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Le Fate d'Oro

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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22 - IL Capo d’anno del Gigante.

Molti, ma molti anni fa, c'era, in un paese di questo mondo, un signore, che aveva ereditato dai suoi antenati il titolo di conte, un bel castello e grandissimi pos- sessi. Ma il Conte e la Contessa sua mo- glie spendevano tanto per i poveri e fa- cevano per Capo d'anno tanti utili regali a tutti i bambini del vicinato, che a poco a poco dovettero vendere terre, boschi, ser- vìti d'oro e d'argento, licenziare la servitù, ad eccezione di un vecchio servo, e met- tersi a vivere come due poveri disgraziati. Una sera, verso la fine di dicembre, il Conte e la Contessa erano seduti, dopo un magro desinare, nella grande sala da pranzo del castello, illuminata soltanto da pochi stecchi che bruciavano nel cami- netto. In tutto il vicinato non c'era fuoco più misero di quello. Anche i poveri si scaldavan meglio: essi potevano andare a far legna nei boschi; ma il vecchio servo del Conte, aveva già raccattato tutti i rami secchi che aveva trovati intorno al castello, ed era stanco morto. - Quest'anno, marito mio, - disse la Contessa avvicinando la sedia al cami- netto - non potremo invitare i nostri bambini poveri per Capo d'anno. - Perché? - Perché non abbiamo da dar loro nulla. Non c'è di che sfamarli, di che ri- vestirli, di che farli felici.... - Ma pensa al loro dolore se doves- sero rinunziare alla solita festa! Non hanno altra gioia durante i dodici mesi dell'anno; ci sono assuefatti, crescono con quel desi- derio.... Poveri piccini! Venderò qualche cosa in questi giorni, ma essi avranno il pranzo, i doni, meno belli forse, ma li avranno. - Vorrei sapere che cosa venderai, - disse la Contessa. - Mi pare che ci siamo privati di tutto il superfluo. - Ci rimane però l'antico letto di famiglia, che è molto grande; è fatto di legno prezioso, intarsiato d'oro e d'argento. Ce lo pagheranno bene. - Vuoi vendere il letto di famiglia? - esclamò la Contessa. - Quel letto in cui dormirono e morirono tante generazioni di antenati tuoi; l'unico letto che ci ri- mane! - A questo non ci pensare; tu dor- mirai sul sofà, io mi coricherò per terra. - Per terra, alla tua età! Ma vuoi - dunque morire? - Ma se quei poveri bambini non avessero il pranzo, i doni?... - La Contessa tacque. La mattina di quello stesso giorno un giovane Gigante s'inoltrava nella foresta non molto distante dal castello del Conte, quando vide una Fata piccina che, da un ramo di una querce, gli saltò sull'indice della mano destra. - Ora ti trovi distante dugento mi- glia da casa tua. Dimmi perché fai que- sto gran viaggio? - domandò costei al viaggiatore. - Per una ragione potente. A casa mia non ho da mangiare, ed io viaggio per procacciarmene. - In qual modo? - Vado a vedere se è morto lo zio del mio nonno. Sono uno degli eredi; e quel vecchio è molto ricco. Se posso pren- dere la mia parte d'eredità non tremo più a questo mondo. - Mi pare, - disse la Fata - che si viva male aspettando il danaro altrui. - Questo è vero, - rispose il Gi- gante. - Ma attendo da quando ero pic- cino. - La Fata guardò meravigliata il suo compagno. - Mi pare impossibile che tu sia stato piccino. - Eppure un tempo non ero più alto di un cavallo. - Ed io ero grossa come un pisello. - Il Gigante si mise a ridere. Ma par- lando di piselli si rammentò che aveva fame. - Dobbiamo fermarci a chieder qual- che cosa da mangiare? - Fermiamoci pure, ma non nello stesso posto, - disse la Fata - tu devi avere una fame da lupi. - Ebbene, nel fondo della valle, a cinquanta miglia di qui, c'è una casona molto grande. Io anderò a mangiare in quella là, e tu puoi andare dal Conte. Ti accompagnerò fino al limite della foresta. Quando hai mangiato, torna su questa querce e faremo la strada insieme. Il Conte è povero povero, ma per te avrà sempre a sufficienza da mangiare. - Il Gigante depose la Fata in terra, e Il Gigante depose la Fata in terra, e mentre essa andava al castello, egli si di- rigeva alla casona nella valle. Dopo due o tre ore si ritrovarono nello stesso luogo: il Gigante riprese sull'indice la Fata e continuarono il viaggio insieme. - Mi raccontasti che il Conte era povero; ma vorrei che tu vedessi coi tuoi occhi quanto è mai povero. Quando sono arrivata, lui e la moglie avevano appunto terminato di desinare ed erano davanti al camino spento. Stavano parlando intima- mente fra loro, perciò non ho voluto di- sturbarli e son saltata sulla tavola per trovar da mangiare. Devono aver fatto un desinare molto misero. Per