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Al tempo dei tempi. Fiabe e leggende delle Città  di Sicilia

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1909 - Categoria: letteratura

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La Duchessa sopravvisse pochi anni al marito e poi andò ad occupare accanto a lui un sarcofago di basalto nella cappella annessa al castello di Morvagna che costituiva il feudo principale della famiglia avuto in dono dal primo Ruggiero quando istituì il feudalismo in Sicilia. Erede del nome e del feudo rimase un fanciullo per nome Roberto, il quale aveva due sorelle : una si chiamava Maria, ed era bella e buona come un angiolo; l' altra aveva nome Costanza, ed era gobba, dispettosa, invidiosa e perfida quanto mai. Maria, quando ebbe diciotto anni, entrò in un convento, e pur amando teneramente il fratello, volle dedicarsi alla Vergine Maria ; Costanza rimase nel palazzo Morvagna, occupandosi soltanto a nascondere la sua deformità per buscarsi un marito che la conducesse alla Corte e le desse un gran nóme e molte ricchezze, poiché per le leggi di quel tempo tutti i beni della famiglia spettavano al fratello Roberto, non appena avesse raggiunta la maggiore età. Costanza esultò quando Maria prese il velo nel Convento della Martorana, perché sapeva che tutti la chiamavano la bella e lei la brutta e la gobba, e più che mai cercò di nascondere i suoi difetti sotto i ricchi abiti, e più che mai si studiò di mostrarsi cortese ed aggraziata per procurarsi un buon partito. Frattanto il duca Roberto da fanciullo s'era fatto giovinetto e al pari della sorella monaca, era bello di viso, bello di persona, agile e destro in tutti gli esercizi del corpo e così buono e sincero da destare simpatia in chiunque. Per questo e per il suo grado e le sue ricchezze Costanza lo invidiava, ora che non poteva più invidiare la sorella, e si disperava che egli avesse tutto e lei niente. Un giorno, mentre era ritta davanti alla vasca di marmo bianco e di squisita fattura che ornava il giardino, le venne fatto di specchiarsi nell' acqua, e si vide così brutta e così deforme, nonostante i belletti, i monili e le vesti sontuose, che pensando al fratello esclamò : - Lui tutto e io niente ! - Non appena ebbe pronunziato queste parole, vide un uccello nero posarsi su un ramo vicino e sentì una voce che diceva : - Se vuoi qualche cosa hai da comprare! Se vuoi qualche cosa hai da comprare! - E con che devo comprare questo qualche cosa, se tutto è del duca Roberto ? - rispose Costanza. - Ma una cosa è tua e quella la puoi dare. - E quale? - L' anima ! - A questa risposta Costanza capì che l'uccello era il Diavolo in persona o almeno Maometto, e rispose. - La darei volentieri, per ottenere almeno la bellezza ! - Quella è impossibile. - Allora le ricchezze di mio fratello. - Quelle sì, e se le vuoi le avrai fra pochissimo tempo perché tuo fratello morrà. Ma tu, da oggi in poi, sera e mattina, quando il Muezzin sale sul mi. nareto della moschea, devi ripetere : " Allah è grande Maometto è il suo profeta e Cristo è un impostore ! . - Ma questa è una bestemmia! - La vuoi dire, sì o no, sera e mattina? Se la dici avrai tutte le ricchezze della casa Morvagna il ducato con i feudi numerosi, il palazzo, le ville, i vassalli nobili e plebei, la potenza, la grandezza e.... alla morte, una tomba sontuosa, degna di una potente regina. - E avrò un marito ? - Avrai un marito bello, buono, ricco, aitante cavaliere. - Ebbene, esalterò sera e mattina Allah e il suo profeta e rinnegherò Cristo. - E così fece da quel giorno la perfida Costanza e se una volta non lo faceva o perché non udisse il Muezzin, o perché fosse in compagnia di gente, era sicura che, andando in giardino, le sarebbe apparso l'uccello nero per rammentarle la promessa. In quel tempo occupava il trono di Sicilia Guglielmo I, detto il Malo, per la sua malvagità, il quale era succeduto a Ruggiero II suo padre. Avido di ricchezze, non badava a impoverire i suoi sudditi per procurarsele, e non sapendo più. come mungerli aveva fatto ritirare sotto pena di morte tutte le monete di bronzo, d'argento e di rame per sostituirle con quelle di cuoio coniate con la sua effigie. In tal maniera era riuscito a empire il suo tesoro e ad aver mezzi per costruirsi ville sontuose nei dintorni di Palermo e ad ornarle di tutte quelle ricchezze che usavano i Saraceni. In quelle