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Al tempo dei tempi. Fiabe e leggende delle Città  di Sicilia

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1909 - Categoria: letteratura

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7 - La visione di Guglielmo il Buono.

Al tempo dei tempi regnava in Sicilia il re Guglielmo II che era così virtuoso, onesto e pio, che il suo popolo gli aveva messo il soprannome di Buono, anche per distinguerlo dal padre suo Guglielmo detto il Malo per le sue scelleraggini. Guglielmo II era buono con tutti : coi Cristiani come coi Saraceni, coi ricchi come coi poveri. Aveva il cuore candido come la neve, non faceva mai torto a nessuno, aiutava i poveri, era misericordioso con tutti. Ma Guglielmo, benché fosse anche bello e colto, non era felice. Il pessimo governo del padre, le tante ingiustizie e ruberie commesse che avevano così impoverito il popolo di Sicilia, erano per lui come un continuo rimprovero. Quando il giovinetto Re vedeva i mendicanti a frotte recarsi alla Reggia chiedendo l'elemosina, provava un dolore da non dirsi ed esclamava con tutto il fervore : - Vergine santa, datemi il mezzo di rimediare a tanta miseria e vi erigerò un tempio che non vi sarà l'eguale nel mondo. - Un giorno Guglielmo traversava, su un bianco cavallo il quartiere della Kalsa, in prossimità del mare, tutto abitato da Saraceni pescatori. Era triste secondo il solito e si recava con poco seguito a pregare nella piccola cappella della Vittoria, dalla quale il bisavolo suo, il conte Ruggiero d'Altavilla era penetrato con l'aiuto della Vergine Maria in Palermo, assediata inutilmente già da cinque mesi per mare e per terra. Mentre procedeva pensoso con le redini abbandonate sul collo del cavallo, esce da un tugurio una vecchia centenaria, nera come un tizzo spento, con gli occhiacci cispellosi, i capelli tutti bianchi, e stendendo la mano adunca fino ad afferrare il cavallo per il morso, dice nella sua lingua : - Io, Re potente, so molte cose che nessuno sa. Se tu rinunzi a pregare oggi Maria di Nazareth, se volgi briglia ed entri nella moschea maggiore e preghi Aliali e il suo profeta, io ti rivelerò dove tuo padre nascose tutti i tesori che tolse ai Siciliani quando ritirò tutta la moneta sonante e dette invece moneta di cuoio con la sua effigie. - Lo sdegno animò il volto del giovinetto Re. - Vecchia tentatrice, - egli rispose - io sono cristiano come i miei avi, e non adorerò mai altro Dio che il Dio vero, grande, onnipotente, il Figliuol suo divino, la Beata Vergine e i santi e i martiri. Nelle moschee degl'infedeli non entrerò mai. - Ma non vedi la miseria del tuo popolo? Non vedi quante madri coi figlioletti morenti si affollano ogni giorno intorno alla Reggia, chiedendo pane? Non vedi quanti vecchi scheletriti circondano il tuo cavallo non appena ti scorgono, chiedendo pane ? Non vedi quanta gente muore, chiedendo per pietà pane, pane? È chiuso il tuo cuore alla pietà? Guarda là quel gruppo di gente. In mezzo c'è un uomo che agonizza per inedia. Ora quei pietosi gli danno un po' di ristoro, ma domani egli sarà di nuovo assalito dalla fame, e chi potrà dargli soccorso? Il tuo Dio non ti aiuta a far cessare tanta miseria; prega il mio e sarai esaudito. - Lungi da me, vecchia tentatrice ; io sono cristiano e morrò cristiano. Se il mio Dio non m'aiuta, si è perché vuoi mettere alla prova la mia costanza e la mia fortezza, - e spronato il cavallo si diresse alla cappella della Vittoria. Ma fatti appena pochi passi vide due bimbi stesi in terra accanto al cadavere di una donna, della madre loro, e più lungi un uomo nel fiore dell'età, livido, estenuato empirai la bocca con una manciata d'erba e con quella saziare i crampi dello stomaco vuoto. Le lacrime fecero velo allo sguardo del giovinetto Re il quale, toltasi dal collo una croce d'oro, l'ultimo gioiello che conservasse e che aveva carissimo, la mise nelle mani del sacerdote che era accorso a riceverlo sulla porta della cappella, e Gli disse : - Vendila e soccorri quegl'infelici. - E sempre col volto inondato di lacrime entrò nel tempio, s'inginocchiò sulla nuda terra e con tutto il fervore dell'anima pregò: - Vergine beata, tu che proteggesti visibilmente l'impresa dell'avo mio e lo aiutasti a liberare l'isola di Sicilia dai Saraceni infedeli, da questo tempio da cui tu lo facesti penetrare