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Al tempo dei tempi. Fiabe e leggende delle Città  di Sicilia

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1909 - Categoria: letteratura

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Al tempo dei tempi c'era un Re di Sicilia che aveva moglie da un pezzo, ma questa moglie non gli faceva nessun figlio. Il Re pregava sempre Iddio che gli desse un erede, faceva fare pubbliche preci nelle chiese, distribuiva elemosine, ma il figlio non nasceva. La Regina non faceva che piangere per non aver figli e da tanto piangere aveva tutti gli occhi cispellosi, e con lei piangeva la principessa Elena, dama di Corte, che neppure aveva figli. Un giorno la Regina s'accorge d’essere incinta e la Principessa pure, e dopo qualche mese, nello stesso giorno, la Regina fa un maschio bellissimo e la Principessa fa anche un maschio. Al figlio della Regina, battezzato con gran pompa, fu messo nome Giuseppe, a quello della Principessa, Gaetano. La Principessa, appena seppe che al Re era nato l'erede del trono, mandò il marito a dire alla Regina che le concedesse il favore di permetterle che insieme col proprio figlio allattasse il Principe reale. La Regina fu tutta contenta di non farlo allevare da una contadina e fece ringraziare la dama e le assicurò che se fosse campata cent’anni, non si sarebbe mai dimenticata di quella gran prova d'affetto e di cortesia. I due bimbi, allattati dalla Principessa, crescevano insieme come fratelli e si volevano un ben dell'occhio. Quando furono più grandetti ebbero tutti e due la stessa aia ed erano educati e riveriti come due principi reali. Se il Principe reale aveva un cavallino, ne aveva uno pure il figlio della dama di Corte; se uno aveva un abito, un trastullo, l'altro l’aveva eguale. Quando incominciarono a studiare, furono affidati agli stessi maestri, impararono le stesse cose e le stesse lingue, e tutti e due erano egualmente avanti e tutti e due erano valenti nel cavalcare, nel tirar di spada e in tutti quei giuochi e quegli esercizi che si addicono ai nobili cavalieri. Un giorno, quando già erano giovinetti, il Principe padre di Gaetano disse al figlio : - Gaetano, non è conveniente che tu dia del tu al Reuccio, perché egli è figlio di un Re di corona e tu sei figlio soltanto di un Principe, dunque non siete eguali e non puoi trattarlo da eguale. Devi parlargli con rispetto e dirgli Altezza reale - II figlio, ubbidiente, appena si trovò col Reuccio incominciò a dirgli : Altezza reale qua, Altezza reale là, Altezza reale su, Altezza reale giù. - Sei ammattito ? - gli domandò il Reuccio, sentendolo parlare a quel modo. - Io non permetto che tu mi tratti così. Siamo o non siamo amici ? - Amici sempre, e io più che mai affezionato e devoto all'Altezza vostra; ma ormai, io, figlio di suddito, non posso trattare il figlio del mio Re, colui che un giorno sarà mio sovrano, diversamente da quel che è trattato da tutti. Dunque, Vostra Altezza reale deve perdonarmi se seguo i consigli di mio padre. - II Reuccio protestò, andò in collera, ma alla fine dovette sottostare al volere dell'amico e continuò a volergli bene e a non vedere se non per gli occhi di lui. Dove andava il Reuccio andava Gaetano ; quel che faceva uno faceva l'altro, erano davvero due corpi in un'anima sola e fra tutti e due non avevano che una volontà. All'età di sedici anni il Reuccio ebbe desiderio d'incominciare a cacciare, ma non volle nè falconieri, nè battitori, nessun altro che il suo amico Gaetano ; e il Re glielo concesse e gli dette cani eccellenti e falchi ammaestrati. Montarono a cavallo col falco in pugno, seguiti dai cani, e andarono in campagna a divertirsi. I primi due giorni non accadde, durante la caccia, nulla di notevole ; la sera portavano una gran quantità di uccelli e li spartivano d'amore e d'accordo: metà al Re per la tavola reale, metà al Principe per la tavola principesca. Un giorno però i due amici s'internarono in un bosco, scappucciarono i falchi e gli dettero la via. Di lì a poco questi uccelli, venendo uno dal lato di levante e uno da quello di ponente, scesero sul pugno del Reuccio e del Principino e ognuno aveva fatto prigioniera una colomba bianca come la neve con un collarino nero. Le colombe non parevano punto spaventate quando i due giovani le presero. - Io, per conto mio, - disse il Reuccio - non ho nessuna voglia di uccidere la mia colomba. - Neppur io voglio uccidere la mia, - rispose