty-luogo comune troppo consapevole di esserlo e, perciò, alterato dai filtri maliziosi della critica e dell’ironia.
La percezione organizzata
L’unità formale che è stata conseguita, possiamo pure dire la scarnita bellezza della forma, comporta sostanziali conseguenze: la
più importante riguarda le qualità percettive dell’immagine. La promozione del visivo, mentre circoscrive la vita dell’immagine nell’ambito della sua esistenza esterna, la apre ad una pura percezione ottica. L’eroina del fumetto, questa bambola sentimentale ed erotica, al pari del suo intrepido partner, non agiscono più sull’immaginazione, ma sulla vista. All’enfasi espressiva è subentrato ciò che è definibile come enfasi visiva, ed imponendo la vista quale unica presa, l’immagine del pittore americano costringe ad articolare e a distinguere; là dove invece la corrispondente vignetta del fumetto offre la sola possibilità di una ricezione congestionata, non presentandosi che come il tramite di banali risarcimenti e liberazioni (il meccanismo inconscio messo in moto dai cartoon s oscilla infatti tra i poli della proiezione e dell’identificazione).
In tal modo Lichtenstein porta avanti le ricerche sulla struttura della percezione, in cui da più di un secolo è impegnata l’arte figurativa: tuttavia il pointillisme dell’americano non nasce dall’analisi del dato della coscienza «sorpresa nel momento attivo del suo incontro col fenomeno»
Pur conducendo fin qui una sorta di esercitazione su un materiale trovato (anche quella del fumetto è un’image trouvée), Lichtenstein va oltre lo schema operativo bipolare ormai classico nello sperimentalismo del Novecento: l’assunzione spaesamento di un elemento empirico a cui si arriva a conferire un inedito significato. La ricostruzione formale e percettiva dell'immagine, esigendo un intervento attivo, contraddice già l’inerzia accorta di tale schema.
Per altro, Lichtenstein allarga ulteriormente lo spazio del suo lavoro: se gli oggetti e i personaggi hanno fissato le sue prime
posizioni, la scoperta, cioè, di un codice specifico al cartoon non narrativo ma formativo, le copie che trae da Cézanne, da Mondrian e da Picasso, i paesaggi «classici» ed, infine, le ispezioni microscopiche del linguaggio tradizionale della pittura, illustrano le tappe successive, raggiunte in modo chiaramente deliberato; giacché Lichtenstein dà sempre l’impressione di sviluppare fin nelle logiche conseguenze ipotesi precedentemente stabilite. L’interesse di queste nuove opere risiede nel loro valore dimostrativo, vale a dire di come sia possibile elaborare col codice del fumetto delle immagini formalmente ineccepibili, e nell’aver spinto il linguaggio del cartoon in presa diretta su immagini di tipo diverso dai comics circolanti nella nostra società. I due elementi critici variano solo nelle dosi, cosicché, mentre nei paesaggi è prevalente l’aspetto dimostrativo, nelle copie e nelle ispezioni del linguaggio della pittura d’azione prevale il senso della presa diretta.
Dal lavoro che sin qui ha accumulato, l’americano tira adesso una conclusione inevitabile: come tutti i linguaggi commerciali, anche quello del cartoon, lungi dall’essere valido in un settore particolare, fornisce una sorta di filtro codificato per affrontare ed elaborare qualsiasi immagine. Rappresenta, insomma, un modo di vedere qualsiasi fenomeno che si manifesta e si forma all’interno del suo codice specifico. Un occhio artificiale, che si immagina poi essere l’occhio di un accanito lettore di fumetti, può rappresentare in figura barocca questa contagiosa mediazione meccanica.
Ora, nelle copie che fra il 1962 e il 1963 il pittore ricava da alcuni capolavori dell’arte moderna, il punto di partenza non è certo l’originale conservato in qualche collezione pubblica o privata, e nemmeno la sua riproduzione fotografica tirata in migliaia di esemplari, anche se questa ultima ipotesi si avvicina di più al vero, ma è propriamente il linguaggio del cartoon. L’olio, la tempera, i colpi di spatola e di pennello degli originali si trasformano nell’inchiostro tipografico, nel retino e nella semplificazione delle linee. Una materia singolare e quintessenziata, connessa al concetto dell’unicum ed al suo rovescio negativo, il falso, viene voltata in una materia che già nella sua impersonalità presuppone le alte tirature e la vasta cerchia dei consumatori. La tecnica di Lichtenstein è infatti industriale, tende alla riproduzione, alla serie illimitata: molte delle sue opere su acciaio smaltato vengono già tirate in diversi esemplari.
Che cosa diventi poi un capolavoro che ha subito simile media[zione,]
lo dimostrano sempre empiricamente le brillanti copie di Lichtenstein. Uomo a braccia conserte (1962) non è più la serrata costruzione plastica cézanniana, ma una piatta figura del moderno Epinal meccanico, dove un contorno sconnesso e rigido come un filo di ferro si sforza di ritardare lo slittamento dei piani. Nelle successive versioni del 1962 e del 1963 la donna-uccello-mostro di Picasso, un simbolo estratto dall’inconscio e fissato sulla tela con precisione quasi chirurgica, si svuota di qualsiasi terribilità e si trasforma in una bizzarra caricatura da rivista sofisticata.
Due anni più tardi, nel 1965, sottopone in presa diretta il linguaggio soggettivo della Pittura d’azione al freddo trattamento (e per molti dovrà risuonare amarissimo) del linguaggio industriale. Linguisticamente è difficile concepire un divario più grande di quello che separa il gesto artigianale del pittore, divenuto epicamente parossistico ed eccentrico nell’Espressionismo astratto, dal cliché tipografico. Queste immagini di Lichtenstein ci restituiscono una volta di più il senso di un’ispezione, dove è la stessa pennellata dell’artista ad essere scrutata in quel campo d’indagine che resta sempre la sua tela. Il risultato è una completa metamorfosi: sullo schermo spazieggiato del retino la pennellata si seziona nei suoi filamenti e si riorganizza in un molle, elegante arabesco, in un capriccio decorativo dai nitidi rapporti dei chiari e degli scuri, che ricorda la disegnata coda di una cometa, e non appare poi molto distante dal ciuffo di una bionda estrosa. Della passione di vita della Pittura di azione, una volta che se ne siano impadroniti i mezzi di comunicazione di massa, non rimane che questo fregio algido e fotogenico: ed è poi quanto arriva a sapere di Pollock e di Kline, accanto ad una confusa leggenda, il comune lettore.
Queste immagini di Lichtenstein sanno di epilogo ed in esse il mondo culturale, che si è lasciato alle spalle, appare misurato con tagliente distacco. Ed è proprio tale obiettività e mancanza assoluta di turbamento a distinguere la misurazione di Lichtenstein da quella di Jean Tinguely sempre nei confronti dell’arte dei padri. Nelle sue ‘machines à peindre’ del 1959, lo scultore europeo ricorreva al sarcasmo e all’aggressiva amarezza della parodia per sminuire il gesto soggettivo dei campioni dell’Espressionismo astratto. In Lichtenstein, invece, nessuno timbro concitato, ma oggettività, freddezza clinica, aderenza ironica alla realtà, che è così e che impedisce pertanto di abbandonarsi a commenti tautologici. Nella diversità dei
toni si misura la distanza che separa la negazione di una posizione neo-dada dalla fredda positività di una posizione pop. Giacché non deve sfuggire che nell’americano l’immagine vale soprattutto per i suoi attributi positivi: esattezza, visività, apertura ad una circolazione amplissima. Accanto alle copie tratte da Cézanne e da Picasso, queste ispezioni linguistiche potrebbero fornire un supplemento d’indagine ed un aggiornamento al tema della condizione dell’«opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica»
Un’immagine dimostrativa
Un’ipotesi dello stesso Lichtenstein può funzionare da epigrafe per la serie dei paesaggi iniziata nel 1964: «Penso che la parte formale della mia opera diventerà più chiara nel tempo»
Gli accenti archeologici, da Tempio di Apollo (1964) a Tempio (1965), esibiscono con sfida paradossale quanto di classico appartiene al mondo dell’artista americano, nella misura compatibile certo con un mondo condizionato per intero dalla quantità e dalla impersonalità tecnica. In certi paesaggi e marine Lichtenstein arriva ad una specie di visività astratta, ma che si dimostra alla lettera proprio estratta dal linguaggio del cartoon. Con un tipico processo di astrazione, Lichtenstein prima isola il retino tipografico, e poi lo spinge a fondo lungo l’intera sua estensione e potenzialità, variandone la frequenza
ed inventando nuovi raggruppamenti dei puntini, ma non fino ad interrompere con un colpo brusco i rapporti con tutti gli altri elementi formativi. Al retino di base, a questo grado zero emergente con prevalenza in questa serie di composizioni, collega tuttora la linea che diventa orizzonte, contorno di nuvole fioccose, profilo di monte, schema elementare di sole, raggio di luce, come unisce le zone timbriche che colorano una porzione di mare o una estensione di cielo. Come sempre l’artista conserva alla forma, raggiunta attraverso un processo di analisi molecolare, la mobilità sintetica dell’immagine.