in Palermo io ti prego e ti scongiuro di farmi conoscere ove il padre mio nascose i tesori tolti ingiustamente al popolo siciliano. Signora del Ciclo, tu vedi il mio cuore, tu sai che, se io ti chiedo quella rivelazione, non è per cupidigia, ma per calmare la fame di tante migliaio d'infelici che, giorno e notte, maledicono la cupidigia del padre mio. Signora del Ciclo, consolatrice degli afflitti, esaudiscimi, ed io farò erigere a gloria Tua il tempio più bello di tutta la cristianità, un tempio unico che sarà un canto perpetuo di lode in Tuo onore. - II giovinetto Re, terminata la preghiera, alzò i begli occhi ad un rozzo quadro della Vergine che ornava la cappella, e gli parve che gli occhi di Lei si movessero e la bocca fosse atteggiata a un benigno sorriso. Più consolato si alzò, rimontò a cavallo e fece ritorno alla squallida Reggia, ove nelle sale magnifiche, ornate di mosaici, non echeggiava mai nessuna gaia risata, ove i volti dei cortigiani erano velati di mestizia, ove tutti i discorsi si aggiravano sulle pubbliche calamità. Guglielmo non usava, come il padre, dilettarsi nel soggiorno degli incantevoli palazzi della Cuba e della Ziza. Vi aveva fatto togliere, come dalla Reggia, tutti gli oggetti di valore, per convertirli in grano da distribuire ai poveri ; li aveva spogliati della suppellettile preziosa, e le nude pareti delle sale, i giardini incolti, non echeggiavano più di suoni e canti, non vi si vedevano più danzatrici. Quando egli usciva a diporto andava nei boschi della vicina collina di Monreale, oppure all'Abbazia di San Martino ove i Benedettini pregavano e lavoravano la terra per dar pane agli affamati. Ma non vi andava con seguito di cavalieri, ne di falconieri e di cani, come gli altri re, gibbone con pochi fidi, per rinvigorire le membra nell'aria pura dei boschi ed esser poi più forte per sopportare le calamità. Una volta era appunto nei boschi che rivestivano la collina di Monreale, e da una radura aveva contemplato il mare deserto di vele, perché il commercio era morto, la magnifica conca in cui si adagiava Palermo, tutta inselvatichita perché mancavano i mezzi per coltivarla, e Palermo, dove si addensavano tante miserie. A quella vista il giovinetto Re esclamò : - Signora del Cielo, Vergine gloriosa, fate che il mio popolo non debba più rimpiangere la signoria dei Saraceni ! Al tempo di essa questo mare era coperto di navi che portavano qui i prodotti di tutti i paesi e ne portavano via le derrate e le merci; questa conca era una vera conca d' oro per la feracità del suolo ben coltivato, ove nascevano mèssi e frutti in gran copia ; la città di Palermo era ricca e il popolo vi trovava lavoro ben remunerato. Ora Voi vedete lo squallore e la miseria, e questa è opera dei Cristiani ! Signora del Cielo, Vergine gloriosa, fate cessare tanta onta, tanta sventura ! - Così pregò lungamente il giovinetto Re. A un tratto la sua mente si offuscò, gli occhi quasi gli si chiusero, le gambe si rifiutarono di sostenerlo ed egli ebbe appena il tempo di stendersi sull'erba, che già dormiva. Egli s'era coricato all'ombra di uno scuro carrubbo, che spandeva i suoi rami su di un largo tratto di terreno, quando in sogno gli comparve la Vergine seduta sul trono, con due angioli, e ai lati di lei erano gli apostoli; più sotto quattordici santi; più basso ancora, a destra e a sinistra, san Pietro e san Paolo, e maestoso in mezzo ad essi, come sorreggente tutto quell’edifizio celeste, il Cristo col volto spirante mansuetudine e bontà. Gli occhi di Guglielmo fissavano estatici le figure bellissime, quando le labbra della Vergine si schiusero e la voce soave disse : - Guglielmo, l'afflizione del tuo cuore mi h" commossa, e per te e per il popolo tuo ho interceduto presso il mio Divin figliuolo. Egli, nella sua benignità, ha concesso che ti apparissi e ti parlassi. Ascolta, Guglielmo : i tesori estorti dal padre tuo al popolo siciliano, sono nascosti nel terreno sul quale tu dormi; scava e li troverai, e costà appunto erigi un tempio a perpetua espiazione dei peccati di colui che rese odioso in Sicilia il culto del cristianesimo. - Non appena la Vergine dal trono ebbe terminato di parlare, la figura del Cristo alzò la mano in atto di benedire. Poi tutta l'apparizione dileguò e il giovinetto Re si destò dal sonno ; ma ancora gli risuonava nelle orecchie la voce dolcissima