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CAINO E ABELE

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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Castelvetrano era tempestato dai manifesti bianchi, ordinati dall'Orlando e dai manifesti rossi, scritti da don Achille Moltedo. Tutta la notte gli uomini con le scale in ispalla erano stati in giro per affiggerli e li avevano appiccicati sui muri delle case, fino sopra ai primi piani, sulle porte delle botteghe chiuse e sulle chiese. E come se questo non fosse bastato, li avevano posti anche sulla sella dei cavalli legati vicino alle stalle e che avevan portato gli elettori di campagna; sui carretti stranamente dipinti di guerrieri, nei cortili interni. La città pareva mascherata e i muri sparivano sotto quelle striscio bianche e rosse, su cui spiccavano le grandi lettere nere. Sia la gente che sapeva leggere si soffermava e rideva; quella che non distingueva l'a dall'u si faceva leggere le liste da altri, oppure taceva meravigliata di tutto quello sfoggio di colori e di tutto quello spreco di carta, poiché la carta ha sempre un valore agli occhi della gente delle piccole città. Roberto giungendo a Castelvetrano la trovò già tutta rivestita delle insegne di guerra dei due partiti, e passando con la carrozza fra la folla che ingombrava le vie non vide altro che teste che s'inchinavano e sorrisi. Qua o là un partigiano più ardente gridava anche: " Evviva il nostro candidato " e a quel grido facevano eco alcune voci. Ma proprio sulla piazza, a poca distanza da casa Moltedo, vide una cosa che lo turbò. Sopra un carretto, con la testa fasciata e la gamba ferita messa ad arte in evidenza, era distesa la piccola mendicante caduta sotto la sua carrozza pochi giorni prima. La bimba faceva udire un lamento continuo e la madre, la megera dai capelli arruffati e dagli occhi irosi, ripeteva con voce roca : Un soldarello a questa infelice schiacciata dalla carrozza di don Roberto! Un soldarello! Un soldarello! Che armi elettorali! - esclamò Roberto, rivolto agli amici. Armi che non feriscono, - disse il Varvaro. Quella donna è riprovata da tutti per lucrare sulle figlie; non vedete che grida al vento? Difatto, era proprio al vento che vociava, poiché nessuno impietosivasi e i meno indifferenti susurravano passando : Non doveva mandar le figliuole per la strada a mendicare. Il treno di Palermo recò una sorpresa; un carico di fac-simile della obbligazione di Franco, e sotto, poche parole annunzianti la rovina di Roberto. Di quei foglietti fu inondato il paese, ma non fecero efletto. Il buon senso, se tace per un momento, riprende poi sempre il sopravvento e non era ammissibile che esportando tutti i giorni tanti fusti di vino che si vedevano portare alla stazione, caricando vapori, il Frangipani non avesse una piccola somma per pagare quel debito. E i foglietti diffamatori erano pittati in terra con disprezzo. Di essi erano tappezzate le vie e il vento li faceva turbinare come foglie morte. Roberto rimase tutto il giorno solo con donna Giovannina nella sala terrena della casa ospitale. Ogni tanto don Calogero, sudato; trafelato, e un altro amico andavano a portargli notizie. I clericali votano per voi, - diceva il messo, i cartelloni non hanno fatto effetto. Un gruppo di operai è venuto a deporre la scheda; vegliamo, don Roberto, non temete, - diceva un altro. Più tardi gli annunziavano che il massaro tale, il possidente tal altro erano giunti per protestare col loro voto contro lo scioglimento del Consiglio Comunale. L'ex sindaco e i consiglieri erano acclamati, il vento soffiava in favore dell'opposizione, sotto la cui bandiera si schieravano anche gl'indifferenti. Verso mezzogiorno però la sorte parve che sorridesse all'Orlando. Tutti i piccoli possidenti, gli impiegati, i negozianti mezzi falliti, all'uscire dalla messa erano andati a portare cento voti al loro