A questo punto le figure, gli oggetti e i paesaggi di Lichtenstein ci investono ancora, ma in un confronto alla pari, dove la forma ha la meglio sulla dispersione dell’immagine, e la chiarezza della percezione controlla puntualmente l’aura evasiva ed artificiosa. La fascinosità è stata come portata all’esterno, e, soltanto dopo che se ne siano penetrati i segreti derisoriamente meccanici, viene riproposta allo sguardo: una lucida operazione formale-percettiva si conclude positivamente in una sorta di ironia bloccata. Del resto, circoscrivere un gesto rispetto a una situazione drammatica che lo giustifica, isolare un personaggio da una tensione narrativa, dove occupa il ruolo se non d’eroe almeno sempre di protagonista, vale già come un congelamento ironico. Simile distacco, lucidità di visione, un certo schermo d’intelligenza aristocratica, risultano ottenuti proprio attraverso la promozione del lato visivo del cartoon. Alla fine, il lavoro di Lichtenstein si rivela animato da una volontà consapevolmente estetica che scatta quale risvolto di un’operazione di pulizia analitica: e la stessa bellezza può servire non solo a riscattare, ma anche a far contemplare, a porsi, cioè, ancora una volta in uno stato di distacco oggettivo. Simulando la fedeltà, quella del riporto e dell’ingrandimento pantografico, facendo finta di stare alla lettera, giocando con la tautologia (era già la regola difficile del Jasper Johns della bandiera americana), Lichtenstein è riuscito a mutare nel valore e nel segno il repertorio delle sue dozzinali figure
Questa lezione di pulizia analitica tocca evidentemente anche il livello del contenuto. Una volta messa in chiaro la netta contraddizione esistente fra gli strumenti linguistici, freddi e razionali, e i contenuti sentimentali ed avventurosi, l’infondatezza e l’assurdità di questi ultimi appare dimostrata in tutta la sua portata. L’enfasi emotiva e fantastica, non giustificata dai procedimenti tecnici, non si rivela essere altro che una superfetazione, il superfluo parassita della forma.
Capitolo VII
Warhol e l’immagine fotografica
Non passa giorno in cui i fatti diversi dell’attualità, i prodotti di consumo e i loro costrittivi ideali non abbiano guadagnato terreno a scapito della vita personale, tanto che l’esperienza compiuta sulle pagine dei giornali e sulle immagini artificiali sta divenendo l’unica esperienza dell’uomo moderno. Da tempo messa in liquidazione, la sfera privata riesce a sopravvivere soltanto quale appendice della sfera pubblica e da questa ricava tutti i suoi contenuti. Andy Warhol ha tratto una chiara conseguenza da questa trasformazione, e nella sua opera l’esperienza privata, con le idee connesse di soggetto e di singolarità spinta fino ad una pittoresca idiosincrasia, ha ceduto l’intero posto a quella collettiva. Quanto c’è in comune oggi tra gli uomini non sono soltanto certe immagini e certi avvenimenti, una somma di cerimoniali e di volti mitici, ma i modi stessi con cui quelle figure e quei frammenti di mitologia vengono manipolati e trasmessi, sino ad influenzare senza eventualità di scampo ognuno di noi. I modi dell’emissione e della veicolazione prima, e poi quelli della ricezione, hanno acquistato maggiore importanza del messaggio e del prodotto; lo strumento condiziona se non determina la sua qualità. Qui entrano ovviamente in campo i mezzi di comunicazione di massa; ed è a questo punto che interviene anche Warhol.
Coerentemente il suo lavoro coinvolge i contenuti della cronaca e dell’idealità consumistica assieme al linguaggio meccanico che li ha messi in circolazione, quello fotografico, divenuto ai nostri giorni un fenomeno abnorme. Se si pensa che l’arte moderna, con la riflessione di Baudelaire e con la poètica dei pittori impressionisti, nasce proprio reagendo, se non in opposizione, alla scoperta di Nièpce e di Daguerre, e che in seguito ogni accenno ad accostarsi alla foto
traduce la tentazione del mondo reale, se ne misurerà il cammino percorso e il capovolgimento. Con la Pop Art in genere, e con Warhol risolutamente, l’immagine e i processi della fotografia commerciale vengono per la prima volta posti al centro di un processo estetico. Ora all’arte non viene più assegnato «il dominio dell’impalpabile e dell’immaginario», come pretendeva il poeta parigino ne Il pubblico moderno e la fotografia (che è un capitoletto del Salon del 1859), ma proprio quel mondo delle cose caduche, che era stato concesso con sprezzo alla dagherrotipia. Non di meno il capovolgimento attuale non contraddice la sostanza del salomonico verdetto di Baudelaire, e la scelta dell’universo dei fatti e delle apparenze materiali ha trascinato con sé anche quella del linguaggio fotografico. La scelta di Warhol presenta appunto questo carattere duplice. A partire dal 1963 la riproduzione a stampa sulla tela, col procedimento meccanico del
Come ogni metodo risolutivo, anche quello serigrafico di Warhol è stato preceduto da un periodo di ricerca durante il quale l’americano ha fatto uso della tecnica tradizionale dell’olio, messa abbondantemente in crisi e strapazzata un po’ da tutti. Ma i colori ad olio venivano impiegati con quelle proprietà meccanicamente esatte e riscontrabili identiche in un gran numero di esemplari, che la foto possiede al massimo grado. I risultati ottenuti con la tecnica ad olio nelle scatole di
quello straziato tra i rottami della Thunderbird —, quanto le qualità stesse dell'immagine meccanica e il trattamento a cui viene sottoposta dai mass media. Più precisamente, lo spazio neutro della tela gli consente di esaminare le trasformazioni che il linguaggio industriale, con imparzialità, fa subire alla bellezza femminile, alla morte violenta e alla delicatezza dei fiori, ed assieme di mettere a nudo lo schema condizionato di reazioni emotivamente automatiche, cui si è ridotta la condotta dell’uomo.
Warhol non vuole fare concorrenza agli abili fotografi di «Esquire» e di «Look», non più di quanto Lichtenstein pretenda di dare lezioni di stile ai grandi cartoonists come Al Capp o Johnny Hart. Se c’è reportage, attualità in Warhol, essi si presentano come innalzati alla seconda potenza, al pari del fumetto di Lichtenstein che si presenta al quadrato. Giacché, pur in maniera così diversa, i due artisti intervengono sempre nel corpo di materiali e di linguaggi già codificati che si pongono come realtà ben condizionante. Operando all’interno dei linguaggi industriali prescelti quale suo campo d’indagine, e senza per altro oltrepassarne mai i limiti, Warhol procura di smontarne i componenti e i relativi processi, di vedere da vicino di che cosa siano fatti. L’esame viene poi condotto in una atmosfera d’impassibilità, in modo che le faccende private di quell’uomo singolare che è Warhol non possano interferire, come le questioni personali di un sociologo o di un etnografo non avranno alcuna influenza sulla condotta di una inchiesta e relativa soluzione. Il risultato infine dell’esame è un tipo di figurazione fredda, dove anche il pathos e le stesse situazioni tragiche si presentano in forme anestetizzate.
Il congelamento di un volto mitico
Per quanto riguarda le qualità specifiche dell'immagine fotografica e la metamorfosi che, grazie alla loro azione, subisce il mondo reale, evidentemente niente più del volto di Marilyn Monroe o di un ammasso di carne e di lamiera è in grado di testimoniare. È quanto compie Warhol ingrandendo ed isolando l’immagine al centro dello spazio vuoto della tela. Il linguaggio irrimediabilmente ridondante della mitologia di massa viene costretto alla concisione: dalla serie si è ritagliato un campione per meglio osservarlo. Il volto ha subito uno
svuotamento, si è appiattito in un cliché: il glamour si è congelato in uno stereotipo. Occhi, guance, capelli, labbra, a forza di dare enfasi ai loro particolari pregi, sono caduti nel falso universale. Ciò che nella realtà occupa spazio, trasuda odore e sudore, nella foto appare assottigliato, reciso dal resto del corpo, freddo e asettico. È sufficiente a Warhol forzare il processo di super-esposizione della foto appena più del normale, perché il volto si sezioni in rigide zone di colore; in verità l’immagine non è che una combinazione, un incastro matematico di inchiostri colorati; e i riccioli di Marilyn che nella vita l’aggettivo biondo designava con approssimazione volonterosa, qui ritornano così genericamente biondo-oro che il loro colore può vivere anche a sé, staccarsi dal riquadro dove si stendono le onde dei capelli. Artificiale e contraffatto questo volto che con la sua vitalità si porgeva a tutti i sensi, ora si dà solo alla vista, al più astratto di tutti. L’artificialità irrigidisce e svuota la vita; in tale azione consiste tutto il suo fascino, e alla fine del suo intervento la vita immateriale e stilizzata può librarsi, come si librano i cuscini-nuvole gassate d’argento, che Warhol appresta nel 1965 e che libera ironicamente nel vuoto della galleria.
Dall’effigie della star all’istantanea con l’incidente mortale il passaggio non è soltanto di ordine cronologico, ma interno. Le prime immagini che Warhol ha dedicato alla Monroe sono precedenti al suicidio dell’attrice, e la notizia inattesa della morte veniva come a confermare quell'impressione di vita svuotata fissata così lucidamente sulla tela. Nel frattempo la mitologia industriale aveva già anticipato sinistramente ed avventatamente la consunzione di un’al tra stella, e il volto macchiato di verde, rosso e blu-nero di Liz Taylor di «quando era molto malata e tutti dicevano che sarebbe morta», prende immediatamente il posto di Marilyn. «Mi resi conto che qualsiasi cosa stavo facendo doveva essere morte»
Allora la morte, quella che corrode il maquillage di un volto mitico e quella regolare e catalogata per sciagura automobilistica. Al di là di macchie incerte di neri, di grigi e di bianchi sporchi, bloccate da qualche striatura orizzontale, l’infortunio appare privato di qualsiasi sostanza. Giustamente, poiché sulle pagine di un magazine e sul teleschermo l’incidente non viene reso come un evento, una rottura dell’ordine, ma come una conferma, non fosse altro dell’ordine statistico che, abolendo qualsiasi novità, livella preventivamente
ogni avvenimento sull’uniformità del sempre eguale. Dietro alla vista nessun richiamo agli altri sensi, all’odore, soprattutto, che accompagna sempre lo spargimento della benzina e del sangue.