e negli occhi serbava la visione di quel lembo di paradiso. Si alzò sbalordito, pronunziò una fervida preghiera di ringraziamento, e pieno di fede nella promessa celeste, si tolse dal tòcco una piuma d' airone e la piantò sotto il carrubbo ove l'erba era schiacciata dal peso del suo corpo, per non confondere quel carrubbo con altri che crescevan vicino, e tutto lieto raggiunse il seguito e fece ritorno alla Reggia di Palermo. Qui, senza rivelare ad alcuno il sogno avuto, annunzio che il giorno dopo sarebbe partito per Kalata Busambra, dove era un forte eretto dai Saraceni. E di fatto vi si recò, e là, presi seco alcuni villani con zappe e vanghe, tornò a Monreale. Egli si diede ansiosamente a cercare il carrubbo sotto il quale aveva dormito, credette riconoscerlo alla penna d' airone conficcata nel terreno, e lì ordinò che fosse scavato il suolo. Scava scava non fu trovato nulla, e il piccone incontrò la dura roccia, che fu messa a nudo, e in essa non si vedeva nessuna apertura. Scoraggiato il buon Re, ma non sfiduciato, fece rimettere la terra a posto, licenziò i villani, remunerandoli del lavoro fatto, e con digiuni e preghiere cercò benignarsi la Vergine gloriosa, raffermandole la fede nel Suo aiuto. Ogni giorno il Re, sperando di avere una nuova visione, si recava nel bosco di Monreale. Il terzo giorno fu preso al solito da un gran sonno e sdraiatesi sull'erba s'addormentò ed ebbe la stessa visione e la voce dolcissima gli disse : - Ascolta, Guglielmo: l'eterno nemico del genere umano e tuo in ispecie, vide la penna che tu conficcasti nel terreno per riconoscere il luogo ove giaceva il tesoro, e la portò altrove. Il tesoro è qui, dove hai dormito oggi, dove dormisti la prima volta. Fa un segno indelebile che Satana non possa cancellare. - II giovinetto Re, appena desto, udendo ancora la voce dolcissima risonare al suo orecchio, vedendo ancora tutto lo splendore del Regno celeste, trasse il pugnale, e con la punta di esso incise sulla corteccia del carrubbo il suo nome; poi, senz'andare alla Reggia di Palermo, si recò alla Kalata Busambra, e ne tornò coi villani che avevano scavato la prima volta. Ma che vede mai, appena giunto ? Tutti i carrubbi che crescevano abbondanti sul colle di Monreale erano stati scortecciati dal fulmine, e naturalmente l'iniziale del nome reale era pure scomparsa. - Signora del Cielo ! - esclamò a quella vista Guglielmo. - Non permettete che il nemico del genere umano impedisca che io possa usufruire della Vostra benignità ; fate che io possa sollevare le angustie del mio popolo Questa volta il Re non cadde nel sonno dopo la fervida invocazione, ma desto udì la voce dolcissima che gli diceva : - Vicino al carrubbo al cui piede sono seppelliti i tesori, vedrai una pianta di rosa tutta fiorita. Lì conficca la spada che ha sull'impugnatura la croce e il nemico implacabile del genere umano, Satana, fuggirà, nel vederla. - II Re cadde ginocchioni ringraziando la Vergine della Sua benignità e si diede a cercare la pianta di rosa fiorita ; ma in quel momento il cielo si fece di piombo, si alzò un vento impetuoso, e fulmini e tuoni accompagnati da acqua e grandine resero impossibile al Re di proseguire. Rifugiato in una grotta naturale attese lungamente il cessar della bufera, ma quando questa si calmò la notte era già. calata, i sentieri del colle erano convertiti in tante fiumane, cosicché Guglielmo dovette attendere l'alba. E questa sorse radiosa. Le piante verdissime parevano tutte rivestite di nuove foglie, il cielo era di un azzurro pallido, incantevole e Farla di una purezza deliziosa. Dopo la consueta preghiera mattutina il Re si diede di nuovo a cercare la pianta di rosa fiorita, ma ahimè ! il temporale aveva portato via tutti i petali dei fiori e vide non poche piante di rosa, ma nessuna aveva fiori. Cerca cerca finalmente ne scoprì una, spoglia pure di rose, ma nel fondo di una fossa che l' acqua vi aveva scavato al piede riempiendola, vide molti petali incarnatini mescolati al fango, e lì nella terra conficcò la spada con l' impugnatura a forma di croce, quella stessa spada che i suoi avi avevano cinta nell'impresa di Terrasanta prima di approdare a Salerno e d'incominciare la conquista delle Puglie. Col cuore pieno di speranza nell' efficacia del santo segno per fugare Satana e i suoi demoni, Guglielmo fece ritorno alla Reggia di Palermo, e