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CAINO E ABELE

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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Nessuno si era occupato di Franco in quel giorno, ma egli non sentiva più l'agitazione nervosa, ne la rabbia sorda di quei giorni precedenti. Una lettera, giunta con la posta della mattina e avidamente letta, gli aveva reso la forza e lo aveva fatto esultare di gioia. La lettera era della marchesa Salvati, di quella dolce e innamorata signora, che aveva subito appagato il desiderio del duca, sperando d'intenerirlo con la sua compiacenza. Difatti ella gli scriveva : L'onorevole sottosegretario per l'Interno esce ora di qui con la speranza di avermi conquistata. Gli ho fatto intravedere un avvenire lieto ed egli è al settimo cielo. Io, peraltro, sono davvero beata, perché mi ha promesso tutto quello che volevo. Domani partirà da Roma un siciliano, abile agente elettorale, che in pochi giorni strapperà a uno a uno i voti a suo fratello con argomenti molto persuasivi. Intanto io sogno il viaggio in Sicilia e mi preparo ad effettuarlo. Il primo di novembre voglio dare un addio a Roma per più mesi, voglio venire in Sicilia per rivivere. Sarà, spero, una vera resurrezione, perché sono ridotta una larva; ma da ieri mi pare di star meglio, perché la mia povera vita ha avuto uno scopo, perché la speranza di guarire si è fatta prepotente in me. Non vivo più nell'attesa che le ore trascorrano avvicinandomi all'ultima; vivo invece col desiderio che passino veloci, riavvicinandomi a quel primo giorno di novembre, che deve segnare il principio di una nuova esistenza. Ora non parlo d'altro che della partenza e della Sicilia. Sono già stata nei magazzini a fare acquisti, ho scelto già i libri da portar meco, e guardando quella roba che deve accompagnarmi pregusto la felicità dell'arrivo. E tutta questa gioia nuova mi viene da lei, Franco! Oh! quanto è dolce un raggio di speranza dopo tanta disperazione e come penetra benefico nel cuore. Lavinia ride della mia trasformazione, e io rido insieme con lei. Giacché è stato così buono, Franco, mi preceda a Palermo, scelga un quartiere per me, piccolo, ma ridente. Vorrei vederla al momento dello sbarco, vorrei che ella mi desse il primo saluto sulla terra siciliana. Sono felice! Felice perché spero d'infondere anche a lei questa grande letizia, questa gioia di vivere che non avevo mai provata. Mi scriva presto e mi dica se l'agente elettorale fa il suo dovere, altrimenti lo faremo richiamare; mi pare in questo momento d'essere onnipotente, tanto sono sicura della cieca ubbidienza dell'elegante sottosegretario. Poveretto, se sapesse! La marchesa continuava per più pagine a descrivere la vita che avrebbero condotta a Palermo, vita di touristes senza obblighi di società; senza la tirannia delle visita; libera; lieta, occupata; ma onesta seconda parte non era quella che aveva miracolosamente reso la calma e la salute a Franco; era la prima con quella promessa formale. Ballerà dalla rabbia quell'ambizioso! - diceva fra se. - Se sapesse che tutta questa guerra gliela faccio io, rimarrebbe meravigliato. Ma non lo saprà mai, mai! Franco s'era vestito e aveva risposto subito alla marchesa, chiedendole un altro favore: la grazia del Crespi, ma non aveva osato andare alla villa. Costanza non si fece viva, ma Franco non se ne accorse neppure e fece buona accoglienza alla colazione che gli servì Saverio; però il cameriere di Roberto era uomo di poche parole e non si dette la pena di annunciargli la malattia della signora, così Franco la ignorava e fu sorpreso di vedere che la carrozza partiva di nuovo, portando il Varvaro, e ritornava dopo circa tre