La morte americana in serie
Ma il linguaggio commerciale non conosce la stringatezza: non lavorando che per quantità, spinge l’immagine a riprodursi. La riproducibilità, comunque, non è un accidente esterno all’immagine meccanica, bensì una sua prerogativa. Sulla tela il profilo della star e il cadavere incastrato fra il volante e la spalliera sono passati dalla natura e dal caso, che procedono artigianalmente per modelli unici, al mondo delle forme e dei colori artificiali e riproducibili. Ecco allora Warhol mimare la traiettoria dell’immagine, la sua ubiquità, la sua tendenza ad occupare l’intero orizzonte. Il gesto di Jackson Pollock si slargava su tutto lo spazio disponibile; questo esigeva furore e sforzo personali, tesi verso la singolarità come lo sono le creazioni della vita; ma, in effetti, ogni minima parte dello spazio reale dell’uomo era ed è tuttora già saturato dalle immagini e dai prodotti di massa. La società non autorizza che simile invasione quantitativa ed è appunto ciò che ripete il gesto meccanico di Warhol.
Coca-cola, scatole di Campbell’s Soup, Marilyn Monroe prima, come più tardi le immagini della «morte americana», si allineano sulla tela in file monotone, eguali e sovrapposte. L’identico trattamento pareggia sulla stessa unità di valore generi alimentari, creature di carne e notizie di cronaca, ed è poi la stessa parità nel valore stabilita dalla cultura industriale e dalla pubblicità, che ne rappresenta il più intraprendente settore. Con somma indifferenza esse cacciano ogni fenomeno nella categoria del consumo. Bene da consumarsi, la bevanda nazionale come il destino della grande diva; ma prodotto pure di consumo la donna sfracellatasi contro il selciato su cui stanno chinati un poliziotto e un dottore, l’uomo sbalzato dalla macchina e andato a schiantarsi contro il palo telegrafico (il lato teatrale della morte violenta), lo scontro con fiamme e morte, la donna riversa sopra i rottami della vettura. Lo stesso volto di Jacqueline Kennedy segnato dal dolore viene trasformato in un facile incentivo di commozione patriottica da usarsi collettivamente e poi da gettare via. L’inquadratura allucinata con la sedia elettrica contro una liscia
parete ed il cartello che invita a rispettare il silenzio durante l’esecuzione, appare un eccellente ingrediente per un servizio sensazionale; e i loschi poliziotti e i cani di Birmingham che si accaniscono contro un negro, non sono affatto esenti da una possibilità di sfruttamento. Onnivora, la cultura di massa prende il suo bene dovunque e lo restituisce in forme moltiplicate. La moltiplicazione continua quel processo di svuotamento che l’immagine singola aveva per suo conto portato già molto avanti.
Anche i fiori, diciamo la natura e la gioia, dopo le minestre in scatola, la Coca-cola, il ritratto della diva e la morte, non possono sottrarsi allo stesso appiattimento. Iniziati per di più nel 1964, subito dopo la serie della «morte americana», sembrano bagnarsi nella stessa aria letale. Il linguaggio meccanico, disseccandoli, li banalizza in uno schema composto da cinque petali (nessun ricordo delle viole già troppo stucchevoli), e quindi per gruppi di quattro li proietta contro un ritaglio di prato con fili d’erba carbonizzati e metallici. Poi l’implacabile ingranaggio li fa apparire soli, a coppie o in file interminabili su tutte le pareti, mai fioriti e che non sfioriranno mai. Se esiste ancora natura è quella che si alleva recintata nel
Assediati da ogni parte dagli oggetti, come il «nuovo inquilino» nella pièce emblematica di Ionesco, ci si illudeva di poterli tenere lontano dal dominio dell’arte, i cui recinti si aprivano privilegiata mente solo alle avventure dell’eccezionale. Ma in verità tutto lo spazio ne era già ben stivato; ed il valore di merce assegnato, senza neppure avvertire la contraddizione, anche all’opera di testimonianza e di protesta, ancor più che preannunciare l’imminente invasione degli oggetti, segnava tacitamente il fatto come già avvenuto. Non restava allora che fare un po’ di rumore attorno all’episodio, proclamarlo apertamente, e a questo provvedeva Warhol nella primavera del 1964. Semplicemente disponendo in ordine simmetrico una certa partita di casse da grossista di cibo conservato delle più reclamizzate marche USA (Brillo, Soap Pads, Kellogg’s Corn Flakes, Heinz o Tomato Ketchup) dentro lo spazio cerimoniale, consacrato da sempre ai riti dell’estetica, di una galleria di New York, la Stable
Gallery. La falsificazione risultava per altro eccellente e le casse si presentavano identiche a quelle in commercio. Prima ancora di risultare provocatorio, il gesto di Warhol voleva essere puramente dimostrativo: immettendoci fisicamente in una predisposta situazione, intendeva porci di fronte al fatto compiuto: la vittoria riportata dai prodotti di consumo sullo spazio, compreso lo spazio dell’arte.
Un cinismo obiettivo
Non di meno è sempre possibile accusare l’americano d’indulgere agli stessi errori della cultura consumistica. Sulla sua tela il cordoglio della vedova di Kennedy, moltiplicandosi, agisce come un’intensificata mozione degli affetti. L’istantanea con la sedia elettrica vuota può suscitare un brivido puramente epidermico. Warhol accetta un simile rischio: non pretende di possedere dei valori migliori di quelli in mano all’industria culturale. Solo, conosce lo scrupolo tecnico dell’obiettività e, pertanto, alla disinvolta sicurezza della cultura di massa, che blocca preventivamente la messa in questione di qualsiasi problema, risponde con una condotta perplessa ed oggettiva che scopre il gioco tenuto troppo nascosto. Non solo mettendo a nudo gli autentici valori quantitativi, funzionali e consumistici che guidano il linguaggio commerciale, ma insinuando anche la grande arbitrarietà di essi.
Warhol è senz’altro un cinico ma confesso, obiettivo e tendente al funebre, al contrario del cinismo nascosto, dispotico e totalitario della cultura di massa. Con troppa consapevolezza, non priva di afflizione, si nasconde dietro l’artificialità, la bellezza meccanica e il falso, come dietro una maschera di difesa. Tuttavia, nella sua constatazione cinica e veritiera, accade che in qualche punto si scopra maggiormente. Forse, nel blu virulento, acido con cui aggredisce la sequenza della sedia elettrica; nel suo accanimento su un repertorio di morte in una società che ha tentato di sublimare perfino le imprese di pompe funebri. Forse, in quel crudo accostamento fra due ingigantite scatolette di tonno avariato e Mrs. McCarthy e Mrs. Brown, tutto sorriso di dentiera, che vi hanno consumato la loro morte: l’incidente che ha buttato all’aria l’imperativo del ‘tutto bene’ dell'
Ma le foto allineate di Warhol attestano non solo la proliferazio[ne,]
l’invadenza delle immagini nello spazio, ma anche l’inerzia della nostra ricezione. L’immagine viene ripetuta, è vero, dall’industria della cultura, ma sono anche i nostri successivi incontri che la ripetono nel corso della giornata, al mattino sul nostro giornale, e poi nella subway o in ufficio sul giornale del vicino o del collega, e la sera infine nel notiziario televisivo o nelle attualità cinematografiche. L’abitudine finisce per annullare la carica di choc che forse in origine possedeva l’immagine: si è coinvolti, così, in una serie eguale di scoppi a ripetizione, inoffensivi come le bolle di chewing-gum che scoppiano sulle labbra degli adolescenti. Se scopo di ogni immagine fosse di accelerare l’esperienza e di occupare tutte le nostre facoltà di attenzione, essa fallirebbe ogni volta il suo obiettivo; essendo, invece, il suo intento diverso lo raggiunge sempre: interessarci per un attimo vincendo la nostra curiosità per inerzia e abbandonarci subito dopo disponibili all'immagine seguente. Incalza sempre una nuova star materna, soccorrevole e perversa assieme ad un inedito miraggio di felicità. Imperturbabile, ecco che sulla superficie intatta della tela, il gesto di Warhol registra la nostra registrazione accumulata della stessa immagine.
Il gesto di riscatto soggettivo, della Pittura d’azione, su cui premevano energie congestionate, riversandosi, si è ora congelato in un comportamento passivo che subisce e ratifica, di cui Warhol offre ogni volta il diagramma, il reperto oggettivo come un grafico statistico ci informa sull’andamento di un prodotto sul mercato. Con un unico gesto l’americano arriva così a mettere a nudo la reazione anonima dell’individuo di fronte all’immagine anch’essa anonima, e la tendenza a moltiplicarsi di quest’ultima.
