CAINO E ABELE
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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Velleda nella giornata aveva avuto un altro accesso di febbre violentissima e Roberto aveva creduto di perderla. Ma il professore Angelini, il quale aveva capito che la malattia era di carattere nervoso, aveva cambiato metodo di cura, sospese le iniezioni di chinino e amministrato rimedi atti a calmare i nervi. L'amicizia che aveva per Roberto, lo aveva indotto a rimanere a Selinunte per un giorno o due; così don Calogero; un po'indispettito. aveva potuto tornare a Castelvetrano. Capitato in farmacia vi trovò il Sarno tutto gongolante. Caro dottore, - gli disse questi, - il vostro candidato è già battuto. - Perché? Ora non pensa altro che alla sua cara malata e noi lavoriamo. La politica e l'amore sono due cose che si escludono. Non credo, - rispose il dottore, - e poi, che c'entra l'amore con la malattia della signora Velleda? Capisco, siete medico e non potete parlare; ma avrete assistito a scene di disperazione, a pianti e a singhiozzi ... . Intanto era entrato l'Orlando, tutto ilare e sorridente asciugandosi il sudore. Dio mio! - diceva, - non c'è mai un momento di pace. Giovedì va la causa d'Alessio e fra le elezioni, una cosa e l'altra, non si respira. Giovedì? - domandò il medico. - Ma la signora Velleda è gravemente ammalata e non potrà comparire come testimone. Meglio, - rispose l'avvocato; - le sarà risparmiata la noia di venire al tribunale. Non abbiamo la sua deposizione? Io, per conto del mio cliente, rinunzio volentieri a udirla di nuovo. Con un certificato di malattia si rimedia a tutto. L'Orlando, dopo essersi fatto dare un'acqua di soda; uscì e il medico rimase a far preparare alcune medicine per la malata. Dalla porta aperta della farmacia egli vedeva, tornare a frotte gli operai e afferrava in parte i loro discordi. Morirà! - dicevano essi, - così la moglie del forzato non farà più la commedia. Oggi, meno che quel vigliacco del vecchio Federigo; nessuno ha mangiato il pranzo; e così sarà sempre; noli. vogliamo più elemosine da quella sgualdrina, - dicevano alcuni passando. Perché non facciamo sciopero? - proponeva Giovanni. - Uno sciopero, in questa stagione, rovinerebbe il Frangipani. Sciopero no, - rispondeva un altro, - ci roviniamo; noi lavoriamo poco; e poi, se vorrà il voto, dovrà venire a patti e farci un regalo. Non bisogna far nulla per nuIla. Sentito! - diceva il Sarno a don Calogero. Questi sono gli elettori più fidi del vostro don Roberto; che fedeltà! L'altro, che era di sangue caldo, s'infiammò. La medicina fu dimenticata e fra i due nacque una vivace discussione che forse sarebbe Inuta male se il Bonaiuto, giungendo; non avesse mosso la pace fra i contendenti. E inutile riscaldarsi; ci sono ancora quattordici giorni all'elezione, e da qui ad allora possono nascere tante cose! Ieri questi operai erano per il Frangipani; oggi per un dispetto gli si sono voltati contro: domani potrebbero di nuovo proclamarlo il migliore fra i padroni; sono banderuola, che si volgono secondo il vento. Don Roberto è ricco e ali' ultimo potrebbe averli dalla sua; forse i loro discorsi sono un' astuzia per ispremergli denaro. Conosco don Roberto, - rispose il Sarno, - non darà loro un soldo. Allora non sarà eletto, - sentenziò il Bonaiuto. Di questi discorsi, tenuti fra due elettori dell'Orlando e anche delle parole sorprese in bocca agli operai, fece tesoro don Calogero; e la sera, dopo aver visitato i malati, andò a consigliarsi con lo zio. Ti aspettavo, - gli disse don Achille turbato, anch' io so molte cose che Roberto non deve