fatti chiamare i villani di Kalata Busambra, i quali erano fuggiti durante la tempesta suscitata dal gran nemico del genere umano per impedirgli di ritrovare i tesori seppelliti dal padre, tornò nel bosco di Monreale. Là con sua immensa gioia trovò la spada ov'egli l'aveva conficcata, e poco distante vide una specie di voragine aperta nel terreno, dalla quale Satana certo era sprofondato nell' interno, vedendo la croce. Lì Guglielmo fece scavare, e appena a pochi palmi nel terreno le vanghe dei villani incontrarono la roccia. Tolta la terra si vide una porticina di ferro, che il Re fece rompere, e aperta quella apparve una lunga scala scavata nella roccia. Scese quella scala, e qual non fu la sua gioia, la sua commozione trovandosi in una grotta ampia come una piazza, con tutte casse di ferro giro giro, che contenevano monete sonanti. Il Re risalì e spedì un messo a Palermo con l'ordine deviargli cento mule, e quando queste giunsero le fece caricare di monete ; poi, lasciati alcuni cavalieri a guardia del tesoro, andò a Palermo. Dopo sei giorni la grotta era vuotata, e Guglielmo quel giorno stesso faceva un bando. Valletti e paggi giravano per le città e per le campagne annunziando che il Re ritirava tutta la moneta di suola, come la chiamavano, e dava in cambio moneta sonante, e sempre in quel giorno partivan messi per tutte le città del mondo per invitare gli architetti più celebri a presentare un disegno del tempio, che doveva sorgere sulla collina di Monreale, bello e maestoso come ninno altro tempio della cristianità; i maestri mosaicisti a presentare disegni per ornare le navate con i fatti più noti dell'antico e del nuovo Testamento, e gli scultori per farvi i lavori di marmo. Nell'abside doveva esser raffigurata in mosaico la Vergine in trono, coi due angeli, gli apostoli ai due lati, più sotto quattordici santi, e più sotto ancora e dai lati, san Pietro e san Paolo e finalmente il Cristo, come era apparso a Guglielmo la prima volta. Vennero gli architetti in Palermo e presentarono i disegni; vennero i mosaicisti da Venezia e da Costantinopoli, e vennero gli scultori da Pisa e da Firenze, ma nessuno dei disegni parve a Guglielmo quale egli lo aveva sognato. E sempre pregava la Vergine che ispirasse Lei gli artisti per il tempio che voleva dedicarle. Una mattina nel destarsi Guglielmo trovò i disegni tracciati sulle pareti della sua camera. Su una c'era la facciata, su un'altra una delle porte laterali, sulla terza l'abside con la visione riprodotta, e sulla quarta uno dei Iati interni della navata. Nessuno può ridire l'esultanza di Guglielmo. Cadde ginocchioni, pregò con tutto il fervore di cui era capace il suo cuore riconoscente, e subito, chiamati architetti maestri mosaicisti e scultori, ordinò loro di copiare il disegno, d'ingrandirlo e di preparare i materiali. E nell'anno 1174 fu posto mano alla costruzione e vi furono impiegati per ordine del Re tutti coloro che non avevano lavoro. La costruzione durò quindici anni, e Guglielmo spese per il tempio somme enormi, e sempre sollecitava architetti e maestri mosaicisti di terminarlo presto, per timore di morire senza vederlo compiuto. Annesso alla cattedrale costruì un convento, vi fece venire i Benedettini di Cava, e sopra il trono reale, nell'interno della cattedrale, fece fare un mosaico che lo rappresentava in atto di offrire il tempio alla Vergine. Il Re non aveva figli, ma non si crucciava tanto della successione al trono, quanto di quella della cattedrale. Mancava poco che fosse ultimata quando il Re, che era nel fiore degli anni, ammalò di un male che nessuno conosceva. Egli non pregava perché gli fosse concessa la salute, soltanto supplicava la Vergine che gli concedesse tanti giorni di vita per veder terminato il tempio. E la grazia gli fu concessa. Quel giorno di gioia egli lo visse e sentì le benedizioni del popolo. Poi si spense, ma Guglielmo vive ancora nella memoria del popolo siciliano, e il tempio è là in alto, con le sue colonne, con le sue porte bronzee, con i suoi mosaici preziosi su fondo d'oro, e quando il sole del tramonto penetra dalle alte finestre, pare un lembo di paradiso ed è degno trono alla Vergine. E ancora il popolo, orgoglioso di quel tempio, dice : Chi va a Palermo e non vede Monreale Se ne parte asino, e se ne torna animale.

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