L’arco dei nostri rapporti superficiali e ripetuti con la stessa immagine, che è un’esperienza nel tempo, ci viene ora incontro nello spazio. Con questa trasformazione l’inerzia conosce un approdo paradossalmente monumentale ed impressionante. Drizzata sulla tela davanti a noi, l’immagine si rivolge allo sguardo senza mezzi termini, in un rapporto frontale e violento a causa proprio della mancanza di concitazione. Al di là della inconcludente eccitabilità, come della distrazione, su cui punta la mitologia consumatrice, Warhol gioca tutte le sue carte sull’impassibilità del documento, sulla forza della costatazione che descrive le cose come stanno. Ancora una volta una fredda opera d’arte, dopo averci costretto al silenzio, ci pone di fronte all’evidenza del ‘così è’, privandoci di ogni possibilità di fuga.
Ecco, dunque, la nostra esperienza astratta, non mai diretta del mondo, in relazione ad immagini meccaniche già prive di vita e poi ulteriormente svuotate proprio perché troppo insistite. Congelato dai colpi dell’obiettivo fotografico, l’universo così congelato arriva a noi; alla fine, educato com’è a vedere attraverso questo filtro isolante, l’occhio che si posa sulle cose e sulle figure non riesce più a cogliere dei tratti singoli ed irrepetibili, bensì scorge dovunque solo schemi, stereotipi, forme generiche. Sul volto della star che riassume l’orientamento della sensibilità ed un intero ideale di vita, sovrappone una maschera magica, facendone un feticcio con cui avvia un rapporto in equilibrio precario fra gli estremi della compensazione e del desiderio frustrato. Le particolarità non contano molto di fronte a questa specie di trionfo presente dell’universale. Ciò che rimane della realtà, accanto al lato meccanico ed anzi in collaborazione con esso, è una costante stilizzazione rituale ed astratta di ogni fenomeno ed avveni mento, ed è quanto si riscontra nel linguaggio industriale che sta poi all’origine di simile stilizzazione. Nell’universalità dell’immagine e nella sua moltiplicazione, ogni cosa diventa remota, prevedibile e perciò banale, perfino la stessa morte. I sinistri avvertimenti radiofonici e televisivi durante le grandi festività americane sui pericoli della motorizzazione: il giorno dopo, accanto ad un’ottima documentazione fotografica, i giornali riporteranno il numero dei morti ed in un certo senso le previsioni saranno state rispettate; si potranno riscontrare con esse concordanza e simmetrie.
È ad avvenimenti di questo tipo coinvolgenti l’esistenza di milioni d’individui, che si riallaccia il lavoro di Warhol. Poiché, se è vero che quanto esiste oggi di comune tra gli uomini è soltanto il luogo comune, è in questa direzione che ci si deve muovere. Per ritrovare il vero contenuto dell’esperienza occorre rivolgerci delle domande su cosa sia l’esperienza intersoggettiva e massificata. Non altro ha inteso fare Andy Warhol, fino al punto da consacrare un anonimo ritratto a quell’uomo comune che occupa il centro, che pretende impersonale, della sua opera. Dietro questa pretesa è facile, al contrario, ravvisare proprio il tratto maggiore della sua personalità, e quanto c’è in essa di singolare e di arbitrario, fortunatamente.
Capitolo VIII
Una convergenza internazionale
Assieme ai due capifila Rauschenberg e Johns, Dine, Oldenburg, Segal, Rosenquist, Lichtenstein e Warhol tengono le posizioni chiave nel nuovo realismo americano, in un arco molto ampio dove sono rappresentate anche le posizioni più incerte di chi, non mordendo direttamente sulla realtà (e l’artista può farlo solo sul piano del linguaggio, com’è ormai assodato), ripiega, tessendo attorno alla realtà un discorso retorico. Come è il caso dell’eloquenza ben intenzionata di Rosenquist. Tuttavia, questi nomi non esauriscono l’intero panorama. Tom Wesselmann vi porta, tra gli altri, il suo smaliziato candore, l’invenzione del nudo femminile da cartellone pubblicitario, il divertimento con cui mescola oggetti reali e parti dipinte sfruttando l’inganno del trompe-l’oeil. Il suo sguardo ricorda quello di un uomo che osserva la réclame di una vetrina, abbandonandosi da naïf al piacere del puro spettacolo e dimenticando l’interessato messaggio pubblicitario che gli viene rivolto. Oppure di chi ammicca alle donne di Matisse attraverso l’aggressiva volgarità di un’affiche.
Il purismo dei paesaggi e delle autostrade di Allan D’Arcangelo è un lindore asettico; cattivante l’ironia che rivolge Richard Artschwager ai mobili funzionali e all’uso del
nuovo modo di formare le immagini e di vedere il mondo, a cui si accompagna l’impegno costante rivolto al riscatto estetico della banalità.
Un caso a sé è rappresentato dall’eclettico e abilissimo Larry Rivers, che semmai appartiene ai pionieri e ai fiancheggiatori della pop, ma sempre molto alla lontana, poiché il suo rifacimento delle immagini correnti dotate però di una certa nobiltà di origine (come l’uso pubblicitario di Rembrandt nelle etichette delle scatole di sigari o il fregio decorativo impresso sulle banconote francesi), è sostenuto da una cucina stilistica fra l’Espressionismo astratto e le ambizioni della grande pittura europea.
Ancora un caso particolare, ma decisamente alto, è rappresentato dal lavoro di Louise Nevelson, dove la visione da realistica e urbana, «bassa», scala molti gradini verso l’alto, tanto da trasformarsi in una visione solenne e aulica. Il gesto della scultrice non tanto si appropria di un oggetto o percorre un’immagine, quanto tende a costruire e sembra allacciarsi apertamente alle zone più eterodosse del costruttivismo, inteso più come un orientamento che come una tendenza specifica o un determinato maestro. Gli oggetti impiegati nella impostazione costruttiva della Nevelson possiedono anch’essi una lunga storia, una sedimentazione della memoria; appartengono agli arredamenti delle ville coloniali della aristocrazia del Sud americano. A questo filone neoclassico, intriso di risonanze sepolcrali, si saldano apporti dell’arte messicana, precolombiana e barocca. Gli oggetti di legno, montati assieme secondo nessi sintattici di ordine geometrico, in spartizioni architettoniche prevalentemente verticali, che possiedono un senso esasperato, solenne, liturgico della forma e dell’unità complessiva, subiscono un’ulteriore trasformazione: un colore unificante — oro, bianco, nero — scende a ricoprirli, a pareggiarli, a far trionfare l’insieme sul particolare, innalzandoli verso un piano di ambigua sacralità. Ci troviamo così di fronte ad una teca, ad una parete, ad un muro sacro.
Questo clima di ricerca oggettiva può essere esteso a tutta una situazione europea venuta fuori dall'Informale, dove con differenti scarti temporali è dato rintracciare un itinerario parallelo a quello americano, la presenza di tendenze oggettuali, cioè un’attenzione rivolta alla scena urbana e all’iconografia dei mass media secondo i modi di un realismo dell’oggetto e dell’immagine. Già la mostra
newyorkese della fine del 1962 alla galleria Sidney Janis recensiva con tempestività simile convergenza europeo-americana ponendola sotto l’etichetta dei «new realists» e documentandola con le presenze di Blake, Latham, Phillips, Arman, Christo, Hains, Klein, Raysse, Spoerri, Tinguely, Baj, Baruchello, Festa, Rotella, Schifano, Ultvedt, Fahlstròm, Agostini, Dine, Indiana, Lichtenstein, Moskowitz, Oldenburg, Rosenquist, Segal, Stevenson, Thiebaud, Warhol e Wessel mann. Tuttavia, se l’interesse per il mondo cittadino e per i mezzi di comunicazione di massa è comune, variano poi i modi d’inquadrarli, e soprattutto gli strumenti di presa linguistica, che sono infine essi a definire e a distinguere le varie posizioni.
Ad esempio, mentre nel Neo-Dada americano l’oggetto risulta recuperato attraverso i procedimenti della Pittura d’azione, nelle concomitanti manifestazioni europee, riunite attorno al gruppo del Nouveau Réalisme — che ha avuto per iniziatore Yves Klein, morto prematuramente a trentaquattro anni, e per attento esegeta Pierre Restany —, l’appropriazione dell’oggetto non viene mediata dal diretto intervento della pittura. Al dinamismo della pittura di gesto si oppone ora, quale eredità da tenere presente, la staticità del materismo informale europeo, di Fautrier soprattutto e di Burri. La presenza testimoniale del grumo di materia dell’informale si trasforma nella presenza dell’oggetto comune. Viene in tal modo postulata un’espressività intrinseca all’universo urbano e alla realtà quotidiana, e si afferma come sia sufficiente il gesto appropriativo, da parte dell’artista, di un qualunque frammento dell’universo cittadino e una sua semplice presentazione per liberarne le potenzialità espressive. È quanto si ricava, sul piano della poetica, dall’elaborazione fattane da Restany; tuttavia, esaminando il lavoro dei più tipici
affiorare seppure in forme unicamente oggettive.
Al di là delle sue indubbie aperture mitologiche, tutto il lavoro di Yves Klein può essere letto anche come un azzeramento di qualunque strumento estetico in chiave realista. C’è la realtà del colore disteso semplicemente sulla superficie (di preferenza il blu); c’è la realtà colta in uno dei suoi infiniti aspetti, che lascia le sue impronte sulla tela (i corpi di donna cosparsi di colore, fatti aderire alla tela, in una serie di pubbliche dimostrazioni del 1960); c’è la realtà degli elementi naturali — l’acqua, il vento, la pioggia, il fuoco. Ma ad una concezione realistica e totale di un universo che mette ormai a portata della mano dell’uomo la luna e ogni altro pianeta, non può mancare la concreta presenza dello spazio: ed è quanto ci propongo no fin dal 1956 le sue Proposizioni monocrome, che sono semplici rettangoli ricoperti con un unico colore. «Io sono il pittore dello spazio. Non sono un pittore astratto: io rappresento, sono un pittore realista», è un’affermazione fondamentale di Klein, un artista chiave nei confronti dell’intero arco delle esperienze francesi ed europee di questa stagione.
