Al tempo dei tempi. Fiabe e leggende delle Città di Sicilia
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1909 - Categoria: letteratura
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9 - Il fuso caduto.
Al tempo dei tempi viveva nella città di Trapani, dove approdavano tante navi, una povera vedova che aveva quattro femmine, tutte giovani e belle. Una di quelle ragazze si chiamava Caterina, l'altra Vituccia, la terza Rosa e la quarta Maricchia, e tutte campavano col loro lavoro e se ne stavano da un anno all' altro rintanate in casa. La madre doveva andare di qua e di là a preparar lavoro, pennecchi, stoppa, cotone e tele, ma prima d'uscire aveva sempre la precauzione di chiudere a chiave le figlie, che stavano a lavorare notte e giorno. Una domenica Maricchia, che era la più bella delle sorelle, non volle andare alla messa con le altre, e la madre, per precauzione, chiuse la porta a chiave. La ragazza, benché fosse festa, si mise a filare, e intanto, affacciata alla finestra, guardava la$0184$ gente che passava per divagarsi. Mentre non passava nessuno le cadde il fuso ed ella pensò : - Ora, al primo che passa, chiedo il favore di raccogliermi il fuso, e se lo fa, quello sarà lo sposo mio.- Di lì a un momento passò un bellissimo e giovane Cavaliere, e Maricchia dentro di sé disse : - O corte o morte ! - Poi rivolta al Cavaliere : - Signor Cavaliere, per favore, mi vuol raccogliere quel fuso ? - II Cavaliere si voltò in su alla chiamata e rispose : - Non puoi scendere a prenderlo da te ? - No che non posso ; sono rinchiusa in casa. - E perché sei rinchiusa ? - Perché mia madre e le mie sorelle sono andate alla messa, ma io, dovendo terminare questo filato, che non ho potuto fare in settimana, me ne sono rimasta a casa. E poi, se devo dir la verità, sono rimasta anche per veder chi passava e tentare la sorte. - Come sarebbe a dire? - Deve sapere, signor Cavaliere, che faccio una gran vitaccia ; se voglio mangiare debbo lavorare giorno e notte. Ora ho detto fra me : " Se mi cade il fuso, quello che me lo raccoglie deve essere il mio sposo. " - Guarda che combinazione ! Io cerco moglie per mare e per terra, e mia madre quando sono uscito mi ha detto : " Esci, cercala bene e la troverai ! " Ora, giacché la sorte m'ha favorito, dobbiamo essere marito e moglie. Dunque, facciamo così : il fuso lo tengo io, e quando torna tua madre, glielo do. - No, per carità ! - esclamò la ragazza. - Non voglio che mia madre sappia che filavo alla finestra, di domenica per soprappiù. Facciamo così, invece : io calo il filo, Vostra Signoria ci lega il fuso, e quando viene mia madre, lei signor Cavaliere, fa quel che le suggerisce il cuore. - In quel momento, puffete, eccoti comparire la madre dalla cantonata ! La ragazza, nel veder la madre e le sorelle, disse : - Signor Cavaliere, ecco che giunge mia madre con le mie sorelle. Io me ne vado, faccia lei ! - E infatti, sparì. Il Cavaliere andò incontro alle donne, le salutò come se fossero sue pari e disse alla madre : - Buona donna, ho da dirvi una cosa. - La poveretta lo fissò maravigliata perché non era mai stata fermata per via da un bel Cavaliere e rispose tutta umile : - Sono agli ordini di Vostra Signoria. - A vostra figlia, mentre filava alla finestra, è caduto il fuso. Io gliel' ho raccolto ed ella mi ha detto: " Chi mi raccoglie il fuso dev'essere mio sposo. " Io non ho nulla in contrario ; dunque accompagnatemi a casa mia e vi comunicherò le mie intenzioni, ma badate bene di non dire nulla a nessuno. - Ma come è mai possibile che un tanto signore sposi mia figlia? Io sono poverissima e non ho altro che le braccia per lavorare e gli occhi per piangere. - Non vi date pensiero di nulla ; venite a casa mia e tutto si accomoderà. - Donna Paola, la vedova, lasciò a casa sua le tre figlie maggiori e accompagnò il Cavaliere al suo bel palazzo, nella via principale della città, e quando furono giunti dinanzi al portone spalancato da cui si vedeva un ampio cortile circondato da colonne e in fondo un magnifico giardino, il Cavaliere le disse : - Aspettatemi un momento qui, ché salgo e scendo subito. - La donna aspettò e lo vide salire al primo piano e di lì a poco tornare con un sacchetto di tela in mano, che .reggeva con gran fatica. - Eccovi del danaro, - le disse. - Prendete in affitto una bella casa, ammobiliatela decorosamente, rivestitevi tutte, e quando sarà ogni cosa in ordine, avvertitemi ed allora mio padre e mia madre verranno a chiedervi la mano della vostra figliuola. - La donna era mezza sbalordita e appena appena lo ringraziò e corse a casa col sacchetto. Dalla felicità, neppur s' accorgeva quanto pesasse. - Figliole mie, - disse, giungendo a casa - ci capita una gran fortuna! Maricchia, ora raccontaci quel che t'è accaduto col Cavaliere. - La figlia raccontò tutto per filo e per segno, e la madre le consegnò il sacchetto, dicendole : - Eccoti il danaro, disponne tu, perché t'appartiene!