CAINO E ABELE
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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La folla, parlando animatamente, usciva dalla sala del tribunale nella via; mentre Alessio, entrato nell'aula in mezzo ai carabinieri, ne usciva libero non per l'orazione pronunziata dall'avvocato Orlando in sua difesa, ma per la convinzione della innocenza dell'imputato; espressa da Roberto con parole calde che avevano persuaso i giudici. Alessio aveva capito quello che doveva al suo antico padrone e incontratesi con lui nel corridoio che metteva nell'aula, si era fermato salutandolo. Padrone, vi ringrazio, voi mi avete liberato, aveva detto guardandolo. - Vi ringrazio perché mi avete creduto. Quelle parole avevano rianimato Roberto. Un pervertito, un ribelle; piegava la naturale fierezza dell'animo per dire un grazie eloquente a chi un tempo lo aveva cacciato e ora lo liberava da una pena infamante, ubbidendo all'impulso della coscienza. Come gli scendevamo dolci sul cuore ulcerato quelle poche parole! Alessio, - disse Roberto commosso, - tu sei senza lavoro ed è difficile che tu ne trovi; che vuoi fare? Se voi non potete riprendermi, padrone, io voglio emigrare. Non posso riammetterti, - rispose Roberto pensando a Velleda, - ma da me puoi accettare i mezzi per espatriare, sei abile e mi rimborserai; è un imprestilo, non un dono. Accetto, padrone! - esclamò con un lampo di riconoscenza negli occhi. - La vostra giustizia mi ha riconciliato con me stesso; io diverrò un operaio onesto e saprò guadagnarmi la vita. Roberto lo condusse nella stanza dei testimoni, vuota in quel momento, e gli pose in mano un biglietto da mille lire. Parti oggi stesso, - gli disse, - e non far sapere a nessuno che hai danari. Vi ubbidirò e fra qualche anno mi rivedrete bencambiato. Non dissero altro separandosi. Roberto nel recarsi a casa Molicelo non incontrò nessun amico e percorse da solo il breve tratto di via pensando con rammarico alla pace perduta e a tutti quei colpi che gli erano portati da una mano occulta. E la sua, niente si perdeva in quel dedalo d'intrighi, di raggiri ciie terminavano tragicamente. Anche il fatto d'Alessio non era un mistero come tutti gli altri? Quella scala di corda trovata alla finestra della villa, non nascondeva l'orse l'intenzione di un delitto? Cupo ed affranto sali le scale della casa Moltedo e giunto in sala si lasciò cadere su una poltrona. Attorno al vecchio don Achille erano adunati i soliti amici. Don Roberto, - gli disse il vecchio; - debbo rivelarvi un'altra infamia. Sono pronto a tutto, parlate, - rispose. Ebbene, non sapete che si attribuisce a scopo elettorale la vostra bella deposizione in favore di Alessio? Iddio vede le mie intenzioni! - esclamò Roberto colpito da quella ingiustizia e rifugiandosi nella fede in un essere soprannaturale, che si riaffaccia alla mente anche dei poco credenti, come ricordo giovanile non mai interamente cancellato, nei momenti solenni. Anche i vostri amici le vedono e vi stimano, disse il vecchio Moltedo, commosso dallo scoraggiamento di quell'uomo forte. Non vi trattenete, don Roberto, - gli disse Calogero all'orecchio. - Dopo quello che è avvenuto noli. dovete farvi sorprendere per via dalla notte. Avete ragione, - rispose; - ma sono armato e sono armati anche il cocchiere e Saverio. Non voglio lasciarmi uccidere come un cane o sequestrare. Vi accompagno, - disse il dottore, - e prendo il fucile, così tirerò alle starne domattina. Roberto si alzò lentamente, come se anche qusi movimento gli costasse fatica e salì nella carrozza. I cavalli, che s'erano a lungo riposati, partirono di un trotto vivace squassando le sonagliere. Roberto non parlava e don Calogero teneva bene in mostra le canne del fucile, temendo un agguato. La carrozza uscì dal paese