Arman (Armand Fernandez) è legato all’oggetto da rapporti di ossessione, e la forma, giacché il suo procedimento si dimostra chiaramente formale, mira a neutralizzare e quasi ad esorcizzare la profusione quantitativa di oggetti, che non sono poi altro che esemplari kitsch, di presuntuoso cattivo gusto, esorcizzando nel contempo la propria interna ossessione. Allo scopo di far perdere all’oggetto comune la sua grigia identità e di fargli acquistare una precisa identità formale, Arman ricorre con sistematicità a due opposti procedimenti. Il primo consiste nel moltiplicare lo stesso oggetto, raggruppando ed ordinando un gran numero di esemplari o di suoi frammenti: è questo il procedimento che dà origine alle sue «accumulazioni». Inflazionandosi gli oggetti mettono in luce le loro corrispondenze formali, linee, volumi, densità materica dei colori; la ripetizione quantitativa finisce per innalzare gli oggetti in una dimensione estetica lontana ed inoffensiva. Accanto a queste «accumulazioni» Arman mette a punto un diverso procedimento: la distruzione dell’oggetto, ottenuta sia mediante il taglio dell’oggetto stesso e poi il montaggio, sopra una superficie portante, delle parti così ottenute («tagli di oggetti»), sia mediante il fuoco, la combustione regolata nel suo procedere dall’artista medesimo, e che viene applicata in particolare sopra strumenti musicali, violini e pianoforti
(«collere»). Anche in questa seconda direzione, la perdita dell’identità dell’oggetto e della sua funzione lascia il posto alla suggestiva bellezza della materia combusta, che poi l’artista fissa definitivamente dentro un involucro di plastica trasparente.
Se l’accumulazione e la distruzione rappresentano le forme appropriative di Arman, l’appropriazione di Christo (Christo Java cheff) si chiama «impaccaggio». È anch’esso un comportamento oggettivo tanto che Christo, teatralizzandolo apertamente, può anche esibirlo in pubblico oppure fissare sulla pellicola le diverse fasi del suo procedimento. Per l’«impaccaggio» si ha così la scelta dell’oggetto, ad esempio una motocicletta, una statua o anche una donna, secondo un pareggiamento delle cose che presuppone una sorta di segreto animismo unificante; e poi i successivi momenti, la copertura dell’oggetto mediante l’uso di cellophane trasparente e la legatura eseguita con molteplici ed enfatici passaggi di corda. L’oggetto impaccato non rappresenta che l’ultimo atto di un procedimento, di cui l’osservatore deve ripercorrere mentalmente le diverse fasi per arrivare a cogliere con esattezza il significato del lavoro di Christo. Che poi non è tanto una distruzione d’identità, come in Arman, quanto un occultamento d’identità, col quale si finisce per conferire una presenza enigmatica all’oggetto, dove l’esterno, il rivestimento, fa opera di negazione dell’interno.
«L’unica cosa stabile è il movimento» oppure «il definitivo è il provvisorio», sono tra le rare dichiarazioni di poetica di Jean Tinguely, con Arman e con Christo tra i maggiori esponenti del gruppo francese. Lo scultore ha portato il suo interesse per la macchina in movimento su un piano fantastico, assumendola sia come indice della realtà sia come metafora riassuntiva dell’universo contemporaneo. Se la vita e l’uomo, subendo il condizionamento della tecnica, si sono avviati su strade rigide ed automatiche, ecco che l’esistenza umana e la macchina si incontrano su un piano di alterazioni reciproche: la macchina si fa antropomorfa proprio nella misura in cui l’uomo si trasforma in una macchina. La «métamatic» di Tinguely, al di là e al di sopra della macchina, indica appunto questa regione emblematica della vita moderna, dove natura e realtà artificiale si pareggiano.
Tinguely coglie la realtà del nostro mondo nel suo aspetto di frenetico movimento e di spreco di energie, che giunge ad usurare l’oggetto; coerentemente lo scultore conduce questa dispersione di
energia fino al punto in cui essa intacca, distrugge l’oggetto medesi mo. L’inutilità come la distruzione inevitabile che attende qualsiasi manifestazione di energia, suscita in Tinguely una reazione insofferente, fatta di parodia e di sarcasmo, che dalla macchina sale fino ad aggredire l’uomo. Con la sua «métamatic» lo scultore ha allestito anche dei grandi spettacoli-accadimento sul tipo degli happenings, dove è passato dalla «cinetica del disordine» all’esplosione della macchina cinetica. In trasparenza, il tema evidente dello spettacolo è la fine, la distruzione del mondo, così che, anticipando la fine nella finzione, si spera di allontanarla con un atto di scongiuro e di esorcismo. Sembra essere in tal modo l’esorcismo la funzione fondamentale assegnata all’arte dal Nouveau Réalisme.
Anche lo scultore César è transitato nel gruppo dei nouveaux réalistes nel periodo delle sue «compressioni». Queste compressioni di auto in disuso, realizzate attraverso l’azione del maglio, costituiscono una sorta di omaggio monumentale e formale celebrato ai rifiuti industriali, ottenuto intensificando la massima concentrazione del volume del rottame medesimo. Nei montaggi oggettuali di Daniel Spoerri si fa luce la scissione che sta alla base del Nouveau Réalisme: da una parte, l’inerzia bruta dell’oggetto trovato; dall’altra la volontà espressiva, significativa dell’artista, che non sempre con il suo inter vento, in quanto diretto e semplice comportamento, riesce a saldare insieme. Come accade nei «quadri trappola» di Spoerri, dove si avverte la presenza di un solo lato della questione, l’inerzia appunto degli oggetti banali, un insieme di scodelle, bottiglie e di ogni altro utensile appartenente ad un pasto ordinario, che l’artista si è limitato a fissare sopra una tavola e ad appendere alla parete, come si appende una composizione qualsiasi. Malgrado le intenzioni, non esiste una vera alterazione nella visione abituale delle cose, tanto che l’oggetto continua a permanere nella sua insignificanza naturalistica.
In connessione col lavoro condotto sugli oggetti trovati che collega Arman e Tinguely, César, Christo e Spoerri, tutto un altro settore dei nouveaux réalistes ha posto il manifesto pubblicitario al centro della sua ricerca. Le affiches pubblicitarie, politiche oppure puramente informative, che contribuiscono in così larga misura alla creazione del décor urbano, sono apparse ad alcuni artisti come il potente fulcro immaginativo e irrazionale dell’uomo contemporaneo. Ne è scaturita una tecnica immediata di appropriazione, la lacerazione del manifesto, che consiste nella scelta del soggetto, nelle
azioni necessarie per staccare il manifesto dal muro, per riportarlo sulla tela ed infine manipolarlo secondo le diverse personalità degli artisti. Accanto a Jacques de la Villeglé e a François Dufrêne, i maggiori affichistes restano Raymond Hains e Mimmo Rotella.
Hains ha esplorato sistematicamente questo particolare settore del folclore urbano, attento soprattutto a serrare in una sintassi unitaria ed organica i frammenti di queste immagini oggettive. Il manifesto si è imposto, infatti, ad Hains prima di tutto in quanto composizione tipografica, e dunque per le sue qualità costruttive e dinamiche. Ben presto però egli è stato attirato anche dal manifesto politico e, dunque, dal contenuto informativo del messaggio specifico, raccogliendone un’esplosiva serie dal titolo La Francia dilaniata. L’artista ha sempre valutato il suo gesto di lacerare il manifesto come un atto appropriativo di un settore espressivo della realtà sociologica, e di questo gesto ha fornito una esemplare dimostrazione, allorquando ha trasferito nello spazio di una mostra un’intera palizzata ricoperta di manifesti, la Palizzata dei posti riservati del 1959, che arriva a chiudere l’orizzonte visivo ed immaginario dell’uomo cittadino.
Il manifesto accompagna Rotella fin dall’inizio del suo lavoro, segnando le diverse tappe di una tempestiva ed originale evoluzione. All’inizio, nella fase del suo personalissimo Informale, il manifesto vale in quanto materia oggettiva, pellicola dell’intonaco, secondo la poetica del muro, tipica dello stesso Informale europeo. Il manifesto che Rotella strappa direttamente da un muro e poi riporta sulla tela, subisce poi un ulteriore intervento-manipolazione da parte dell’arti sta, al fine di precisare e di strutturare la sua conformazione. Si è così potuto parlare di «doppio décollage». Successivamente l’attenzione di Rotella si è spostata dalla materia all’immagine, all’iconografia incisiva e popolaresca, ed in questa nuova fase il manifesto vale in quanto immagine oggettiva della città, intesa quasi come un’immagi ne archetipica dell’inconscio collettivo dei suoi abitanti. L’attenzione dell’artista si sofferma appunto sui temi dell’erotismo, della diva, del cinema e della violenza: una delle sue serie più sollecitanti porta il titolo significativo di Cinecittà. Infine, sempre inquietamente speri mentale, l’artista italiano ha cominciato a riportare direttamente sulla tela impressionata immagini tratte ancora dai manifesti, sovrapponendole spesso tra loro attraverso differenti prove di stampa.
