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CAINO E ABELE

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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Il Lo Carmine quella mattina non mandò la Trinacria a Velleda, gliela portò da sé appena vide Roberto uscire dal cancello della villa. Balbettava, il poveretto, porgendole il giornale e le mani gli tremavano. Legga, - le disse, - se non m'inganno, questo elogio a lei nasconde una perfidia. Velleda era già tanto agitata da tutti i fatti avvenuti prima, che non riusciva a trovare il brano che la riguardava. Ma dov'è? dov'è? - diceva. Il Lo Carmine le indicò la cronaca, ed ella lesse con voce tremante. " Una donna illustre ". " Il nostro ex corrispondente da Castelvetrano, nel render conto dell'adunanza elettorale tenuta domenica scorsa nella villa del candidato signor Roberto Frangipani, a Selinunte, accennava a una bella signora, che faceva con squisita cortesia gli onori di casa. Siamo lieti di annunziare che quella signora è la celebre scrittrice " Melusina " la finissima romanziera, la quale, disgustata dell'arte per gravi dispiaceri di famiglia, si è fatta istitutrice e dirige l'educazione della figlia del signor Roberto Frangipani. Pubblichiamo questa notizia, sicuri di far piacere a tutti i numerosi ammiratori che " Melusina " conta in Sicilia e che erano dolenti di averla veduta sparire improvvisamente dal campo letterario. Uno di questi ci ha già portato un profilo di lei, che inseriremo in uno dei prossimi numeri. " Velleda scattò. Amico; - ella disse fissando il Lo Carmine. Questa è opera di un perfido die prepara altre malva gita. Non ha capito il veleno che nasconde la chiusa? Che cosa dobbiamo fare? Mi comandi e io sono pronto a servirla in ogni maniera. Vuole che scriva, che vada a Palermo a fare inserire una smentita? Tutto è inutile, mio buon amico. La noterella di cronaca non contiene una parola inesatta. Una smentita farebbe nascere una polemica; sarebbe lo stesso che secondare il loro giuoco. I perfidi hanno calcolato tutto ; sono dalla parte della ragione; noi, raccogliendo quelle parole; se ne provocherebbero altre; serbiamoli silenzio e aspettiamo. Ma quasi l'idea di tutte le torture dell'attesa la sgomentasse; ella esclamò: Ma è orribile questo potere che ha la stampa di non rispettar nulla, neppure i dolori; di abbattere le barriere pazientemente inalzate per nascondere le vergogne delle famiglie e sciorinarle dinanzi a un pubblico avido di scandali. Amico; le mie parole possono riuscirle oscure: voglio spiegarmi meglio, non voglio che ella sappia da altri la vergogna della mia vita; sì, è vero, ho avuto un momento di gloria, il mio nome era sulla bocca di tutti, verso di me si rivolgevano gli occhi di tutti coloro che speravano di veder nascere il vero romanzo italiano, italiano per pensiero e per forma. Ma io, sul più bello, ho rinunziato a un nome che mi faceva orrore, ho rinunziato alla gloria, al lavoro, alla patria e sono venuta a nascondere il mio dolore in questa solitudine. Mio marito è in galera! Queste ultime parole le uscirono come un grido disperato dalla bocca; tutto il corpo di lei, un momento prima scosso da fremiti convulsi, ora era rigido; gli occhi avevano acquistato una fissità spaventosa; il Lo Carmine tremava e balbettava parole di conforto. Per - carità! esclamò ella supplichevolmente, stendendo le mani all'amico, - impedisca che questo giornale vada nelle mani del signor Roberto; ordini lei al guardiano che va alla posta ogni giorno di non metterlo nella valigia. Corra, s'intenda con Varvaro, gli dica tutto, ma risparmi al signor Roberto questo dolore. Il Lo Carmine andò via raccomandandole la calma. Quella debole creatura, già tanto provata, gli faceva pietà e temeva per la ragione di lei, temeva che impazzisse. I giornali erano sempre sul tavolino dell'amministrazione e Roberto non ne aveva neppur rotta la fascia. Due parole susurrate all'orecchio al Varvaro bastarono a far sparire la Trinacria, che era indirizzata a Roberto, benché egli non fosse abbonato a quel giornale. Il direttore, incuriosito dallo sgomento che leggeva nel volto del Lo Carmine, volle essere informato