il Principino. - Incateniamo i falchi e mettiamo le colombe in libertà. - Così fecero e le due colombe volarono via. Di lì a un poco il Reuccio, stanco, si sdraiò sull'erba ai piedi del cavallo e si addormentò ; il Principino, invece, rimase a vegliare sul Reuccio. A un tratto sente uno stormir di foglie, e alzando gli occhi vede venire le due colombe bianche come la neve col collarino nero, una da levante e l'altra da ponente. Esse si posano su un ramo basso di querce, a pochi passi dal Reuccio, e una dice : - Comare, come state ? - Bene, e voi ? - Bene. - E come stanno a casa vostra? - Tutti bene. - Ma lo sapete quel che vi dico ? Quel giovinetto lì che dorme così tranquillamente è il Reuccio, e il Reuccio deve morire. - E perché? - Perché ora, appena si desta, andrà da suo padre e vorrà una spada con l’impugnatura tutta d'oro e pietre preziose. Quando gliela porteranno la cingerà e nel cingerla cadrà morto. E chi lo sa e lo narrerà Tutto di marmo diventerà. - Peccato che debba morire ! È tanto giovane ! E rimedio non c'è ? - No, comare ; deve morire perché deve morire. - Le due colombe volano una verso levante e l'altra verso ponente e il Reuccio si desta e dice : - Gaetanino, presto a cavallo, perché devo andare a palazzo, così mi leverò un pensiero. Sì, glielo dirò subito, al Re mio padre, che deve farmi fare una spada, che eguale non si sia mai veduta nel mondo. - Ci siamo! - dice il Principino e, spronati i cavalli si dirigono alla Reggia, e il Reuccio manifesta il suo desiderio al padre. Il Re, che gli avrebbe dato la corona, lo scettro e magari il Regno, mandò a chiamare l' armaiuolo più abile, l'orafo più celebre della città e dà loro ordine di fare una cosa magnifica e di non risparmiare oro, pietre preziose, nè lavoro, che avrebbe largamente compensati Di fatto quei due artieri fecero della spada una cosa magnifica. La lama era damaschinata e pieghevole come un giunco e l' impugnatura era traforata come un merletto e luccicava da acciecare, tante erano le pietre preziose incastonate nell'oro. Il cinturino poi era una maraviglia. Il Principino che sapeva che cosa sarebbe accaduto al Reuccio appena avesse cinto la spada ricchissima, non lo lasciò un minuto per paura di vederlo cadere morto. Anzi, per impedire che questo accadesse, gli chiese il permesso di cingerla lui per primo. - Cingila pure, - gli risponde il Reuccio. La cinse e gli stava a pennello. Questo bastò per rompere l'incantesimo, e quando il Reuccio si provò la spada non morì, nè diventò di marmo. Ripresero i due amici a far la vita solita e a divertirsi, ma il Principino non fiatò col Reuccio di quel che aveva inteso dire alle due colombe bianche col collarino nero. Dopo sei mesi che gli salta in testa ai Reuccio? di andare proprio nel bosco dov'era stato una volta e dove i falchi avevano fatto prigioniere le due colombe. Propone quella gita all'amico, che non sapeva contraddirlo, e partono. Quando giungono nello stesso bosco e nello stesso punto, il Reuccio si sdraia sulle medesime zolle dove aveva dormito sei mesi prima, e il Principino rimane a vegliare su lui perché si aspettava che accadesse qualche cosa di strano come la prima volta. Di fatto giungono volando pian piano le due colombe bianche come la neve col collarino nero, una da levante e l'altra da ponente, e si posano sul ramo basso di querce a pochi passi dal Reuccio. - Comare, che c' è di nuovo? - E che può essere! Questo giovinetto deve morire. - Ma non c'è rimedio? - No, comare, deve morire perché deve morire. Ora, appena desto, andrà da suo padre e vorrà un vestito più bello e più ricco che sia possibile, e quando se lo proverà, cadrà in terra morto. E chi lo sa e lo narrerà Tutto di marmo diventerà. - II Reuccio si desta e parte subito per la Reggia, perché era smanioso d' avere il vestito più bello e più ricco che fosse possibile. Va dal Re e gli dice : - Padre, fate chiamare il primo sarto del Regno e le più abili ricamatrici, perché voglio un vestito di velluto, con un mantello tutto ricamato d'oro e d'argento. - Viene il primo sarto, vengono le più abili ricamatrici e gli fanno un vestito che era una vera maraviglia. Il Principino, che sapeva quel che doveva accadere, non lasciava l'amico neppure per un minuto. Anzi, per isviare da lui il pericolo, gli disse: - Altezza reale, permettete che mi provi il vestito per vedere come mi sta. - Ottiene il permesso, si prova il vestito, e appena lo indossa il vestito perde