ignorare. Ritorna subito a Selinunte. Intanto che attaccheranno il bagher, ti dirò tutto. Sai, è venuto un agente elettorale da Roma per l'Orlando, - susurrò il vecchio a bassa voce; - indovina chi è? Non saprei. Quel malanno del Marvuglia, che è impiegato al Ministero dell'Interno. Finge d'esser venuto in licenza a passar l'autunno qui, ma è mandato, lo so. E da chi io sapete? Da Rosalia, che è amica di Lucia la serva del Purpura. Stamani è giunto e subito è andato da don Ciccio, ove è rimasto a pranzo insieme con l'Orlando; il Sarno; il Torres e il Bonaiuto; tutta la combriccola, e hanno bevuto e fatto brindisi al candidato loro. Lucia, che era tutta disperata che Franco non le desse più le belle mance; perché non si fa più vivo, ora è contenta di questo Marvuglia, perché da lui spera. Gli ha sentito dire, mostrando un portafoglio pieno: " Con questi argomenti si vince sempre! " Roberto bisogna che spenda, - aggiunse il vecchio. - Tu gli devi rappresentare la necessità, ormai che è in ballo, di trionfare. Ma voi lo conoscete, egli si ribellerà. Purtroppo. Certi caratteri come quello non sono fatti per la vita politica. Se ci avessi pensato prima. non mi sarei tanto rallegrato di averlo a nostro rappresentante. Il cavallo era già attaccato e il cocchiere schioccava la frusta per chiamare il dottore. Questi scese tutto rannuvolato per la difficoltà della missione che doveva compiere, e, percorrendo di notte quella via monotona, le parole degli operai tornavano a sonargli dolorosamente all'orecchio e non sapeva come riferirle a Roberto. Allorché don Calogero giunse alla villa, il pranzo era terminato e il professore Angelini passeggiava nel viale dei palmiti insieme con Franco, fumando il sigaro. Parlavano di Roma e di alcuni medici che entrambi conoscevano. Don Calogero li salutò e poi corse in cerca di Roberto; il quale era in conferenza col Lo Carmine, nella sala superiore. Come sta la malata? - domandò. Molto meglio: la febbre declina; il dolore alla testa ha ceduto: ella dorme tranquilla. Lanciamola riposare, - disse il dottore, - e parliamo dei nostri affari; dell'elezione. Don Roberto, preparatevi a sentirne delle brutte; i vostri operai vi si rivolteranno se non comprerete i loro voti. Non potete creder l'effetto che hanno prodotto le parole dell'Orlando che tutti hanno lette. Comprare i loro voti, io! - esclamò Roberto. Diventar lo schiavo di trecento padroni, il servo di trecento operai, che non si stancherebbero, dopo la prima volta, di chiedere ancora! Amico, non mi conoscete. Io non abbandono il campo, perché, quando mi sono messo in una impresa, anche disastrosa, vado fino in fondo, ma mendicare i voti degli operai, no. Allora non sarete eletto e la tirannìa dell'Orlando si aggraverá su noi per altri cinque anni. Pazienza, - rispose Roberto. - Se questa tirannìa. vi pesa, collegatevi con altri cui questo giogo riesce grave ed eleggetemi. Non siete di questo parere, Lo Carmine? Io non supponevo mai tanta perfidia nell'avversario, rispose lo scienziato, - se l'avessi supposto non vi avrei dato quel fatale consiglio. Perché fatale? - domandò Roberto. - Che sapete d'altro, parlate! La ribellione serpeggia fra i vostri operai; le parole dell'Orlando non hanno fatto tutto quel male che dice don Calogero. Sabato essi erano già stati subordinati, sabato hanno dichiarato che non avrebbero più accettato il pranzo delle cucine economiche. Io non sapevo questo fatto. Assicuratevi, don Roberto, che è vero. Fra di essi vi è qualche malvagio, istigato forse dal di fuori. Sorvegliate e ve ne accorgerete. Credete, è ben triste, - diceva Roberto, rivolto agli amici, - di