difensore, e don Calogero, sgomento da quella infornata di schede contrarie, andò subito a recarne la notizia a casa Moltedo. Ma nel dopo pranzo, con tutto il loro comodo, giunsero gli elettori di Montevago e di Campobello e allora la bilancia sali dalla parte di Roberto e si mantenne sempre alta, fino alla chiusura delle urne, nonostante l'arrabattarsi degli avversarj, nonostante la lotta accanita. Tutti sapevano alle sei che il Frangipani aveva vinto e la banda municipale, vestita con l'uniforme delle guide, andò a sonare sotto le finestre dei Moltedo e il popolo accorse ad acclamare il suo eletto. Lì per lì fu improvvisata una illuminazione. Canti, urli, fischi alle case che non avevan messo fuori i lumi echeggiavano per le vie e una processione di amici vecchi e di amici dell'ultim'ora entrava nella sala ove era Roberto, gli stringeva la mano, lo felicitava, intanto che gli altri stavano con tanto d'occhi nella sala municipale, vegliando all'apertura delle schede. Soltanto verso le dieci si seppe che Roberto aveva vinto per cinquecento voti circa, e allora furono tirati razzi, accesi fuochi di bengala, gli urli raddoppiarono, la banda sonava l'inno di Garibaldi stringendo sempre più il tempo, e Roberto dovette affacciarsi. Velleda da Selinunte vide i razzi sulla collina della città e incerta ancora se essi annunziassero la vittoria o la sconfitta, entrò in camera sua. Però non era agitata, perché il pensiero del prossimo viaggio le metteva la pace nel cuore. Tutto il giorno era stata affaccendata a fare i bauli, a rinchiudere oggetti, a preparare la casa per la loro assenza e verso sera aveva mandato il bagaglio a bordo del " Selino ". Costanza e Maria l'avevano aiutata; la bimba saltava dalla gioia di partire; Costanza era felice anch'essa, per un'altra ragione. Quando Velleda s'era ritirata in camera, la donna, fingendosi premurosa, avevala seguita. Signora, vi siete affaticata troppo, oggi, non potrete dormire. Lo credo anch'io, ma mi sento bene, però; soltanto non ho punto punto sonno. Perché non prendete la medicina che vi fece riposare tanto bene la scorsa notte? - suggerì la perfida. Ho paura di abusarne. Per una volta! - ribattè Costanza. - Domani sera il mare vi cullerà e non avrete più bisogno di rimedi per dormire. Avete ragione, datemela. Costanza prese la boccetta della morfina e ne versò nel bicchierino una dose, maggiore della notte precedente. Non è troppa? - domandò Velleda. No, è la stessa quantità di ieri. La piccola signora si portò il bicchiere alle labbra; Costanza ebbe un sussulto di gioia e con una premura insolita le slacciò il vestito; le tolse le scarpe e non si allontanò se non quando la vide a letto, col capo abbandonato sui guanciali; addormentata profondamente. In casa quella notte, non era rimasto che il cuoco, e Velleda di buon'ora aveva, chiuso il cancello e sciolti i cani. Costanza prese le chiavi che la signora aveva posato sul comodino, scese scalza e attirando i mastini col leccume di un pezzo di carne, potè acchiapparli e legarli; poi con passo rapido si diresse al cancello. Alessio attendeva dall'altra parte. Ci sei? - domandò lei. Son qui, - rispose l'operaio. La chiave girò nella serratura. Entra! - disse Costanza. - La tua accusatrice dorme; sta' sicuro che non si desterà fino alle sei. Alessio entrò, ma appena vide le ombre dei palmizj che si allungavano sul viale, appena udì il fruscio del vento fra le foglie come nella notte fatale, si fermò. Vieni, devi aiutarmi, - disse la donna. Non voglio, - rispose l'altro assalito dal rimorso e dalla paura. - Questa casa mi porta disgrazia. I cani s'erano messi ad abbaiare e Alessio sfuggendo a Costanza, che lo aveva afferrato per la manica, retrocesse fino al cancello. Vieni, - gli ripetè lei impazientita. Non verrò; porta qui la mia nemica; in casa del padrone non voglio entrare. Costanza mandò una imprecazione, ma risali sola. Alessio, che