e percorse alcuni chilometri al trotto. Per via non incontravasi anima viva: soltanto là dove incominciavano i campi di fichi d'India, Calogero, che spiava a destra e a sinistra,scorse due uomini a cavallo, uno avanti all'altro, e al disopra della spalla del primo vide luccicare la canna del fucile. Sferza, gnore, - disse al cocchiere. I cavalli ripresero il trotto e in breve la carrozza passò accanto a un proprietario del paese; che salutò rispettosamente. Dietro a lui cavalcava un massaro avvolto nel mantello, armato anch'egli come il padrone. Intanto la sera calava rapidamente e i cavalli avvicinandosi alla stalla mantenevano la vivace andatura. - A un tratto sulla via sbucarono da un cespuglio due bambine scalze: una piccolissima con i capelli biondi bruciati dal sole e la veste a brandelli; la maggiore cor una sottana nera con la quale si nascondeva le spalle e la testa, lasciando scoperti gli occhi nerissimi. Esse, come facevano ogni volta che passava una carrozza, si misero a correre accanto alle ruote, chiedendo un soldarello con una intonazione monotona. Roberto le vedeva sempre con dolore elemosinare; erano le sole mendicanti di quei dintorni e la madre era da tutti disprezzata, perché mandava le sue bimbe sulla pubblica via a chiedere la carità. Le piccine continuavano a correre ripetendo l'insistente domanda e Roberto frugava in un piccolo portamonete per gettar loro un soldo, quando il cavallo di sinistra fece uno scarto e la maggiore delle bimbe cadde sotto le ruote. Il cocchiere fermò prontamente, Roberto e il dottore balzaron giù, ma la bimba era ferita alla testa e a una gamba e strillava come una disperata; l'altra. che era illesa, le faceva coro e la campagna deserta echeggiava dei loro gridi. Mentre il dottore adagiava la bambina sui guancialj della carrozza, una donna comparve con gli occhi fuori della testa, i capelli scarmigliati, lacera, orribile, e con i gesti e con una vociacela stridula si mise anch'essa a urlare cor'tro Roberto, contro il cocchiere, ripetendo: Me l'avete uccisa, la figlia mia, assassini! Il cocchiere vedendo il padrone accigliato si difese : Hanno tirato un sasso nella gamba del cavallo: vedete, è ferito, non è colpa mia. Infatti Roberto si chinò e vide che la gamba del cavallo sanguinava. È troppo! - esclamò, e cavato di tasca il revolver corse nella direziono indicatagli dal cocchiere, penetrando sotto le volte delle carrubbe, frugando fra le piante spinose dei fichi d'India; se avesse scoperto qualcuno nascosto in quel luogo, lo avrebbe freddato. Ma il nemico invisibile si era certo allontanato prima e Roberto ritornò livido verso la carrozza con il revolver revolverin pugno. La donna si era alquanto calmata sentendo dire dal dottore che le ferite non erano gravi e che il signore l'avrebbe generosamente compensata della sventura involontaria. La bimba però piangeva sempre e riprese a urlare quando il dottore e Saverio la sollevarono dai guanciali per portarla nella misera capanna ove abitava. Don Calogero lavò le ferite, Roberto mise in mano alla madre tutto ciò che aveva in tasca e promise di tornare, e dopo una mezz'ora; quando già la notte era sopraggiunta, la carrozza riprese la via di Selinunte. Velleda, che era alzata e aspettava Roberto, s'accorse nel Vederlo che doveva essere accaduto qualcosa di sinistro. Che c'è? - domandò ansiosa. Nulla, sono molto stanco della politica e mi pento di essermi posto in questo ginepraio; - e fingendo che dalle mene elettorali gli venissero mille noie, incominciò a parlare affrettatamente di richieste che aveva già avute per impieghi por protezioni; esagerando i piccoli incidenti della giornata per celare i veri. Franco, che era presente all'arrivo del fratello, capi che l'elezione s'imbrogliava, e dai fatti avvenuti allo stabilimento