Al tempo dei tempi. Fiabe e leggende delle Città di Sicilia
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1909 - Categoria: letteratura
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Al tempo dei tempi abitava a Palermo, in un vicoletto che sboccava davanti al Monastero di Santa Chiara, un gobbetto, figlio unico di una gobba, e nipote di una vecchia, gobba anche lei. Nonna, figlia e nipote erano poveri quanto mai, ma facevan di tutto per non apparire tali, e quando uscivano erano vestiti civilmente. Però non si levavano mai la fame ed erano tutti e tre secchi allampanati e gialli come poponi. Nel vicinato la nonna era conosciuta per la sora Maruzza, la madre per la sora Leonora e il figlio per il sor Ruggiero, e tutti li salutavano con rispetto perché non davano confidenza a nessuno e non facevano parlare di sé. La sora Maruzza era vecchia vecchia, la sora Leonora era vecchia anche lei, e al sor Ruggiero, che non aveva baffi ed era tutto pelato, gli si poteva dare tanto diciotto quanto cinquant'anni. Quanti ne avesse davvero lo sapevano soltanto la nonna e la madre, che non glielo avevano voluto dire mai. Però gli ripetevano sempre : - Ruggiero, prima di morire ti capiterà una gran fortuna. Lo predissero le sette Fate che sfilarono davanti alla tua culla appena fosti nato. - E ogni volta che la nonna o la madre dicevano così, Ruggiero domandava ansioso, come se non lo sapesse : - E che cosa predissero ? - Allora la nonna o la madre gli rispondevano invariabilmente: - Che una notte, quando l'avessero stimato opportuno, ti sarebbero venute a prendere, e una di esse ti avrebbe fatto vedere tante maraviglie del mondo; e poi, tutte le altre a turno, avrebbero fatto lo stesso, e così nessuno avrebbe viaggiato tanti paesi, nè potrebbe raccontare tante cose quante te. - Purché non sia stata una burla ! - rispondeva sempre Ruggiero. - Per ora non sono stato mai fuori delle porte e non ho neppur visto il duomo di Monreale. - Monreale è su in cima a un colle, noi abbiamo questa superfluità della gobba e le salite non possiamo farle ; danari per pagare una lettiga non ne abbiamo mai avuti, dunque il magnifico duomo non possiamo vederlo, - concludeva o l'una o l' altra delle due donne, e Ruggiero lasciava cadere il discorso e rimaneva immobile a pensare. Ogni sera, quando andava nella sua camerina piccina piccina, stava una mezz'eretta sul terrazzino a guardare nel vicoletto e poi lasciava sempre il finestrone socchiuso con la speranza che fosse venuta la prima Fata per portarlo a veder le maraviglie del mondo, e spengeva il lumino a olio perché entrasse con più sicurezza. I gobbi riposano poco e Ruggiero stava quasi sempre desto, e se una nottola passava, volando, vicino al finestrone, o un gatto correva sul tetto, faceva un balzo e il cuore gì'incominciava a battere forte forte. Di giorno pensava se la predizione si sarebbe avverata e qualche volta vi prestava fede, e allora era allegro; qualche volta gli pareva impossibile, e allora era tutto cupo e malinconico ; ma di notte sperava sempre, sempre aspettava e badava a ripetere : - Anch'io devo avere un giorno o l'altro qualche sollievo, altrimenti la mia vita sarebbe troppo troppo penosa! - Una notte (il giorno seguente ei compiva appunto vent'anni, ma Ruggiero non lo sapeva) il gobbino ansava penosamente seduto sul letto, perché era un gran caldo e con tutto il finestrone aperto non riusciva a prender fiato. - Poveretto me ! - diceva sospirando. - Che bella vita ! Tutti i giovani, belli o brutti, lavorano, ma anche si svagano e almeno mangiano quant'hanno fame e dormono come ghiri. Io, lavorare non posso, di svaghi non c'è neppur da parlarne, la fame non ho memoria d'essermela levata mai, e la notte, invece di dormire, sto