di tutto. Povera signora! - diceva alludendo alle sventure passate di Velleda e alle persecuzioni presenti. - Ma chi può avere interesse a palesare le sue piaghe, chi? E per quanto cercasse, non vedeva intorno a lei altro che amici, altro che persone beneficate. Per un momento il suo pensiero si fermò sul nome di Franco, rammentò la curiosità dimostrata nel domandargli del passato di lei, ma respinse quel sospetto, parendogli impossibile che un gentiluomo scendesse a tanta bassezza. Però, poco dopo, nel salire dal duca per informarsi della sua salute, vide la Trinacria spiegata sul letto di lui e il sospetto gli si riaffacciò alle mente. Franco aveva un'espressione sinistra nello sguardo e i suoi occhi chiari mandavano lampeggiamenti insoliti. Dopo le prime parole scambiate fra loro, Franco disse : Caro direttore, dunque noi avevamo la fortuna di avere a Selinunte una donna celebre, senza saperlo. Non avevo forse ragione di dirle; appena la vidi, che quella bella creatura si avvolgeva nel mistero? Bisognava rispettarlo, - rispose il Varvaro seriamente. - Sarebbe una viltà il voler sapere di più di quello che ella dice. La condotta di lei doveva spingere gli amici ad accordarle la fiducia che meritava. Celi quel giornale, - aggiunse in tono autorevole. Non sarò mai io che recherò volontariamente un dolore alla signora Velleda, - disse il duca, cercando di sviare con quella protesta i sospetti che leggeva sulla fronte del Varvaro. - Se tutti le fossero devoti come me, ella non vedrebbe d'intorno a se altro che sorrisi. Il direttore non insistè; aveva di fronte il fratello del suo padrone e non poteva costringerlo a confessare una vigliaccheria, come avrebbe costretto qualunque altro. Sia i sospetti del Varvaro si erano cambiati in certezza. Se la morte ci liberasse da questo aspide! - borbottava fra sé, scendendo le scale, ma purtroppo capiva che la malattia era simulata e che nessuna speranza poteva basare su di essa. Appena uscito il Varvaro, Costanza sali da Franco e avvicinandosi pian piano al letto, con passo quasi furtivo, gli prese la mano, che egli teneva penzoloni lungo la rovescici delle lenzuola, e se la portò alle labbra, esclamando: Che siate benedetto! Oggi è il primo giorno che respiro, dopo tanto tempo di sofferenze. Non vedete come lo spasimo mi ha ridotta? Non ho più che la pelle e l'ossa e son diventata brutta. Ma ritornerò bella, appena potrò schiacciare e calpestare quella maledetta! Mentre parlava, faceva un movimento con i piedi come se colpisse un corpo disteso in terra, gli occhi di lei mandavano lampi e dalle labbra protese le usciva una bava che andava a fermarsi agli angoli della bocca. Pareva una parca esultante per aver reciso una giovana esistenza, o una di quelle donne fanatiche, una di quelle megere che sono il terrore di ogni sommossa popolare. Franco ebbe un brivido di spavento; che ella gli sorprese sul volto. Vi faccio paura! - disse. - Se mi leggeste nel cuore rimarreste sbalordito. Ma tutto quest'odio che ho per quella donna, che mi ha privato di tutto, di tutto; capite, signorino, io lo spenderò a darvela nelle braccia. Con un gesto rapido si cavò dal corpetto una immagine di Santa Rosalia e fissandola con occhi biechi, aggiunse : Santuzza bedda vi giuro che dopo verrò scalza in pellegrinaggio al vostro santuario, ma datemela questa vendetta! Una carrozza si fermò dinanzi allo stabilimento e Costanza ricompose subito il viso, tanto che a Franco parve un'altra e ripensando alla truce scena di un momento prima, credè di essere stato in preda a un'allucinazione. Costanza sapeva che la carrozza doveva condurre il medico e aveva ricomposto il viso per non lasciar leggere lo stato dell' animo suo. Quella straordinaria abilità di cambiar espressione della fisonomia a suo piacimento, le aveva permesso di vivere accanto a Velleda senza scoprire mai i propri sentimenti. Il dottore era un nipote di don Achille Moltedo, un giovane politicante, che non aveva più aperto un libro dopo tornato dall'università. Egli non riscontrava nei suoi pazienti altro che attacchi di febbre malarica, e non prescriveva se non chinino. Del termometro non si serviva mai, tastava il polso