CAINO E ABELE
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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L'Orlando era nel suo studio col capo chino sopra un incartamento quando gli fu annunziato il Marvuglia. - Onorevole, - disse l'agente elettorale, - le cose vanno male; il Ministro dell' Interno non conosce i nostri concittadini e chi lo ha consigliato a sciogliere il Consiglio Comunale, gli ha dato un consiglio da nemico. Perché? - domandò l'altro alzando le testa e appoggiandosi alla poltrona. Perché i partiti di opposizione si sono collegati e il parroco di San Giovanni manda i clericali alle urne. L'avvocato riflette un poco, senza scomporsi, e poi disse : Ci vuole un colpo! - e presi due fogli di carta scrisse sopra di uno: "Chi è partigiano del divorzio, voti per il Frangipani" e sull'altro: "Framassoni, il vostro voto deve mandare alla Camera Roberto Frangipani." Il Marvuglia aveva seguito con l'occhio la mano dell'avvocato mentre tracciava quei cartellini e il suo volto indicava che non capiva. Questi due cartelli, - disse l'avvocato, - li farà stampare subito a caratteri di scatola e avanti sera debbono tappezzare i muri di tutta la città. Si rammenti di farne affiggere specialmente sulla chiesa di San Giovanni e sulle case dei clericali. Domani le anime timorate dei credenti non voteranno certo per il candidato dei framassoni, ne per il fautore del divorzio. Ma i framassoni? Non ce ne sono in paese; ci sono io solo che appartengo a quella associazione; vede dunque che dai miei confratelli non può sperar voti, Stupendo! Bellissimo! - diceva l'agente elettorale mentre l'altro gongolava a quelle lodi. L'usciere, che cumulava anche le funzioni di giovane di studio, entrò in quel momento portando il biglietto del Varvaro. L'avvocato, per darsi importanza, lo fece pregar d'attendere e rimase a parlare delle elezioni. Poi fece uscire il Marvuglia e allora soltanto suonò affinchè il direttore dello stabilimento fosse introdotto. In che posso servirvi? - gli domandò con un sussiego che contrastava con quelle umili parole. Il Varvaro era per indole, alquanto taciturno e quella missione, che riescivagli incresciosa, lo rendeva più parco del solito nel discorrere. Senza accomodarsi nella poltrona che gli indicò l'avvocato, disse: Voi siete creditore di don Franco d'Astura. Sì, mi deve tremila lire perdute al giuoco. Erano mille e ottocento, ma voi per gl' interessi avete voluto che vi sottoscrivesse una obbligazione per tremila. Queste son calunnie! No, è la verità. Volete essere pagato? Ma no davvero! Io non ho fatto al duca nessuna sollecitazione. Anche se gliela aveste fatta, sarebbe stata inutile; il duca non possiede nulla e non potrà mai pagarvi. Aspetterò alla liquidazione del patrimonio. Potete aspettare. I debiti superano i crediti e ogni cosa è ipotecata. I creditori si contenteranno di prendere il venticinque per cento, perché non si trovano acquirenti e i beni andando all'asta saranno deprezzati. Volete tre mila lire subito? No; lunedì potrò prenderle, oggi le ricuso. Quel documento della rovina del Frangipani, mi giova. Il Varvaro rise. Badate che perdete ogni cosa; dopo questo rifiuto don Roberto non vi darà un soldo ed è nei suoi diritti. Ricuso. Quel documento vale cinquantamila lire. Oggi vale qualcosa, lunedì nulla. Vi saluto, onorevole. Fallita la missione bisognava consigliarsi col Moltedo prima di tornare alla villa e il Varvaro vi andò. La lotta aveva reso l'attività al vecchio garibaldino. Egli era tutto ilare. Ne hanno toccate quei due iersera, - disse; sono fuori di combattimento e non hanno più voglia di fare la propaganda per l'Orlando, che li tiene a bocca dolce con la speranza di un impiego senza compensarli delle onorate fatiche. Iersera volevano produrre il marito della signora, lo hanno alloggiato in casa del Purpura e hanno inventato la commedia della ordinanza del presidente, d'accordo con questi; che nulla può negare all' Orlando. Sperava che Roberto desse a quel degno reduce dalle patrie galere una somma per serbar la moglie, ma pare che sieno stati canzonati, perché l'altro, senza farsi più vedere in paese, è partito per Palermo; sono su tutte le furie. Che dobbiamo fare? Passate