ore col medico, il quale non si fermava allo stabilimento, ma proseguiva per la villa. Se non avesse veduto don Calogero, Franco sarebbe sceso di camera e uscito di casa, perché gli era venuta a noia la solitudine assoluta; ma premevagli troppo di far sapere a Castelvetrano che era ammalato ancora e per questo rimase in camera a leggere la biografia di Velleda, compiacendosi di averla quasi dettata in tutta quella parte che riferivasi alla vita di lei, e a ripensare alla lettera della marchesa. Sul tardi, vide entrare Costanza in camera sua. Per chi è venuto il medico? - le domandò. Per lei: ho paura che la morte ve la porti via prima ... . Che dici, Costanza! - esclamò il duca balzando in piedi. Ripeto quello che ha detto don Calogero. Il male è gravissimo. Ma da quando è ammalata? - Da stamani. S'è alzata presto per prendere il caffè insieme col padrone; aveva una faccia livida da far paura, ma non diceva nulla. Appena è arrivala la posta ha preso le lettere; le ha lette e dopo ha incominciato a battere i denti, a tremare e nulla serviva a riscaldarla. Ora è rossa che fa paura e si lagna di un gran dolore alla testa. Che fa Roberto? Pare un'anima persa; ha già mandato un uomo in città per telegrafare a Palermo a un professore e gli si vedo in faccia che darebbe la vita sua per salvare quella di lei. Come le vuoi bene! - esclamò fissando Franco e compiacendosi di attizzare la gelosia del duca. Povera signora! - disse Franco. Povera, dite! Non è felice anche adesso e gli spasimi del padrone non sono un sollievo per lei? Se mi ammalassi io, chi mi curerebbe, chi starebbe accanto al mio letto a darmi coraggio? - aggiunse Costanza pensando ad Alessio. - Non la compatite; già non potete compatirla, perché così avete voluto; come non la compatisco io. Vorrei, vedete, vorrei che quello che soffre oggi lo potesse soffrire per l'eternità. Sei implacabile, Costanza! Lo so io quello che sono. Intanto dovrò farle nottata, servirla; io che vorrei raddoppiare le sue sofferenze e negarle un bicchier d'acqua, anche se me lo chiedesse per l'amore di Dio! Faceva paura Costanza mentre parlava con le labbra protese, gli occhi lampeggianti e la bava agli angoli della bocca. Franco si sgomentò, vedendola così implacabile nel suo odio. L'annunzio di quella fiera malattia di Velleda lo aveva scosso e già gli s'insinuava nell'animo il rimorso dì averla cagionata. Se morisse! - pensava preso da uno strano sgomento. - Se morisse! Egli non pensò più alla sua simulata malattia e uscì, lasciando Costanza sola, senza dirle una parola. Alla villa trovò il buon Lo Carmine in giardino intento a raccontare a Maria una lunga e meravigliosa storia sulla rivalità fra una colonia di formiche rosse e una di formiche nere, suggeritagli da una processione degli insetti sulla ghiaia del viale. Parlava d'insidie. di gelosie, di complotta come se davvero le formiche gli avessero fatto le loro confidenze, ripensando forse alla orribile trama tesa dai nemici di Roberto, che considerava come nemici proprj. Maria si divertiva, tanto che non pensava più a Velleda, per la quale aveva molto pianto, e quando vide lo zio, non lo salutò neppure. Franco, per non turbare il corso della narrazione, entrò in casa, ma il Lo Carmine, che lo aveva seguito con l'occhio, lo raggiunse in fondo alle scale e balbettando più del solito, gli disse: Non salga! Perché? - domandò Franco con voce tranquilla, benché avesse indovinato il motivo di quella proibizione. Non salga! - ripetè l'altro in tono imperioso. Il medico non vuole; - aggiunse frenandosi. Ma gli occhietti neri dello scienziato avevano balenato in così strana maniera, che il duca non osò chiedergli altro, e per sottrarsi a quello sguardo