;

Le Fate d'Oro

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento


All'ombra di un tiglio in fiore c'era un alveare che costituiva la ricchezza di un contadino. Quando le piccole celle del favo erano colme di miele fino in cima, le api, industriose, incominciavano a costruirne altre per deporvi il miele, che succhiavano dai fiori dei campi e dei boschi. Ma un bel giorno, invano i fiori profu- mosi del tiglio attiravano a sè le raccogli- trici di miele; invece della solita attività, regnava lo sgomento e la disperazione nel piccolo popolo di consueto così ordinato, poichè l'anima di esso, la Regina madre, era gravemente ammalata. Tutte le api, afflitte, circondavano la sovrana. Che sarebbe avvenuto di loro se ella moriva? Il piccolo popolo si sarebbe smembrato; le povere api sarebbero do- vute andare di qua e di là! Nessuna di esse pensava a riprendere le consuete occupazioni; tutte volavano inquiete, disperate, temendo che nulla po- tesse salvare l'inferma Regina. A un tratto ella, destandosi da un breve e irrequieto sonno, si alzò sul letto, e disse all'ape che le era accanto: - Paggio mio caro, vola lontano e recami il saluto di una creatura felice. Ho sognato che il saluto amichevole di un felice, anche che mi sia recato da lungi, potrà guarirmi sollecitamente; affrettati a portarmi questo desiderato saluto, e fa' che non mi giunga troppo tardi. Vola prima fra gli uomini; essi non si rifiuteranno a man- dare a una bestiolina, che è loro utile, un ricordo amichevole. Io credo che essi deb- bano essere completamente felici, poiché dominano il creato; a loro non può man- car nulla. - La Regina tacque, esausta di forze, e ricadde nel sonno precursore della morte. Il paggio fedele si aprì il varco fra le api, e volò via per appagare il deside- rio della Regina. Egli penetrò, ronzando, dalla piccola finestra aperta nella casa più vicina all'alveare, dove il padrone del favo era seduto in mezzo ai suoi numerosi bam- bini, mentre l'operosa consorte preparava il desinare in cucina. - Che aspetto felice ha quel padre! Come guarda con compiacenza i suoi ma- schietti e la sua bimba! Egli gode certo di una felicità continua, e manderà volen- tieri un saluto alla nostra povera Regina ammalata. - L'ape era di questa opinione e sus- surrò nell'orecchio dell'uomo: - Tu sei completamente felice! - Completamente felice? - rispose l'uomo a voce alta credendo che la do- manda gli fosse rivolta dalla sua bimba, la quale sedevagli sulle ginocchia. - Bim- ba, tu sei molto giovane, e non sai quali sacrifici io faccia per camparvi tutti. Spesso passo la notte senza chiuder occhio, rivol- tandomi per il letto, pensando al vostro av- venire; oppure mi affligge il tormento degli imbarazzi momentanei e dell'inverno che si avvicina. Non sono davvero felice! - concluse egli sospirando. - Felice? - esclamò la madre en- trando. - Della gente felice non ce n'è. - L'ape, tutta afflitta, voleva volare via dalla finestra, in cerca di persone felici che le dessero il desiderato saluto; ma pensò ai bimbi del contadino, che le erano parsi allegri e contenti, e sollecitamente tornò addietro. Ma in quel momento Carlo dette un urtone a Cecco, e Mariuccia si mise a piangere perché le era toccato un bocconcino solo di carne. - No, neppure i bimbi sono comple- tamente felici, - pensò l'ape. E volò via, fermandosi in un bel giar- dino, dove una mamma giovane e bella guardava con un lieto sorriso il bimbo, che le dormiva in grembo. Gli abiti della giovane madre, il giar- dino ben coltivato e la villa elegante da- vano a conoscere che la signora non era impensierita punto per isfamare la sua fa- miglia. - Sei tu completamente felice? - le domandò l'ape nell'orecchio, con la ferma convinzione di ottenere da lei una risposta affermativa. La signora balzò in piedi, come se si destasse da un dolce sogno, e guardò in- torno a sè spaventata, per vedere chi le aveva rivolta quella domanda. Non vedendo nessuno, credè di aver sognato e a voce alta disse: - Il mio caro sposo, il mio dolce bimbo mi rendono felice, ma la mia felicità non è completa. Stanotte ho creduto di perdere il mio caro piccino quando la feb- bre lo faceva delirare; e mio marito, che da più settimane è lontano da casa, non mi dà segno di vita. Che almeno non gli sia successa una disgrazia! - La signora si nascose il viso fra le mani e pianse amaramente. Anche il bimbo si mise a piangere, e l'ape, vedendo quella scena di dolore, volò via dal giardino. - Neppure quel bimbo pare comple- tamente contento; incomincio a credere che il desiderio dell'amata sovrana sia difficile a soddisfarsi. - E l'ape si diede a volare, fissando le persone che incontrava per via; ma l'espressione dei loro volti trattenevala dal rivolgere la domanda e chiedere il saluto. Una le pareva malcontenta, un'altra