qui a far lunari e ad aspettare chi non viene. - Non aveva terminato di pronunziare queste parole, che la sua camera s'illuminò come di giorno e dal finestrone aperto entrarono sette civette con gran starnazzar d'ali. Due si posarono sulla spalliera da capo, due su quella da piedi, due sulle seggiole che erano ai due lati del letto e una proprio sulla mano di Ruggiero. Tutte lo fissavano con i loro occhietti d'oro e quella che gli s'era posata sul pugno e che pareva parlasse per tutte, prese a dire, mentre le altre agitavano le ali per fargli vento : - Perché credi di aver la bocca ? - Per parlare e mangiare. - Allora perché non te ne sei mai servito? Se lo dicevi prima ti avremmo aiutato; non sai che siamo le tue comari ? - Lo so, ma come potevo sapere che mi avreste udito se mi fossi lagnato dalla fame ? - Le sette civette si guardarono, come per dire che aveva ragione, poi fecero al gobbetto una riverenza e quella che gli s'era posata sul pugno, disse: _ Se ti manca la bellezza, e questa non è colpa tua, non ti manca però l'acume, e io vorrei essere pronto di mente come te, piuttosto che sciocco come tanti bellimbusti. Ma se vuoi esser bello, potremo farti sparir la gobba, non senza provar dolore però. - È meglio soffrire una volta sola che sempre come soffro io quando cammino, quando salgo le scale, e soprattutto quando sono a letto e sento il bisogno di dormire, e invece l'asma mi fa soffiar come un mantice. Dunque sono pronto a soffrire per perder la gobba. - Allora, - rispose la civetta - te la faremo sparir subito, perché correresti rischio di morire per mancanza di fiato, dovendo correr con noi nell'aria. - Le sette civette, a un cenno di quella che parlava, si gettarono sul gobbetto. Una lo prese col becco per la punta del naso, due per le mani, due per i piedi, una per la pelle dello stomaco, un'altra per la pelle del ventre, e dopo averlo sollevato dal letto fino al soffitto, lo lasciaron cadere in terra supino da quell' altezza. - Ohi ! ohi ! ohi ! - urlava il disgraziato. - Per bello apparire, qualche cosa bisogna soffrire! - gli disse per tutta consolazione la civetta. - Ora ti guariremo come non potrebbe guarirti neppure il chirurgo del Re, e a mezzanotte sarai sano e arzillo e ti porteremo a vedere il mondo. - Mi porterete a seppellire! - gemette l'infelice. - Scommetto che non ho più una costola sana. - Oh ! non si muore per così poco, - rispose la civetta. - Anche se tu avessi la spina dorsale rotta, questo te la guarirebbe. - E nel dir così cavò di sotto l'ala sinistra un barattolino piccino piccino e le altre civette fecero lo stesso. In quel barattolino tuffò una penna che si strappò dall'ala destra e con quella penna, prima la civetta che parlava e poi tutte le altre, unsero la schiena del gobbetto. - Ti duole più ? - gli domandò a operazione finita. - No, il dolore è calmato ; ma prima che possa dirmi guarito!... - Guarito sei già e la gobba è sparita. Toccati e prova a camminare. - Ruggiero si toccò e sentì che la gobba non ce l'aveva più; si provò a scender dal letto e a camminare, e non soltanto lo fece senza dolore, ma s’accorse che era cresciuto almeno almeno due palmi. - Che bella cosa! M'avete fatto proprio un regalo da comari ! - esclamò. - E ora, - disse la civetta che parlava - ora dobbiamo far la festa di ballo. - Dove? - Giù nel cortile. Per cortile è piccolo, ma per sala è grande. - E detto questo volò via e tutte le altre civette fecero lo stesso e di giù si misero a urlare tutte : - Ruggiero, scendi, scendi! Sospetta tè solo e la festa è in tuo onore ! - Ruggiero scese e rimase di sasso nel vedere che le sette civette s'erano trasformate in sette donne una più brutta dell'altra, tutte gobbe sdentate, con una bazza lunga lunga, una