che conteneva un'accusa franca e spieiata, entrò nella biblioteca, che era dall'altro lato dell' ingresso e diedesi a sfogliare un libro. Ma il suo pensiero non era capace di seguire le parole stampate; il suo pensiero rifaceva a rovescio la storia degli strazj imposti a Velleda e gli parevano nulla in confronto a quelli cui ella avevalo condannato. Non credendo alla purezza dell'amore di lei per Roberto, egli si era torturato, è vero, nottate intere, pensando che essi potevano amarsi liberamente, e in quegli ultimi giorni di completa solitudine, relegato volontariamente in quella camera; aveva più che mai sofferto, più che mai accumulato odio contro di lei, invidia contro il fratello. Separarli o almeno renderli tanto infelici da impedir loro di trovare nell'amore la gioia, era il suo scopo, ma alla probabilità di uccidere Velleda dal dolore, non aveva mai, mai pensato. E ora che da parole ambigue, da sguardi, dall'accorrere affrettato del medico nella camera di Roberto dov'era la piccola farmacia, dallo scendere e dal salire di Saverio e di Costanza, che era tornata alla villa, capiva che pericolo v' era; egli, egli che aveva giorno per giorno, ora per ora preparato l'agonia di quell'anima, tremava e sudava freddo. Se Velleda fosse morta, come avrebbe egli potuto rivedere Roberto? Allora un intenerimento lo vinse; uno di quegli intenerimenti che assalgono le persone deboli, trascinate al male da un bisogno prepotente di godimento, le quali invece di procurarselo sono immerse in un oceano di guai. Avrebbe voluto penetrare in camera di Velleda, come era penetrato in camera di donna Paola prima di partire da Roma. E siccome in lui i desiderj, se non appagati, gli davano lo spasimo, passeggiava come una belva rinchiusa in una gabbia, in quella vasta biblioteca, e parevagli di essere in prigione. Così rimase fino all'ora di desinare. Roberto non scese; mandò a dire da Saverio al Lo Carmine che pranzassero pure, egli non poteva lasciare la malata. Fu un pranzo molto triste. Il piccolo ed ingegnoso scienziato cercò di tener allegra Maria, raccontandole storie di antichi miti, che si compievano nei grandi templi di Selinunte, di feste splendide, ma la bambina pareva che non gli prestasse orecchio, e quei posti vuoti, quella profonda tristezza che leggeva sul volto dell'amico, quella rabbia sorda che Franco manifestava nei gesti e nelle parole brevi e stizzose, la rendevano distratta e ansiosa. Di fatto, allorché vide entrare Costanza per condurla a letto, si alzò prontamente, e data la fronte a baciare al Lo Carmine e allo zio, salì in fretta le scale. Sul pianerottolo vi era Roberto ad attenderle. La signora Leda ha bisogno di cure, il medico non può lasciar la camera di lei, tu non potresti dormire in quella stanza; dormirai insieme con Costanza nella camera dei forestiera ove sono due letti; va', amore, e che Iddio ti faccia la grazia di serbarti la tua seconda madre! Roberto era tanto commosso, che non si curava di nascondere il suo dolore neppure alla bambina, la quale gli si gettò al collo e gli disse: Babbo, ti senti male? No, cara, va' a dormire e riposa tranquillamente ; domattina verrò a svegliarti con un bacio. Quella promessa calmò Maria; ella non aveva più avuto quel bacio al momento di aprir gli occhi da quando Velleda era in casa. Costanza, nello spogliarla; le ripeteva: Maria, quella non è tua madre, sono piuttosto io tua madre, perché ti ho dato il latte. Quella voleva prendere il posto della mamma tua; ma, vedi, il Signore non l'ha permesso; la fa morire. Taci! - urlò la bambina vedendo dipinta sul volto di Costanza una rabbia feroce. - Tu non sei mia madre; non potresti essere; sei cattiva! - e respingendola terminò