in tipografia; voi siete un buon cliente e non vi negheranno le bozze eli quello che fanno stampare gli altri per domani; ho visto il Marvuglia entrare dallo stampatore poco fa, debbono macchinar qualcosa. Andate! Dopo poco il Varvaro tornava con le due bozze dei cartelli. Paghiamoli con eguai moneta, - disse il vecchio don Achille dopo un momento di riflessione e scrisse sopra un altro pezzette di carta: Chi vuol vedere menomate le libertà del Comune e desidera che continui il regno dell' imbroglio e dell' usura, voti per l'avvocato Orlando! Giocatori, non mancate! Mi raccomando, disse, che le parole Comune, imbroglio, usura, Orlando e giocatori sieno grandissime e che i cartelli sieno rossi, di un rosso fuoco, e poi tornate da Roberto e ditegli di star sicuro, che domani trionferà ; sì, trionferà, ma domani venite tutti, perché alla formazione dei seggi bisogna vigilare e tener d'occhio le schede. Venite voi, il Lo Carmine, Roberto, anche Saverio; alla villa faranno alla meglio. - - Non dubitate, don Achille, preparateci da cena e da dormire, lo spoglio andrà in lungo. Sì, la casa è tutta a vostra disposizione; tutta, lo sapete, e domani, quando avremo vinto, l'Orlando si mangerà le mani per non avere accettato le tremila lire. Oh! quanto rideremo! - e il vecchio si fregava le mani pregustando anticipatamente tutte le soddisfazioni della vittoria. La piccola città, benché fosse giorno di lavoro, era animata; gli uomini stavano tutti a capannelli per le vie, molti impiegati erano giunti per votare dalla Sicilia e anche dal continente; molti operai erano venuti da Marsala, ed i fautori dei due partiti li circondavano e li catechizzavano. Le donne stesse si affacciavano alle finestre, fra i vasi di gerani o dai cortiletti fioriti andavano sulla porta di casa per salutare gli arrivati e scambiar discorsi. Il Varvaro, percorrendo la città in carrozza, doveva ogni momento fermarsi per salutare conoscenti che non vedeva da un pezzo, gente di cui appena si rammentava il nome e tutti gli dicevano : Ma che guerra vile, ma che orrori! Dite a don Roberto che siamo per lui! Anch'essi, gli assenti, che avevano dimenticato quasi il loro paese, nel porvi di nuovo il piede si sentivano offesi per l'arbitrio del Governo che aveva mandato a casa i loro rappresentanti, e lontani dalle pressioni burocratiche, riacquistavano l'indipendenza d'opinioni, ritornavano uomini liberi e s'inebriavano al pensiero della lotta. Il Varvaro, dunque, giungendo la sera alla villa era allegro, non ostante che la sua missione non fosse riuscita. e non rifiniva più di raccontare tutto ciò che aveva udito, ne di descrivere tutte le dimostrazioni di simpatia che si facevano a Roberto. E poteva parlare, perché Franco, di cui diffidava, non era presente. Egli, dopo la scena col fratello, s'era di nuovo buttato malato, e nessuno lo aveva più visto, se non Saverio e Costanza, che lo servivano. Velleda era raggiante di felicità e con orecchio ansioso seguiva tutti i discorsi del Varvaro, lo interrogava, lo incitava a parlare. La storiella dei cartellini la fece ridere di cuore. Da molto tempo alla villa non avevano passato una serata così gaia; tutti sentivano la felicità di quelle ore alle quali la speranza della vittoria dava un non so che di inebriante. Velleda non avvertiva più neppure la debolezza della recente malattia e serviva il thè agli amici, partecipando ai discorsi con quella grazia che dava un singolare rilievo a ogni mossa, a ogni parola. Pareva che tutti i dolori di quegli ultimi giorni fossero lontani e cancellati dall'ala del tempo. Ogni tanto- interrompeva i discorsi elettorali per parlare del viaggio. Domani, quando voi sarete lì come aguzzini a sorprendere e sventare ogni tentativo di marachella, io farò i bauli e preparerò le provviste, e domani l'altro leveremo l'àncora. Oh! che felicità fare un viaggio in mare, approdare dove si vuole, non ubbidire a nessuna volontà che non sia quella del tempo! Compiango il direttore, che non può accompagnarci, e vedo brillare negli occhi del Lo Carmine il desiderio di partecipare alla spedizione. Venite, amico, - gli disse Roberto, - venite, meritate davvero questo svago dopo tante fatiche. E così fu stabilito che il Lo