Le Fate d'Oro
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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C'era una volta un Re che aveva un figliuolo, tanto ma tanto capriccioso. Siccome il padre suo aveva un gran regno e non aveva altro erede che lui, gli lasciava fare tanti capricci quante sono le ore del giorno. E per la reggia non si ve- devano altro che bestie che scappavano e paggi che piangevano per le prepotenze del Principe. Serpolino, così chiamavasi il figlio del Re, quando non era prontamente ubbidito, saltava su tutte le furie; e il padre, che temeva un giorno o l'altro gli rimanesse morto da un accesso di bile, si raccoman- dava a tutti di ubbidirlo e compiacerlo. Così i ministri, i cortigiani, i soldati, tutti, insomma, ubbidivano a Serpolino; ma questi più si vedeva ubbidito e più diven- tava impetuoso di carattere, irrequieto e prepotente. Un giorno disse al grande ammiraglio: - Ammiraglio, fa' preparare tutti i ba- stimenti di mio padre: fra un'ora dobbiamo salpar l'ancora e voglio avere dietro a me un codazzo di navi potenti, come non ne ebbe mai altro sovrano sulla terra! - L'ammiraglio non si mosse, e Serpo- lino, rosso dalla rabbia, gridò: - Non hai udito? - Ho udito, Altezza, ma non ubbidi- sco. Il vento soffia impetuoso, le nubi mi annunziano una tremenda burrasca e non voglio arrischiare la vita di tante migliala di marinari per ubbidire al capriccio di un ragazzo come voi. - Bada! - gli disse Serpolino - io ti farò togliere il comando della flotta! - Fatemelo togliere, Altezza. - Serpolino pareva una belva. - Bada! - gli disse Serpolino di- grignando i denti - io farò accendere un gran rogo e tu sarai bruciato vivo! - Morirò io solo, ma non moriranno migliaia di marinari! Era inutile; per quanto Serpolino si arrabbiasse e minacciasse, l’ammiraglio negava, e Serpolino, che non ci vedeva più, rompeva e spicinava quanto aveva sottomano. A quel gran fracasso, accorse il Re tremando, e udito il perchè della collera del figlio, fece caricare l'ammiraglio di catene, e dette il comando della flotta al vice-ammiraglio. Questi, convinto che il Re lo avrebbe fatto uccidere se non ubbidiva a Serpolino, ordinò che fossero subito armate tutte le navi, quindi salì sulla più bella e più gran- de, di cui prese il comando, e sulla quale s'imbarcò pure il principe Serpolino. Il vento aumentava sempre, i cavalloni s'in- frangevano con un rumore spaventoso con- tro i fianchi delle navi, il cielo era nero come la cappa del camino. Con grande fatica le navi poterono uscire dal porto, ma con quel mare così agitato i marinai dovettero chiuder le vele e lasciarsi sbatacchiare da tutte le parti. Serpolino aveva una paura da non dirsi; nonostante si consolava pensando che l'ammiraglio era in prigione, carico di catene, e lui aveva dietro a se un codazzo di navi, quale non aveva mai scortato so- vrano del mondo. Calò la notte, una notte spaventosa. Le ondate infuriavano, il vento si- bilava, e la nave che portava Serpolino cigolava come se le assi che la compone- vano stessero per disgregarsi ogni istante. A un tratto si udì un urto tremendo, l'acqua penetrò da una falla nel bastimento, che incominciò a sommergere. Il vice-ammiraglio fece mettere subito in mare i battelli per salvare almeno il Principe, ma la furia dei marosi capovolse tutti i battelli, e la nave scendeva, scen- deva. Serpolino era mezzo pazzo dallo sgo- mento. - Vi ordino di salvarmi! - disse al vice-ammiraglio. Una risata che non si sa da dove ve- nisse, perchè nessuno aveva voglia di ri- dere, echeggiò a quelle spavalde parole e accompagnò il bastimento nella sua di- scesa precipitosa negli