l'incantesimo. Se lo provò dopo anche il Reuccio e non cadde morto, nè diventò di marmo. Dopo sei mesi al Reuccio riprese il ticchio di tornare per la terza volta nel bosco a cacciare. Chiama il Principino, salgono a cavallo senza seguito, si mettono in pugno i falchi incappucciati, si conducono dietro la muta dei cani e via. Scappucciano i falchi, corrono di qua, corrono di là e finalmente i due uccelli tornano sul pugno dei cavalieri, uno da levante e l' altro da ponente, portando prigioniere due colombe bianche come la neve col collarino nero. - Io, per conto mio, - disse il Reuccio - non ho nessuna voglia di uccidere la mia colomba. - Neppur io voglio uccidere la mia, - rispose il Principino. - Incateniamo i falchi e mettiamo le colombe in libertà. - Così fecero e le due colombe volarono via e il Reuccio, preso dal sonno, si coricò ai piedi del suo cavallo e s’addormentò profondamente, mentre il Principino vegliava su lui. A un tratto ricompariscono le due colombe bianche, una da levante e l'altra da ponente e vanno ad appollaiarsi sul ramo basso di querce. - Che c'è di nuovo, comare ? - Nulla; per due volte l'ha passata liscia, ma alla terza morirà perché deve morire. - In qual modo ? - Appena il Reuccio si sveglierà andrà dal padre a dirgli che vuoi prender moglie. Il padre acconsentirà e gli procurerà la sposa. Però, mentre sederanno al banchetto nuziale, sotto il baldacchino di fronte al Re e alla Regina, sbucherà di sotto la tavola un serpente e soffocherà il Reuccio e la Reginuzza. - Non c'è nessun rimedio per impedire questa disgrazia ? - C'è, ma lui, di riffa o di raffa, deve morire. - E qual'è questo rimedio? - Che un amico fidato stia dietro agli sposi durante il banchetto con una mazza di piombo pronta a schiacciar la testa al serpente. Se gliela schiaccia, il Reuccio è libero e il serpente muore. E chi lo sa e lo narrerà Tutto di marmo diventerà. - II Reuccio si desta e vuoi correre a spron battuto alla Reggia per chiedere al padre il consenso al suo matrimonio. Di fatti, va dal Re e gli espone il suo desiderio. Il Re, che non sapeva contraddirlo in nulla, manda un' ambasceria al Re di Portogallo che aveva una figlia bellissima, per chiedere la Principessa in sposa per il figlio. Giunge la sposa in Palermo e si fanno feste non mai vedute. Il popolo esultava, il Re e la Regina esultavano, il Reuccio era mezzo matto dalla felicità e i cortigiani non facevano che ridere, applaudire e cantare. Il Principino solo pareva un cadavere tanto tremava notte e giorno per l'amico. S'era fatto fare una gran mazza di piombo e prima del banchetto nuziale si nascose fra il baldacchino degli sposi e il muro. Il Re, la Regina, il Reuccio, la Reginuzza siedono a mensa nel centro della tavola, le due coppie di rimpetto e tutte e due sotto il baldacchino con la corona, e più giù siedono i grandi del Regno, le dame di Corte e, prima fra queste, la madre del Principino che aveva allattato il Reuccio. Il Principino stava all'erta per vedere sbucare il serpente e colpirlo. Intanto le musiche sonavano, gli staffieri andavano e venivano portando le pietanze nei grandi vassoi d'argento e tutti erano contenti e felici e più contento di ogni altro il Reuccio che non non si saziava di guardare la sposa. A un tratto il serpente con tre teste e sei occhi di fuoco, striscia sotto la tavola e si accinge per assaltare il Reuccio. Il Principino lo vede, esce dal nascondiglio, brandisce la mazza di piombo e gliela dà sulla testa e lo ammazza. Ma prima di morire il serpente batte furiosamente la coda e manda un urlo che pare un tuono. I grandi di Corte che erano seduti dalla parte opposta della tavola, e avevano invidia dell' amicizia che il Reuccio nutriva per il Principino, vedendolo uscir dal nascondiglio, alzar la mazza e lasciarla ricadere accanto al Reuccio, approfittano di quel fatto, per gridare che è un assassino e subito saltano su, sfoderano le spade e si gettano su di lui. Figuriamoci il parapiglia ! La Regina sviene, la Reginuzza sviene, tutte le dame svengono, meno la madre del Principino che si slancia come una belva contro i suoi aggressori, gridando : - Mio figlio non è un assassino ! Mio figlio darebbe la vita per il Reuccio ! - Ma chi l'ascolta in quel momento? Il Re fa cenno alle guardie che portino il Principino in prigione e ordina che per il suo nero tradimento sia impiccato subito come un villano. Soltanto le suppliche e le lacrime della Principessa e della Regina lo rimuovono