Le Fate d'Oro
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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C'era una volta un Conte, che aveva un bellissimo castello. Egli incuteva terrore a tutti. Ognuno gl'invidiava il suo valore in guerra, i nu- merosi suoi feudi e le sue immense ric- chezze, ma nessuno lo amava, neppure la moglie, che aveva scelta fra le fanciulle più nobili e belle del regno; quando ella lo vedeva, abbassava gli occhi, tremava, e taceva: neppure il bambino che gli era nato gli voleva bene; quando lo sentiva accostare alla culla, incominciava a pian- gere, e si copriva il visino con le mani, impaurito. - Che vale che tutti obbediscano ai miei ordini quando non posso ottenere che mi vogliano bene? - gridava il Conte dalla torre più alta del castello. Il vento portava lontano i suoi la- menti che parevano ruggiti di leone fe- rito. Una sera che era lassù da molte ore, gridando e lamentandosi, un’aquila reale venne a posarsi su un merlo della torre. Il Conte trattenne la voce per non spaventarla, e involontariamente ammirava con compiacenza i grossi artigli e il becco adunco di quella dominatrice dell'aria. Mentre la guardava, la vide sorridere tristamente: - Son come te: temuta e non amata - disse l’aquila, e volò via. Il Conte andò su tutte le furie. Quel- la aquila conosceva il segreto del suo dolore; quell’ aquila doveva morire. La mattina dopo salì sulla torre armato di frecce e d'arco e si mise in agguato. Dopo poco vide l’aquila che descriveva larghi circoli attorno alla torre, ma stava sempre fuori del tiro della sua arma. L'aquila gli passò alta sopra alla testa, gridando: - Conte, caro Conte, deponi le armi e t'insegnerò il mezzo di farti amare. - Il Conte digrignava i denti dalla col- lera e scoccava frecce all'impazzata. L'aquila si avvicinava sempre più, ma nessuna freccia le penetrava nella carne, e il Conte raddoppiava di furore nel lan- ciargliele. L'aquila, sogghignando, andò a posarsi sul solito merlo. - Conte, caro Conte, deponi le armi e t'insegnerò il mezzo di farti amare. - Il Conte si avventò sull'aquila col pu- gnale, ma la lama, invece di penetrare nel collo dell'uccello, scivolò e andò a confic- carsi nella pietra. L'aquila si accoccolò sulla impugnatura d'oro del pugnale, e di lassù seguitava a dire: - Conte, caro Conte, desisti dalla tua collera ed io ti insegnerò il mezzo di farti amare! - Il Conte, giallo ancora di rabbia, si avvicinò all'uccello. - Nessuno mi vide mai soffrire, - mormorò fra i denti. - Ho raccolto i lamenti di uomini più forti e più potenti di te, - disse l'a- quila. - Sono la Fata della notte, e i forti confidano soltanto alle tenebre i loro do- lori. - Che cosa debbo fare dunque per farmi amare? - domandò il Conte. - Bisogna che tu parta per andare alla ricerca del dittamo del buon cuore, e tu ne porti a casa un ramoscello verde. - Dove fiorisce? - In molti luoghi, ma specialmente vicino alla miseria. - L'aquila spiccò il volo e sparì. Il Conte rimase lungamente a pensare. Finalmente esclamò: - È meglio tentare l'impresa! - E scese nella camera della Contessa, sua moglie, la quale era occupata a rica- mare in mezzo alle sue ancelle. Queste s'inchinarono profondamente dinanzi al Conte e uscirono; la Contessa non osava alzar gli occhi dal lavoro, e tremava tanto che non poteva infilar l'ago nella stoffa. - Parto, - le disse il Conte - debbo fare un lungo viaggio, e vi lascio padrona assoluta, per tutto il tempo della mia as- senza, di quanto è nel castello: uomini e cose. - Il Conte la guardava, e s'accòrse che l'annunzio del suo viaggio la rallegrava; ne provò dispetto, ma seppe dominarsi. Chiese di vedere il bambino, che strillò come un disperato quando volle baciarlo, e, fatto sellare un cavallo, prese armi senza stemma, si vestì in modo irriconoscibile, si calò la visiera sul volto, e partì solo solo. Una sera traversava una pianura de- serta, dove non cresceva neppure un cardo, quando una vecchina tutta grinzosa, con un fastello di legna in testa, gli s'avvicinò dicendogli: - Signore, mi pesan tanto queste le- gna; caricatemele, per carità, sul vostro cavallo. - Il Conte avrebbe risposto per le rime alla vecchia, se in quel momento non avesse veduto l'aquila che gli volava al disopra del cimiero. L'aquila, abbassandosi, gli disse: - Conte, mio bel Conte, la pianta di dittamo del buon cuore fiorisce special- mente vicino alla miseria. - Il Conte si rabbonì; scese da cavallo e caricò sulla sella il fastello delle legna. La vecchina camminava piano, quindi do- veva camminar piano anche lui. Intanto il cielo diventava nero nero, e i fulmini facevano parere la pianura un mare di fuoco. - È lontana di qui la vostra casa? - domandò il Conte alla vecchina. - È lontana per le mie gambe e non per le vostre. - Ed ambedue seguitavano a camminare. Finalmente, fra il bagliore dei fulmi- ni, il Conte vide una capanna piccina pic- cina. Era stanco anche lui e aveva una fame.... una fame.... - Eccoci a casa mia, - disse la vec- china, fermandosi davanti alla capanna. Entrarono. In cucina c' era il fuoco spento, una sola panca da sedere e una tavola. La vecchia accese il lume, fece ri- covrare il cavallo, e disse al Conte: - Mettetevi a sedere per