ville passava il tempo nell'ozio e nei piaceri, circondato da Saraceni e non si curava delle guerre civili, delle miserie e delle altre calamità che affliggevano il suo popolo. Una volta il re Guglielmo, per vedere se qualcuno aveva serbato monete di metallo violando l' ordine regio di consegnarle tutte al tesoriere della corona, mise in vendita a Palermo il più bei cavallo delle sue stalle, un animale di forme perfette, con l'occhio vivo, le narici frementi e agilissimo nella corsa. Lo fece condurre prima in giro per la città, tenuto per la briglia da un valletto e seguito da due Saraceni della guardia reale, travestiti da mercanti che gridavano, uno in arabo e l’ altro in latino e poi in greco : - Nobili e plebei, accorrete ad ammirare questo stupendo animale, che perviene dalla scuderia del gran califfo d'Egitto. Non se ne domanda che uno scudo d'oro in moneta sonante. Chi lo vuol comprare? In tutto il Regno del signor nostro Guglielmo e neppure nel resto d'Italia c'è cavallo più bello ne più generoso di questo. Ha il piede leggiero e veloce, è un fulmine in guerra e conduce sempre chi lo cavalca alla vittoria. Chi compra quest'animale ? chi lo compra? - Così gridavano i due finti mercanti, uno in arabo e l'altro in greco e in latino per tutte le piazze e i crocevia della magnifica città di Palermo, ed a preferenza si fermavano davanti ai palazzi dei grandi: essi si fermarono pure davanti al palazzo del duca di Morvagna. Il duca Roberto tornava appunto da una passeggiata a cavallo quando comparvero i due finti mercanti e si misero a magnificare in arabo, in greco e in latino i pregi del cavallo. Roberto, appena vide il bellissimo animale, guardò con disprezzo quello che montava e desiderò ardentemente di possedere l'altro. Ma sentendo che i mercanti esigevano che fosse pagato con uno scudo d'oro, esclamò : . - Misero me ! Dove trovare quello scudo d'oro, ora che c'è soltanto moneta di cuoio ? Per avere quello scudo d'oro, che mi permettesse di pagare questo cavallo, darei uno de' miei feudi ! - II Duca rimase a guardare il cavallo come in estasi e non entrò nel palazzo se non quando i due Saraceni ebbero condotto oltre l'animale per offrirlo in vendita. Non appena il duca Roberto fu nel palazzo, fece chiamare il suo tesoriere Ben-Hamil, il Saraceno che era stato tesoriere di suo padre e del nonno suo. - Ben-Hamil, - gli disse il Principe - quando il Re nostro ordinò la consegna di tutte le monete di bronzo, d'argento e d'oro, ubbidisti tu? - Ubbidii. - E non rimase nelle nostre casse neppure uno scudo d'oro ? Non avesti vaghezza di conservarne neppur uno celato in qualche nascondiglio ? - No, signore ; perché la vita mi è più cara dell'oro, e l'avrei perduta trasgredendo all'ordine del Sovrano. - Oh, se io avessi uno scudo d'oro! - sospirò il Principe - sarei il cavaliere più felice della terra perché potrei acquistare lo stupendo cavallo che si vende oggi a Palermo. - E forse quello scudo ti sarebbe fatale, o mio Principe. - E qui il tesoriere abbassò la voce e aggiunse : - Non credi che questa vendita sia un tranello del perfido che opprime Cristiani e Saraceni, che ha ridotta povera la magnifica isola di Sicilia e vi fomenta di continuo le discordie e la guerra ? - . Roberto non badò neppure a queste parole e tutto il giorno non fece che sospirare e bramare il bei cavallo che i due Saraceni continuavano a condurre per la città e offrivano a chi non poteva acquistarlo. All'ora del pranzo, quando sedette a mensa di fronte alla sorella Costanza, era tutto taciturno e pensieroso e respingeva il cibo. - Che cosa ti tiene in angustia, fratel mio? - gli domandò la gobba. - La mia miseria, sorella. Non so che darei per avere uno scudo d'oro in moneta sonante. - Monete in valuta sonante non ce ne sono più nel Reame, - rispose la sorella - dopo che piacque al signor nostro Guglielmo di cambiarle tutte. - Lo so, ed appunto perché uno scudo d'oro è più raro in Sicilia che una mosca bianca, io lo cambierei con uno dei feudi di cui il gran conte Ruggiero investì il nostro avo normanno in compenso dell'aiuto prestategli per l'acquisto dell'isola. - E che ne faresti, fratel Roberto di quello scudo ? -Comprerei lo stupendo cavallo che oggi due mercanti saraceni offrivano in vendita. Se tu lo vedessi, sorella Costanza, quanto è mai bello ! Credo che nessun Emiro abbia mai cavalcato un animale simile. - Costanza, al pari del