scuffia sui cernecchi arruffati, e che tutte e sette giravano come trottole, con le gambe a ipsilonne, intorno al cortile illuminato come di giorno. A quel rumore s'erano destate tutte le persone del vicinato, e chi socchiudeva l’ uscio, chi il terrazzino per vedere che cosa accadeva. Ma non appena gettavano gli occhi su una delle Fate, si facevano il segno della croce e scappavano a rimpiattarsi sotto le lenzuola. Così non videro che nel girare le sette Fate gobbe avevano messo nel mezzo Ruggiero, e lo facevano girare anche lui, e che Ruggiero non era più gobbo ed era tanto cresciuto. Quanto alla sora Maruzza e alla sora Leonora non sentirono nè il rumore che facevano le sette Fate, nè le loro risate nel veder girare Ruggiero, perchè erano tutte e due sorde, e per di più la notte si fasciavano la testa dalla paura di prender malanni. Gira gira, Ruggiero aveva la lingua fuori e soffiava come un mantice : - Basta, pietà ! - balbettava. Ma sì ! Le sette Fate parevano ammattite e non si fermavano. A un tratto però il giovane cadde in terra. Allora tutte lo circondarono e tutte si tolsero la scuffia e con quella gli facevano vento e tutte ripetevano : - Poverino ! Poverino ! - Aria ! Aria ! Aria ! - balbettava Ruggiero. - E aria sia ! - disse quella delle Fate che gli era davanti. A queste parole ella si stese per terra, le braccia le si tramutarono a un tratto in ali enormi, la sottana formò la coda e il corpo le si coprì tutto di penne. In un battibaleno era diventata una civetta. Le sei Fate, non appena la compagna ebbe fatto questo mutamento, sollevarono di peso Ruggiero, glielo misero bocconi sulla schiena e augurandogli il buon viaggio, sparirono. Il cortile tornò buio e silenzioso e i curiosi che s'erano affacciati tornarono a letto. L'immensa civetta volò in alto, nella notte buia, sopra i monti fino alla vetta dell'Etna, e si librò sul cratere del vulcano. - Vedi il fuoco ? - domandò a Ruggiero. - Lo vedo ! Oh, come è bello, ma come fa paura! Quel fuoco sale, sale! È forse l'inferno? - No. È il vulcano Etna. Guarda intorno quanta neve ! Questa è una delle maraviglie del mondo e nessun uomo può vederla meglio di te, perché nessuno è trasportato quassù da un uccello. Guarda che fiamme, guarda che getti di materie infocate ! Questa è lava che, una volta raffreddata, diventa dura e nera. Ma prima di raffreddarsi scorre come un torrente sui fianchi del monte giù fino al mare e distrugge tutto. A questa maraviglia ripenserai nella tua cameretta solitària. - Dopo essersi librata un pezzo sulla bocca del cratere, l'immensa civetta volò via, e volò verso lo stretto di Messina, lo traversò ad una altezza enorme e continuò a volare verso settentrione fino al golfo di Napoli. Qui si fermò. Era notte, ma le vie formicolavano di gente che andava in processione, portando immagini, ceri accesi e cantando preci, così che ci si vedeva come di giorno. Ruggiero guardava maravigliato, e stava per domandare il perché di quelle processioni notturne, quando la civetta lo prevenne - Questa gente, - disse - teme che la lava che scorre dalla bocca del Vesuvio, un altro vulcano che è qua vicino, giunga fino a Napoli e la distrugga, e per questo prega. - Di lì un momento l'immenso uccello era già al disopra di Resina e seguiva, in senso inverso, il torrente di fuoco che s'avanzava sempre. Così, seguendolo, trasportò Ruggiero fino alla sommità del vulcano dal cui cratere usciva tutta quella lava accompagnata da razzi, da fasci di scintille, da boati, da fumo, da lapilli e da cenere. - Ma questo sì che è l'inferno ! - esclamò Ruggiero. - No, non è l'inferno neppur questo, ma una cosa bella e spaventosa, una maraviglia del mondo, che pochi hanno veduta e nessuno bene come te. E ora torniamo a casa, perché