era rimasto sul cancello, fu assalito da un vago timore e guardavasi intorno tremante. Se qualcuno mi vedesse! - pensava sgomento ed ebbe per un momento la tentazione di attaccarsi alla campana, di chiamare i guardiani dello stabilimento, d'impedire che si commettesse un'azione nefanda. Ma in quel momento vide Costanza comparire nel viale camminando a stento, curva sotto il peso che si era caricato sulle spalle. Era una notte scura; sopra alla villa scintillavano rare le stelle, ma verso il mare e dal lato di terra le nubi formavano un cerchio, che aveva la forma e l'aspetto della testa di un cappuccino. Da quei nuvoloni neri ogni tanto si sprigionava un lampo e allora come un fremito di luce biancheggiava dietro la cortina densa e nel punto ove s' era prodotto il lampo le nuvole acquistavano strane forme. Il tuono non si faceva udire, ma una raffica di vento; annunziante la burrasca, passava di tanto in tanto attraverso le palmette e gli alti palmizj, producendo un fruscio che somigliava allo scrosciar della pioggia. Sotto quelle raffiche il mare si agitava, mandava sordi mugolii e ogni tanto un'onda più forte delle altare infrangevasi con un colpo secco, quasi tagliente, contro la riva. Prendi, - disse Costanza abbassandosi, affinchè Alessio la liberasse dal peso di quel corpo. Il giovine lo sollevò nelle braccia poderose. Velleda era vestita di una sola camicia, sulla quale Costanza aveva gettato uno scialle. Quando Alessio sentì il contatto di quelle carni morbide, il profumo sottile che emanava da quel corpo delicato e vide quella testina riversa che a ogni passo che egli faceva inchinavasi all'indietro come la testa di un cadavere, fu preso di orrore e disse a Costanza: Riportiamola a letto, io non voglio essere il tuo complice. E troppo tardi; il cancello è chiuso, il duca ci aspetta, vieni! E fecero ancora alcuni passi in silenzio fra la sabbia coperta di piante e Alessio fermandosi di nuovo riprese : Costanza, perché vendicarci? Non sono libero forse? Vieni, - ripetè la donna a denti stretti afferrandolo per un braccio. - Sei libero, sì, ma per lei saresti in galera e io mi dannerei. Non parlarono più e quando penetrarono nel fondo della grotta Alessio depose il bei corpo bianco sulle alghe e, acceso un fiammifero, si mise a guardarlo. Franco non vi era ancora e Costanza, uscendo sulla spiaggia, non lo vide neppure al bagliore dei lampi che si facevano più fitti. Quando rientrò nella grotta sorprese il giovane in ammirazione. È bella? Ti piace? Godine, io non sarò gelosa, anzi la vendetta sarà più grande quanti più saranno gli uomini che l'avranno insozzata, la maledetta! Taci! Taci; strega, - diceva Alessio rivoltato da quel cinismo. Velleda era bella davvero col piccolo capo appoggiato sopra un mucchio di alghe e il corpo circondato dalle scure piante. La camicia sottile seguiva le curve del seno e delle anche e i piedi soltanto erano nudi. Pareva una giovinetta pudicamente coricata, una giovinetta composta e casta anche nel sonno. Eccolo! - disse Costanza udendo un rumore di passi sulla sabbia indurita dall'acqua. Alessio si alzò e usci, mentre il duca entrava. Perché così tardi? - gli domandò Costanza. Sono passati i doganieri e ho avuto paura di esser sorpreso. Hai scelto invero un luogo molto strano. Non dubitate; c'è chi veglia, - ella rispose. - Lei è là e dorme. Non v'indugiate troppo, - aggiunse con intonazione sarcastica. - Venite, - e presolo per la mano lo condusse accanto alla dormente. Ci vedi anche nelle tenebre! - osservò Franco. È l'odio che mi guida; voi non sapete odiare come me. Addio, - e uscì per andare in cerca d'Alessio. Franco, eccitato dalla lunga attesa, si gettò come un pazzo su Velleda, ma appena sentì quelle carni ghiacciate dall'aria della notte e quella bocca che non rispondeva ai suoi baci, fu preso da un vago terrore. Non così aveva sognato di possederla; non così. Se l'era