Le Fate d'Oro
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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Molti, ma molti anni fa, salpò un giorno l'àncora la nave dell'ammiraglio del Reame di Bengodi. Quella nave aveva a bordo, ol- tre all'ammiraglio in persona, una comitiva di ragazzi di scuola del partito degli ari- stocratici, il vecchio maestro, quattro sa- pienti, e la vecchia bidella, la quale cumu- lava le funzioni di cuoca e di ciurma. L'ammiraglio era seduto a poppa e fa- ceva dondolare nell'acqua i lunghi tram- poli, mentre la nave veleggiava. Era felice, perchè quello era il suo divertimento pre- ferito; e i quattro sapienti, il vecchio mae- stro e la vecchia bidella erano anch'essi felici; i piccoli aristocratici, invece, si ar- rabbiavano quanto mai. Non potevano soffrire di navigare, vo- levano approdare in qualche luogo, e veder qualche cosa. La nave aveva toccato più volte diverse città del littorale, e i ragazzi erano scesi a terra; ma gli abitanti erano sempre andati dall’ammiraglio a portargli ricchi doni, pregandolo di salpare l'ancora nella notte. Così gli aristocratici erano ri- masti a terra poco o punto. Annoiati alla fine e accorgendosi che l'ammiraglio non aveva intenzione di ap- prodare, gli aristocratici combinarono una rivolta, e ponendosi sotto la direzione di Codino, che era il più piccolo di tutti, ma anche il più impertinente, formarono il di- segno di impossessarsi della nave. Un dopo pranzo, mentre l'ammiraglio, i quattro sapienti e il maestro se ne sta- vano tranquillamente a prendere il fresco in coperta, sei aristocratici, muniti ciascuno di un sacco, si avvicinarono loro pian piano, e in un momento ognuno degli aggrediti si trovò colla testa nel sacco. Gli aristocratici giunsero in soccorso dei compagni, verificarono se i sacchi erano legati solidamente intorno al collo delle vittime, legarono loro anche le mani e i piedi e li misero a sedere in fila a poppa della nave. I trampoli dell’ammiraglio sbat- tevano lungo la fiancata. Allora Codino prese un paio di forbici e fece un buco in ogni sacco affinchè i prigionieri potessero respirare. I sei infelici furono avvisati che, se si portavano bene, il giorno dopo avreb- bero avuto il mezzo di vedere con un oc- chio, perché sarebbe stato tagliato un buco nel sacco al posto di un occhio; l'altro giorno un buco per un orecchio; poi per il naso; indi per l'altro orecchio e per l'al- tro occhio. Il più vivace dei ragazzi aveva detto, allorchè furono proposti questi alleg- gerimenti di pena, che sarebbe stato me- glio di levare addirittura il sacco ai prigio- nieri; ma il resto degli aristocratici vi si oppose. Era più sicuro un nemico col cap- puccio, che senza. L'ora più brutta della giornata per i poveri prigionieri era quella del pranzo, benchè i loro guardiani dessero loro da mangiare dall'apertura del sacco, che cor- rispondeva alla bocca. Gli aristocratici si divertivano tanto ad imboccarli, che que- gl'infelici correvano rischio di morire di in- digestione. La sera davano loro dei guan- ciali per distendersi, e legavano una fune in fondo ai trampoli dell’ammiraglio; quindi lo fermavano alle sartie, e l'infelice doveva dormire a gambe all'aria. Gli aristocratici non sapevano neppur essi che cosa volevano. Dirigevano il ba- stimento a caso, verso un punto in cui supponevano ci fosse la costa, e mentre navigavano, procuravansi ogni sorta di di- vertimenti. Trovarono a bordo dei vasi di tinte e si misero a decorare la nave. Di- pinsero gli alberi di cinabro, le vele e le gomene di rosso e di azzurro, la coperta di verde chiaro spruzzato di giallo, e ogni cosa a bordo sfolgoreggiava