Carmine sarebbe stato del viaggio. Quando gli amici furono partiti, Roberto chiese a Velleda che la mattina dopo non si alzasse per tempo, poiché non voleva sottoporla a tante fatiche. Egli sarebbe partito presto, per l'ultima volta, solo. Dunque nell'inverno mi condurrà a Roma? - domandò lei. Sì; anch'io sono in parte del suo parere; i sacrifizj che c'imponiamo per il mondo sono inutili, non inutili però quelli che facciamo per la nostra coscienza, la separazione sarebbe un sacrifizio troppo grande che io non potrei sopportare. Si figuri come vivrei agitato cosi lontano! ... No, non dobbiamo dividerci mai, mai! Velleda piangeva di gioia e già faceva disegni per la loro esistenza. Avrebbero preso un quartiere in piazza di Spaglia, la piazza del sole e dei fiori; Roberto sarebbe andato alla Camera, lei avrebbe condotto Maria a vedere i monumenti, e la sera, nella tranquillità del loro salotto, avrebbero parlato della loro duplice vita; una tutta di aride discussioni, di lotte; un'altra tutta d'arte e d'impressioni grandiose. Vedrà come mi farò brutta per non far mormorare la gente, per non scandalizzare la duchessa d'Astura! Somiglierò ad una di quelle studentesse russe con i capelli tagliati; mi metterò anche gli occhiali, sì, gli occhiali! - e rideva con abbandono, con tanta spontaneità come se avesse avuto quindici anni. Velleda volle un bacio in fronte, uno solo. Dopo, quando mi sarò trasformata, non vorrà più darmene: sarò tanto brutta! - e con una mossa infantile protese la fronte. Era così carina, così ingenuamente provocante, che Roberto l'attrasse a sé e la baciò sugli occhi, fremente di passione, ma lei gli sfuggì e di sulla porta gl'invio con le dita un bacio. Ma appena in camera, quella gaiezza, che era un'altra forma della malattia nervosa, svanì, il passaggio da una stanza molto illuminata; in un'altra quasi buia, produce spesso questo effetto nei nevrotici, e la camera era appunto rischiarata debolmente da una sola candela. Da quella oscurità Velleda credè di veder risorgere, come da una tomba scoperchiata a un tratto, tutto il lungo corteo dei suoi dolori; ansie e delusioni di giovane sposa; strazi di donna offesa; angoscio e disperazione di madre; umiliazioni, vergogne, e dinanzi a questa orrenda processione di fantasmi vedeva camminare il marito, con la faccia cinica, floscia, le vesti sdrucite, spoglio di tutte le falsità che la cura di piacere e d'ingannare inette sui volti- ignobili, sui corpi corrotti, e che il carcere, la miseria e la morte fanno sparire. E allora ella fu presa da un'altra forma d'eccitamento nervoso, che avevala assalita già quando aveva detto addio alla gloria e al mondo. Le parve che la sua anima, la sua carne, tutto l'essere suo fosse macchiato dal contatto morale, dal contatto fisico di quel forzato, che anch'olla dovesse arrossire, abbassar gli occhi dinanzi a tutti; e l'illusione era così grande che sentiva anche lei una stretta al collo del piede, la pressione di un anello, come se avesse trascinato, se trascinasse la catena. Oh! io impazzisco! - esclamò balzando in piedi dalla poltrona su cui erasi seduta e accendendo quante candele potè trovare. La luce parve la calmasse e, svestitasi lentamente, si coricò dopo avere spento i lumi. Ma, appena al buio, ecco di nuovo l'incubo a tormentarla. Questa volta prendeva la figura di Franco, di colui che l'aveva perseguitata, che sentiva la perseguitava ancora, che doveva aver fatto liberare il marito dal carcere, per infliggerle quell'onta. E se lo vedeva accanto con le braccia protese, ne sentiva l'alito infuocato e la pressione bramosa delle mani sulle carni nude. Le pareva addirittura di morire. Cercò i fiammiferi sul comodino senza trovarli, tastò per sentire se v'era la bottiglia della morfina e non riuscì a trovarla e allora urlò: Costanza! Costanza! Il grido fu udito subito dalla donna, che vegliava ancora, ebra dei baci d'Alessio. Ella comparve in camera col lume e ne accese altri. La morfina! la morfina! - diceva Velleda cui il professor Angelini aveva prescritto quel rimedio, raccomandandole di non abusarne. Costanza le versò la medicina in un bicchierino ed ella guardò la dose e quindi la bevve. Ora dormirò fino a domattina, - disse. - Andate