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Le Fate d'Oro

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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16 - La Regina di cuori.

La Regina di cuori era una potentis- sima sovrana, e alla sua Corte, per farle omaggio, stavano il Re e la Regina di pic- che, il Re e la Reggina di quadri, il Re e la Regina di fiori, con numeroso seguito di Fanti e di famigli. Un giorno d'estate la Regina di cuori ordinò al giardiniere di portarle due cane- stre di albicocche e al cuoco di recarle fior di farina, uova e zucchero. Ella voleva im- pastare da sè, con le sue mani regali, le torte per il Principino di cuori, erede del trono, e per i Principini, figli delle Regine sue amiche. Le torte, in numero di otto, furono cotte nel forno delle reali cucine e la Regina di cuori ebbe gli encomî del Re suo sposo per la non comune abilità dimostrata nel manipolare la pasta. Le otto torte, del color dell'oro, fu- rono messe a freddare sulla credenza della sala del convito, e quel giorno stesso do- vevano esser mangiate a pranzo dagli ospiti reali, quando accadde un fatto che prova come neppure i re e le regine possano es- sere al coperto dai colpi impreveduti del destino. C'era nella Corte stessa della Regina di cuori un Fante brutto, di una bruttezza che muoveva il riso soltanto a guardarlo. Questo Fante, oltre all'esser brutto, era an- che ghiotto, di una ghiottoneria, che gli faceva allungare le mani appena la vista di una pietanza gli stuzzicava il palato, appena un odore buono gli giungeva al naso. Ora, questo Fante così brutto e così ghiotto, passò appunto dalla sala del con- vito quando le torte, nel raffreddarsi, man- davano un odore arciappetitoso. Il Fante, invece di traversare la sala, si fermò davanti alle torte e rimase come inchiodato al suolo. Senza aver preso almeno due di quelle torte non si sarebbe mosso; era impossibile! Prima però di allungar le mani, guardò intorno a sé per assicurarsi che nessuno lo vedeva, e si rassicurò, poiché non c'era neppure un cane.... sbaglio, c'era il gatto parlante che miagolava pietosamente, chie- dendo un bocconcino di quella torta così appetitosa. - Non è roba per i tuoi denti, amico mio! - disse il Fante ridendo, e facendo cilecca. Il gatto continuava a miagolare. - Miagola pure; se tu fossi un ra- gazzo, per farti stare zitto, te ne darei un pezzettino; ma sei un gatto! Discorri se ti riesce! - Il Fante, con le otto torte nascoste sotto la tunica, riuscì a uscire dal palazzo, e faceva certi passi come se già si sentisse i birri alle calcagna. Mentre fuggiva lo vide pure una delle ancelle della Regina di fiori, e siccome questa col Fante ce l'a- veva, disse: - Ora ti servo io! - Quando giunse l'ora del convito fu una disperazione generale e nessuno voleva por- tare al Re di cuori la triste e stupefacente notizia che erano sparite tutte le torte ma- nipolate dalle mani della Regina di cuori, e che dovevano essere mangiate dagli ospiti reali. Finalmente, il valletto che doveva mettere in tavola le torte prelibate, sen- tendo che tutta la responsabilità pesava su di lui, si fece animo e sollevò la cortina pronto ad affrontare la collera del Re. Questi si dilettava ad insegnare il mi- nuetto al proprio erede, il Principino di cuori, e agli eredi degli altri Re suoi ospiti. - Sacra Real Maestà! - Cessa - ordinò il Re di Cuori fa- cendo un gesto imperioso. - Non vedi che sono seriamente occupato! - Sacra Real Maestà: hanno rubato.... - Forse il mio tesoro? - Meno. - Forse i gioielli della Regina? - Meno. - Parla. Che cosa hanno rubato? - Le torte, fatte dalle mani stesse di Sua Maestà la Regina di cuori. - E chi fu il ribaldo? - S’ignora. - Olà, Fanti: bandite per tutto il reame che chiunque conosce il ladro, deve portarlo avanti a me, vivo o morto; pena la testa. - I tre Fanti di picche, di quadri e di fiori andarono sulle piazze, nei crocicchi delle strade con la loro brava tromba in bocca a far peperepè, peperepè. La gente si radunava intorno ad essi, ed allora i Fanti palesavano gli ordini del Re. - Chiunque conosce il ladro delle