vedo che incomincia ad albeggiare. - Di fatto la civetta diresse il volo a mezzogiorno, e prima che il ciclo si facesse color di perla, aveva trasportato Ruggiero nel vicoletto, era entrata dal finestrone nella camera e lo deponeva sul letto. - Che fame ! - esclamò il giovane. - Questa corsa per il mondo me la fa sentire tremenda. - E io ti darò da calmarla, - rispose la Fata. E con un'ala toccò la tavola sgangherata e quella tavola s'apparecchiò da sé come per incanto e sopra vi comparvero tanti vassoi pieni di vivande che dicevano mangiami. - Ora sei contento ? - domandò la civetta. - Contentissimo. Non son più gobbo, ho veduto due maraviglie del mondo e posso sgrinzirmi la pancia. - Mangia, ma bada di non crepare, - disse la civetta e volò via. Ruggiero mangiò per due, ma ciò nonostante rimase tanta roba sulla tavola da sfamare una brigata. Dopo essersi sgrinzito davvero la pancia, andò a letto e dormì come un ghiro. Intanto la nonna e la madre s'erano alzate da un pezzo e la prima era scesa a accendere il fuoco in cucina, la seconda a spazzare, quando videro nel cortile una gran folla di donne, d'uomini, di ragazzi che tutti gesticolavano, gridavano senza che esse capissero nulla perché erano sorde spaccate e avevano ancora la testa fasciata per paura dei malanni. Però s'accorsero che tutti accennavano al terrazzino di Ruggiero e su quello tenevano fissi gli occhi. - Che gli sarà successo ? - si domandarono una all'altra le due vecchie. E la sora Maruzza con la ventola in mano, la sora Leonora con la scopa sotto il braccio salirono in camera del giovine. Questi dormiva bocconi e le coperte gli stavano bene stese sulla schiena. - Che n'ha fatta della superfluità della gobba? - domandò la sora Maruzza. - Chi ha portato tutta questa grazia di Dio ? - domandò la sora Leonora, accennando la tavola imbandita. Le due vecchie non si potettero levar la curiosità perché la sola persona che avrebbe potuto parlare era Ruggiero, e Ruggiero continuò a dormire come un ghiro. E dormì tutto il giorno, tutta la sera, e quando lui si destò, la nonna e la mamma, stanche della giornata, già s’erano fasciate la testa e l’avevano nascosta sotto le lenzuola. A mezzanotte precisa eccoti le sette civette in camera di Ruggiero! Tutte gli fanno una bella riverenza, tutte lo fissano con gli occhietti d'oro, ma una sola, quella che gli s'era posata sul pugno, gli dice: - Vuoi ballare ? Vuoi viaggiare stanotte ? Vuoi vedere qualche altra maraviglia ? - Per dir la verità, del ballo ne farei a meno. Brutto io, brutte voi, facciamo ridere chi ci vede. - Vorresti esser bello? - Ma sicuro che vorrei. - E perché non hai parlato ? La bocca tu l'hai, e a che ti serve ? - A parlare e a mangiare. - Dunque parla e di' come vorresti essere. - Vorrei essere bianco e rosso invece che giallo, aver le gambe diritte, la testa piccola, tanti capelli. - - E poi ? - Un bel par di baffi e la barba. - E per così poco ti peritavi ! - esclamò la civetta. - Stenditi sul letto e bello sarai. - Ruggiero si mise lungo disteso sul letto e la civetta che parlava gli si posò sul petto e tutte le altre si gettarono su di lui, e chi gli tirava col becco le gambe per raddrizzargliele, chi gli beccava il viso per fargli nascere baffi e barba, chi lo tirava per le spalle per allargargli il torace, insomma facevano a chi più lo martoriava e lo tormentava. - Ohi ! Ohi ! Ohi ! - urlava Ruggiero. - Così mi ammazzate ! - Per bello apparire, qualche cosa bisogna soffrire ! - rispondeva la civetta che gli s'era posata sul petto, e faceva cenno alle altre di continuare. - Da qui a poco del dolore non ti ricorderai più e sarai contento di esser bello. - Che me ne importa della bellezza se devo morire? - Non si muore per così poco ! - sentenziò