da questo proposito. E ordina invece che sia impiccato il terzo giorno. Prima di esser condotto al supplizio il Principino chiese in grazia di dire una parola al Re ed al Reuccio. Il condannato era già nell'oratorio dove il carnefice e il frate dovevano andarlo a prendere, quando comparve il Sovrano col figlio. - Altezza reale, - disse l'infelice rivolto a quest'ultimo - se vi rammentate, or fa appunto un anno voi voleste andare a caccia, e arrivati che fummo in un folto bosco, i falchi, lasciati liberi, acchiapparono due colombe bianche col collarino nero. - Me ne rammento, - disse il Reuccio. - Dopo voi vi addormentaste, le colombe tornarono, una da levante e l'altra da ponente. - E qui il Principino narrò quello che le colombe avevano detto e terminò col ripetere : - E chi lo sa e lo narrerà Tutto di marmo diventerà. - Nel dir questo, il Principino divenne di marmo dai piedi fino alle ginocchia. Il Reuccio sentendo quel che diceva Gaetanino e vedendo che era divenuto davvero di marmo, capì che narrava il vero e lo supplicò di non aggiungere parola. - Ma no, - replicò il Principino - non posso tacere, ora che sono sotto il colpo di un'orrenda accusa, - e continuò a narrare, e quando giunse al punto dell'abito disse : " E chi lo sa e lo narrerà.... " allora divenne di marmo fino al petto. - Per carità, non continuare, taci ! - gridò il Reuccio. - No, no ; meglio esser convertito in una statua di marmo, che morire con la taccia d'ingrato e di traditore, - e continuò il discorso fino al fatto del matrimonio del Reuccio. Ogni momento questi lo interrompeva, gli metteva una mano sulla bocca per farlo chetare, ma il giovane disse tutto tutto, e quando ebbe terminato di parlare, non era più vivo : era convertito in una statua di bianco e nitidissimo marmo, più bella di qualsiasi statua scolpita dal più celebre artista. Il dolore del Reuccio non ebbe limiti. Si strappava i capelli, si percuoteva, abbracciava la statua dell' amico, lo chiamava coi nomi più teneri e ripeteva sempre: - Infelice ! Aveva fatto tanto per me ed è stato calunniato. Mi ha amato teneramente e lo hanno accusato di volermi uccidere. Sventurata Principessa che ha perduto il figlio, ella che era stata per me una seconda madre affettuosa. Fratello, - aggiungeva, baciando le labbra insensibili della statua - fratello mio, ora sento quanto mi eri caro ! - II Reuccio si chiuse nell' oratorio ov'era la statua dell' amico, e vi trascorse sei mesi senza voler vedere più nessuno, neppur la moglie, pregando sempre e sempre chiamando il suo Gaetano, l'amico vero. Al termine dei sei mesi il Reuccio volle fare una passeggiata, non per distrarsi, ma per visitare i luoghi ov'era stato insieme con l'amico. Fece sellare un cavallo e andò al bosco ove insieme avevano cacciato. Stanco della passeggiata, dopo tanto tempo che non usciva più, sedette sotto una querce, ma era tanto il dolore che provava, che non riuscì a prender sonno. Mentre pensava all'amico e si angustiava, ecco che giungono le due colombe bianche col collarino nero, una da levante e l'altra da ponente, e vanno a posarsi su un ramo basso. - Che notizie ci sono, comare ? - Che volete che ci sia? Lui si salvò e l’ amico che lo protesse diventò di marmo perché parlò. - Ma non c'è rimedio? - Sicuro che il rimedio c'è. Bisognerebbe che uno ci uccidesse con un medesimo dardo e col nostro sangue bagnasse la statua di marmo del Principino; allora il marmo tornerebbe carne. - II Reuccio, a sentir questo, balza su, prende l'arco che aveva portato per cacciare, lo scocca e le due colombe gli cadono ai piedi morte. Le raccoglie, balza in sella e via alla Reggia. Col sangue delle colombe bianche col collarino nero, copre tutta la statua e la statua diviene di carne. Il Principino rinvivisce, e figuriamoci la gioia della madre, e anche del Reuccio nel riacquistare l'amico fidato, il fratello ! Ordina una festa per tutto il Regno, una speciale per Palermo e a Corte fa preparare un banchetto, balli, suoni e illuminazioni. Il Principino rivelò tutta la perfidia de' suoi accusatori, ma non volle che il Re li condannasse a morte, perché era buono come un angiolo e rendeva sempre il bene per il male. La Reginuzza prese a voler bene al Principino come a un fratello e volle che sposasse la propria sorella che era bellissima. Loro felici e contenti se ne stettero E a noi nulla ci dettero.

2 - Il cortile delle sette Fate

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