- Nel sentir questo, Maricchia smise di filare, buttò la conocchia qua, il fuso là e si mise a saltare e a ballare ripetendo : - La sorte l'ho avuta! La sorte l'ho avuta!- Quando si fu un po' calmata, disse alla madre : - Ora, madre mia, chiudiamo a chiave Caterina, Vituccia e Rosa, e usciamo noi due. Prima andiamo in chiesa a ringraziare Dio, la Madonna e i santi, e poi dal negoziante a comprare tutto quello che ci bisogna. - Così fecero, di fatto. Uscirono, andarono in chiesa e poi entrarono nella più bella bottega di Trapani dove si servivano tutti i signoroni e dove i mercanti di levante e quelli di Spagna e di Francia portavano le loro mercanzie. Il negoziante, nel vedere quelle due poverette entrare timidamente, le squadrò, e, più per invitarle ad andarsene che per invogliarle a entrare, disse loro con mal garbo : - Che cosa volete ? - La ragazza, senza lasciarsi intimidire da quella accoglienza, rispose: - Vogliamo tutto quello che avete di più bello nel magazzino. - E per chi dev' essere? - Per me, - rispose Maricchia arditamente. Il negoziante la guardò con aria di compassione. - Figliuola mia, voi non potete certo comprare neppure la roba di scarto del mio negozio. - Se non potessi, non vi direi di farmi vedere tutte le galanterie che avete. Dai miei vestiti non dovete giudicarmi. - A queste parole, dette con tanta sicurezza, il negoziante non seppe che rispondere e credette che Maricchia fosse qualche gran signora travestita. Del resto non ci rimetteva nulla a contentarla, ed era anche curioso di vedere com' andava a finire quella faccenda. Salì dunque sulle scale e buttò sul banco diverse pezze di broccato, di ermisino, di damasco e di altri tessuti di seta. Bisognava vedere Maricchia come s'era fatta rossa in viso dalla felicità nel pensare che poteva comprare quel che le pareva e piaceva! Prendeva le sete, le metteva a distanza per vedere che effetto facevano, se le avvicinava al volto, le guardava di sotto, le guardava di sopra e diceva : - Questa non mi piace, questa non mi garba, quella non è di mio genio, - e faceva scendere altre pezze ed altre ancora prima di scegliere qualcosa. - Sta' a vedere, - pensava il negoziante - che, alla fine delle fini questa smorfiosa non piglia nulla. - Quando tutto il banco fu coperto di pezze, allora Maricchia incominciò a dire : - Questo drappo starebbe bene a Caterina, sì, proprio bene, non vi pare, madre mia ? E questo broccato celeste non si addice alla carnagione di Vituccia ? Guardate, guardate, questo broccatello se non par fatto a posta per Rosa? - e girava, guardava di sotto e di sopra senza ancora scegliere neppur un palmo di roba. - Buona donna, spicciatevi ! - diceva il negoziante, non potendo dar udienza agli altri avventori. - Vedete quanta gente aspetta ? - Maricchia, tutta risentita, gli rispondeva che doveva prender molta roba e che lei era giunta prima di tutti. A farla breve, la ragazza alla fine scelse due vestiti per ciascuna delle sorelle, due per la madre, e per sé ne prese una decina, oltre a pezze intere di tela di lino alla padrona che si chiamano così e così, che stanno in un bel palazzo da poco tempo. Allora il Cavaliere scrive una lettera, in cui dice che vuole imparentarsi con la ragazza e che si preparassero a far la conoscenza di suo padre e di sua madre, e dentro alla lettera mette di nascosto un anello di diamanti. Raffaello prende la lettera, se ne va al palazzo della ragazza, entra, fa passare l' ambasciata e consegna la lettera alla madre. Quando Maricchia ebbe letta la lettera e vide che il Cavaliere la chiedeva davvero in isposa, s'inorgoglì tutta, si mise a fare sgambetti e piroette e subito gli rispose, ed anche lei mise nella lettera l'anello di diamanti che aveva comprato per lo sposo. Il giovane stava in vedetta ad aspettare il ritorno di Raffaello. Quando lo vide, gli corse incontro e, aperta la lettera, si mise subito in dito l'anello e pareva impazzito dalla felicità. Il padre e