abissi del mare. Serpolino si sentì travolgere dalle onde, e il suo corpo fu stretto da centinaia di dita ferree e spietate, mentre la risata ineso- rabile echeggiava sempre al suo orecchio. A un tratto sentì sotto i suoi piedi la rena e aprì gli occhi. Si trovò in una caverna sottomarina, e quella caverna era popolata di me- duse. Sopra un trono di rami di corallo era seduto un mostro nero, spaventoso, con una corona in capo. Intorno a lui facevano la guardia i pescicani con le bocche spalan- cate. I granchi, le ariguste, i ricci, stri- sciavano sul suolo intorno ai piedi di Ser- polino; le anguille gli si avviticchiavano al collo; i polpi lo frustavano con i loro tentacoli, e gli altri pesci, passando, gli sferzavano il viso con la coda. - Ora sei mio schiavo - gli disse il mostro con una vociaccia da far paura. - Povero a te se non mi ubbidisci! Devi ub- bidirmi in tutto! - Serpolino avrebbe preferito la morte a quel supplizio. - Vieni qui, e coricati, - disse il mo- stro - ho bisogno di un morbido guan- ciale per riposare. - Serpolino si coricò, e il mostro, che aveva spine invece di capelli, si appoggiò su di lui conficcandogli nella carne tutte quelle punte. Il mostro riposava male e interrotta- mente. Ogni tanto si voltava di qua e di là, producendo nuove ferite sul corpo del Principe, il quale si sentiva venir meno dal dolore. Quando il mostro si destò, ordinò a Serpolino di pulirgli la schiena dalle al- ghe marine; e ogni volta che Serpolino gli faceva male, il mostro lo guardava ingru- gnito e lo punzecchiava col tridente che teneva in mano e che era il suo distintivo reale. A tavola Serpolino, se voleva sfamarsi, doveva raccogliere di terra quel che spu- tava il mostro dalla sua boccaccia nera. Per lui non c'era mai un momento di riposo, di pace, di sollievo; era una soffe- renza continua: e quando il mostro era oc- cupato nella cura dello Stato, lasciava or- dine ai crostacei e ai pesci di tormentarlo senza tregua. Una notte, mentre il mostro russava col capo spinoso appoggiato sulla spalla di Serpolino, e il Principe piangeva ama- ramente, vide una stella di mare posarsi accanto a lui. Da quell’animalino luminoso sentì partire una vocina, che diceva: - Abitavo le sponde del mare su cui tu venivi a baloccarti da piccino e non ti posso vedere in questo stato di prigionia.... Seguimi! - Serpolino pian piano fece scivolare in terra la testa del mostro e seguendo la stella cominciò a sollevarsi nel mare. - Sono stanco non ne posso più! - disse a un certo punto Serpolino. La stella allora fece cenno a un del- fino, il quale, preso in groppa il Principe, lo portò sulla superficie delle acque e andò a deporlo sulla spiaggia. - Buon viaggio, Serpolino, - disse la stella di mare. - Ho avuto pietà di te, abbine tu, a tua volta, di tutte le creature viventi. - E fatto un salto disparve. Serpolino, nudo bruco, si mise in cam- mino, e dopo lungo camminare giunse sul far del giorno alla città. Le bandiere nere sventolavano sulle mura, e dai forti giungeva un rumore di cannonate. - Che è stato? - domandò Serpo- lino a una donna che passava. - Non lo sapete? È perita la nave che portava il figliuolo del Re, e il paese è in lutto. - Serpolino si affrettò ad andare al pa- lazzo; si fece riconoscere, e il padre, lieto di averlo ritrovato, ordinò grandi feste. Serpolino, che aveva conosciuto da vi- cino la sofferenza, non volle che nessuno più soffrisse per lui. Andò da sè a liberare l’ammiraglio e lo colmò d'onori. Quando il vecchio Re venne a morte, Serpolino ereditò il trono, e fu il migliore sovrano che avesse mai portato corona.
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