riposarvi; intanto io vi porterò qualche cosa da man- giare. Quel che ci sarà, lo divideremo fra noi. Ma ci sarà poco. Siamo vassalli del Conte, e non c'è gente più povera e più maltrattata di noi. - Il Conte non fiatò: ma si sentì andar via tutta la fame che aveva. La vecchina mise in tavola una ma- gra forma di cacio, un mezzo pane e una brocca d’acqua, e non cessò un momento dal lagnarsi della durezza del Conte e dei suoi sottoposti, che toglievano ai poveri anche il sangue a nome del padrone. Il Conte seguitava a stare zitto, e buttava giù qualche raro boccone tanto per non parere. Quando ebbero finito di mangiare, la vecchina accese un lume e condusse il Conte nell'unica cameruccia della capan- na, e accennandogli un misero lettuccio, gli disse: - Coricatevi, e buon riposo. - Il Conte si coricò, ma gli ci volle un pezzo a addormentarsi, benché cascasse di stanchezza; e appena chiuse gli occhi gli parve d'esser trasportato nel suo castello. Tutti erano cambiati: i servi portavano alta la testa e scherzavano lavorando; le ancelle della Contessa facevano echeggiare le sale delle loro allegre risate; la Con- tessa passeggiava sulle terrazze, tenendosi in collo il suo bambino e rideva come non l'aveva mai veduta ridere. Il Conte si destò e volle partire. Gli pareva di soffocare in quella capanna. Andò per sellare il suo cavallo; la vecchina era già desta. - Ditemi, buona donna, - le chiese mettendole in mano alcune monete d'oro - dove fiorisce la pianta di dittamo del buon cuore? - Vicino al castello del Conte non ci alligna; ma più che salite verso la mon- tagna e più diventa comune. - Il Conte la ringraziò, montò a cavallo e si diresse verso la montagna. Sali, sali, la foresta diventava più folta e la neve cominciava a cadere. Nonostante il Conte non si sgomentava e spronava il cavallo. Voleva tornare a casa col ramoscello verde, e tornarci presto. A un tratto si trovò ad un crocicchio. Vedeva quattro strade lunghe, intermina- bili, e non sapeva quale prendere; intanto la neve e il vento ghiacciavano il povero Conte. In quel momento sentì uno starnazzar d'ali sopra alla sua testa e scòrse l'aquila reale. - Imbocca una strada qualunque. Il dittamo del buon cuore fiorisce per tutto quassù, - disse l'aquila, e sparì. Il Conte riprese speranza, e spronò il cavallo; ma la neve cadeva sempre più fitta e copriva tutto. Cavallo e cavaliere caddero in un fosso. Il Conte gemeva e chiedeva aiuto; nes- suno lo sentiva. Sarebbe bastato che qual- cuno gli avesse gettato una corda per salvarlo; ma il tempo passava ed egli si sentiva sempre più intirizzire dal freddo. Comin- ciava a rassegnarsi a morire senza rivedere i suoi, sbranato forse dai lupi, quando udì abbaiare un cane, e poco dopo lo scòrse avvicinarsi alla sponda del fosso, insieme con una bambina. - Non vi sgomentate, - gli disse la bambina - corro a casa e torno con una fune per tirarvi su. - Il Conte riprese animo, e dopo un po' di tempo vide ricomparire la coraggiosa bambina, la quale, legata solidamente la fune al tronco di un albero, la lasciò ca- lare nella fossa. Aiutato dalla fune, il Conte potè salire insieme col cavallo sulla proda, sano e salvo. La bambina gli dette pure una boccettina di liquore per risto- rarlo, e lo guidò a casa sua, dove fu ac- colto affettuosamente e albergato dai ge- nitori di lei. - Vi potremmo dare di più, - disse il padre della bambina a cena, mettendo in tavola castagne e carnesecca - ma il Conte ci spolpa. Se sapeste che flagello è un padrone simile per noi! Bisogna soffrire e tacere; ma lui deve essere più infelice di tutti gl'infelici che fa. - Il Conte respinse il piatto, disse che era stanco, e chiese d’andare a letto. S'addormentò anche quella notte a stento, e in sogno vide la felicità che re- gnava nel suo castello riflessa in tanti quadri lieti, e vide che nessuno desiderava il suo ritorno. Si destò, fu preso da un grande sco- raggiamento e si mise a piangere. In quel momento sentì battere forte forte alle im- poste della finestra. Aprì e vide l'aquila. - Cògli un ramoscello del dittamo del buon cuore, che cresce qui sulla fine- stra della bambina; annaffialo di lacrime e portalo a casa tua; vedrai che non si sec- cherà più. - A. casa non ci torno; non ci posso tornare! - Perchè avresti fatto il viaggio? - gli domandò l'aquila. - Da' retta a me e parti subito. - Il Conte colse il ramoscello, si vestì e scese giù. Tutti erano già alzati e lavo- ravano. Il Conte sellò il suo cavallo, dette una borsa piena di danari al capoccia, baciò la bambina e ringraziando si al- lontanò. La famiglia lo accompagnò con sa- luti e benedizioni, ed egli si sentì sol vare il cuore. Il Conte, tornando al castello, vide spa- rire a un tratto l'allegria da tutti i volti, cessare i canti, cessar le risa, ma egli non si sgomentò per questo; voleva essere amato ad ogni costo. Egli piantò con cura il ramoscello di dittamo in un bel vaso, lo annaffiò ogni giorno, si mostrò umano e affabile con i sottoposti, dolce con la moglie, carezzevole col bambino, e da quel tempo il dittamo del buon cuore fiorì splendidamente nel castello, e il Conte diventò un signore fe- lice, meno temuto, ma molto amato.
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