non sapere da qual parte vi vengono i colpi che ricevete. Di qua, di là, mi trovo bersagliato e non veggo il nemico. Ma chi mi ha scatenato contro tutta questa inimicizia? Don Calogero e lo scienziato tacquero; ma un nome era corso alle loro labbra e con uno sguardo si comunicarono il loro pensiero, in quel punto il professore Angelini salì insieme con Maria, e il Lo Carmine prese commiato. Roberto accompagnò a letto la piccina e quindi seguì i due medici nella camera dell'inferma. Questa dormiva ancora, ma al rumore dei passi aprì gli occhi e, riconosciuto nella penembra Roberto, gli sorrise. Mi sento meglio, - disse, - ma ho tanto sofferto. Mi dica, come è andata radunanza elettorale? Benone. Mi farà leggere il suo discorso, l'avrà fatto stampare? Non ancora; non ho pensato a nulla; lei stava così male, che io non poteva rivolgere la mente ad altro. Lo so, mio buon signore, - rispose Velleda ma ora bisogna riprendere la lotta, fare stampare a migliala e migliaia di copie il discorso, girare, darsi moto, accaparrare voti oltre quelli già sicuri. Se sapesse quanto mi affliggevo di essere così malata, perché capivo che la distraevo dal suo scopo! I due medici erano rimasti a parlare sotto la porta, mentre Yelleda e Roberto si comunicavano a voce bassa i loro pensieri. Come le voglio bene! - disse egli, coprendo con la mano quella di lei, che era abbandonata sulla rovescia. E io ... . - rispose Yelleda, avvolgendolo in uno sguardo d'amore. Non la faccia parlar tanto, - ordinò l'Angelini; accostandosi al letto. - Si rammenti che la febbre potrebbe tornare gagliarda se si eccitasse. Ma non è fuori di pericolo? - domandò Roberto. Sì, ansi il miglioramento continua e fra pochi giorni sarà rimessa, ma bisogna evitarle eccitamenti e commozioni; i nervi sono sempre scossi. Il professore tornò presso don Calogero per indicargli la cura da seguire; Roberto rimase presso l'inferma. Velleda, povera amica, so tutto, - le disse, - mi e divenuta doppiamente cara da che sono informato di quanto ha sofferto per me. Sì, ho sofferto tanto, ma ora non possono impormi più nessuna tortura, poiché hanno detto tutto, tutto. Ma basta, - disse il professore, - la signora ha bisogno di calma e di silenzio! Velleda sollevò la testa ricciuta dai guanciali e, rivolta all'Angelini, disse: Crede, signor professore, che nel silenzio io sia più calma? Non è vero, anzi, quando tutto tace d'intorno a me, la mia fantasia lavora febbrilmente. Ora la crisi morale, che ha determinato il mio male; è superata, non corro più nessun pericolo. Non ostante questa assicurazione, Roberto tacque pensando che ella ignorava ancora il peggio: l'allusione velenosa contenuta nel discorso dell'Orlando, il voltafaccia degli operai e le perfidie che forse si ordivano in quel momento in casa Purpura. E, nel pensare a tutto questo; il volto di Roberto si rannuvolò e una ruga profonda gli solcò la fronte. Fino a ora tarda i due medici e Roberto rimasero in camera di Velleda; don Calogero avrebbe voluto vegliarla fino a giorno e Roberto non si sarebbe allontanato da quella camera per proteggere il sonno della sua cara, ma ella non lo permise. Mi sento bene, - disse, - e dormirò profondamente. Andate a riposare e grazie, grazie di tutto. Nel dir questo, stese ai due medici la mano per stringere anche quella di Roberto. Questi accompagnò i suoi ospiti nelle camere destinato loro, ma non si coricò. Egli rimase tutta la notti' in sala a pensare a quel che avrebbe fatto il giorno seguente e ogni tanto andava a origliare alla porta di Yelleda. Ma nel pensare a quello che doveva fare, per togliere fin da principio ogni speranza negli