figurata nelle lunghe veglie, piena di ardori, di ribellione forse; aveva vagheggiato di lottare con lei, di domarla alla fine con l'impeto della sua passione, ma mai aveva pensato di stringerla a sé inerte, insensibile. Oh! non era quello il premio dopo un così lungo delirio : non era un premio! Velleda! Velleda! - le diceva scotendola, ma ella dormiva sempre sotto l'azione del potente narcotico, dormiva così profondamente che a Franco a momenti veniva il sospetto che fosse morta, ma quel sospetto si dileguava sentendola debolmente gemere. Allora la baciava di nuovo, l'accarezzava tutta, cercava di riscaldarla al contatto della sua carne, della sua carne ardente, fremente di desiderio e di brama, e per un istante illudevasi di averla scossa dal letargo, di averle comunicato il suo fuoco, di averla fatta fremere, ma l'illusione svaniva presto lasciandolo spossato e non pago. Ma poiché tutti i tentativi per destarla riuscivano vani, Franco si alzò dal giaciglio di alghe e, fattosi sull' imboccatura della grotta, chiamò Costanza. Nessuno rispose. Intanto il vento aveva rinforzato, i lampi eransi fatti più spessi e il mare s'infrangeva con fracasso sulla spiaggia, spingendo lingue listate di spuma sulla sabbia asciutta. Franco chiamò di nuovo e credè di sentire una voce die gli rispondesse : Vengo! Egli era così turbato, così scosso da quell'ora di amore senza corrispondenza, da quelle carezze smaniose prodigate a un corpo inanimato, sentiva tanto forte il disgusto di sé, che non vedeva il momento di fuggir lontano da Velleda e dal luogo che gli ricordava la sua ignominia. Gli pareva d'essere abbietto e vile, come quei satiri che vanno a scoperchiare le tombe delle giovinette per violarle. Ah! il freddo di quel corpo, lo sentiva ancora sulla carne, lo agghiacciava ancora, mentre il sudore della angoscia gli scendeva dalla fronte. Fuggire! Non voleva altro che fuggire! Egli si diede a correre sulla spiaggia, travergando quel terreno coperto di colonne infrante e di massi biancheggianti fra l'appio e le palme, che al chiarore dei lampi parevano tombe, ora inciampando, ora rialzandosi, preso da un terrore che toglievagli il respiro. E l'impressione di quelle carni gelide, di quella bocca che non si schiudeva a nessuna carezza, a nessun grido, lo perseguitò anche nella sua camera, ove appena giunto accese molti lumi, per scacciare i fantasmi che lo perseguitavano. Quando ebbe fumata una sigaretta e si fu alquanto calmato, esclamò con un ghigno di rabbia: Sono sempre un inetto, anche nel male! Ho forse goduto? L'ho forse umiliata? No, Velleda non saprà nulla e domattina, destandosi nel suo letto, ignara di tutto, correrà a stender le braccia, a offrire la bocca desiosa di baci a Roberto! No, non lo farà, si vergognerà di farlo; questo almeno voglio - e ubbidendo a un pensiero improvviso, andò alla scrivania e tracciò sulla carta queste parole: Velleda, mentre stanotte tu credevi di dormire nel tuo letto, giacevi nella grotta in riva al mare, su un letto d'alghe. Su quel letto, come una belva mi sono gittate sul tuo corpo nudo e ti ho fatta mia. Voglio che tu lo sappia affinchè il pensiero di quest'onta tu lo senta anche nelle braccia di mio fratello, affinchè tu lo respinga inorridita. Si, sei stata mia, rammentalo sempre. Tu arrossirai ora dinanzi a me, tu non potrai più trattarmi con disprezzo, poiché tu mi appartieni; ma non è inerte, insensibile che ti voglio ancora. Ti voglio, viva, animata, fremente; ti voglio subito, poiché il mio desiderio ,si è fatto più vivo, più imperioso. A quando? Il duca non firmò la lettera, ma dopo averla chiusa in una busta e avervi fatto l'indirizzo la sigillò con l'anello di smeraldo, che portava incisa la mano che spezza il pane, con lo stemma dei Frangipani. Domattina saprà tutto, - disse, e accesa un'altra sigaretta prese a fare con cura minuziosa la sua toilette toiletteda notte.

CAINO E ABELE