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CAINO E ABELE

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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Dopo avere abbandonato Velleda nella grotta, Costanza era tornata a casa; trascinandosi dietro Alessio. Ella tremava per aver lasciato Maria sola al piano superiore della villa. Se la bambina si fosse destata e avesse cercato Velleda e lei, poteva mettersi a gridare, spaventarsi, e allora? Vieni, - diceva supplichevolmente la donna, - di che temi? Non c'è nessuno, il cuoco non può sentirti e fra poco usciremo di nuovo insieme per riportare qui la dormente, vieni, - e gli accostava la bocca alla bocca e lo cingeva con quelle braccia desiose, dalle quali Alessio non sapeva svincolarsi. Cosi, a forza di preghiere e di promesse, lo aveva trascinato in camera sua e dopo essersi assicurata che Maria dormiva, era tornata a lui assetata di carezze, sempre più accesa di brame, sempre chiedente nuovo piacere. Ella, nelle braccia di quell'uomo che la trattava come una schiava e compiacevasi di disprezzarla, dimenticava ogni cosa. A un tratto balzò in piedi e disse : - Alessio, vieni, dev'esser tardi - e presolo per mano gli fece scendere al buio le scale. Appena ebbero aperto la porta della villa, furono sferzati in faccia da un colpo di vento. Essi, nell'oscurità, si fissarono spaventati. Il mare mugolava e scrosciava sinistramente, il cielo era tutto nero; un dubbio li assali entrambi, un dubbio che impediva loro di parlare. Essi si diedero a correre lasciando aperto il cancello del giardino, a correre sulla sabbia, fra le piante, in direzione, della grotta. Più avanzavano e più il dubbio cresceva. Il mare in tre ore s'era gonfiato smisuratamente, aveva invaso la spiaggia e batteva contro le dune di alghe. Alcuni cavalloni le sormontavano pure e gli spruzzi andavano a sferzare il volto di Alessio, il volto di Costanza. Quando giunsero alla grotta fecero un balzo indietro. Il mare ne chiudeva rimboccatura e saliva fin sul monticello formato dalla volta. Costanza! - esclamò Alessio spaventato. La donna, con l'occhio penetrante scrutava il mare su cui galleggiavano le alghe ritolte alla spiaggia. Un baleno squarciò le nubi ed illuminò l'acqua. Vedi, - disse Costanza al suo compagno, - è morta! Morta! - ripetè egli atterrito. Sì, è morta, e il padrone è liberato da una vipera. Taci! Ma appena Costanza ebbe nominato il padrone, fu assalita dal timore del castigo, e togliendosi gli orecchini e il vezzo, li mise in mano ad Alessio, dicendogli: Va', fuggi, fuggi a Sciacca per la spiaggia, imbarcati e scrivi a Giovanni dove sei. Il giovane le rese con disprezzo quei gioielli. Assassina! Infame! - le disse e si diede a cor rere a traverso le sabbie. Costanza rimase a guardarlo per un po' di tempo al chiarore dei lampi, poi fuggi anch'essa per tornare alla villa. E morta! - diceva fra sé con rabbia feroce. La cena era durata fino a tardi in casa Moltedo e Roberto erasi coricato dopo la mezzanotte, ma la impazienza di dire a Velleda che aveva vinto, il desiderio di rivederla, lo fecero destare a giorno, e così il sole era appena alzato quand'egli trottava sulla via di Selinunte. Com' era felice di ringraziare Velleda, di attribuirle tutto il merito di quel fatto, di chiederle scusa dei dolori che le aveva involontariamente ci, rionali e di assicurarla che tutto l'avvenire lo avrebbe consacrato a lei! -Egli si sentiva più sicuro di sé dopo quella lotta nella quale aveva misurato le sue forze e con la mente abbracciava tutto il vasto campo che relezione recente schiudeva alla sua attività. Voleva emergere, voleva conquistare nel mondo politico un posto eminente per offrirlo a lei, alla sua cara, e la vaga speranza che ella fosse un giorno libera, che potesse farla sua, gli s'insinuò nel cuore. La partenza dovrà esser rimandata, - disse a un certo punto il Lo Carmine. - Sento che il vento soffia gagliardo. Ne avremo per tre giorni, - rispose -Roberto. Peccato! Sono impaziente di partile e la signora Velleda ha bisogno di svago. Povera signora! - dissero i due amici. - Ha tanto sofferto. La carrozza procedendo oltrepassala gruppi d'operai dello Stabilimento. Tutti si schieravano, salutando il padrone. Come sono cambiati! - diceva Roberto. Sì, - rispondeva il Varvaro, - ma quel povero Federico non mi esce mai dalla mente. Che barbari! E tacevano di nuovo, prestando orecchio al sordo brontolìo del mare, che pareva un cannoneggiamento lontano, e ai sibili del vento, che parevano gridi. Lasciatemi fare, Lo Carmine, - diceva Roberto scorgendo le rovine; - questa Selinunte, che ha dormito tanti secoli, noi la desteremo; dobbiamo frugare le viscere della terra e ci debbono restituire i tesori che tengono nascosti. La bonificheremo anche, vedrete! Ma che mare! - aggiunse alzandosi sulla carrozza. - Il " Selino " si regge male sugli ormeggi; bisognerà fargli prendere il largo. Vedo già che ci hanno pensato perché, la macchina è accesa. Oggi doveva giungere un vapore da Malta, non lo vedo. L'occhio del padrone, l'occhio sereno dell'uomo educato al lavoro, si stendeva già su quel piccolo mondo che amava. Roberto non era mai tornato