torte deve portarlo, vivo o morto, al Re di cuori; se no, pena la testa. - La gente non aveva veduto nessuno, e domandava conto, sbigottita, dell'accaduto. I tre Fanti ripetevano gli squilli di tromba e il breve ordine. La gente si allontanava scrollando la testa. Quando essi ritornarono sulla piazza reale, dopo il giro infruttuoso che ave- vano compiuto, fecero un ultimo squillo di tromba. Videro simultaneamente avvicinarsi un gatto ed un'ancella della Regina di fiori. - Miao! Miao! - faceva il gatto parlante, alzando la coda. - Quel che ho visto ho visto, ma non lo dico altro che al Re. - Se non lo dico al Re, non lo dico a nessuno - aggiungeva l'ancella. I tre Fanti andarono al palazzo e fe- cero chiamare il maggiordomo. - Guardate: qui c'è un gatto che vuole essere introdotto alla presenza del Re. - Ed un’ancella della Regina di fiori che ha la stessa pretesa. - Il maggiordomo non voleva neppure passare l'ambasciata al Re. Ohe cosa po- tevano sapere un gatto e un’ancella? Ma il gatto seguitava a miagolare e a far le fusa, e il maggiordomo si presentò al Re di cuori, annunziando che un gatto e un'ancella gli volevano parlare. - Che l’ancella aspetti, e il gatto sia introdotto, - ordinò il Re. Allorchè il gatto fu alla presenza del Rè, miagolò rispettosamente tre volte, e poi parlò: - Ho visto il Fante di cuori mettersi sotto la tunica tutte le torte e fuggire. - Dici il vero? - domandò il Re. - Lo giuro sulla mia pelle! - ri- spose il gatto. - Indica dunque il posto del ladro al maggiordomo, altrimenti la tua pelle sarà data in pasto alle tignole. - Il gatto uscì insieme col maggiordomo, e appena fu fuori delle sale reali s'alzò sulle zampe di dietro e allungando una zampina davanti, disse: - Andiamo! - Il gatto parlante, svelto, attraversò i cortili della reggia, poi la piazza, e salì tanti e poi tanti scalini. - Non siamo arrivati ancora? - do- mandava il grasso e ben pasciuto maggior- domo. - Salite, - rispondeva il gatto - salite e non vi lasciate vincere dalla spos- satezza. Pensate agli ordini del Re, - e in- tanto negli occhietti chiari gli brillavano i lampi della vendetta. - Non mi hai voluto far assaggiare le torte, ed ora ti servo io! - diceva den- tro di sè. In cima in cima alla torre, proprio sotto il tetto, c'era nascosto il Fante di cuori, accanto alle torte intatte: la paura gli aveva impedito di mangiarle. - Sono morto! - gridò appena vide il maggiordomo - e tu, traditore, sei ca- gione della mia rovina! - Il Fante di cuori, tutto in lacrime, fu condotto al palazzo reale, alla presenza del Re, e per sua punizione dovette entrare nella sala del convito, e presentare le torte rubate alle Regine ed ai piccoli eredi dei troni di Cuori, di Picche, di Quadri e di Fiori. Il primo di quei bambinucci, sapendo come erano andate le cose, e scordando la sua dignità, fu sul punto di levarsi di te- sta la corona e gettarla in faccia al ladro. Il Re di cuori gli dette un'ammoni- zione, e fu sul punto di levargli la torta manipolata dalla Regina stessa. La cosa non finì liscia per il Fante di cuori. Terminato che ebbe di servire i reali infanti, le reali infanti e le regine, uscì dalla sala del banchetto e stava ri- flettendo se non era meglio di svignarsela e passar la frontiera, perche aveva capito, dallo sguardo torvo del sovrano, che lì non c'era più aria per lui. Mentre faceva queste riflessioni, sentì capitarsi fra capo e collo un colpo di scet- tro, e volgendosi per reagire, vide la fi- gura irata del Re di cuori. Il Fante chiedeva grazia, piangeva, urlava, ma le sue grida non erano udite da alcuno, poiché in quel momento appunto la musica suonava un minuetto, e il Re di fiori e la Regina di cuori ballavano in- sieme. Dopo quel primo sfogo di collera il Re volle che il colpevole fosse tradotto da- vanti a tutti i sovrani, alle sovrane ed agli infanti, e udisse pronunziare la sua sen- tenza. Inginocchiato, a capo chino, egli in- tese il terribile giudizio dalla bocca del Re di cuori. Era condannato a pane ed ac- qua per tante settimane quante erano le torte rubate.

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