la madre, sentendo che quella famiglia abitava in un palazzo grandioso, dissero : - Debbono essere gente nobile. - E la sera, con la carrozza di gala e i lacchè, andarono col figlio a far la conoscenza della sposa. Lo sposo le portò due braccialetti, una collana, un fermaglio ed altre cose belle e preziose. E Maricchia, a fianco alla madre, e seguita dalle sorelle andò incontro ai visitatori fino in cima allo scalone, e poi si diressero nelle sale tutte illuminate a cera e dettero loro un magnifico rinfresco. Quella sera stessa il Cavaliere e Maricchia si scambiarono promessa di matrimonio, e figuriamoci un po' come fossero tutti felici ! Dopo che ebbero chiacchierato un pezzo, il Cavaliere disse al padre e alla madre : - Io vorrei che le cose si sbrigassero presto ; sapete che le cose lunghe diventan serpi. Lasciamo passar l' Avvento e Carnevale e subito facciamo le nozze. - Bene, bene ! - dissero tutti. Maricchia però storse la bocca perché il termine proposto le parve lungo, ma poi, ripensando che c'era da fare il corredo, si rasserenò e prese a ciarlare come il resto della compagnia, allegra e contenta. Quella sera stessa la balia del Cavaliere, che era rimasta in casa a far da cameriera, andò in camera della signora per ispogliarla, e le disse : - Queste nozze non s' hanno da fare! - Che dite, Vincenza ! - Dico che non s' hanno da fare, perché Vostra Signoria non può imparentarsi con gente bassa, salita in grandezze non si sa come. - Badate come parlate, Vincenza. - So quel che dico, e se Vossignoria vuol venire con me domattina, la conduco da persone che le diranno chi era e chi non era donna Paola Ciraulo non più tardi che un mese fa. - La signora non rispose, ma, voltati di qua, rivoltati di là, non dormì mai in tutta la notte, ripensando alle parole della cameriera ; però non disse nulla nè al marito nè al figlio. La mattina dopo era pronta presto e usciva insieme con Vincenza. Vanno in una straduccia e bussano a una casuccia. - Chi è ? - domanda una voce. - Comare Momina, aprite per cortesia, - dice Vincenza. Comare Momina apre, si scusa di non poter far entrare nella camera perché il marito e i figli si vestono, e va nella strada, socchiudendo l' uscio. - Comare, la conoscete donna Paola Ciraulo ? - E come no ! Siamo state vicine vent'anni e più, da quando si maritò con compar Totò buonanima, che era facchino al porto, fino a che non è diventata signora. - E com'era? - Più poveretta assai di me, perché rimase vedova con quattro piccine e per isfamarle s'è logorata le braccia e tutti noi qui le abbiamo fatto la carità. - E ora? - Comare Momina si strinse nelle spalle. - Che volete che vi dica, comare mia, la fortuna le è venuta tutta un tratto. Ora è una signora, sta in un bel palazzo, e le sue quattro figlie marciano con abiti di seta. Mistero ! Mistero ! - La signora aveva inteso abbastanza. Fece cenno alla cameriera di salutare la comare e tutte e due se ne andarono: Vincenza tutta lieta, la signora con un diavolo per capello. Arrivò a casa di corsa e tutta trafelata andò dal figlio e gli disse: - Quella ragazza tu non la sposerai, se la madre non confessa come da pezzente è divenuta signora ! - II povero Cavaliere si sentì morire. Egli non voleva dire che i quattrini a donna Paola glieli aveva dati lui, e a Maricchia non voleva rinunziare. - Perché prestate orecchio alle calunnie? - Non sono calunnie; è la verità che un mese addietro donna Paola stava in una catapecchia ed era una pezzente, dunque ? - Avrà rivendicato qualche eredità! - Ma che eredità, se è figlia di poveri, se il marito era facchino del porto, se.... - La signora soffocava dalla rabbia all' idea che suo figlio potesse imparentarsi con certa gente. - Io sposerò Maricchia anche figlia di facchino, anche povera ! - disse. In quel mentre capitò il padre, che aveva udito il diverbio, e quando fu informato del motivo di esso, dichiarò anche lui che non voleva assolutamente che si facesse il matrimonio, anzi ordinò al figlio di prepararsi a partire per Palermo ove aveva un vecchio zio, e gli promise che la moglie l'avrebbe trovata più bella di Maricchia e certo di miglior condizione, e senza dargli tempo d'avvertirla, lo fece imbarcare su una nave già pronta e lo spedì via. Torniamo a Maricchia. Aspetta aspetta il Cavaliere, il Cavaliere non si vedeva e Maricchia era nelle smanie. Passa un giorno, ne passano due, ne passano tre, finalmente Maricchia manda la cameriera al palazzo del