dedusse che l'agente elettorale avesse lavorato coscienziosamente. Don Calogero, il Varvaro e il Lo Carmine diffidavano del duca e in presenza sua non parlarono di nulla, anche per non affliiggere Velleda: ma a sera tarda i tre uomini riuniti nella Casa dei Viaggiatori si comunicarono brevemente i loro timori e rimasero perplessi dell'audacia di chi combatteva una elezione con armi così sleali. Don Calogero, specialmente, che era stato testimone del fatto recente, scrollava mestamente il capo e diceva: Vedremo di peggio! Nella stessa ora in cui i tre amici erano riuniti nella casetta solitària, battuta dal bei mai: e africano, Alessio e Giovanni percorrevano con passo affrettato la larga via maestra digradante da Castelvetrano a Selinunte. Poco prima Giovanni, che aveva cercato invano Alessio all'uscita del tribunale, avevate incontrato in una osteria dove soleva bazzicare avanti di essere arrestato. Alessio, - gli aveva detto, - c'è chi ti vuoi vedere. Capisco di chi parli; - aveva risposto l'altro. Io non voglio vederla quella strega; senza di lei non sarei stato tre mesi in carcere; mi porta sventura. Alessio, rammentati che quella povera donna non si è mai scordata di te quand'eri rinchiuso. Quello che ti mandavo io, era lei che me lo dava. Glielo posso restituire, ma non mi parlare di lei; io parto domattina e cambio vita e quando tornerò non mi riconoscerete più. Vieni, ti aspetta nella grotta; ella dice che se domattina non ti vede; viene a ricercarti anche in capo al mondo. No, ho promesso al padrone di cambiar vita e se ritornassi da Costanza riprenderei i legami di prima; lasciami partire. Se tu sapessi per quale scopo il padrone ha affamato la tua innocenza, non avresti tanti scrupoli. Per quale? - domandò Alessio. Fra otto giorni o poco più ci sono le elezioni; egli vuoi esser deputato e siccome molti operai gli negano il voto, ha cercato di riconquistarli con questo atto di clemenza. Commedie, ormai, ma io non ci credo più; ho aperto gli ocelli e allo stabilimento non ci torno e di quel pane non ne voglio più mangiare. E che fai ora? - domandò Alessio. L'agente elettorale dell'on. Orlando poi m'impiegherà a Roma, me l'ha promesso. Sono usciti altri insieme con te? No, agli altri ha perdonato, ma essi gli hanno fatto capire che guardasse a quel che faceva. In qua! maniera? Gli hanno freddato Federigo. Che viltà, quel povero vecchio! E chi è stato? Mistero! E lo hanno ucciso a due passi da lui e oggi, qui su questa strada, gli hanno tirato una sassata a un cavallo. Ma dunque lo stabilimento è divenuto un inferno? Un inferno, - ripetè Giovanni. - Nessuno accetta più il pranzo e quella fiorentina è stata smascherata; ha il marito a Nisida. Alessio, senza accorrersene, aveva seguito il compagno per un buon tratto di via, ascoltando attentamente tutte le notizie che gli narrava. Gli pareva di tornare dall'altro mondo, tanto quegli avvenimenti gli suonavano nuovi e strani. Ma le parole di Giovanni avevano fatto effetto su di lui, perché non pensava più al padrone con quella entusiastica riconoscenza di poco prima; egli non gli appariva più sommamente giusto, e sommamente buono; se era vero che voleva disfarsi di quasi tutti gli operai e sostituire le macchine alle braccia, rovinando tutta una contrada; se era vero, come diceva Giovanni, che voleva riunire nelle sue mani tutto il commercio vinicolo del circondario e anche di altri paesi vicini. Ma chi ti ha detto tutte queste fandonie? - domandò a un certo punto Alessio dubbioso. Ma che fandonie, sono stampate! Per la gente ignorante una pagina stampata è sempre vangelo, e Alessio non seppe più fare objezioni e crede tutto ciò che piacque all'altro di dargli ad intendere. Costanza sa di più; sa tutto quello clia avviene in casa; cose orribili, - diceva l'altro incuriosendolo