la civetta, e cavato fuori un barattolino piccino piccino, di sotto l’ala sinistra, v'intinse una penna dell'ala destra e con quella si diede a ungere tutto il corpo dell'infelice. Le altre sei civette fecero lo stesso, e di lì a un momento gli spasimi del martoriato erano cessati come per incanto. - Tastati il viso, - gli ordinò la civetta. Ruggiero allungò la mano e sentì due baffi lunghi, la barba, e tutto contento esclamò : - Fate mie, se m'aveste regalato un regno non vi sarei tanto grato quanto di questo dono ! - E arzillo saltò dal letto e fu lui che propose : - Facciamo nel cortile la festa di ballo ? - Facciamola ! - gridò la civetta, e dal finestrone volò via seguita dalle compagne. Ruggiero scese le scale e nell'aprir l'uscio vide il cortile illuminato a giorno, sentì sonare tanti strumenti, ma quel che lo colpì di più fu il fissare sette bellissime ragazze, vestite come tante regine e con la corona d'oro e di pietre preziose nei capelli. - Bello tu, belle noi ! - gli dissero le Fate circondandolo. - Balliamo ! - E si presero per mano e incominciarono a ballargli intorno, a fargli riverenze e a sorridergli dolcemente. Ruggiero non aveva avuto fin allora da tutte le donne che sguardi di sprezzo e parole di scherno. Figuriamoci se gongolasse, vedendosi trattato tanto diversamente ! Le Fate ballarono un pezzo, poi la musica cessò ed esse si fermarono. - Bel Ruggiero ! - gli disse una di quelle - vuoi viaggiare stanotte e vedere altre maraviglie del mondo ? - Viaggiamo ! - rispose il giovane. Allora una delle Fate gli toccò le spalle con la bacchetta fatata, e nel punto ove si posò la bacchetta spuntarono a Ruggiero due grandissime ali. Le ali spuntarono pure alle sette Fate, che si sollevarono nell'aria e invitarono Ruggiero a far lo stesso. Nella notte senza luna il corteo traversava silenzioso lo spazio. La Fata che volava avanti a tutte prese la direzione d'oriente e volò volò sopra il mare calmo, su tutte le isole dell' Arcipelago greco, sulle città addormentate, finché non giunse a una più vasta, più bella di tutte, situata su un porto magnifico. Qui le Fate scesero sulla terra e Ruggiero fece altrettanto. - Siamo in Egitto, nella terra delle maraviglie. Ora, quando sorgerà la luna, voleremo alle piramidi, alla Sfinge, al deserto, alle oasi, seguiremo il Nilo, e tu, in breve tempo avrai veduto quel che altri non vede se non in molto tempo. - Sorse la luna nella notte serena e le Fate e il giovane ripresero il volo. E Ruggiero vide il Cairo addormentato, con i bazars deserti, le moschee bianche, gli alti minareti, i superbi palazzi, i giardini silenziosi e olezzanti, e vide le grandi piramidi e la testa immensa della Sfinge circondata dalla sabbia, e i palmizi e il deserto stempiato come il mare, e il gran fiume fecondatore dell' Egitto, fino alla terza cateratta e le capanne dei Fellaks lungo le rive, e vide le oasi verdeggianti. - Già la luna impallidisce e presto sorgerà il sole, - disse una delle Fate - torniamo. - E preso altro corso rifecero il cammino in senso inverso, e prima che il sole si affacciasse di dietro al capo Zafferana a dardeggiare la marina di Palermo, erano nel cortile del Convento di Santa Chiara e tutte le Fate penetravano nella camera di Ruggiero. - La vista di tante maraviglie, mi ha dato un desiderio, - disse il giovane. - Parla ! - Vorrei un veloce cavallo come quelli dei beduini che ho veduti galoppare nel deserto per assalire le carovane, - disse. - Lo avrai. Accanto alla cucina, giù a terreno, c'è una bottega abbandonata. Sfonda la porta marcita e troverai una stalla, e davanti alla mangiatoia un cavallo arabo, tutto bardato. - Ruggiero le ringraziò con effusione di tutto il bene di cui lo colmavano, e le Fate, ritornate civette, volaron