tesoriere, aveva capito che la vendita del cavallo a condizione che fosse pagato con uno scudo d'oro nascondeva un tranello del rè Guglielmo, e poiché non bramava altro che perdere il fratello, si sarebbe disfatta di tutti i suoi monili, che pur le erano così cari, per procurargli quello scudo. Ella attese in giardino che giungesse la sera, e quando il Muezzin, dal minareto della vicina moschea, invitando i fedeli alla preghiera, mandò il solito grido, Costanza ripetè con maggior fervore che mai : - Allah è grande, Maometto è il suo profeta, - e subito aggiunse : - e Cristo è un impostore. - Non aveva terminato di pronunziare queste parole, che il solito uccello nero si appollaiava su un ramo basso di melogranato in fiore e diceva : - Costanza, quello che vuoi domanda. - Domando che a mio fratello sia procurato uno scudo d'oro. - Che lo vada a prendere nella bocca del cadavere del Duca suo padre, dove lo mise un tempo la Duchessa sua madre. - E ce lo troverà ? - Ce lo troverà e morrà, e tu avrai le sue ricchezze. - Costanza non volle saper altro. Ella andò nel va' sto cortile del palazzo, circondato dal colonnato, in cui l'acqua mormorava nei bacini di porfido e le rose e i gelsomini si avvìncevano ai fusti delle palme, e accostandosi al fratello, che sedeva pensoso presso una fontana, con fare mellifluo, gli disse : - Fratel mio ; la tua tristezza mi ha tanto amareggiata, e in queste ore trascorse nel silenzio e nella meditazione, la mia mente s'è dischiusa ai ricordi d'infanzia. E ho ricordato d'aver udito dalla bocca della santa madre nostra, che ella stessa aveva messo nella bocca del marito morto uno scudo d'oro. Vai, scoperchia il sarcofago, fruga il cadavere e sarai consolato. - II duca Roberto s'alzò di scatto, fece sellare il suo cavallo e con una scorta di armati andò al castello di Morvagna, ove nella cappella riposavano a fianco, nei ricchi sarcofaghi, il padre e la madre sua. Vi giunse nelle ore tarde della sera, mentre infuriava un temporale, e subito andò nelle sue stanze e ordinò a tutto il seguito d'andare al riposo. Egli, invece, accesa una torcia, e preso un piccone di ferro, scese nella cappella. La comparsa del lume in quel luogo deserto fece fuggire gran quantità d' uccelli notturni che avevano fatto il nido sotto le travi della navata. Il Duca, in preda alla frenesia, neppur se ne accorse, e conficcata la torcia in una punta di ferro, incominciò a dar colpi ripetuti contro il coperchio del sarcofago, che conteneva il cadavere del padre e poggiava su quattro eleganti colonnine. Quei colpi sordi, l' imperversare della burrasca, gli ululati del vento, lo scrosciar della pioggia, lo scoppio dei tuoni formavano un rumore assordante che avrebbe sgomentato chiunque altro meno invaso del Duca dalla frenesia di procurarsi la moneta d'oro per avere il bellissimo cavallo. Batti batti, egli non riuscì a sollevare il coperchio del sarcofago, ma lo smosse dai suoi sostegni e ad un colpo più. forte tutto il sarcofago precipitò in terra con altissimo fracasso e si infranse. La testa del cadavere, nella caduta, si staccò dal busto e rotolò sul pavimento come una palla, e il Duca, senza badare ad altro, la rincorse, la sollevò e cercò d’introdurre le dita in bocca. Ma i denti forti erano strettamente chiusi e pareva non volessero permettere alla mano sacrilega d' impossessarsi della moneta posta lì dentro dalla moglie pietosa. Ma il Duca voleva lo scudo, lo voleva ad ogni costo, e introdotta prima la lama del suo pugnale fra i denti come cuneo li dischiuse, poi tirò con ambo le mani e la bocca rese finalmente il suo tesoro. Ma a quel punto la torcia si spense e il Duca rimase al buio nella cappella mortuaria, col teschio del padre fra le mani. E allora solo sentì l'orrore di quella notte di burrasca, e quel teschio, quello scheletro decapitato, giacente sul pavimento, quel sarcofago infranto, tutte quelle cose vedute fugacemente al bagliore vivo dei lampi, lo riempirono di spavento. Gettò il teschio, e reggendo fra mano lo scudo d'oro, fuggì dalla cappella, e chiamati i servi volle partir subito dal castello, benché il vento infuriasse tuttavia, l'acqua scrosciasse e i fulmini scoppiassero con rumore assordante. La mattina dopo verso il meriggio era nel suo palazzo di Palermo, sul quale splendeva il sole, e il Duca avrebbe potuto illudersi che tutto quello che aveva fatto durante la notte fosse il ricordo di un