operai sul lucro che potevano ricavare dal loro voto, egli si affannava a cercare chi poteva avere scatenato contro di lui e contro Yelleda tanto odio, tanto livore; chi poteva avere svisato le sue oneste intenzioni, chi era la vipera che si teneva celata e all' improvviso lanciava contro di loro il suo veleno. Ma per quanto cercasse non trovava nessuno su cui appoggiare i suoi sospetti; e quella incertezza, quel buio pesto nel quale si sentiva avvolto, lo sgomentavano. Se lo avesse conosciuto quel nemico vigliacco, sarebbe stato più calmo; ma così come poteva difendersi? Roberto passò angosciosamente la notte e sul far del giorno s'addormentò in un seggiolone, in sala, e dormì un paio d'ore di un sonno pesante; avrebbe dormito anche più lungamente se non avesse sentito due manine che gli cingevano il collo e una bocca che si posava sulla sua. Babbo, stamane sono io che ti vengo a destare con un bacio, - disse Maria. Come, sei già alzata? Si, sono stata anche da Leda, che sta benino; vieni, vieni a vederla. Roberto seguì l'invito della bambina e tutti i pensieri angosciosi, che gli erano ritornati a un tratto alla mente nel destarsi; svanirono vedendo la sua cara seduta sul letto, pallida ancora, ma col viso composto e il dolce suo sorriso sulle tenui labbra. Sono guarita - esclamò ella. - Oggi starò ancora a letto; ma domani, Maria, voglio alzarmi e poi riprenderemo le nostre dolci consuetudini. Piccina mia, ti ho tanto trascurata in questi giorni! - e se l'attirava a sé e la baciava. Roberto; nel vederle così abbracciate; stese le mani per avvolgerle tutte e due in un amplesso, ma le lanciò ricadere sulle spalle di Maria. Perché, perché non poteva realizzare il sogno di dare una madre alla sua piccina e alla sua cara una famiglia? Nessuno avrebbe osato insultare Velleda se portava il suo nome; egli avrebbe avuto il diritto di difenderla; mentre ora doveva lasciarla coprire di fango, senza raccogliere l'insulto. Che orribile situazione! - Scenda a far colazione, - dissegli Velleda vedendolo pensoso; - Maria deve aver fame. Egli scese di fatto e poco dopo, raccomandando alla. piccina di non parlar troppo e di non far rumore, se voleva stare presso la malata, andò allo stabilimento. I pennacchi di fumo s'inalzavano dai diversi edifizi, un vapore era ormeggiato poco distante dalla banchina; ma nessuna barca si accostava a quello recandogli il carico, nessun rumore di martelli partiva dalle officine. I carri erano allineati senza essere attaccati, le botti piene di catene non erano rotolate, perché non si udiva quel cigolìo del ferro che batte contro il ferro. Roberto capì che il lavoro era sospeso, che il nembo si addensava. bisognava esser calmi e lottare. Egli entrò nel piazzale dal lato di terra e si fermò sotto la vòlta. Crii operai erano tutti lì, col breve mantello sulle spalle e il cappuccio sulla testa, com'eran giunti, e parlavano fra di loro a voce bassa; quando lo videro, tacquero. Roberto fece alcuni passi e giunto nel centro volge in'rorno uno sguardo e disse con voce sonora: Che vuoi dire che non lavorate? Giovanni, il solito caporione, volse uno sguardo ai compagni, come se chiedesse loro il permesso e vedendo cenni d'incoraggiamento, disse: Padrone, prima di riprendere il lavoro, vogliamo una promessa. Gli occhi di Roberto lampeggiarono, ma si dominò. Avrai voluto dire desideriamo? - domandò. No; - rispose l'operaio facendo due passi avanti per essere più vicino a Roberto, - ho detto vogliamo; e così intendevo dire. Quelle promesse tu me le hai chieste anche ieri, replicò Roberto, - e io te le ho negate, perché non vaglio mi si detti legge. Oggi