al malato, gli metteva una mano sotto il mento e sentenziava il grado della febbre, dicendo che i medici che hanno molta pratica debbono sentirlo dal calore della cute, come i compratori di grosse partite d'agrumi, passeggiando sotto gli alberi andate a Selinunte, da don Franco d'Astura; lo conoscete? Sì. Ditegli che vi mando io, che sto in pena per la sua salute, che il medico mi ha allarmato. Assicuratelo che se non fossi il candidato avverso sarei andato in persona a informarmi del suo stato. Fin qui non vedo in che consista la missione delicata che volete affidarmi! - osservò il Torres. - Ecco, tutta la vostra abilità starà in questo. Strappare al duca una dichiarazione di debito contratto al giuoco, verso di me, per tremila lire. Ora capisco! - disse l'altro. - Ma egli non vi deve tanto! Non importa, voi gli dovete dire che aspetto il pagamento quanto vuole, purché per la vita o la morte, mi geriva quella lettera. Portate la carta bollata, perché il foglio abbia più valore, e se domani sera mi consegnerete ciò che voglio, vi darò cento lire. Non potreste darmene subito la metà? Devo figurare domani in certo modo; pagare il nolo del cavallo ... . Ma se avete detto che ve lo imprestava un amico? Si, ma anche lui ha diritto a qualcosa. Eppoi, non posso presentarmi come uno straccione! Va bene! va bene! - disse l'Orlando per tagliar corto, - eccovi cinquanta lire e le altre al ritorno; so non riuscite non avrete altro. La mattina dopo il Torres mandava il suo biglietto, fregiato da una corona comitale, al duca d'Astura. Egli si rammentava bene dell' individuo, ma tremò; ogni messaggio che gli giungeva da quella combriccola genia, fra la quale aveva un creditore di giuoco, turbava immensamente. Il polso si alterò di nuovo, sangue gli salì alla testa. Fate salire quel signore, - disse a Saverio. Pettinato come un garzone di parrucchiere, con i capelli che gli formavano una frangetta sulla fronte bassa, andando a toccare le sopracciglia folte, riunite, e nere come gli occhi, che parevano prolungati col kolk, con i baffi arricciati, il Torres, serio e grave si presentò in camera di Saverio, e lo salutò battendo insieme i tacchi guarniti di sproni. Un paio di calzoni celestini a grandi quadri, una sottoveste di velluto a fiori su cui ricadeva una cravatta rossa e un vestito color nocciola, davano a quella figura snella, ma stanca, un aspetto strano. Il Torres in città sarebbe stato guardato con disprezzo da quanti lo avessero incontrato di sera in una via deserta. Pareva uno di quegli individui che vivono alle spalle delle donne perdute e si sarebbe detto che non solo si tingesse le ciglia, ma s'impiastricciasse il viso con la polvere di cipria, tanto era bianco. In tutta la persona poi aveva un so che di molle, di effeminato che ripugnava. Franco era a letto e rispose con un breve saluto a quello inchinevole del visitatore, il quale prese posto sopra una poltrona bassa e incominciò recitare molto abilmente la lezione, con voce alquanto nasale e monotona Finché il Torres parlò delle apprensioni dell'onorevole Orlando e di tutta la nobile compagnia - le parole "nobile" e "gentiluomo" erano quelle che più spesso uscivano di bocca a quel figuro - per la preziosa salute del duca, questi, che da principio si era turbato, rimase calmo; ma quando con una lunga circonlocuzione venne a dire del debito, Franco divenne livido e troncandogli la parola, dimandò imperiosamente. Dunque, che cosa vuole? Eccellenza, - rispose allora facendosi umile umile il Torres, - per la morte o per la vita, l'onorevole Orlando desidera due righe, due rigue soltanto ... . Sono pronto a fargliele, - e prese il taccuino per vedere la cifra precisa del suo debito, che ammontava a mille e ottocento lire. L'altro, tutto umile a servizievole, portò una cartella e un calamaio a Franco e gli stese davanti la carta bollata. Date, - disse il duca. Due righe soltanto, - rispose il Torres; e prese a dire: " Io sottoscritto dichiaro di esser debitore verso l' onorevole Orlando, per una differenza di giuoco ... . " qui si fermò perché anche a lui pareva enorme. Avanti! - ordinò Franco che aveva terminato di scrivere. " ... per una differenza