da sé di spogliarsi ed entrò nel letto, nascondendo la testa sotto le lenzuola, per non vederla. Roberto era tornato in camera di Velleda con la disperazione nel cuore, con l'impazienza dipinta sul volto vedendola peggiorare. Il professore, da Palermo, non poteva arrivare che alle undici della mattina ed egli si pentiva di noi aver telegrafato che prendesse un treno straordinario per anticipare l'arrivo di dodici ore almeno. Velleda, con gli occhi spalancati, sussultante, tremante; accesa in viso, capiva tutto e leggeva le ansie sulla fronte di Roberto e ne divideva l'impazienza. Aveva tarilo sofferto moralmente, e ora spasimava per l'atroce dolore al capo, eppur non voleva morire, non voleva abbandonare Roberto e alla vita si aggrappava con disperata tenacia. Mi salvi, dottore, - diceva ogni tanto. La salveremo, - rispondeva don Calogero, serio e turbato. Egli le aveva fatto iniezioni di chinino, convinto si trattasse di perniciosa, le faceva trangugiare cognac, le aveva fatto fomente e applicato senapismi e l'accesso della febbre non cedeva; il termometro, che le metteva perché Roberto glielo aveva imposto, oscillava sempre fra quaranta e quarantun grado. Se la febbre persisteva con la stessa violenza, Velleda doveva morire, morire irremissibilmente. Dottore, mi salvi! - ripeteva ella, figgendo su di lui lo sguardo supplichevole. Ogni volta che Velleda rivolgeva al medico questa preghiera, Roberto sentivasi agghiacciare il sangue, e, posando gli occhi in quelli di lei e stringendole la mano. cercava d'infonderle coraggio. Voglio vivere! - gridò la malata dopo una scossa violenta e poi ricadde col capo abbandonato sui guanciali e chiuse gli occhi. Roberto, spaventato, le prese la fronte fra le mani e le accostò la bocca alla bocca per sentire se respirava ancora, Vive! - esclamò, e due lagrime mute gli scesero lungo il viso. Egli non aveva mai passato una notte così straziante, così angosciosa, mai! Dopo quell' accesso, Velleda non riaprì gli occhi. Respirava affannosamente e pareva assorta in una specie di letargo. L' aria, entrandole direttamente nella gola, produceva un lieve gorgoglio, come un rantolo cadenzato, che Roberto non poteva udire. Dio, come si sentiva isolato su quella spiaggia lontana, senza soccorsi della scienza, senza poter calmare la sua ansia, senza poter chiamare al capezzale della malata tutti i medici possibili; a fine di trovarne uno almeno che sapesse suggerire il rimedio pronto, il rimedio sicuro! Vedeva don Calogero dubbioso, ricorrere ogni momento alla farmacia, chiedendo forse il suggerimento al cartellino di una boccetta; lo vedeva preparare ora una ricetta e ora un'aura, incerto forse sulla natura del male, che egli al solito aveva battezzato per infezione malarica, scosso nella sua fede nel chinino, che non faceva punto scemare la febbre, perplesso di fronte a certi sintomi che non sapeva spiegare. Quel sonno stesso lo sgomentava e a un certo punto; rialzando gli occhi dal volto alterato della malata, incontrò lo sguardo di Roberto. È imminente il pericolo? - domandò questi con voce strozzata. Non so, non so nulla, le idee si confondono; speriamo nelle forze dell'inferma. Segui a queste parole un lungo e penoso silenzio; il medico non esperimentava più rimedi, solo rinnovavate il ghiaccio sulla testa e usciva ogni tanto per andarlo a spezzare in una stanza di toilette, dove lo aveva fatto megere; Saverio si era addormentato sul ripiano delle scale e Roberto rimaneva solo presso la malata, solo a piangere senza neppure avvertire quelle lagrime, che dal cuore gli salivano agli occhi. Ora, Velleda, da rossa si era fatta livida, le labbra eransi scolorate e gli occhi chiusi parevano due globi scuri in