sono della stessa opinione. Ebbene, padrone, voi non avrete i notri voti. Chi ve li ha chiesti? - rispose Roberto gettando uno sguardo altero intorno a sé. - Siete venuti ad offrirmeli. È vero, ma non si fa nulla per nulla. Voi volete essere deputato e noi vogliamo assicurato il pane, i nostri voti valgono qualcosa; non vogliamo regalarli. Roberto si sentiva accecare dalla collera, da una di bielle, collere tremende che raramente scoppiavano, ma erano violente come i temporali dopo un lungo periodo di tempo sereno. Egli fremeva in tutta la persona e la voce stessa era divenuta aspra e stridula. Offriteli al migliore acquirente, vendeteli altrove ma non qui; - rispose alteramente. Sta bene, - rispose Giovanni. - Compagni, avete udito? li padrone rifiuta il nostro appoggio. Noi gli diamo tre giorni di tempo per riflettere; poi, se non cede, peggio per lui. Roberto avrebbe voluto mandarli via subito tutti; ma si dominò per il timore che si dicesse che egli aveva cacciato i suoi operai perché non volevano eleggerlo. Andate al lavoro; oggi avete perduto tre ore in conciliaboli: vi saranno trattenute sulla settimana. Anche questo. - esclamò Giovanna digrignando i denti e volgendo sui compagni uno sguardo significante. Andate a lavorare! - ordinò Roberto cui nulla sfuggiva. Il vecchio Federigo; che era rimasto in disparte insieme con pochi compagni; scrollando mestamente la testa canuta, si accostò a Roberto e gli disse: Padrone, io sono un ignorante, non so ne leggere. ne scrivere e non posso votare, ma se potessi vi eleggerei re, perché siete giusto e buono. Pecora! Vile! - gridarono i caporioni degli insubordinati; e dalla massa, che stava loro dietro, partirono fischi prolungati. Federigo si era avviato verso il magazzino in cui era solito lavorare, i suoi compagni erano andati chi di qua chi di là; Giovanni era ancora in atteggiamento di sfida dinanzi al padrone. Al lavoro! - gridò .Roberto. Noi non lavoreremo, - risposero diversi. Non lavoreremo; se non ci rimettete le tre ore di lavoro; è una prepotenza! In quel momento giunse la carrozza alla porta dello stabilimento e ne scese il Varvaro; il quale; vedendo gli operai assembrati; corse a fianco di Roberto. Al lavoro! - gridò Roberto, - Se non mi ubbidite, chiudo lo stabilimento e lo riapro con operai forestieri. Alcuni, intimoriti da quella minaccia, borbottarono, ma a testa china si diressero verso i magazzini o lo officine. Quell'esempio fu seguito da altri; Giovanni e i suoi amici accompagnarono con fischi quelli che si allontanavano e rimasero nel centro del piazzale. Roberto e il Varvaro scambiarono poche parole e quest'ultimo, volgendosi a Giovanni, gli disse: Da un pezzo il padrone ed io siamo malcontenti di te. Lascia subito lo stabilimento. Ah! mi cacciate come un ladro! - esclamò. No, come un insubordinato. I cattivi elementi vanno eliminati. Passa dalla cassa e ti sarà data la settimana. Compagni! - urlò, - se non siete vili, seguitemi. Nessuno si mosse, ed egli traversò solo il piazzale, bestemmiando; si fermò un momento allo sportellino del cassiere e uscì; gli altri ritornarono al lavoro. Narratemi l'esito della vostra gita, - domandò Roberto al Varvaro, quando furono soli. Ieri l'altro sera, appena giunto, andai alla TrinaCria In redazione non v'era che un cronista, il quale non sapeva nulla di nulla e m'invitò a tornare la mattina dopo, quando il direttore soleva essere in ufficio; all'ora stabilita lo incontrai infatti e mi ricevè con molta cortesia e, quando gli esposi il perché della mia visita, si mostrò meravigliato e, facendomi rileggere l'articolo, voleva persuedermi che era pieno di lodi per