Martial Raysse opera una sistematica utilizzazione di tutti i
materiali e gli strumenti tecnologici, dall’immagine all’oggetto standard, dal neon allo stesso movimento meccanico, per allestire le sue artificiali e stridenti mises en scène. Anche Alain Jacquet propone nuove immagini fotografiche ottenute attraverso l’accentuazione del puntinato del cliché tipografico: ne risulta una sorta di pointillisme meccanico, tendente alla dissociazione dei suoi componenti interni.
Tutti questi esperimenti condotti attorno al riporto fotografico sulla tela impressionata sono stati riuniti sotto l’insegna della Mec’ Art (Arte Meccanica), e vi appartengono, oltre naturalmente a Rotella e a Jacquet, Bertini, Nikos, Béguier, Bury, Neiman e Patella. Bernard Rancillac e Hervé Télémaque dal canto loro rielaborano con procedi menti pittorici immagini ricavate dai mass media; ma mentre Télémaque fa affiorare nei suoi montaggi una forte spinta fantastica, Rancillac nei suoi lavori più rappresentativi blocca più freddamente la figurazione.
Accanto a queste ricerche sull’immagine, un altro gruppo di artisti persegue ricerche attorno all’oggetto, con l’intento di organizzare un preciso ambiente (ci troviamo dunque alla poetica dell'environment). Ricordiamo JeanPierre Raynaud e Daniel Pommerville.
Precedenti francesi di simile impostazione ambientale sono rintracciabili in alcune realizzazioni di Klein, Arman, Raysse e dello stesso Tinguely, ma soprattutto di Christo, che ha trasferito il suo gesto di «impaccaggio» su scala monumentale, a partire dall'«impaccamento» nel 1969 di una intera spiaggia, comprese le grandi scogliere, compiuto in una zona deserta dell’Australia.
In Inghilterra il panorama della nuova arte appare dei più variati, e presenta uno sviluppo insulare abbastanza autonomo rispetto agli americani. L’inclinazione popolare diventa qui francamente popolaresca, oppure assume spontaneamente flessioni decorative con dichiarati agganci all’Art Nouveau, quasi un ripercorrere con vena pittoresca e humour la tradizione moderna che già dalla fine dell’Ottocento è stata una tradizione di arte applicata, di grafica, di oggetti d’uso, e che pertanto ha puntato subito su una larga circolazione sociale. L’io divagante dell’artista in quanto uomo comune, ma non scaduto ancora ad anonimo componente della massa, si sovrappone alla iconografia oggettiva e ne ricava seducenti motivi poetici, narrativi, satirici, a volte di abbandonato divertisse[ment.]
Si fa luce talvolta anche un gusto naif, ma cittadino e perciò ricco di uno scaltrito candore, così diverso dalla tradizionale naïveté paesana.
In Inghilterra queste prime aperture verso la cultura popolare moderna appartengono alla seconda metà degli anni Cinquanta. I primissimi esempi di simile attenzione risalgono a due notevoli ma opposte personalità, Francis Bacon ed Eduardo Paolozzi. Fra il 1949 e il 1951 Bacon si era servito di celebri fotogrammi dell’Incrociatore Potemkin e di foto di Eadweard Muybridge per conferire un accento di attualità alle sue stravolte figure umane. Da parte sua Paolozzi aveva preso ad incorporare nel volume delle sue sculture, di gusto ancora informale, immagini ricavate dal mondo della tecnica e della vita cittadina, che la presenza dello stesso materiale impiegato, l’alluminio, per di più rivestito sovente di vernici colorate, provvede va ad unificare. Ma evidentemente Bacon e lo stesso Paolozzi rientrano solo nella tangenza del nostro discorso: schiudono una strada, che toccherà ad altri percorrere sino in fondo. Per altro, l’indicazione di Paolozzi di sottoporre a metamorfosi l’immagine popolare, integrandola in una sintassi omogenea che ne modifichi la conformazione formale come il significato, avrà un seguito preciso negli artisti inglesi.
Sono, ad esempio, noti i rapporti di collaborazione di Paolozzi con Richard Hamilton, vale a dire con un pittore che si è soliti collocare all’inizio della Pop Art inglese. Dal 1956 Hamilton speri menta una pluralità di tecniche, dove il montaggio di frammenti d’immagini commerciali si unisce al rifacimento di materiali di eguale provenienza, e quindi il collage si accompagna alla «rifigurazione» pittorica. Lo spazio di organizzazione dell’immagine complessiva, da un’iniziale imitazione del convenzionale spazio a tre dimensioni, passa ad una struttura maggiormente autonoma ed inventata. Mentre cioè i suoi primi montaggi ricreano lo spazio chiuso di una stanza inventario, comprendente tutti gli ingredienti della mitologia popola re, i montaggi ulteriori organizzano lo spazio partendo dalla bidimensionalità della tela. Nel passaggio lo stile si è fatto più agile ed ellittico, dove il semplice profilo vale come riferimento, come segno della corrispondente immagine totale. L’atteggiamento di Hamilton si dimostra intellettuale e distaccato, e con tale distacco esplora una scena urbana inquadrata sempre attraverso e all’interno della soggettività umana; così può allacciare tutta una serie di corrispondenze fra
l’uomo e il macchinismo domestico, fra la donna e l’auto, con nessi psicologici ed immaginari capaci di alienare ma anche d’imprimere una accelerazione vitale all’esistenza dell’uomo stesso. Si può riscontrare in Hamilton, come già in Paolozzi, una grande disponibilità di atteggiamenti nei confronti delle sollecitazioni dell’universo cittadino, ciò che favorirà, all’interno dell’arte inglese, l’elaborazione di una pluralità di diramazioni.
Un immediato riscontro lo si ritrova nel lavoro concomitante nel tempo, ma diversissimo nei risultati, di Peter Blake e di Richard Smith. Quanto Blake è vernacolare, enfatico e saporosamente figurativo, tanto Smith è sottile, lirico e tendenzialmente astratto. Inoltre Blake ci aiuta a capire meglio il carattere popolare di questa arte inglese. Esso affonda in un ambito più esteso della Pop Art americana e in sostanza molto differente: tale ambito comprende, è vero, le immagini dei mezzi di comunicazione di massa, ma anche il repertorio veramente popolaresco e spontaneo del folclore urbano, come le figure pittoresche del musichall, del catch e dei lunapark. In altre parole, l’ambito di origine delle immagini presenta uno spessore storico maggiore ed un maggiore accumulo di tempo, presupponendo una civiltà tecnologica che, se anche non si è spinta come in USA oltre le soglie dell’era postindustriale, possiede pur sempre alle spalle una più ricca tradizione, che ha finito per conferire radici profonde, ed in un certo senso familiari, a questa medesima civiltà.
Il presente discorso vale poi espressamente per Blake, che si propone appunto di rivelare lo spessore umano del folclore cittadino, trasformando ogni immagine stereotipa in un’immagine personalizzata e ricca di sostanza umana. Blake rianima i soggetti prescelti — eroi della lotta libera, suonatori e cantanti di musica leggera — con procedimenti pittorici e collages fotografici e con l’inserimento di una serie di oggetti che rievocano l’ambiente e l’atmosfera di ciascun personaggio, conferendo poi all’intera figurazione il supporto non convenzionale di una porta, di una tavola o di uno steccato. Personalizzare, conferire risonanza, significa in sostanza legare ad ogni immagine il sentimento del tempo, delle sue stratificazioni; per questo Blake ha preferito, in una fase del suo lavoro, evocare temi e protagonisti dei mitici anni Venti, fino a spingersi ad affrontare composizioni «storiche» con una vena pienamente sentimentale e nostalgica, ma corretta pur sempre da un timbro roco che appartiene ad ogni parlata popolaresca.
Diametralmente opposto appare Smith. Nel suo lavoro, l’attenzione per l’efficacia comunicativa dell’immagine si unisce ad una costante attenzione analitica; il pittore si mostra interessato meno all’iconografia e più alla deformazione e alle novità visuali introdotte dai mezzi di comunicazione di massa. Un’immagine su cui più volte è ritornato è la scatola, il packing che riveste ogni prodotto di largo consumo; e la sua indagine mira a verificare come possa sussistere con la bidimensionalità della tela la tridimensionalità dell’oggetto, il rilievo plastico e illusionistico dell'immagine pubblicitaria. Si passa così dall’iniziale mimesi del pacchetto alla sua successiva ricostruzione, restituendo la sua diretta proiezione materiale, e l’oggetto che viene raffigurato dall’artista rappresenta la fisica concretizzazione del percorso compiuto dall’immagine del pacchetto al fine di colpire e di catturare la percezione visiva dell’osservatore. Sostiene tutto il lavoro di Smith la presenza di un colore fresco e sensibilissimo che, attraverso i timbri della nuova astrazione americana, ritrova i toni di Matisse.
Nei successivi sviluppi dell’arte inglese i nodi essenziali passano attraverso le ricerche di Kitaj, Hockney, Tilson e Jones. Si avverte sotterranea l’influenza di Bacon, che si traduce ancora, come già in Blake, nell’impegno di restituire risonanza umana ed esistenziale alle immagini correnti. Di questa intenzione Ronald B. Kitaj resta l’esponente più consapevole. Questo artista dispiega una pluralità di strumenti e di materiali: dal segno di ascendenza illustre (Bacon) o popolaresco (i fumetti), all’inserto fotografico e alla preziosa stesura di colore. I materiali vengono introdotti come altrettante citazioni ricavate dalla letteratura e dalla storia come dalla cronaca violenta della città moderna.