cattivo sogno, se non avesse avuto fra mano lo scudo d'oro fiammante. Quando il valletto recando per la briglia il magnifico cavallo comparve davanti al palazzo Morvagna, il Duca non dette tempo ai due finti mercanti saraceni di magnificare le bellezze dell' animale e i suoi pregi. Scese rapidamente le scale, si aprì un varco fra la folla degli ammiratori, e messo in mano ad uno dei mercanti lo scudo, prese con le sue mani le briglie e trasse il cavallo nel palazzo. Prima ancora che i mercanti saraceni giungessero alla Reggia, il re Guglielmo era informato che il duca di Morvagna aveva sborsato lo scudo d'oro per l'acquisto del cavallo e mandava un drappello della guardia reale, composta tutta di seguaci di Maometto, a prendere Roberto. Quando il giovane fu al cospetto del Re, questi gli disse : - Come, non tremi per il tuo crimine, sciagurato Duca ? Così tu dai l’ esempio d' ubbidienza ai miei ordini, tu che sei uno dei grandi feudatari del Regno? Non sai che feci bandire ovunque che tutte le monete di bronzo, d'argento e di rame fossero recate al mio tesoriere? Chi ti dette quella moneta d'oro? - II Duca tutto tremante rispose : - Maestà, quando il padre mio venne a morte, durante il regno del glorioso re Ruggiero II, vostro genitore, mia madre gli mise in bocca uno scudo d'oro. Io ignoravo questo fatto, che mi fu ieri appunto rivelato da mia sorella Costanza, la quale, vedendomi smaniare per possedere il superbo cavallo, me lo rivelò ed io andai stanotte al castello di Morvagna, infransi la tomba paterna e dal teschio cavai lo scudo. - II Re fece chiamare Costanza, e la gobba si presentò arditamente a Guglielmo e negò tutto quello che aveva detto il fratello e giunse perfino a giurare sul Cristo, che ella non sapeva dello scudo ne d'altro. Guglielmo montò in furia e ordinò che il duca Roberto venisse legato a quattro cavalli e questi spinti in quattro diverse direzioni affinchè il suo corpo fosse squartato. Il Duca, prima di morire, chiese al Re la grazia che s'interrogasse i servi che lo avevano accompagnato al castello e nella cappella di questo si vedesse se aveva detto menzogna, narrando che il sarcofago era caduto e il teschio giaceva per terra lontano dal resto dello scheletro. La grazia gli fu accordata, e mentre il Re interrogava i servi, il fido cancelliere Matteo andava a Morvagna a esaminare la tomba. - Sono perduta ! - esclamò la perfida Costanza quando lo seppe, - Più che mai esalto Allah e il suo profeta Maometto e rinnego Cristo, purché i miei alleati mi aiutino. Non ho io comprato quell’aiuto, vendendo l'anima mia? - Che vuoi? - domandò l'uccello nero. - Voglio che dalla cappella del castello di Morvagna sparisca ogni traccia di manomissione della tomba paterna. Voglio che mio fratello muoia. - È impossibile che i tuoi alleati penetrino nella cappella, su cui sorge la croce. Impossibile che calpestino la terra benedetta, che tocchino lo scheletro che fu benedetto, impossibile. Chiedi ogni altra cosa e ti gara accordata, ma questa no. - Costanza pareva una furia. - Ah, così mantenete i patti ! - esclamò la perfida donna, strappandosi i capelli dalla rabbia. - Così mi servite ? - L'uccello nero era volato via, e certo su in alto nell'aria non gli giungevano i lamenti e le imprecazioni della gobba. Frattanto i messi del Re erano stati al castello, avevano veduto il sarcofago manomesso e il cadavere del Duca con la testa separata dal resto dello scheletro. Essi riferirono tutto a Guglielmo che, riconosciute veritiere le parole del Duca, lo fece rimettere in libertà, ma condannò Costanza ad essere arsa viva perché aveva falsamente accusato il fratello. E il giorno che salì il rogo, eretto davanti alla Reggia, si vide un uccellaccio nero aggirarsi intorno al luogo del supplizio, per impossessarsi subito dell’anima della perfida gobba. Ma questa, per le fervide preghiere della sorella Maria, si pentì, e così il Diavolo non ebbe l' anima sua II Duca rimase in possesso del bel cavallo e con quello compì imprese gloriose e conquistò in un torneo la mano e il cuore di una bella Principessa greca figlia dell' imperatore di Bisanzio. Roberto e la Principessa si sposarono, vissero felici e contenti per anni e anni e videro i nipoti dei nipoti. Stretta la foglia, larga la via, Dite la vostra che ho detto la mia.

7 - La visione di Guglielmo il Buono.

Al tempo dei tempi. Fiabe e leggende delle Città di Sicilia