sempre più per farlo camminare, per impedirgli di pentirsi e di tornare indietro. Quando scorsero il lumicino della casuccia della bambina calpestata dai cavalli di Roberto, Giovanni gli narrò il fatto per ridestare nel compagno l'odio contro il padrone; contro il ricco che va in carrozza. E questo è l'uomo al quale tu eri tanto riconoscente; - soggiunse. - Oh! non inerita altro che male! Aleuto camminava in silenzio e là dove incominciano le sabbie e gli appj, invece di andare in linea retta verso le rovine dei tempii e poi girare l'acropoli e proseguire verso la grotta, costeggiando il mare, descrisse una curva e giunto ali' altezza della grotta si avviò verso quella, seguito da Giovanni. Questi gongolava pensando alla ricompensa promessagli da Costanza se gli faceva trovare Alessio in quel luogo al far del giorno. Quando furono giunti, Giovanni disse: Aspettami, io vado a dare il segnale a Costanza; se non tornassi vuol dire che ho dovuto schivare i doganieri, - e con passo spedito si allontanò. Alessio, rimasto solo in quella cavità buia dove il mare mandava ogni tanto degli sprazzi di schiuma, si pentì di essersi lasciato indurre a rivedere quella Costanza; la donna fatale, la cattiva stella della sua vita. Era tanto felice poco prima e guardava con fiducia l'avvenire, libero dai legami del passaio; perché era stato tanto debole da riannodarli? In quel mentre udì echeggiare nell'aria silente della notte il canto del gufo e capì che quello era il segnale; capì che avrebbe avuto tempo di fuggire prima che Costanza giungesse e, a tastoni, seguendo un fil di luce che penetrava nella grotta, stava per uscirne quando lo colpì il suono di alcune voci in distanza che non potevano essere se non le voci dei doganieri. Egli corse di nuovo nel fondo dell'antro, nascondendosi sotto un mucchio di alghe secche e di lì non osò muoversi, perché sapeva per esperienza che i doganieri non giungevano mai fino alla punta di Granitala e retrocedevano prima, abbreviando la perlustrazione; e per questo sarebbero ripassati fra poco. Difatto non era trascorsa una mezz'ora che i doganieri ripassarono. Li lasciò allontanare e poi usci, sperando di poter fuggire; ma aveva appena volto uno sguardo furtivo sulla spiaggia, già illuminata dalla luce grigia di un'alba nebbiosa, allorché vide una figura nera correre fra gli appj e le palmette; in direzione della grotta. È una fatalità! - esclamò; e attese Costanza rassegnato. Un momento dopo le braccia della donna gli cingevano il collo e le labbra di lei si attaccavano alle sue. Che vuoi, strega, sbrigati, parla! - diceva egli respingendola debolmente, vinto da quell'amore immenso che Costanza trasfondeva nei suoi baci. Ella non parlava, non voleva parlare, non poteva. Ma quando ebbe alquanto sfogata la sua furia d'amore, gli disse: Che farai ora. Alessio? Parto; - rispose egli risoluto. - Vado in America. Tu parti? - domandò spaventata. Sì; il padrone mi ha dato i mezzi; il padrone è stato buono per me; qui non posso rimanere. Tu non devi partire; Alessio. Il padrone è buono; ma ha a fianco una vipera. Tutto il male viene da lei ed ella lo rovina. Giovanni ti avrà raccontato che è stata lei che lo ha aizzato contro gli operai, ieri devono aver letto al tribunale la sua deposizione; per lei sei stato tre mesi in carcere, per lei saresti andato in galera. Alessio; occorre vendicarsi. Io non voglio macchiarmi di sangue, - rispose lui. Ma che sangue! - esclamò Costanza con una risata infernale. - Io non voglio che muoia, voglio che il padrone la respinga; che ella soffra mille torture; capisci; voglio darla nelle braccia del duca. E sia! - disse Alessio. Va bene; rimani nascosto nella masseria di don Michele e aspetta i miei ordini. Dopo partirai.
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