la signora. Altro che lodi i - esclamò Roberto. Io non lo lasciai continuare e gli domandai quanto aveva avuto dall' Orlando per inserirlo. Si turbò e volle negare, ma io che m'ero accorto di aver colpito giusto con la mia supposizione, gli asserii che lo sapevo e che era inutile facesse misteri, che, se non mi rivelava tutto, lo avrei costretto a battersi alla pistola. Non credete che mi arrischiassi; mi ero accorto di aver a che fare con un vile. Infatti, rivelò che il Bonaiuto, l'antico corrispondente, non era l'autore dell'articolo; ma il Sarno. quel velenoso farmacista, e che le correzioni erano di pugno dell'Orlando, il quale aveva fatto ottenere un sussidio mensile alla Trinacria per il tempo delle elezioni, ed era perciò padrone lui. Che mi rimaneva a fare? Smentire l'articolo era peggio, e così sono tornate per consigliarmi con voi. E il mistero perdura! - esclamò Roberto. - Ma chi può aver fornito quei dati all'Orlando? Chi? Il Varvaro involontariamente alzò gli occhi alle finestre di Franco e stette per tradirai. Rifletteremo, - disse Roberto; - ora occorre invigilare gli operai: il licenziamento di Giovanni avrà uno strascico, - e con passo sollecito entrò nei magazzini. Nessuno lavorava, meno il vecchio Federigo; che portava una piccola bigoncia piena di vino sulla spalla destra e andava a versarla in una botte più piccola di quella da cui lo aveva tolto. Gli altri stavano a gruppi. ciarlando e; quando lo vedevano passare, gli gridavano : Pecora! Vile! Perché lo insultate? - domandò Roberto. - Seguitene l'esempio; egli non sciupa il tempo che è danaro per me, e guadagna coscienziosamente la giornata Andate a lavorare. A quella voce, cui erano soliti ubbidire, i facinorosi si dispersero e incominciarono anch'essi a andare in su e in giù per il lungo magazzino oscuro, nel quale a sciami ronzavano le mosche e le vespe attratte dalle forti esalazioni del vino. Roberto si era fermato dinanzi a una botte che gli pareva gemesse da un lato; così volgeva le spalle agli operai che passavano senza far rumore, poiché sul terreno di quelle specie di gallerie. fiancheggiate da una doppia e talvolta triplice fila di botti, era sparga una sabbia sottile. A un tratto, mentre Roberto stava così curvo, udì in fondo al magazzino un grido seguito da un tonfo. Ebbe un sinistro presentimento e corse verso il punto dal quale era partito il grido; verso quel punto correvano pure tutti gli operai. Quando ebbe fatto un centinaio di passio si fermò. In terra giaceva il vecchio Federigo con la bocca spalancata, vuota di denti, gli occhi vitrei, con quel viso buono, solcato di rughe, che parevano scavate dalle fatiche e dalle lagrime, con i capelli canuti, più bianchi della camicia che lasciava scoperto un collo tutto solchi, come la corteccia di un vecchio castagno. Gli è preso un colpo! È caduto! - dicevano gli operai. Roberto non credeva a tutto questo; era convinto che si trattasse di un assassinio, di uno di quei colpi dati a un infelice, scelto come vittima, e che sono un avvertimento e una minaccia per altri. Difatti, allorché più braccia si protesero per rialzare il vecchio, Roberto, avendo orrore che fra quelli che fingevano pietà si trovasse l'assassino, ordinò : Fermatevi! - e tremante e commosso passò le braccia sotto le ascelle del vecchio e lo sollevò, cercando con l'occhio la ferita. È stato assassinato! - urlò, vedendo dal lato sinistro della schiena, all'altezza del cuore, una macchia di sangue; e sperando che Federigo vivesse ancora lo alzò da terra e lo portò sul piazzale. Ai guardiani, che erano accorsi, ordinò di chiudere le porte dello stabilimento, di frugare