sfamarmi c'era a sufficenza, perché io mi contento dei mi- nuzzoli; ma anche quelli erano tanto duri e risecchiti che potevo appena mangiarli. Ma quando sentii quel che dicevano, com- presi meglio la loro miseria. - Ti par cosa ben fatta di spiare i discorsi altrui? - Forse no, - rispose la Fata. - Ma senti: parlavano della festa del Capo d'an- no, e dei regali che davano ai ragazzi gli anni passati. Benché poveri faranno lo stes- so anche quest'anno. - Come faranno? - Il Conte vende il letto della pro- pria famiglia. - Il Gigante esclamò stordito: - Come, il celebre letto della fami- glia Ruggiero, servirà a fare i regali ai bambini? - Sicuro. - Davvero? Non ho mai inteso una cosa simile dacché son nato. Fa pietà. Bi- sognerebbe impedirla. - E così lamentando la sorte del po- vero Conte, giunsero ad un crocicchio. - Addio Fatina, - disse il Gigante. - Ti lascio colle tue compagne. Ci rive- dremo quando ripasserò. - Se ti contenti ti accompagno. Vo- glio vedere come vanno le cose laggiù nel castello dello zio del tuo nonno. Non ti accorgerai neppure della mia presenza. - Vieni pure. - Dopo poco il Gigante e la Fata giun- gevano alla porta del castello, che era cu- stodita da un guardiano. - Guardiano! - urlò il Gigante. - Come sta lo zio del mio nonno, il vecchio gigante Tannoreg? - Egli è morto da un mese e i suoi beni sono stati divisi fra gli eredi. - Non può essere; io sono uno degli eredi e non mi è toccato nulla. - Non so altro; - disse il guardiano - mi hanno detto di dare questa risposta a quanti venivano. - Chi te lo ha detto? - Il mio padrone Sommareg, l'erede principale del vecchio Gigante. - Sommareg! - esclamò il Gigante - Che impudenza! Egli è cugino in nono grado per parte di donna. Dov'è? Con- ducimi da lui. - Non credo che oggi riceva, - ri- spose il guardiano. - Apri la porta o ti stritolo! - urlò il Gigante. Il guardiano impallidì e spalancò la porta per lasciar passare il Gigante e la Fata. In una gran sala interna, dinanzi ad un bel fuoco, stava seduto un Gigante vec- chio vecchio. - Come mai, Sommareg, vi siete ap- propriato questo castello? - urlò il gio- vine Gigante. - Ero amico del vecchio, - balbettò spaventato Sommareg. - Dite piuttosto che avete respinti i cento eredi e vi siete preso ogni cosa. - No davvero; ognuno ha avuto la sua parte. - Io sono uno di quelli che non - hanno avuto nulla, e voglio ciò che mi spetta. Venite con me acciocché io possa scegliere. - Non posso; mi sento male. Vi man- derò un intendente. - Sommareg suonò e comparve un uomo piccolo piccolo, con un testone di capelli arruffati, da una parte bianchi come la neve e dall'altra neri come l'inchiostro. - Ecco un altro erede. Dategli la sua parte e lasciatelo scegliere. - L'intendente lo guidò in molte sale piene di armature d'acciaio. - Se le prendessi ci vorrebbero carri e carri per portarle via. Non c'è altro nel castello? - Tutto il rimanente appartiene al mio padrone. - Fammi scegliere, se no.... - L'intendente, lo condusse in molte al- tre sale riccamente addobbate. - Qui c'è del buono, - disse il Gi- gante. - Io segnerò col gesso quel che voglio e tu me lo manderai. - Sicuro, - rispose l'intendente. - Vi manderò tutto dopo che sarete partito. - E il Gigante segnava, segnava ogni cosa; aveva già segnato a sufficienza per ammobiliare un castello. - Dov'è il denaro? - domandò. - Signor mio! - esclamò l'intendente tutto sgomento. - Denaro non ce n'è. - Il Gigante non rispose, ma prese l'o- mìno per le gambe e lo capovolse. Una chiave grossa grossa gli uscì di tasca. - Ecco la chiave del denaro. Non ti disturbare; lo troverò da me. - Ma mentre si dirigeva verso la parte più bassa del castello, l'intendente gli cor- reva dietro tutto disperato. Il Gigante aprì la porta e entrato nella stanza trovò sac- chi d'oro e d'argento ammonticchiati lungo le pareti. Col solito pezzo di gesso ne se- gnò dozzine e dozzine. - Bene, signore; ve li manderò dopo che sarete partito. - Che cosa c'è in questi sacchetti piccoli? - Sono diamanti, signore; segnatene quanti volete. - Ne segnerò uno, - disse il Gi- gante alla Fata che stava nascosta nel suo colletto - e quello sarà per te. - Per me? - esclamò l'intendente che non vedeva la Fata. - Grazie, - rispose essa tutta felice. - Mi piaccion tanto i diamanti! Sono molto contenta che lo zio del tuo nonno sia morto. - Non lo dire, - rispose il Gigante - non sta bene dir certe cose. - E dopo che ebbe finito di segnare, si rivolse all'in- tendente: - Non voglio disturbarvi, - aggiunse. - Porterò con me quel che ho scelto. - Quindi postosi in tasca il sacchetto coi diamanti, si caricò sulle spalle i sacchi di