di giuoco, - ripetè l'altro; di tremila lire. Franco ebbe voglia di accennare la porta a quell' antipatico mandatario di uno strozzino, ina si trattenne. Era assuefatto a vedersi mangiar vivo, e quella scenetta era una meschinità in confronto a tante altre di cui era stato l'attore principale. Però, con voce ferma, disse: Il mio debito reale è di mille e ottocento lire; si vede che l'aggio del danaro e molto alto a Castelvetrano. Siamo in momenti di elezioni, - rispose l'altro spudoratamente, - e i quattrini scarseggiano. Quella parola fu un lampo per Franco; il quale indovinando a che cosa doveva servire la lettera, scrisse la cifra richiesta e firmò senza esitare. Il Torres lo ringraziò e volle stendergli la mano prima di uscire. Franco finse di essere occupato a riordinare alcuni fogli nella cartella, per salutarlo soltanto col capo. Ma il Torres seppe fare a meno del saluto, e nel consegnare più tardi la dichiarazione all'Orlando; gli strappò non solo cinquanta, ma cento lire. Potete darmele, - gli disse; - cerche questa leiterina non solo vi fa guadagnare più di mille lire, ma vi porta cento voti. L'altro sorrise e ripose la carta nel portafogli. Era un sabato, giorno in cui Velleda non voleva mancare al pranzo degli operai, e nonostante ella avesse la morte nell'anima e si sentisse sopraffatta dal timore di vedere svelata a tutti la sua vergogna, pure si diresse insieme con Maria verso il capannone della cucina quando già mezzogiorno era suonato allo stabilimento. Gli operai erano seduti dinanzi alle tavole e mentre per solito tutti si alzavano vedendola comparire e la salutavano sorridendole, quel giorno molti rimasero seduti, fingendo di essere intenti a mangiare. Velleda impallidì e mentre quel fatto non l'avrebbe forse colpita se fosse accaduto un altro giorno, in quello le ghiacciò il sangue. Quale nuova perfidia avevano inventata per alienarlo l'animo di quella gente primitiva e impressionabile? Ella era coraggiosa però e con passo sicuro si diresse verso la cucina, passando attraverso le tavole. Alcuni operai; sentendola avvicinare, non avevano potuto ostinarsi a non vederla e si alzarono; molti, invece, voltarono la faccia da un altro lato sfacciatamente e fra questi erano tutti i lavoranti all'officina dei fusti, i compagni di Giovanni, e di Alessio. Il vecchio Federigo, che soleva intonare ogni giorno le preghiere, si accorse del fatto e rimanendo ritto, dopo aver salutata la signora guardava ora gli operai seduti ora quella, senza sapersi spiegare il perché di quell'insolito sgarbo. Velleda aveva voglia di piangere e celava le lagrime sotto un forzato sorriso diretto al vecchio. Passò rigida e si accostò ai fornelli per assaggiare al solito le pietanze; ma non polo mettersi nulla in bocca; presa da una nausea fisica e morale. Scrisse però i buoni per il lunedì e la lista del desinare e per non ripassare attraverso gli operai; come faceva sempre, usci subito da una porta a fianco dei camino, trascinandosi dietro la bimba, e invece di tornare alla villa, dove Roberto l'attendeva, entrò nello stabilimento, rifugiandosi nell'ufficio del Varvaro. La prego, faccia accompagnare Maria da suo padre, io ho bisogno di rimaner qui un momento, - disse con voce soffocata. Il direttore eseguì l'ordine e, tutto turbato; tornò presso la signora, la quale, accesa in viso, con gli occhi pieni di lagrime, gli narrò la scena avvenuta poco prima, commossa, offesa dalla ingratitudine di quella gente. Oh! Dio, com'è dura la vita! - diceva Velleda. Non ci sarà dunque mai, mai pace per me! Signora, - rispose il Varvaro, - sorveglierò gli operai, sorprenderò i loro discorsi per indovinare il motivo di quest'improvvido cambiamento rispetto a lei, che ieri ancora era il loro idolo. Io non capisco più nulla! Qui bisognerebbe credere a un potere occulto, perché avvengono cose che non si spiegano. Come mai essi, siciliani, cioè cavaliereschi per tradizione e per indole, sono scortesi e villani con una signora? Pareva che il Varvaro facesse tutte queste interrogazioni a se stesso, quando le tre donne, che cucinavano per gli operai, si affacciarono sull' uscio della direzione e stavano per entrare, ma nel