a uno a uno tutti gli operai, di scoprire l'assassino; al Varvaro disse di chiamare i medici dalla villa e intanto accostava l'orecchio al cuore di Federigo; ma quel cuore non batteva più, non poteva più battere. Un sottilissimo stile lo aveva perforato da parte a parte, in un momento. Il professore Angelini disse questo appena ebbe esaminata la ferita. Gli operai furono allineati sul piazzale, dinanzi al cadavere. Tutti si lasciarono frugare, stesero le mani all'esame del medico e di Roberto, ma nessuno le aveva macchiate di sangue, nessuno aveva acido - o l'arme tremenda; che non fu trovata in alcun luogo. L'assassino l'aveva gettata in uno dei pozzi del vino. Dinanzi al cadavere di quel vecchio, barbaramente ucciso senza rancore, senza la truce attenuante della vendetta, di quel vecchio pio, onesto e fedele, che Roberto aveva ammesso per il primo nello stabilimento; perde la calma; perde il dominio di sè e urlo : Assassini, perché non avete ucciso me, perché non osate uccidermi? Che cosa vi ha fatto il vecchio Federigo? Nulla! Noi non siamo assassini, - dissero alcuni operai. Si; tutti assassini e vili, se non vendicate il compagno morto, indicando chi lo uccise. Un silenzio profondo regnava sul piazzale. Dunque? - domandò Roberto, facendosi pallidissimo dalla rabbia. - Dunque? Se denunziassimo un compagno, saremmo spie! dissero alcuni. - Non siamo sbirri noi! Roberto incontrava ovunque l'omertà, quella lega del silenzio, quel mistero impenetrabile che avvolge ogni atto vergognoso; infame; ovunque s'imbatteva nell'indifferenza apparente, contro la quale doveva infrangersi la sua potente volontà. Che cosa poteva fare, egli solo col Varvaro e quattro guardiani, contro trecento uomini? Tenerli sequestrati fino all'arrivo dei carabinieri? Questa idea gli balenò nella niente; ma la respinse. Si sarebbero ammutinati, avrebbero dato fuoco agli alcools, sarebbe stata la rovina. E intanto il cadavere di quel povero vecchio; con gli occhi spalancati, pareva che chiedesse a Roberto di esser vendicato. L'orologio dello stabilimento suonò mezzogiorno e gli operai ruppero le file, andarono in cerca dei loro mantelli e uscirono salutando il padrone, il quale non osò trattenerli. Signor Frangipane - disse il professor Angelini, che aveva assistito a quella scena, - la vostra vita non è lieta; ne la vostra missione facile. Non è stato sempre così; - rispose Roberto. Da qualche tempo tutto misi scatena contro; ci deve essere qua dentro qualcuno che mi odia, - e, chinatesi sul cadavere del vecchio, le cui labbra avevano tante volte invocata su di lui la benedizione del ciclo, i cui occhi lo avevano per tanti anni fissato con riconoscenza; li chiuse e ordinò che il cadavere fosse composto sul letto di un guardiano. Poco dopo il professore partiva insieme con don Calogero, il quale doveva far la denunzia alla giustizia. Il professore, prima di salire in carrozza, disse a Roberto: Se le è cara la vita della signora, le nasconda questo fatto e l'allontani di qui. Ha un temperamento nevrastenico e queste scosse potrebbero esserle fatali. Mentre il medico oculato faceva questa raccomandazione a Roberto, Costanza entrava in camera della signora, urlando: Hanno assassinato Federigo! Hanno assassinato Federigo! Velleda a quel grido era balzata dal letto, s'era gettata addosso, una veste e scendeva barcollando le scale. Roberto, che era accorso alla villa per raccomandare a tutti il silenzio su quel fatto, la raccolse fra le broccia mentre stava per cadere e la riportò in camera. È troppo! - gridò Velleda avvitichiandoglisi al collo.
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