mezzo a quel pallore terreo del volto. Ogni tanto una recrudescenza di dolore, o un brivido la faceva trasalire e ognuno di quei sussulti strappava a Roberto nuove lagrime. Gli occhi di lui erano velati dal pianto, la sua anima era immersa in un dolore infinito. Avrebbe dato la vita per veder risorgere quella creatura adorala e non poteva far nulla; - nulla! Umiliato da quella impotenza; chinava il capo non rassegnato, ma affranto, sentendo tutta la insufficienza dell'amore, tutta la insufficienza della volontà. A un tratto Velleda fece un movimento con la persona e da supina si mise di fianco; allora il gorgoglio cessò e lentamente le labbra si chiusero. Dottore, - urlò Roberto, assalito da un dubbio atroce, che non poteva esprimere con parole. Don Calogero prese il polso dell' inferma e dopo un momento disse : Le pulsazioni si fanno più regolari, la febbre accenna a declinare. Un lieve filo di speranza s'insinuò nel cuore di Roberto a quelle parole e nuove lagrime gli scesero lungo le guance. Una di quelle cadde sulla mano di Velleda; ella aprì gli occhi, fissò Roberto, e gli sorrise. Oh! quel sorriso! La vista del sole per un cieco non potrebbe procurargli piacere più intenso, gioia più grande che quel -sorriso non procurasse a Roberto. Ella, con quel sorriso gli aveva affermato che viveva, che voleva vivere per amarlo. Dopo, Velleda richiuse gli occhi e si assopì, e Roberto rimase a vegliarla con lo sguardo fisso in lei, con l'anima anelante, ma piena di speranza. I primi albori del giorno nascente penetrarono in camera senza che Velleda si destasse. Il respiro si era fatto eguale e le labbra avevano ripreso una lieve tinta vermiglia. Don Calogero, vedendola calma, si era gettato sul lettino di Maria e dormiva, ma Roberto non sentiva il sonno, non sentiva la stanchezza; sentiva di vivere per quell'affetto immenso che lo legava a Velleda, accresciuto dal timore di perderla. Egli era seduto per modo da volgere le spalle alla porta; udendo un lieve rumore alzò gli occhi e vide, nello specchio che aveva davanti, la figura di Costanza. La donna, credendo che il padrone dormisse al pari di don Calogero, si fermò e, vedendo l'inferma riposare tranquilla, volse su di lei un'occhiata sinistra, un'occhiata che non sfuggì a Roberto, il quale ebbe una percezione subitanea, e non ben definita, dei sentimenti della nutrice, che gli apparve sotto un nuovo aspetto. Egli si volse improvvisamente per non darle il tempo di ricomporre il viso e le domandò: Che cosa significa il tuo sguardo, Costanza? La donna, tremò vedendosi scoperta e tacque. Che cosa significa il tuo sguardo? - ripetè Roberto. Nulla, signore. Non mentire, - le disse accostandosi e parlandole con la bocca accosto al viso. - Che cosa ti ha fatto la signora? Nulla, poveretta, nulla. Ho dormito vestita, mi sono svegliata facendo un brutto sogno e avrò avuto la faccia sconvolta. Poveretta, sta meglio, eh! Roberto non insisté sulla domanda. La sua natura rifuggiva dall'ammettere il male e il cuore fiducioso accettava ogni giustificazione che avesse apparenza di verità. Del resto; Costanza si mostrava così premurosa per Velleda e in punta di piedi andava riordinando la stanza e faceva sparire tutto ciò che attestava delle cure affettate della notte, chiudeva le imposte perché la luce troppo viva non turbasse il senno della malata, e a vederla così attenta, così silenziosa; pareva una creatura, devota. Roberto si alzò per andare a destar Maria con un bacio, come le aveva promesso, e la perfida creatura, non sentendosi più osservata, si chinò su Velleda e mormorò fra i denti: Vivi, vivi pure per la mia vendetta, e io saprò convertire la tua vita in una agonia, in un supplizio! -Al ritorno