Le Fate d'Oro
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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19 - Il Conte e il Toro.
C'era una volta, in Iscozia, un Conte, che da ricco era diventato povero, ma po- vero. Aveva un tempo belle praterie dove pascolava numeroso bestiame, e un fiume, straripando, gliele aveva coperte di sassi e di ghiaia; aveva bei boschi antichi, dove crescevano grandi alberi secolari, e un in- cendio glieli aveva distrutti; aveva un ca- stello stupendo, costruito in cima a una rupe, dove custodiva le ricchezze della fa- miglia, e un giorno crollò la rupe, si sprofondò nel lago, e il castello sparve come per incanto. Insomma, di tutte le sue praterie, del suo bestiame, dei suoi boschi, del suo castello, non rimase al Conte altro che una casina piccina piccina, in mezzo a un prato, dove teneva custodito un toro furiosissimo, ed era chiamata la Casina del Toro. Il Conte, rimasto così a un tratto senza terre e senza averi, vagava per la campagna afflitto e pensieroso, quando scòrse da lungi il tetto della Casina del Toro e si diresse verso quella. Non c'era mai entrato quando era ricco; ma ora che non aveva più nulla, quella casina gli parve una gran bella cosa. Infatti era pulita come uno specchio. Giù c'era la cucina, la di- spensa piena di roba da mangiare, e la stalla, una bella stalla tenuta come un sa- lotto; e, sciolto nella stalla, c'era il Toro. Questo, appena vide il padrone gli si ac- costò e strusciò la testa al braccio di lui, guardandolo con certi occhi supplichevoli che intenerirono il Conte. Pareva che quegli occhi parlassero e dicessero: « Povero si- gnore, fatti animo, io ti aiuterò, non dubi- tare, ti aiuterò! » Il Conte si sentì consolato da quello sguardo. Dacché gli erano accadute tutte quelle disgrazie non aveva trovato un cane che lo guardasse; tutti lo sfuggivano. Salì le scale, e il Toro dietro a lui; entrò nella camera superiore, e il Toro dietro a lui; nel fienile, e il Toro dietro a lui. Quivi, appesa alla parete, c'era una zampo- gna, un vestito completo da zampognaro e abiti leggieri da donna. Il Toro staccò con le corna tutta quella roba, e accennò al pa- drone d'indossare il vestito da zampognaro. Intanto esso, con una agilità meravigliosa in un Toro, si mise a una a una le sottane, poi il grembiule, il fazzoletto al collo e quindi fece cenno al padrone di mettersi la zampogna alla bocca. Allora, rizzandosi sul- le zampe di dietro e prendendosi con garbo il grembiule, incominciò un minuetto. Il Conte non aveva voglia di ridere, ma dovette scoppiare in una risata vedendo ballare il Toro. Scesero le scale, e il Toro sempre die- tro al padrone; andarono in cucina, e il Toro passò avanti al padrone per accen- nargli che dovevano uscire. Il Conte non sapeva che cosa pensare. Gli pareva d'essere nel mondo delle me- raviglie. Camminarono un bel pezzo; il Toro ogni tanto si fermava per strappare una boccata d'erba, e poi andava avanti, sem- pre avanti, indicando la strada al padrone. Cammina, cammina e cammina, arrivarono alle porte di una città. Le guardie non volevano lasciar passare il Toro sciolto; ma questi, prima che il padrone rispon- desse fece loro una bella riverenza e in- cominciò a ballare. Le guardie si misero a ridere; si ra- dunò molta gente dintorno al Toro e nes- suno sollevò più obiezioni. A misura che l'animale avanzava in città, più numerosa diventava la gente che lo seguiva. Quando fu in piazza, aveva dietro buona parte della popolazione; e chi non entrava sulla piazza si affollava alle finestre, si arrampicava sui tetti, in preda a un vero fanatismo. Il Toro ballava con una grazia in- cantevole al suono della zampogna, e ogni volta che smetteva, scoppiavano fragorosi applausi. La gente faceva a chi più rega- lava quattrini al padrone di quell'animale meraviglioso. Furono perfino tese delle funi da una casa all'altra, e il Toro, agile, tra- versò la piazza lassù per aria. In città tutti avevano abbandonato le case, i lavori; i vecchi, i malati, si face- vano trascinare in piazza per vedere quella gran meraviglia. Le donne regalavano gli orecchini, gli uomini le catene e gli anelli d'oro e d'argento al fortunato suonatore, il quale, a sera, aveva già fatto un sacco di quattrini. Le cose andarono bene per un mese. Tutti i giorni il Conte suonava e il Toro ballava; ma dopo un mese il Conte era stufo e ristufo di quella vita da zingaro che faceva, non accarezzava più il Toro come da principio, e non sognava altro che di comprare un castello coi quattrini che aveva fatti, per poi ritornare a far la vita da signore. Difatti un giorno, invece di farsi insegnare la strada dal Toro, si avviò da sé verso il luogo dove era la ca- sina, e per la strada pensava: - Domani rimetto il Toro nella stalla e vado a vedere se nei dintorni trovo un castello da comprare. Che bella cosa tor- nare come prima! E poi chi m'ha visto m'ha visto! - Mentre rimuginava questi pensieri nel- la mente non s'accorgeva che il Toro lo guardava fissamente e leggeva sul suo volto tutto ciò che pensava, come se fosse scritto in un libro. Cammina, cammina e cammina, arri- varono finalmente alla Casina del Toro; il Conte si spogliò del vestito da zampognaro; il Toro si spogliò delle vesti da donna, e buona notte signori, uno di qua, uno di là, andarono a riposare. Quando il Conte dormiva saporita- mente, il Toro, che aveva chiuso un occhio solo e vedeva sempre come scritti in un libro i pensieri del Conte, scavò prima una buca fonda dove sotterrò tutti i quattrini; poi salì piano piano nel fienile della casina, e colle corna sfondò il tetto. Quindi prese il volo e attraversò mari e monti, fuggendo quell'ingrato padrone. La luna, che lo vide, si mise a ridere sgangheratamente; le stelle ridevano an- che loro; due spiriti folletti che passavano di lì si presero per la mano e fecero una corsa in segno di gioia; e un vecchio gatto burlone accordò il violino e fece una suo- natina, che valeva un tesoro, poi mandò il suo amico, un cane ringhioso, nei pressi della casina perché gli raccontasse per filo e per segno come era rimasto il Conte de- standosi. Il cane tornò tutto allegro la mattina e glielo disse. Il Conte, destandosi, gira e gira, non trovando più i quattrini, non tro- vando più il Toro, era rimasto con un palmo di naso.
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