di vivi colori. La prora della nave era dipinta a strisce verdi, gialle e cremisi, e i trampoli dell'ammiraglio erano tinti di celeste, con strisce rosse che salivano in spirale. L'o- dore di tinta era tanto forte e intollerabile, che tre dei sapienti chiesero di avere il naso tamponato per salvarsi da quell'o- dore. Chi sa mai quante altre cose strane avrebbero fatto quei capi scarichi degli ari- stocratici, se il quarto giorno che dettavano legge sulla nave non avessero scoperto la terra e una grande città sulla costa. Subito la nave rivolse la prua alla città; fu an- corata, e gli aristocratici scesero a terra. Ma prima di sbarcare rinchiusero la cuoca e dissero all'ammiraglio e ai compagni di star buoni e zitti. Gli aristocratici si misero a girare per la città, ma, benchè fosse vicino il mezzo- giorno, non incontrarono nessuno. Gli edi- fizî erano belli e grandi, le strade larghe e ben lastricate; c'erano templi, palazzi, splendide costruzioni, ma ogni porta, por- tone o cancello erano chiusi ermeticamente e non si sentiva neppure un rumore. - In che razza di paese siamo? - domandarono gli aristocratici camminando. - Siamo in un paese incantato, op- pure ogni abitante è andato via, portando seco i cani, gli uccelli e perfino le mo- sche? - Bisognerebbe andare a bordo e in- terrogare uno dei sapienti. Forse saprebbe dirci il perché di questa cosa. - Sono convinto che non ne sanno più di noi, —-disse Codino, seguitando a camminare. - Cerchiamo e troveremo. - Camminarono per un pezzo, finchè non giunsero ad un bel palazzo con tutte le porte spalancate. Rimasero un po' sorpresi, esitanti, ma finalmente, non vedendo nes- suno, entrarono. Tutto era bello e grandioso nell'interno del palazzo, e inoltrandosi sem- pre più giunsero ad un largo cortile, in fon- do al quale c'era una lunga scala coperta di ricchi tappeti. Vollero salirla per vedere che cosa ci era in cima; ma nessuno di essi s'arri- schiava a essere il primo in quel viaggio di ricognizione; perciò formarono una massa compatta. La scala era tanto larga che do- dici ragazzi potevano salirla in fila, ed i ragazzi erano tanti che occupavano tre sca- lini e sul quarto zampettavano i più piccoli. Sali, sali, già alcuni aristocratici co- minciavano a lagnarsi della stanchezza; ma il timore di restar separati dai compagni, dava loro forza di continuare. - Guardate, - disse uno della prima fila - vedete quella finestra lassù? Non siamo più vicini adesso di quando inco- minciammo a salire. - Davvero, - disse un altro. E allora Allegrone soggiunse: - Vi dirò io il perchè. Gli scalini spariscono dietro a noi e ricompariscono più su; e noi, più che si sale e più che si sta fermi. - Fermatevi! - gridarono alcuni ra- gazzi. Ma, invece, molti esclamarono: - No, no! Se lo fate, cadiamo tutti. - Così salivano sempre senza avanzare, e l'ultimo scalino dal quale gli aristocra- tici alzavano il piede, spariva per riappa- rire subito in cima alla scala. Salivano in silenzio e udivano un co- stante rumore, come se la scala girasse dol- cemente. - Sentite, - esclamò ad un tratto Allegrone - noi giriamo, giriamo. - Giriamo, giriamo! ma sopra a che cosa? - esclamarono gli altri. - Giriamo sopra la città. - Ed era vero. Subito sentirono dei ru- mori forti: un cane abbaiava, alcuni galli cantavano, e le finestre e le porte s'apri- vano con fracasso. I ragazzi tremavano e salivano sempre, senza badare alla stan- chezza. Sentirono delle voci, poi un colpo violento e la scala si fermò. - Questa scala è fatata, - urlarono Allegrone e tutti i ragazzi. Tutto era cambiato. Dal di fuori ve- niva il rumore e il vocìo di una grande città, e dentro