Laddove in Kitaj il gioco delle molteplici metamorfosi a cui vengono sottoposte le immagini, presenta un accento intellettuale, in Alien Jones lo stesso gioco obbedisce ad un ordine chiaramente divertito e formale, e l’intervento della provocazione non va oltre il livello di un aggressivo erotismo. David Hockney inquadra le vicende dell’uomo cittadino negli schemi riduttivi di un teatrino, di una rappresentazione dichiaratamente falsa. Un accento con franchezza gagliardo e popolaresco affiora nelle fantasmagorie di Peter Phillips: nei suoi montaggi, segni di provenienza disparata si confrontano e si urtano, creando una sintassi complessiva stridente e sincopata.
Dal gruppo di ascendenza baconiana si distacca col suo disimpegnato senso del gioco Joe Tilson. In un primo tempo questo artista ci ha dato una serie brillantissima di rilievi in legno, dove nella semplificazione dei profili, nella festosa felicità dei colori, nell’evidenza visiva e frammentaria delle immagini — un occhio, un punto interrogativo, un orologio — traspare una visione umoristica e gioiosa della realtà cittadina. I suoi rilievi si presentano simili a delle efficaci insegne pubblicitarie o da parco di divertimenti, costruite con una sapienza artigianale attenta alle permutazioni e agli scambi fra parola e figura, fra pieno e vuoto, fra l’estensione dell’immagine e il suo contorno. Successivamente ha semplificato le sue costruzioni, basandole ora sulla moltiplicazione seriale di un solo elemento — ritornante è lo schema a gradoni o a ziggurat —, una semplificazione che ha consentito a Tilson di adottare la tecnica industriale e di abbandonare il legno per le materie plastiche.
Nel Centro e nel Nord Europa la corrente oggettuale degli anni Sessanta incontra numerose difficoltà per una sua piena espansione, dato che l’inclinazione verso il fantastico e il simbolo, tipica di queste culture, frappone molte resistenze ad una poetica oggettiva, sdrammatizzata e realistica com’è quella della Pop Art. In Germania un impiego interessante del materiale fotografico è fornito da Lueg e da Richter. Mentre Konrad Lueg ripete in sequenze la stessa immagine, di cui varia all’interno solo la stilizzazione del negativo e del positivo, Gerd Richter rielabora le fonti fotografiche cercando, attraverso la labilità delle sfocature e l’ossessione della ripetizione, di spaesare nel senso dell’inquietudine e del mistero un mondo presente al contrario nei suoi logorati aspetti consueti. Peter Klasen chiude in un teso e nitido montaggio particolari meccanici e dettagli femminili, accennando per frammenti ad una narrazione intessuta di crudeltà tecnologica e di violenza erotica. La pittura di Winfred Gaul tenta una sintesi di segnaletica urbana e di pura visualità.
Un posto singolare nel panorama europeo è occupato dallo svedese Öyvind Fahlström, che si è interessato tempestivamente alla figurazione popolare: fumetti, illustrazioni dei rotocalchi, immagini pubblicitarie. Fahlström possiede la vocazione del narratore fantastico, dove è il tempo che diventa l’unico protagonista delle sue affollate composizioni. Lungo le coordinate temporali nascono infatti gli attriti, le attrazioni o i conflitti, come è ancora dentro il tempo che
operano tanto la fatalità e il caso quanto la libertà dell’uomo. Il montaggio praticato dall’artista, in cui il valore non è dato dal singolo elemento ma dalle relazioni tra gli elementi, si presenta come una combinazione variabile, ed un posto di responsabilità viene assegnato all’osservatore che, intervenendo concretamente, è libero di spostare le figure, di mutare i loro rapporti, di alterare, insomma, l’ordine e il ritmo della narrazione.
Mimmo Rotella non è l’unico artista a dare il via alla nuova situazione italiana, fino a diventarne uno dei maggiori esponenti. Apertamente o indirettamente è l’attenzione che Alberto Burri ha sempre rivolto alla materia e all’oggetto ad orientare il lavoro degli artisti italiani, come il suo stesso lavoro non è rimasto senza influenze nell’impostazione di un artista centrale come Rauschenberg, che ha trascorso in Europa alcuni anni decisivi per la sua formazione.
Uno dei punti di sutura fra il passato e le nuove ricerche porta il nome di Piero Manzoni. L’artista procede ad una riduzione preliminare della creatività artistica alla semplicità dell’idea, e la successiva traduzione linguistica funge da immediata dimostrazione dell’idea medesima. Per il valore dimostrativo assegnato all’arte, e per la spiccata inclinazione a privilegiare l’aspetto intellettuale del lavoro estetico, Manzoni si ricollega al Dadaismo. Le molteplici esperienze di Manzoni delineano una coerenza interna; esse mirano ad evidenziare la funzione che la società assegna all’arte, e dacché la società ha finito per identificare l’arte con l’attività e con la persona stessa dell’artista, Manzoni sviluppa ciascuna idea partendo da se stesso e dai rapporti che in quanto artista lo collegano alla società. Prima di tutto il corpo diventa un mezzo di espressione e utilizzando i prodotti del proprio corpo, il fiato come le feci, in uno spregiudicato pareggiamento, Manzoni elabora una serie di prodotti artistici, dai Corpi d’aria alla Merde d’artiste, il cui contenuto non smentisce testualmente l’onesta veridicità dell’etichetta. E poi vengono le opere che concretano i suoi rapporti col mondo, che sono rapporti intellettuali, simbiosi strettissima fra idea e gesto, evidenza e conferma apodittica ad un tempo. Il rapporto con lo spazio-tempo si traduce nell’idea del «percorso»: una linea tracciata dall’artista sopra un lungo rotolo di carta. Il rapporto con gli altri (il pubblico) trova una concreta traduzione nel gesto dell’investitura: Manzoni imprime
prima il suo pollice su una certa quantità di uova sode e poi invita il pubblico a trangugiare l’«opera d’arte». L’artista individua ogni volta il punto nodale della problematica estetica e lo estremizza in una dialettica ironica ed elementare, tendente alla riduzione. E appunto una proposta di cancellazione, quasi a riportare la percezione al punto zero di partenza, è avvertibile negli achromes, che segnano fra il 1956 e il 1957, il suo ingresso nel campo sperimentale.
Una linea Neo-Dada è rintracciabile nella sperimentazione di Gianfranco Baruchello (come in Gianni Emilio Simonetti), specie nei suoi montaggi di oggetti, già così intenzionati nell’ordine dei significati da porsi in stretto parallelismo con le sue tavole pittografiche, dove il segno grafico ed il frammento figurativo coesistono a fianco del discorso verbale.
Il nuovo punto di partenza, non Neo-Dada ma più latamente pop, nelle prove iniziali di Schifano, di Kounellis e di Mauri, appare meno intellettuale e maggiormente visivo, di abbandonata partecipazione alle apparenze del mondo oppure di elaborazione dei segni primi di un nuovo vocabolario. Ciò che predomina nella pittura di Mario Schifano è appunto l’aspetto visivo, non la rappresentazione descrittiva dell’immagine, ma la sua immediata percezione, che viene restituita sulla tela mediante una limpida e fresca visione, giacché la pittura per l’artista consiste essenzialmente in una tecnica del vedere. Nelle sue iniziali composizioni Schifano cancella la congestione materica dell’informale e prepara la strumentazione visiva per potere di nuovo posare sullo spettacolo del mondo uno sguardo partecipe e disponibile. Per altro la sua fresca percezione non è affatto naturalistica ma mediata, avendo subito l’influenza della percezione meccanica della foto e del cinema. È come se Schifano guardasse sempre la realtà da dietro uno schermo artificiale, sia esso il riquadro televisivo il finestrino dell’auto, oppure lo schermo materiale del plexiglass coprente l’immagine sottostante, nei suoi lavori successivi. Dietro questo schermo l’artista inquadra frammenti d’immagine che entrano all’interno del suo campo visivo e che possiedono appunto la casualità e la sorpresa delle inquadrature e delle sfocature di campo. Dapprima sono particolari di scritte pubblicitarie, poi sono sezioni di paesaggio. L’immagine inquadrata viene riportata direttamente sulla tela mediante diverse tecniche di riporto e d’impressione, tutte riconducibili a due procedimenti di base, il rifacimento e il ricalco. Schifano smaterializza l’immagine riducendola ad una pellicola visi[va;]
la stessa tradizione dell’avanguardia, dai futuristi a Picabia e ai suprematisti russi, è «rivisitata» attraverso la mediazione dei documenti fotografici che testimoniano, non solo delle opere, ma anche della figura umana dei protagonisti.
La riduzione della tela alla essenzialità dello schermo ritorna nello sperimentalismo di Fabio Mauri, che si muove fra Neo-Dada ed anticipazioni pop. Giosetta Fioroni avverte la suggestione del linguaggio fotografico, il fascino freddo della pellicola d’argento e le sorprese nel taglio dell’inquadratura. Gino Marotta mostra, invece, una sicura attitudine artigianale, fabbricando in plastica trasparente una falsa natura.
Jannis Kounellis, greco di origine ma operante a Roma, inizia il suo complesso itinerario con vaste superfici su cui vengono impresse lettere, segni tipografici e matematici quasi sempre in nero. Le pause bianche mettono in tensione i pieni; il gesto si blocca nel segno di chiaro impianto monumentale, sospeso fra un accento lirico e un accento contemplativo. Lo spazio indica il vasto regno del possibile, su cui, dopo le lettere, vengono inscritte stelle, lune nelle loro mutanti fasi, onde del mare, sempre in semplici figurazioni realizzate in una grafia essenziale. Queste figure presentano il valore di altrettanti segni, e tutto il loro insieme compone il vocabolario personale elaborato da un pittore introverso e meditativo.