di Roberto, Costanza era ritornata umile e. premurosa e soltanto dietro invito di lui lasciò la camera per andare a vestir Maria. Ma prima di uscire gli raccomandò di chiamarla se c'era bisogno. Don Calogero, dopo un sonno di, poche ore; si destò e dal polso capì cubito che la febbre non avrebbe continuato con violenza. "Declinava, anzi; rapidamente e il viso della malata era coperto di sudore. Credo che non ci sia più nulla da temere; andate pure ai vostri affari; - disse a Roberto. L'assenza del Varvaro obbligava Roberto a recarsi allo stabilimento. Egli non pensava più alla seduta, eletforale del giorno precedente, ne al discorso dell'Orlando ; tutto spariva dalla sua mente, eccettuato la malattia di Velleda. Col cuore riaperto alla speranza, egli si diresse dunque alla vasta fabbrica che sorgeva sulla riva del mare e dalla quale s'inalzavano pennacchi di fumo. Appena vi pose il piede, traversò con passo rapido il piazzale e andò nel suo studio ad aprire la posta. I capi-officina, vedendolo giungere, si erano affrettati a recarsi da lui. Che cosa volete? - domandò loro Roberto. Padrone, gli operai hanno letto il discorso dell'avvocato Orlando. Ebbene? Essi c'inviano per sapere se sono vere le intenzioni che vi si attribuiscono. Vere! - esclamò Roberto meravigliato. - Non mi conoscete forse? Non vi ho provato che il mio scopo consiste nel dar lavoro e nel far guerra con questo alla miseria del paese? Come può nascervi un sospetto sulle mie intenzioni? I capi-officina uscirono per riferire le parole del padrone, ma esse non distrussero il sospetto destato dallo affermazioni dell'Orlando. Quando lo avremo eletto, - diceva Giovanni ai compagni, battendo svogliatamente sui cerchi dei fusti, questi li farà fabbricare con le macchine che ha già pronte, per nulla non ha fatto quella spesa. E i falegnami ripetevano con rabbia: - E' vero; per nulla non ha fatto quella spesa! La stessa scena avveniva sul piazzale fra quelli che rotolavano i fusti, nei lunghi magazzini, dove gli operai travasavano il vino. Quando due si incontravano; accennando gli elevatori già montati accanto ai pozzi; dicevano: Quando gli avremo dato il voto, metterà in moto quelli e noi saremo licenziati. E questo timore, che si traduceva in malcontento; aveva invaso tutti e delle macchine; del tram, di quelle innovazioni che avrebbero ridotto a una proporzione ineschinissima il numero dei lavoranti, si parlava da tutti, e il lavoro languiva. Roberto, dopo aver letto le lettere, andò a sorvegliare gli operai. Perchè questa rilassatezza? - domandò a Giovanni. Perché è inutile lavorare, quando sappiamo che ci manderete via, padrone. Sì, i pigri non fanno per me e neppure i turbolenti, rispose egli. Udiste? - domandò Giovanni ai compagni appena Roberto fu uscito. - Saremo mandati via; l'Orlando aveva ragione. Roberto non aveva prestato se non una fugace attenzione a quegli incidenti: il suo pensiero era inchiodato presso l'inferma, presso la sua cara. Egli salì un momento da Franco, per dirgli che l'avvocato di Roma aveva avuto una proposta di acquisto per una vigna sulla via Salaria. Rispondigli tu; io non ho tempo ne voglia, aggiunse. Sta meglio la signora? - disse Franco. Credo, spero; ma ora deve giungere il professor Angelini da Palermo e io corro alla villa. Nonostante le esortazioni dei capi-officina, gli operai non lavorarono più non appena il padrone ebbe lasciato lo stabilimento. Soltanto il vecchio Federigo e pochi altri portavano il vino da un punto all'altro dei vasti magazzini deserti. L'officina dei fusti era vuota e Giovanni e gli altri malcontenti erano adunati sul piazzale, discutendo. Franco vedevali dalla finestra di camera sua e gioiva.

CAINO E ABELE