al palazzo le porte si apri- vano, le portiere erano sollevate e la gente andava e veniva. I ragazzi si rimpiattarono in un cantuccio del cortile. Pareva che nessuno facesse attenzione a loro. A un tratto si spalancò una porta e comparvero il Re e la Regina. - Avete girato? - domandò il Re ai ragazzi spaventati. - Sì, Sire, - rispose il Caporione. - Ma ora lasciateci partire. - Non vi lascierò partire finchè non avrò fatto di voi i ragazzi più felici del mondo, perchè siete i nostri benefattori. Avete girato al disopra di noi e ci avete salvati. Dieci anni addietro questa città era piena di vita; poi fu incantata, ed ognuno fu rinchiuso in casa propria. Soltanto que- sto cortile rimase aperto, perchè qualcuno entrasse e girasse sopra di noi. Venne un branco d'orsi, curiosarono e riuscirono. Che felicità che abbiate salita la scala! E come siete venuti? - I ragazzi gli narrarono che erano giunti con un bastimento comandato da un am- miraglio, il maestro e quattro sapienti. Il Re, felice, ordinò al suo seguito di andare a bordo e condurre al palazzo tutti i com- pagni dei bambini. Il seguito ritornò, dicendo che in porto non c'erano se non le navi del Re; quella dei ragazzi non c'era. Il Re era furente, perché credeva che i ragazzi l'avessero in- gannato. I ragazzi, dal canto loro, erano atterriti. Il Rene ebbe pietà e domandò che cosa avevano. Il Caporione gli raccontò l'avventura per filo e per segno. Il Re, rammentandosi la gratitudine che doveva loro, promise di mandare un incrociatore a catturare il ba- stimento; ma intanto ordinò al suo seguito di rinchiudere gli aristocratici nelle sale più belle del palazzo. Quando l'ammiraglio e i suoi infelici compagni furono lasciati a bordo, non po- tevano più resistere imbavagliati a quel modo, e appena non sentirono più le voci degli aristocratici, l'ammiraglio vide la punta di un succhiello e udì una voce che diceva: « Non abbiate paura, la vostra ciurma è qui che viene a liberarvi. » Di lì a poco comparve la cuoca; tagliò i sacchi dei prigionieri e li spinse a par- tire subito. Il maestro di scuola non credeva ben fatto di abbandonare i suoi scolari; ma l'am- miraglio e i quattro sapienti appoggiarono l'idea della cuoca. Fu sbarcato il maestro, e la nave partì. L'incrociatore mandato incontro alla nave di Bengodi la oltrepassò la notte senza neppur vederla, e la mattina l'ammiraglio guardando con un cannocchiale l'orizzonte, esclamò: - Ora siamo salvi; ma quale scopo daremo al nostro viaggiò? - I sapienti proposero di fare un viag- gio di scoperta scientifica, e l'ammiraglio accettò. Ma nessuno sapeva quale scoperta fare. I filosofi pensavano; l'ammiraglio, se- duto a poppa, coi trampoli celesti e rossi nell'acqua, pensava; la cuoca, mentre fa- ceva il pranzo e puliva la coperta, pen- sava. Dopo diverse ore l'ammiraglio, rivol- gendosi, vide i sapienti col capo nel sacco. Gli dissero che pensavano meglio al buio. Passarono i giorni, e i sapienti col capo nel sacco, pensavano sempre; l'am- miraglio aveva sempre i trampoli nell'ac- qua, e la cuoca cucinava e pensava. Quando il bastimento non aveva il vento in poppa, essa moveva il timone a destra e a sini- stra, e così modificava il corso della nave. - Se sapessi quanti anni ha il minore di quegli aristocratici, - disse un giorno l'ammiraglio —potrei stabilire quanto dob- biamo ancora navigare prima che siano grandi. Allora andremo a prenderli per condurli a Bengodi. - La cuoca si rammentava che il minore di quei ragazzi aveva dieci anni, e l'am- miraglio fissò che dovevano navigare sette anni precisi. E così fecero. I sapienti col capo nel sacco si lambiccavano il cervello per