af- flitta, una terza pensosa. Quando scòrse una fanciulla sorridente, che gittava il grano a una bianca colomba, l'ape si fece animo e le domandò se era felice. - Sono felice, ma mi turba il cuore il desiderio ardente di un avvenire più bello e più lieto. - Un vecchio pio era così immerso nella sua preghiera che il dolce vento estivo, che penetrava dalla finestra e ne sollevava i bianchi capelli, non riusciva a toglierlo dal suo raccoglimento. - Sei tu pienamente felice? - gli domandò l'ape, aspettando alla fine una risposta affermativa. Il vecchio fece appena attenzione alla domanda, ma come se parlasse con se stesso, disse: - Quando posso parlare al mio Dio, il mio cuore è pago ed io sono veramente felice; ma appena ritorno nel vortice della vita e m'accorgo delle mie debolezze e dei miei peccati, allora desidero ardentemente di lasciare questa povera terra. - L'ape rimase pensosa. - Perchè ho perduto tanto tempo a cercare un felice fra gli uomini? - disse. - Voliamo nel bosco, fra le bestie felici e libere da ogni giogo. - E quando udì il lieto canto degli uc- celli, il mormorìo del ruscello e vide un branco di cervi saltare, soggiunse: - Ecco dove sarei dovuta venire su- bito!... Sei felice? - domandò a una lodola che era tutta intenta a dar l'imbeccata ai suoi piccini. - Felice sì, ma vivo in continui pal- piti. In questi boschi, ora che ci son le vacanze, capitano molti monelli che dànno la caccia ai nidi. Quando volo in cerca di cibo tremo tutta dalla paura che essi rie- scano a scovare il mio. Non sai che a quei monelli s'insegna anche la ginnastica e salgon sugli alberi come scoiattoli? - Sei felice? - domandò l'ape a un cervo che specchiavasi in un limpido ruscello. - Felice? - rispose il cervo sospi- rando. - Noi, abitatori del bosco, non pos- siamo essere felici, poichè ci minacciano di continuo i fucili dei cacciatori e i cani avidi di sangue. - Ma tu, tu almeno sarai felice? - disse l'ape rivolgendosi al limpido ru- scello. - No davvero, io non posso esser fe- lice poiché gli uomini m'impediscono il mio libero corso, e devo affaticarmi a muo- ver di continuo la pesante ruota del mu- lino, - rispose sospirando il ruscello. E gli alberi, che avevano udito la domanda insensata dell'ape, si diedero a scrollare il capo, poiché anch’essi trema- vano dinanzi all'ascia del boscaiolo, alla tempesta che li abbatte sulla terra svel- lendone le radici dal suolo natìo, dinanzi al fulmine che ne incendia le vette mae- stose. Due colombe, invece di rispondere, volsero lo sguardo ansioso verso un falco, che descriveva nell'aria larghi giri per piombare su di loro. L’instancabile paggio della Regina delle api volò in un giardino, pieno di bel- lissimi fiori. - Sei felice? - domandò alla rosa porporina che scorgeva altera sullo stelo. - Oggi in piena bellezza e domani appassita, brutta, morta! - rispose. - La mia vita è troppo breve per essere felice; e quante volte non è troncata violente- mente dalla mano avida dell'uomo che mi coglie e poi mi getta via! - Una margheritina, mentre appunto stava per rispondere alla domanda dell'ape, fu strappata dal dente di un canino cuc- ciolo; certi bei garofani bianchi furono divelti dalla mano inesperta di un bimbo. - Non trovo in nessun lungo la felicità completa, e non posso portare il de- siato saluto alla nostra povera Regina! - disse l'ape sconsolata. - Per tutto regna la miseria, la distruzione, il timore e il do- lore su questa terra! - Il sole era già sparito dall'orizzonte e alcune nuvolette rosee erano sparse sul cielo, quando l'ape fece ritorno all'alveare. Da più ore la Regina era immobile sul suo lettuccio, ma respirava ancora allorché l'ape lamentandosi giunse da lei. - Mi rechi quel che ti ho chiesto? - domandò al paggio. Questi scrollò mestamente la testa e stava per narrare alle compagne le vicis- situdini del viaggio, allorché si udì la voce della Regina che diceva: - Portatemi fuori, sull'erba verde; voglio morire sotto la vôlta del cielo. - Le api appagarono subito il desiderio della morente e la deposero sull'erba fre- sca, mentre in cielo comparivano a una a una le stelle che pareva la guardassero con compassione. Le api volavano, smarrite, lamentan- dosi; esse credevano che la Regina fosse già morta e dicevano: - Ma come è mai povera questa terra! Non si è trovato neppure una persona felice che abbia potuto salvare con un saluto la nostra Regina. - In quel momento scese dal cielo una stella cadente, e col suo splendore abbagliò talmente le api, che dovettero chiudere gli occhi. La morente Regina in quello stesso istante si alzò, aprì le ali e volò all’alveare abbandonato, seguìta dalle suddite meravi- gliate. - Ho avuto il saluto dall’alto! - esclamò ella. - Mi è giunto dal cielo, dove stanno i veri felici! -

10 - Il dittamo del buon cuore.

Le Fate d'Oro