più fiducioso, più contento in quella "villa che racchiudeva tutti i suoi affetti e le sue speranze. Ne la signora Velleda ne Maria si vedono, - disse quando la carrozza fece una breve sosta allo stabilimento per lasciare il Varvaro. Con questo tempo è naturale che stiano in casa, osservò il Lo Carmine. Sì, ma come mai sono chiuse le finestre della villa? disse Roberto assalito da un vago terrore. Costanza è pigra, - osservò Saverio, - e se non le apro io, non le apre nessuno. La carrozza si fermò dinanzi al cancello e tutti ne scesero. Roberto entrò in casa e non vedendo altri che il cuoco gli chiese di Costanza. Non è scesa, - rispose. È strano, - diceva Roberto salendo in fretta le scale. Su era tutto buio. Maria; udendo i passi del babbo, s'era alzata e socchiudendo la porta sporgeva la bocca per essere baciata. Sei stato eletto, babbo? Sì, cara, ma Leda? Dorme, ora la desto, come sarà contenta! E la bimba socchiuse la finestra, guardò e vedendo il letto vuoto, ritornò alla porta, chiamando: Babbo! Babbo! Roberto accorse. Vedi, Leda non c'è! - e gli mostrava il letto che serbava ancora l'impronta del corpo e i vestiti ripiegati sulla sedia. Oh Dio! - esclamò Roberto e si diede a chiamare Costanza. La donna fingeva di dormire e rispose : Mi vesto. Costanza, - disse il padrone accostandosi alla porta di lei, - dov'è la signora? Sarà scesa. Ma la sua veste, la sua biancheria sono qui! Babbo, dove sarà Leda? - domandava la bambina avviticchiandoglisi mezza nuda e tremante alle gambe. Costanza! - gridò di nuovo Roberto. La donna comparve ancora mezzo discinta. Ieri sera avete accompagnato in camera la signora? Sì, l'ho spogliata; saranno state le dieci. Che ha detto, si sentiva male? No, voleva alzarsi presto per venirle incontro; e poi ha dormito senza chiamarmi mai! Roberto scese tutto sconvolto e incontrò il Lo Carmine. Amico, accompagnatemi, non so quello che sia successo. Velleda non c'è. Velleda! Velleda! - gridava nel giardino, - ma nessuno rispondeva e il vento mozzava il grido. Il cuoco e Saverio, vedendo il padrone così agitato, si diedero anch'essi a cercare, inoltrandosi fra le rovine, frugando fra gli appj, spingendosi fino alla Casa dei Viaggiatori. .Roberto aveva spedito il Lo Carmine allo stabilimento a chiamare i guardiani affinchè cercassero nella campagna, ed egli solo correva in riva al mare, senza. cappello, come un pazzo, ripetendo il nome della sua cara. Il vento gli faceva svolazzare la barba e i vestati; l'acqua gli bagnava le gambe, gli spruzzava il volto, ma eg'li continuava a chiamare e a correre. A un tratto spalancò gli occhi, il nome che gettava al mare; al vento, alla campagna, gli spirò sulle labbra ed egli rimase con i piedi inchiodati al suolo. A pochi passi da se aveva veduto un corpo bianco, di una bianchezza di giglio, penzoloni sopra un mucchio di alghe; ogni ondata ne copriva il volto, ne baciava il seno. Roberto mandò un ruggito, percorse il breve tratto e preso fra le braccia quel corpo grondante acqua, quel corpo abbandonato, livido, gelato, si diede a correre attraverso il giardino, su per le scale" finché non lo ebbe deposto sul letto. Nessuno lo aveva veduto, nessuno lo aveva udito ed egli stringevasi a sé quelle povere membra irrigidite o cercava di rianimare quelle pallide labbra, senza riuscirvi. Allora un ruggito gli usci dal petto, un ruggito di belva e cadde in ginocchio col capo abbandonato sulla mano della sua cara, della sua morta. I guardiani erano giunti dallo stabilimento e chiamavano il padrone. Costanza, che era intenta a vestire Maria, sentiva tutto e le sue mani tremanti non riuscivano a compiere l'ufficio cui erano use, ma non si moveva. Però uno degli uomini vedendo tracce d'acqua sul marmo dell'ingresso e sulle scale, le seguì e giunse fino in camera di Roberto, il quale balzò in piedi udendo rumore. Gli altri guardiani erano entrati in camera anch'essi o guardavano il cadavere, muti, riverenti. Ditemi! Ditemi chi l'ha uccisa - urlò Roberto. Tutti si strinsero nelle spalle. Uno dei guardiani recava in mano la lettera di Franco a Velleda, che il duca poco prima gli aveva gettata dalla finestra, raccomandandogli di portarla alla villa, senza dirgli a chi, supponendo forse che ne sapesse leggere l'indirizzo, ed egli la porse al padrone. Roberto ne stracciò la busta, ma appena vi ebbe gettato gli occhi, mandò un grido, afferrò un revolver e fuggì. I guardiani lo seguirono, ma egli correva più veloce, correva come il vento e a un tratto, senza fermarsi, buttò via l'arme. I quattro uomini non erano ancor giunti allo stabilimento, che Roberto era già in camera di Franco, e scotendolo dal sonno, gli diceva con voce che non aveva più nulla d'umano: Che n'hai fatto di Velleda? Il duca taceva spaventato. Tu l'hai uccisa, confessa? No, - rispondeva Franco balzando dal letto. Roberto lo afferrò gridando: Vieni, vieni a veder la tua vittima! Assassino! Franco fece un balzo e afferrato accanto al letto un revolver, quello stesso da cui Roberto aveva tolto le cariche; pochi mesi prima, per impedirgli di morire, fece fuoco. Una palla penetrò nel cuore di Roberto. Caino! - gridò egli prima di spirare.

CAINO E ABELE