monete, e se ne andò via senza neppur vol- tarsi indietro. Quando giunse nella gran sala dove stava il Gigante vecchio, seduto dinanzi al fuoco, si fermò un momento per dirgli: Porto meco la mia parte di denaro; ho segnato quel che ho scelto e dovete mandarmi tutto dentro la settimana. Avete capito? - Il Gigante vecchio gettò uno sguardo sui sacchi di denaro che l'erede aveva in spalla e sospirò. - Che farai nel mondo con tutte que- ste ricchezze? - domandò la Fata. - Ne porterò un sacco al Conte per che offra una bella festa ai bambini. Il resto lo riporrò nel mio castello. - Il primo giorno dell’anno sorse chiaro e sereno. Il Conte si alzò di buon umore e affacciandosi alla finestra vide una lungi processione di bambini, preceduta dalla musica, che si avvicinava al castello. Chiamò la Contessa e la condusse sulla terrazza. - Sono più numerosi del solito! - esclamò la povera signora. - Come fare- mo a sfamarli; saranno un centinaio. —- Intanto la processione giungeva al ca- stello. Primo veniva il Gigante colla pic- cola Fata sul dito; poi quattro o cinque suonatori, e in ultimo una lunga proces- sione di bambini vestiti a festa, che cam- minavano a due a due. - Viva il Conte! - gridò il Gi- gante; e le vôlte grandiose del castello echeggiavano dei suoi gridi e del suono degli strumenti. - Entrate, cari miei, —disse il Conte ai bambini. - Son contento di ospitarvi. Ma voi, caro Gigante, come potrete pas- sare dalla mia porta? - - Conte! - esclamò la Fata ritta sul dito del Gigante. - Ho una cosa da proporvi. - Il buon signore la guardò meravi- gliato. - Che bella Fatina! - disse. - Esponetemi pure le vostre idee. - Bene. Ci permettete di entrare nella gran sala del castello? Abbiamo voglia di ballare. - Temo che ci starete male: è tutta piena di polvere e di ragnatele. Son tanti anni che non c'entra nessuno. - Mi farebbe tanto piacere di cam- minare in quella sala a suon di musica. - Se è così, - disse il Conte - en- trateci pure. - Il Conte e la Contessa si unirono alla processione, traversarono la corte, salirono lo scalone e giunsero alla sala. Il Gigante aprì la porta. Nessuno a questo mondo è stato mai tanto sorpreso quanto lo furono il Conte e la Contessa. Nel mezzo della sala c'era una lunga tavola, e su quella monti interi di chicche, balocchi e oggetti di vestiario. Il Conte non poteva parlare, la Contessa neppure. Il Gigante li prese per mano e li con- dusse giro giro a veder tutti i doni. Ogni dono portava scritto il nome della persona a cui era destinato. Un sacchetto di broc- cato, tutto luccicante, conteneva i brillanti per la Fata. Ci volle però del tempo a guardare tutti quei doni. - Ora ballate, - disse la Fata colla sua vocina. La musica si mise a suonare e tutti i bambini a ballare. Il Conte, la Contessa, il Gigante e la Fata, guardavano quei bambini allegri e felici, ed erano felici essi pure. Ma ad un tratto la faccia del Conte si offuscò, pensando al magro pasto che aveva da offrir loro. Quando la musica cessò, il Gi- gante aprì una porta dicendo: - Entrate nella sala del banchetto! Questa è la festa che i bambini ricono- scenti offrono al Conte ed alla Contessa. Li hanno resi così spesso felici che adesso è il loro turno. - I bambini spinsero gentilmente il Conte e la Contessa nella gran sala ov'era im- bandita una lunghissima tavola con ogni sorta di cibi e di vini delicati. Dopo il banchetto ricominciarono le danze e non cessarono che verso sera. Il Conte, prima che partissero i bam- bini, rivolse loro poche parole. Il Gigante poi disse: - Non potrò mai ricompensarvi.... - Il Gigante aveva incominciato a dire qualche cosa tutto confuso, quando la Fata l'interruppe. - Sì, caro Conte, potete ricompen- sarlo. Voi non avete figli e vi avvicinate alla vecchiaia. Egli è solo, ricco, e voi, col vostro bel cuore potete giovargli molto. Potrebbe venire a star qui, dove le stanze son grande e tutti sareste felici. - Il Conte piangeva. - Volete adottarmi per figlio? - do- mandò il Gigante. - Sicuro! - fu la risposta. Allora il Gigante s'inginocchiò e il Conte salì sulla tavola e gli pose le mani sulla testa. - Ora adottate anche la Fatina, - disse il Gigante, dopo aver abbracciato il Conte e la Contessa. - Io non posso essere adottata; ma verrò spesso a veder come siete felici, ed i bambini faranno sempre un bel Capo d'anno. - Finchè vivremo, - dissero il Conte e la Contessa. - Finchè vivrò, - aggiunse il Gi- gante. Quando il Conte e la Contessa anda- rono in camera, trovarono l'antico letto di famiglia al posto, tutto luccicante. - Che bel Capo d'anno! - esclamò il buon Conte.

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