pure a riposare. Costanza uscì, ma poco dopo ritornava scalza. Velleda dormiva già di un sonno profondo. Vedendo l'effetto prodotto da quel rimedio, che non aveva odore e che aveva l'apparenza dell'acqua sorgiva, Costanza sorrise malignamente, e nel suo cervello, in cui non aveva posto altro che un pensiero di vendetta, concretò l'infernale disegno che andava architettando da tanto tempo. Ella vegliò tutta la notte Velleda; la toccava, le tirava via le coperte, le faceva cambiar posizione, le metteva altri guanciali sotto il capo, come se volesse esperimentare la profondità del sonno; la dormente mugolava a pena, ma non apriva gli occhi, non faceva nessun movimento, dormiva sempre. E Costanza, con l'orologio alla mano, osservò che quel sonno aveva durato sei ore. È quel che ci vuole, - disse fra sé, mentre con premura domandava alla signora se si sentiva meglio. Molto meglio, ma stanca, stanchissima, - rispose, non ho forza di alzare un braccio. Ma quando Costanza le ebbe detto che il padrone non era ancora partito, riunì le forze e vestitasi in fretta, scese a recargli in giardino il suo augurio. Torni eletto, - gli disse. La carrozza si allontanò e Franco dalla finestra del suo stanzino da bagno la vide sparire sulla via maestra. Nessuno parlavagli mai, meno che Costanza, eppure da quella finestra e dalle altre che guardavano sul viale, aveva tanto veduto e udito, che avrebbe potuto far la storia degli avvenimenti di quegli ultimi giorni. Nulla eragli sfuggito, neppure l'arrivo dell'ex forzato, di cui aveva ottenuto la liberazione mercé donna Paola, dipingendole Velleda, la sirena, con tinte fosche, e supplicandola di far sì che il marito la strappasse da quel luogo, ove esercitava una funesta influenza. E quel giorno, come ogni volta quando vedeva che una delle sue perfidie, susurrate all'orecchio di un perverso o dette in confidenza a Costanza, producevano l'effetto voluto, sussultava di gioia credendosi anch'egli una forza. In quella solitudine, disprezzato da tutti, da tutti sospettato, Franco inasprivasi ogni giorno di più. Dal tristo che invidiava tutti, odiava tutti e si compiaceva nel commettere il male, all'indifferente disoccupato che non calcolava la portata delle azioni; dal don Franco di Selinunte al duca d'Astura di Roma, correva un gran divario. Finché la vita gli aveva sorriso, la ricchezza e la posizione gli avevano appianato la via, era rimasto un uomo relativamente onesto; ora che tutto gli mancava, ridiveniva tale quale lo avevano fatto la natura e l'educazione: uno sciagurato. Era ancora appoggiato alla finestra dietro le persiane, pregustando il piacere che avrebbe provato il giorno dopo nel veder Roberto tornare battuto dalle mene elettorali alle quali sentiva di aver fornito tanto contributo, quando si sentì battere familiarmente sulla spalla. Si voltò a un tratto e vide Costanza dinanzi a sé. Don Franco, la volete stasera la fiorentina? - gli disse brutalmente. Che dici? Stasera, dove? - domandò il duca sentendosi ribollire il sangue a quella notizia. Sì, stasera alle undici, nella grotta sul mare, dopo la villa. Costanza, come farai a indurla ... ? La donna abbassò gli occhi e alzò il mento con una mossa che significava: "Lasciate fare a me!. Ma dimmi ... ? Non saprete nulla; trovatevi là alle undici. Non è perché voi mi facciate compassione, che ve la metto nelle braccia, no. Rammentatevi che è per vendicarmi di lei. Queste sottigliezze importavano ben poco al duca; gli bastava che Costanza mantenesse la promessa, che alla fine, dopo tanti mesi di acre desiderio, egli potesse farla sua, procurarsi l'appagamento di quel desiderio e la soddisfazione di umiliarla. La conosceva bene, aveva su di lei concentrato tutta la sua osservazione in quegli ultimi tempi e sapeva che Velleda si sarebbe sentita così macchiata dai baci di lui, da ricusare la sua bocca a quelli di Roberto. Così li avrò divisi e dopo tornerà a me; poche donne sanno negare l'amore a chi glielo ha rubato una volta; Velleda sarà mia, mia! Impazziva davvero, ora che il sogno stava per avverarsi, che la brama stava per essere appagata. Sarà mia, mia! - ripeteva socchiudendo gli occhi.
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