promesso sposo a prender notizie, e la cameriera fa l'ambasciata a donna Vincenza. - Mi manda la signorina Maricchia a prendere notizie del suo promesso sposo, lo riverisce e gli fa dire che aspetta con impazienza una sua visita. - Risponde donna Vincenza trionfante : - Dite a Maricchia, figlia di Totò il facchino del porto, che il Cavaliere è andato a Palermo a sposare una signora pari suo e che tornerà soltanto con la moglie. - Figuriamoci quel che provasse Maricchia nel ricevere l' ambasciata ! Perse il lume degli occhi, si gelò tutta e cadde in terra lunga distesa, coi denti chiusi, intirizzita come se fosse di marmo. La portarono sul letto e chiamarono subito i medici della città che tentarono tanti rimedi, ma Maricchia non ritornava in sé. Passa un giorno, passa un altro e la ragazza sempre rimaneva insensibile. Provarono a pungerla con gli spilli, ad avvicinarle la fiamma agli occhi, a toccarla con oggetti infocati, nulla. Era bella, bianca, con le labbra scolorate, e non si alterava punto. Chi diceva che era viva, chi diceva che era morta e bisognava sotterrarla, e intanto tutti correvano al palazzo a vederla esposta su un bel letto, tutta vestita di bianco. La madre del Cavaliere seppe che cosa era accaduto a Maricchia, ma donna Vincenza si guardò bene dal dirle che era caduta in terra quando la cameriera le aveva fatto la sua ambasciata, e credette che fosse così per malattia e si rallegrò tutta di poter richiamare il figlio a Trapani. Il Cavaliere, che non sapeva nulla, sperando che i genitori avessero cambiato opinione, tornò subito tutto contento e donna Vincenza, che gli andò incontro per le scale, gli disse con fìnta compassione : - Poveretta ! Che fine ha fatta ! - Chi ? - domandò il giovane turbato. - La zita di vossignoria ! Non lo sapete ? È morta da un pezzo ! - II Cavaliere, a quella notizia, non salì neppure in casa. Riscese le scale, e via al palazzo dove abitava Maricchia. Va su, entra, e in sala, circondata da ceri, vede la zita su un letto, tutta vestita di bianco, con la madre inginocchiata accanto e le sorelle prostrate e piangenti. Al rumore che fa, esse alzano la testa e donna Paola gli va incontro e gli dice : - V'ha mandato Iddio! - e gli racconta che appena egli fu partito, Maricchia seppe dalla cameriera di sua madre che era stato mandato a Palermo per prender moglie, e che quella notizia l'aveva fulminata. - Ma dunque è così da un pezzo ? - Donna Paola gli fece cenno di sì. - E non s'è alterata? Non s'è putrefatta? - Vedete, è bella e fresca come da viva, e le sue carni odorano. - Dunque non è morta? - Alcuni medici dicono di sì, perché non s'è cibata più da settimane e settimane ; altri dicono di no. - Ah, Maricchia adorata ! - esclamò il Cavaliere baciandola in fronte. - Ti giuro che, viva o morta, ti serberò sempre fede di sposo, e che nessuna donna fuori di te sarà mia moglie! A quel bacio, a quelle parole, Maricchia ebbe un sussulto. Egli le prese le mani e se le portò alla bocca, chiamando : - Maricchia ! Maricchia, sposa mia ! - Maricchia allora aprì gli occhi, si guardò intorno, sorrise al promesso sposo e a un tratto si alzò sul letto. La madre e le sorelle piangevano e ridevano dalla gioia, e chi la baciava di qua, chi di là. Lentamente Maricchia scese dal letto e disse : - Sposo mio, ho tanto sofferto da quando mi fu fatta l'ambasciata di donna Vincenza. Sentivo tutto e non potevo nè movermi, nè parlare. - Quale ambasciata? - chiese il Cavaliere. Maricchia gliela riferì e il giovane saltò su tutte le furie e disse : - Prima di sera, Maricchia, ti giuro che tu sarai mia moglie. Ma ora lascia che vada a punire chi ti ha fatto tanto male. - E di fatto andò al suo palazzo, cacciò di casa la perfida, e quindi dichiarò al padre e alla madre che la sera stessa avrebbe celebrato le nozze con Maricchia. - Con la figlia di Totò, il facchino del porto ! - esclamò la madre. - Perché vuoi abbassarti tanto? - Mamma, Maricchia mi vuol bene davvero e questo è quel che conta. Ne dubitereste dopo quel che è accaduto ? - La madre si strinse nelle spalle e non osò contraddirlo, il padre neppure, così quella sera stessa, nella sala dove Maricchia era stata tanti giorni esposta come morta, fu benedetto il matrimonio. E siccome gli sposi si volevano molto bene, vissero lungamente felici e contenti Senza punto badare a quel che disse il mondo, Che, volta e gira, è sempre bello e tondo.
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