via silenziose. Figuriamoci che folla quella mattina nel cortile, che chiacchierìo e che vocìo I La sora Maruzza e la sora Leonora, quando scesero con la testa fasciata per non prender malanni, videro la gente, videro i gesti coi quali la folla accennava il terrazzino di Ruggiero, ma non capirono nulla, e neppure udirono raspare e nitrire il cavallo. Ma incuriosite da quei gesti e da quegli accenni, così presto come glielo permettevano la gobba e le gambe intirizzite dalla vecchiaia, salirono in camera di Ruggiero, spalancarono l’uscio; non potettero però fare un passo avanti e rimasero ferme sulla soglia. Chi era mai colui che se ne stava a pancia all’aria steso sul letto di Ruggiero? Chi era quel bel giovane così lungo, che con i piedi toccava il fondo del letto, con tanto di baffi e con tanto di barba ? Forse qualche ladro ? Forse qualche assassino? Non era certo Ruggiero, che a letto doveva stare sempre a sedere con un mucchio di guanciali e guancialini dietro la schiena. E Ruggiero dov'era? Ma in quel mentre Ruggiero aprì gli occhi, sorrise alle due donne e le chiamò: - Nonnina ! Mammina ! - La voce era la sua, ma più chiara, più forte. - Ruggiero ! - risposero tremando le due donne. - È un secolo che non vi ho vedute. Ieri sera quando mi svegliai già dormivate e non vi potetti dare la gran notizia, ma oggi ne ho un'altra da darvene ; così le saprete a coppia, come le ciliege. - E senza aggiunger altro, buttò via le coperte, balzò dal letto e si presentò alle due donne dritto, fiero, impettito e lisciandosi la barba. La nonna e la mamma non sapevano se piangere o ridere, ma subito si fecero il segno della croce e incominciarono a recitare le preghiere quando lo videro ballare in camicia, mentre lo avevano sempre veduto evitare qualsiasi movimento per non soffiare come un mantice. Esse non ebbero la forza di parlare e andarono in camera e accesero tutte le lampade a San Giuseppe, alla Bedda Matri, al Bambino e rimasero in orazione senza più pensare ad accendere il fuoco nè a pulir la casa, perchè in quel cambiamento di Ruggiero non vedevano chiaro. Il giovane intanto s'era vestito e lisciato e, aprendo l'armadio aveva trovato giustacuori bellissimi tutti trapunti d'oro e d'argento, calze fini che gli fasciavano le gambe ben tornite, scarpe all'ultima moda, fiocchi, guanti, cinturini preziosi e spade ornate di pietre di gran valore. Figuriamoci se lui, assuefatto a far ribrezzo a sé stesso, gongolasse nel vedere tanta bella roba che lo avrebbe fatto apparire più avvenente e più seducente! Scelse un giustacore di velluto color granato, con una stella d'oro ricamata sul petto, delle calze di seta color perla, un tocco nero con penne bianche, un mantello di velluto nero, e dopo aver cinto la più ricca fra le sue spade, scese giù. I nitriti e le zampate del cavallo arabo lo guidarono alla stalla. Il bell'animale, che aveva in fronte una stella bianca, era già bardato e sellato. Il giovane lo montò agilmente, lo toccò con gli sproni e via per il Cassaro al Palazzo Reale. Era l'ora della passeggiata e tutte le dame chi in lettiga, chi a cavallo, con lungo stuolo di cavalieri e dietro a questi palafrenieri in gran numero, riempivano le vie. La bellezza di Ruggiero, la sua eleganza, la ricchezza della bardatura del cavallo arabo, fremente sotto la mano del cavaliere, attrassero su questo tutti gli occhi delle dame, principesse, duchesse, marchese, contesse e baronesse, ma egli passava quasi senza vederle, finché i suoi occhi non furono attratti dalla figlia del Re, montata su una bianca giumenta. La Principessa era tutta vestita di bianco a ricami d'argento, e un velo ricamato di perle le avvolgeva la leggiadra persona come un fiocco di sottilissima nebbia. Ruggiero vide che