fare una scoperta utile. Il giorno dopo gli aristocratici erano stati rinchiusi nelle stanze più belle del palazzo reale, la Regina aveva mandato loro un messo per dire che l'idea di mettere il capo nel sacco era molto divertente, e che sarebbe loro molto tenuta se volevano mandarle il modello dei sacchi. Il messag- giero aveva cesoie, carta e spilli, e i ra- dazzi tagliarono un sacco coi fori per gli occhi, il naso, la bocca e gli orecchi, e mandarono il modello alla Regina, la quale ne fece due per le sue serve, e li mise loro in capo, ridendo come una matta. Il Re vide quelle serve in anticamera e fu spaventato. Subito adunò il consiglio dei ministri. - Siamo minacciati da un gran pe- ricolo, - disse quando tutte le porte furono chiuse. - Vorreste vivere con la testa nel sacco? Per me, credo sia meglio star fermi per sempre. Il bastimento che non potem- mo catturare ritornerà carico di sacchi, e fra poco ogni testa sarà messa in un sacco. Già si vedono i segni dell'avvicinarsi di quel giorno nefasto. Benchè quei pericolosi individui che inventarono quel supplizio siano rinchiusi, due serve del mio palazzo hanno già la testa nel sacco. - Un grido d'orrore accolse le parole del Re. Fu stabilito, dopo lunga discussione, che una sentinella fosse posta in vedetta sulla torre più alta della città, per scoprire l'avvicinarsi del bastimento; nuove guardie furono collocate alle porte degli aristocra- tici, e fu ordinato che la città fosse visi- tata per vedere se si scoprissero nuovi casi d'insaccamento. Gli aristocratici incominciarono ad es- sere molto malcontenti. Benché non man- casse loro nè da bere nè da mangiare, ed avessero ogni specie di balocchi, pure erano stanchi di sentirsi prigionieri. - Vi domando che affare è questo? - disse Codino. - Io non intendo star più qui. Andiamocene. - Ma come faremo ad andarcene? - chiesero gli altri. - Vedremo se si può uscire. Qualun- que cosa è preferibile a questa prigionìa. - Dopo lunghe discussioni, stabilirono di fuggire. Le finestre non erano molto alte da terra, ma sempre troppo alte per fare un salto; e nelle stanze non vi era nulla di solido che potesse far le veci di una corda. I lenzuoli, i cortinaggi, tutto era di tela finissimo, e di tulle. Finalmente Alle- grone fece una proposta. Le stanze erano grandi e pavimentate con assi di legno pre- zioso, che ne occupavano tutta la lunghezza. Dovevano levare una di quelle assi, appog- giarne una estremità alla finestra e l'altra giù in terra. Così avrebbero potuto scivolare lungo l'asse e fuggire. Subito ogni aristocratico si diede a la- vorare, e chi col coltello, chi con un pez- zetto di ferro, tolsero i chiodi d'argento che fermavano l'asse al pavimento. - Questa è una pazzia, - disse Ca- porione - vedrai che cadremo tutti. - Non c'è pericolo, - disse Allegrone - e suggerì di ungere l'asse con l'olio del lume; quindi l'appoggiarono alla finestra. A uno per volta i ragazzi scivolarono per terra e andarono a rotolare sull'erba, ad una certa distanza. L'ultimo a scendere fu; Allegrone, che tirò a sè l'asse perchè le guardie non sapessero come fare ad inse- guirli. Era quasi buio e i ragazzi non sape- vano dove passar la notte. Essi giunsero ad un fabbricato le cui porte erano chiuse, ma non serrate a chiave, e vi entrarono. Quell'edifizio era una libreria che veniva chiusa presto la sera e aperta tardi la mat- tina. Gli aristocratici si misero comoda- mente a sedere e accesero i moccoletti che ognuno aveva in tasca. Allora discussero. Allegrone disse che il bastimento, un giorno o l'altro, sarebbe tornato a prenderli, per- chè l'ammiraglio non avrebbe avuto il co- raggio di