Accanto all’inchiesta fotografica di Schifano e al vocabolario di Kounellis un altro gruppo di artisti romani, tra i quali Angeli e Festa, apre su un’area che è stata definita, fra l’altro, Neo-Metafisica. Franco Angeli introduce nelle sue tele i simboli della storia e del potere, la croce uncinata, la falce e il martello, la stella americana, come i simboli tipicamente romani, quali la lupa e l’aquila capitolina. Sulla tela un velo di copertura attutisce l’evidenza assieme visiva e significativa dell’immagine; frapponendosi lo schermo filtra la violenza del simbolo, lo esorcizza, sfocandolo in una indistinta dimensione d’inerzia. Al contrario di Angeli, Tano Festa tende a svuotare l’immagine storica frazionandola all’interno di spazi duri e senza vita, come lo sono le successive imposte di un armadio oppure la superficie di specchi privi di profondità. Simile serializzazione sospende il gesto esemplare del personaggio tratto dalla tradizione storica o religiosa — ad esempio, l’Adamo e il Padre Eterno di Michelangelo — in una immobilità ironica e mentale.
Il gioco e l’ironia ritornano in Lucio del Pezzo per esorcizzare e
per profanare un’eredità storica rivissuta come un ingombro della memoria. Simile eredità comprende sia il folclore sacro e profano di una città popolare come Napoli, sia i fregi decorativi di una dimora borghese, come infine il repertorio metafisico di De Chirico. La storia, dimessa ogni veste di sussiego, è presente col suo inventario disparato di oggetti ormai addomesticati, e l’artista si muove alla ricerca di un filo parodistico col quale sbrogliarne l’intricata matassa.
In tutt’altra area ci conduce il lavoro di Enrico Baj e di Valerio Adami, a cui possiamo accostare la pittura di Concetto Pozzati e di Emilio Tadini, un’area narrativa che costeggia la ricerca oggettiva della Pop Art, senza mai rientrare con esattezza in essa. Un caso particolare ed affascinante è rappresentato da Domenico Gnoli, ma il suo feticismo, la sua ossessione dei particolari di oggetti di una commedia borghese non appartiene alla Pop Art, piuttosto ad una precipitazione in chiave allucinata del realismo surrealista e della Nuova oggettività: il suo occhio dilatato non appare contaminato dai mezzi di comunicazione di massa.
La scena reale dove si svolge l’esistenza dell’uomo costituisce il costante obiettivo di Michelangelo Pistoletto, e a tale scopo l’artista si serve di grandi superfici di metallo riflettenti come di semplici catalizzatori per fissare la vita, lo spazio e le cose che ci circondano. L’esperienza elementare su cui si fonda il suo lavoro è la duplicazione dello specchio; ma la realtà riflessa dalla superficie di Pistoletto riceve un ulteriore spaesamento, sia per la leggera alterazione ottica che subisce, sia perché l’artista fa intervenire un nuovo elemento di tensione e di disturbo: degli ingrandimenti fotografici di individui colti in atteggiamenti anonimi o di oggetti quotidiani, incollati sopra una porzione dello specchio stesso. Si intreccia così un fitto dialogo a più voci fra la vita reale e la sua duplicazione speculare, fra la realtà e la sua illusione, fra la vita e le diverse finzioni dell’immagine fotografica e dell'immagine riflessa. Assieme allo spazio anche il tempo viene messo in questione da quest’opera, divisa com’è fra la rigidità delle grandi figure fotografiche, che testimoniano un attimo di vita trascorso, e la mobilità della vita presente che si svolge dentro-fuori lo specchio.
All’interno di questo animato diramarsi di ricerche si comincia ad intravedere una tendenza che, insofferente dei limiti del quadro e della parete, cerca di allargare la presenza materiale dell’opera, ponendola in stretta relazione con lo spazio reale dove si muove lo
spettatore. È soprattutto Pistoletto che nelle sue superfici riflettenti ci offre l’esempio più consapevole di una volontà impegnata ad inglobare all’interno dell’opera lo spazio-ambiente e la stessa vita degli spettatori. In questa direzione l’atto del costruire l’oggetto passa in primo piano rispetto all’atto di «rifigurare» un’immagine, e la tecnica fotografica cede il posto a disparate tecniche di origine artigianale.
Un artista come Cesare Tacchi con la sua cronaca piccolo borghese sembra limitarsi ancora alla pura superficie, e, invece, impiegando una tecnica più da tappezziere che da pittore, arriva a modulare la stessa superficie mediante il variare delle imbottiture spesso aggettanti fuori dal piano. Sviluppando il lato costruttivo, manuale della sua opera, Sergio Lombardo è passato dalla geometrizzazione, sopra il piano della tela, di personaggi della cronaca, alla strutturazione nello spazio di volumi esatti ed anonimi; Renato Mambor dall’isolamento sulla tela di figure e di oggetti, alla costruzione di telepersonaggio e di teleoggetto. Lo stesso Luca Patella, che con Rotella e Bertini impiega la foto su tela impressionata, proietta poi fasci di diapositive per animare un intero ambiente spaziale.
Sono, tuttavia, Ceroli e Pascali, a cui si possono accostare la natura artificiale di Piero Gilardi e gli oggetti industriali di Eliseo Mattiacci, ad affrontare con consapevolezza ed inventività il compito di dilatare l’opera sino a conferirle una dimensione ambientale, che significa poi, in sostanza, affrontare il problema della realtà dello spazio. La silhouette umana ritagliata lungo la bidimensionalità della rozza sagoma di legno — la sua materia fondamentale — rappresenta il modulo di base, già spaziale, delle costruzioni di Mario Ceroli. Mediante questa silhouette lo scultore può animare ed invadere un determinato spazio, costituendo le costruzioni spaziali di Ceroli i luoghi casalinghi oppure urbani, attuali oppure storici, che rendono possibile l’esistenza dei suoi dinamici e stilizzati personaggi. Ciascun luogo spaziale congiunge strettamente architettura e figurazione, e fa da legamento a questi due elementi uno spiccato senso del ritmo, ancora bloccato nei gradini delle scalinate e nelle sezioni degli edifici, dinamico invece nei profili degli uomini e delle donne che vi transitano. Ceroli possiede una fervida fantasia dialettica e, come concepisce solo il diritto e il rovescio della silhouette, il positivo e il negativo del ritaglio, le facce opposte di una medesima costruzione,
così non si limita all’unico, ma procede per quantità. Nasce così un invadente gruppo di opere: il Piper con la folla scatenata dei ballerini, le diverse versioni delle piazze italiane, lo scorrere ossessivo in ranghi compatti dei cinesi in marcia.
Il disegno d’invadere e di occupare lo spazio si precisa in Pino Pascali nel progetto ambizioso di ricreare il mondo, e a tale fine dispiega una pluralità di tecniche e di materiali di cui si trovano pochi altri riscontri tra gli artisti della stessa generazione. In definitiva, ricreare il mondo per Pascali significa ricreare la natura, onde lo scultore ha affrontato il compito di rifabbricare la natura, sia impiegando materie artificiali sia introducendo autentici elementi primordiali, quali l’acqua e la terra. Con la sua natura rifabbricata, grandi sezioni di animali bianchi, corpi-idoli femminili, bachi da «set(ol)a», campi arati, distese d’acqua a suggerire il mare, occupa, ammobilia concretamente una porzione di spazio, trasformandolo in un luogo fantastico, dove il sogno, l’infanzia e la nostalgia di un perduto Eden s’incontrano dentro una corposa dimensione fisica. Se in tutto l’arco di queste esperienze americane ed europee, è l’iconografia del mondo esterno ad imporsi all’artista, in Pascali si fa strada un opposto orientamento, dove è lo stesso artista a cercare di elaborare e d’imporre una propria personale iconografia. Il mondo ricreato da Pascali con esattezza formale, fantasia spettacolare e grande sensibilità tattile e visiva, contrassegna un preciso movimento di ritorno al soggetto umano e alla natura, rendendo in tal modo testimonianza di un bisogno diffuso di compensazione, di risarcimento fisico e fantastico nei confronti di una civiltà troppo meccanizzata e repressiva.
Partita dal mondo cittadino e da una iconografia pubblica, la corrente oggettuale degli anni Sessanta approda, infine, su un mutato orizzonte, dove affiora di nuovo la natura; e giacché nella natura finisce per sfociare anche l’uomo storico e tecnologico, simile orizzonte riconduce pur sempre alla natura umana e ai suoi bisogni elementari. Si delinea così un movimento di regressione che, abbandonando il mondo degli oggetti e delle immagini, tenta di risalire al mondo del soggetto, recuperato nella sua indissolubile totalità di mente e di corpo, uno sganciarsi dalla sfera pubblica del conformismo e del luogo comune, per ritrovare un luogo ideale ed utopico, che si ponga come possibile terreno d’incontro e di formazione di una comunità nuova. Ma a questo punto si abbandonano le prospet[tive]
degli anni Sessanta per volgersi risolutamente verso le diverse prospettive degli anni Settanta, cui ha fatto da introduzione, nelle sue indicazioni come nei suoi stessi fallimenti, quell’anno spartiacque che resta il 1968
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