era circondata di guardie, che i cavalieri fermarono i cavalli per lasciarla passare, che le dame si alzavano dalle lettighe per inchinarla e capì chi fosse, senza domandarlo a nessuno. Egli mise il suo cavallo dietro al corteo e l'accompagnò fino al Palazzo Reale. Ormai per lui non c'era che la figlia del Re, e voleva ad ogni costo averla in isposa. Quella sera le sette civette volarono in camera di Ruggiero e lo trovarono con la fronte appoggiata alla mano, in atteggiamento pensoso. Appena entrate, ciascuna si toccò con la propria bacchetta prima sulla testa, e la testa si convertì in quella di una bellissima giovane, poi sulle due ali che si mutarono in due braccia bianche, poi sulle gambe e finalmente sul petto e sul collo. Quelle sette giovani erano davvero le sette bellezze e non si sarebbe saputo chi scegliere. - Stanotte, - disse quella che parlava - tu devi fare fra noi la scelta di una sposa, e le altre saranno le sue serve. Guardaci bene a una a una e indica quella che più ti piace. Sono io forse? - Ruggiero accennò che non era lei. Allora si avanzò la seconda e fece la stessa domanda. Ruggiero accennò di nuovo che non era lei e così fece per le altre cinque. Le Fate allora si avanzarono in gruppo e una disse : - Non siamo forse belle ? Non ti abbiamo dimostrato affetto ? Non ti abbiamo fatto del bene ? - Sì, sì, sì ! - rispose Ruggiero. - Siete bellissime, mi avete dimostrato molto affetto che vi contraccambio, mi avete fatto del bene di cui vi sono grato, ma.... - Ma? - ripetettero le sette Fate. - Ma non siete la Reginuccia. Lei, lei sola voglio per isposa. - Le sette Fate divennero a un tratto sette vipere. - Sentitelo, il presuntuoso ! Vuole nientemeno che la Reginuccia ! Ah ! ah ! ah ! - e tutte e sette gli andarono a rider sul muso, canzonandolo. - Un bel cavaliere non può forse pretendere alla mano di qualsiasi principessa ? - domandò il giovane. - Ah ! ah ! ah ! cavaliere perché ha il cavallo ! Leviamoglielo ! - E una delle Fate cavò fuori la bacchetta e disse : Comandiamo e vogliamo che il cavallo rompa la cavezza e fugga! La Fata non aveva appena detto così, che si sentì giù un gran fracasso e poi lo scalpitìo di un cavallo in fuga. - Ah ! ah ! ah ! - fecero le Fate - il cavallo è scappato e il cavaliere non è più cavaliere come farà a pretendere alla mano della Reginuccia ? - Ruggiero, nel vedersi così schernito, andò su tutte le furie. - Maledette ! Maledette, andatevene ! - urlava. - Sì, sì, ma prima ti toglieremo quel che ti avevamo regalato, pezzente, - dissero le Fate, e tramutandosi a un tratto in civette gli s'avventarono alla faccia e si misero a strappargli a uno a uno i peli dei baffi e quelli della barba ! Ruggiero cercava di difendersi e strillava come un dannato : - Ahi ! Ahi ! Ahi ! - Quando lo ebbero tutto pelato e scorticato che faceva sangue da tutte le parti, lo buttarono in terra e due si misero a storcergli le gambe che gli avevano raddrizzate, due a spingergli le ossa per farlo ritornare piccino, e tre, perché la fatica era maggiore, a rifargli la gobba e non si contentarono di fargliela di dietro, gliela fecero anche davanti. Poi, così conciato, lo abbandonarono, e volando via dal finestrone se ne andarono per non farsi vedere mai più ! Figuratevi la rabbia del gobbo ! Figuratevi le esclamazioni della sora Maruzza e della sora Leonora quando entrarono in camera di Ruggiero e lo videro ritornato come prima e anche peggio! Figuratevi i commenti del vicinato ! Basta dire che Ruggiero non si alzò più, non si fece più vedere da nessuno e di li a pochi mesi morì dalla rabbia. Il cortile dove le Fate ballarono si chiama ancora Lu curtigghiu di li sette Fati ed il perché ve l'ho detto.
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