presentarsi senza di essi ai loro rispettivi genitori. La quistione più urgente era quella di sapere come vivere mentre aspettavano la nave. Per dormire potevano star sicuri dov'erano, ma per mangiare bi- sognava guadagnarselo. Dopo lunghe discussioni, dopo una vo- tazione contrastata, fu stabilito che i ra- gazzi avrebbero fatto i portalettere per gua- dagnarsi il pane. - Ma le lettere da portare dove sono? - chiesero alcuni fra i più grandi. - Vedremo domattina, - disse Allegrone - c'è tempo prima che aprano le botteghe. - La mattina si diedero a cercare, a fru- gare, e trovarono nella libreria molte let- tere lasciate lì prima che la città fosse con- dannata all'immobilità. Ogni ragazzo ne prese alcune e andò in giro a portarle per le case. Gli abitanti le leggevano con pia- cere, perchè molte contenevano notizie im- portanti per essi; perciò davano la mancia a chi gliele portava. E ogni giorno alcuni abitanti ricevevano lettere, e ogni giorno i ragazzi avevano alcune monete. Quando il Re fu informato della fuga dei ragazzi, sapendo che non avevano da vivere, esclamò: - Tanto meglio! morranno tutti di fame e noi saremo liberati da quegli ari- stocratici! - Ma la vedetta rimaneva sempre sulla torre della città, poichà nessuno sapeva quando sarebbe giunta la nave cogli altri insaccatori. Un giorno che Caporione distribuiva le lettere, incontrò un vecchio, che rico- nobbe per il maestro di scuola. Da prima ebbe voglia di fuggire, ma quando il vec- chio lo chiamò, si abbracciarono piangendo, e la pace fu fatta. Quella notte il maestro dormì nella libreria, e le sere successive pure; il maestro sceglieva i manoscritti e i libri istruttivi, e faceva lezione agli ari- stocratici, i quali in poco tempo acquista- rono utili cognizioni. Essi salivano spesso sull'alta torre per vedere se giungeva il bastimento, avendo inteso dire che si scor- geva una nave con le vele rosse e azzurre. Ma passavano gli anni senza che vedes- sero una bandiera. Un giorno lessero sulle cantonate un bando del Re, che ordinava ai cittadini di chiudere porte e finestre e ritirarsi nelle case, perchè la città era minacciata da un nuovo incantesimo. Gli aristocratici ne era- no disperati. Come dovevano fare a vivere senza il rifugio della libreria e senza poter portare le lettere? Andarono dal Re a proporgli di salire novamente la scala finchà la città non fosse tornata alla vita. - Sapete a che cosa v'impegnate? - osservò il Rè - e se le forze non vi ba- stassero? - Risposero che lo sapevano ed erano sicuri delle loro forze. Anzi, era più facile che resistessero alla fatica di salire, perché erano assai più grandi e assai più forti della prima volta. Il Re li riconobbe e Allegrone dovette raccontargli la vita che avevano fatto dopo la fuga. Il Re si mostrò contentissimo e ac- cettò l'offerta di salire la scala. Sali, sali, la scala girava sempre. Fi- nalmente si fermò, e la città fu libera per altri dieci anni. Gli aristocratici vennero colmati di onori e di regali, in segno di gratitudine, dal Re e dal popolo e furono alloggiati sontuosamente nel palazzo, insieme col mae- stro di scuola. La libreria fu aperta ogni sera al pubblico, affinchè potesse leggere ed istruirsi. Dopo un anno giunse in porto la nave con l'ammiraglio. I sapienti si tolsero il sacco di testa; erano diventati vecchi e magri, e abbracciarono gli sco- lari che erano diventati grandi e forti. In capo a pochi giorni la nave salpò per il paese di Bengodi. I ragazzi furono accolti con gioia in quel regno, e ovunque si sparse la notizia del servizio che avevano reso al Re della città incantata.
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