veder Velleda, ristettero. Che cosa succede? - domandò il Varvaro. Direttore, - dissero le tredonne a una voce. Quasi tutti gli operai hanno ricusato d'inscriversi alla cucina per la settimana ventura. Si lamentano forse del cibo? - domandò egli. No, anzi, dicono di preferire il pan solo alle pietanze che sanno di furto. Velleda; che era rimasta in fondo alla stanza, balzò in piedi. E chi dice questo? - chiese imperiosamente. Giovanni e gli altri suoi compagni. Dugento son quelli che hanno ricusato il vitto per la prossima settimana. Andate pure. - ordinò Velleda, - il direttore darà domani gli ordini. Quando fu rimasta sola con lui, esclamò: Ma questa è una congiura, una congiura che parte di là! - e accennava le finestre di Franco, tutte chiuse. Lo credo, purtroppo, - disse il Varvaro, - ma la sventerò. Velleda scrollò mestamente il capo. Non lo spero, - diss'ella. - La lealtà non ha mai trionfato dell'inganno ne della perfidia. Ma è orribile di sentirsi avvolti in una rete d'insidie; di temer sempre, senza poter sventare i colpi! Cento volte meglio una pugnalata che vi fredda, piuttosto che quest'agonia continua che vi fa soffrire nel presente e nell'avvenire. E che diremo al signor Roberto? - soggiunse ella, dimenticando sé per pensare all'amato, all'idolo suo al quale avrebbe voluto risparmiare ogni pena. La verità! - esclamò il Varvaro. - Egli è il padrone e deve sapere tutto quello che avviene fra i suoi operai. No! no! - rispose Velleda. - Per il momento serbi con lui un silenzio assoluto; ho bisogno prima di riordinare le idee, e se deve sapere quello che accade, lo saprà da me. Mi aspetterà, - disse subito, - debbo correre alla villa, - e ricomponendo il viso usci dalla porta che dava sul mare, per non incontrare alcuni operai che ritornavano in città. Come mai questo ritardo? - domandò Roberto che l'attendeva ritto sulla porta della sala da pranzo, che metteva in giardino. Avevo alcuni affari da regolare col direttore, disse quella sublime creatura, atteggiandola bocca a un sorriso, e dominando l'orribile agitazione che le faceva martellare le tempie e le mozzava a momenti il respiro, si sedè a tavola e mangiò come nei giorni lieti. Ma ogni boccone che inghiottiva era come una pietra che le cadeva nello stomaco e parevale di morire. Nonostante, ebbe l'eroismo di parlare, di sorridere. Se Roberto avesse saputo quanto le costava ognuno di quei sorrisi, si sarebbe sgomentato della profondità del sacrifizio che compieva per lui; ma Roberto, in quel giorno, non pensava ad altro che alla ferrovia elettrica di cui dovevano farsi le prime prove nel dopopranzo. Vuole assistervi? - domandò a Velleda. Me ne dispensi. Debbo andare a Castelvetrano per fare alcune spese, - diss'ella, Ebbene, assisterà alle seconde; faccia voti perché riescano, - disse Roberto. - Non può credere quanto io sia felice di risparmiare ai miei buoni operai la fatica giornaliera di una lunga gita sotto la sferra del sole. Velleda non rispose e pensava fra se: Se sapesse! Se sapesse! Verso le cinque ella faceva attaccare e insieme con Maria andava in città, salendo subito da don Achille Moltedo. Voleva un consiglio dal vecchio aulico di Roberto e gli chiese un momento di colloquio. Senza esitazioni, senza false vergogne, gli narrò tutto: la sua vita, le sue sventure, le persecuzioni del duca, gli attacchi della Trinacria e quell'ultima sanguinosa offesa inflittale dagli operai. Pianse la povera donna lagrime di dolore e di vergogna; pianse tanto che i suoi occhi non vedevano più neppure la faccia bonaria di don Achille sulla quale si rispecchiavano tutti i dolori di lei. È Franco, l'istigatore di tutte lo perfidie. Era un inetto a Roma; qui nella solitudine è divenuto un malvagio. L'ho presentito subito quando ho visto quella faccia scialba e notata. Qui egli è capitato in mezzo a una masnada d'intriganti, in mezzo all' elemento peggiore del paese, dove hanno solleticato le sue vanità e i suoi vizi, ed ecco l'opera sua. Esso la tortura sicure di colpire anche suo fratello. Ma io conosco Roberto. Velleda, lo conosco fino da bambino, e la sua dolcezza, la sua mansuetudine sono uno sforzo di volontà. È di una violenza tremenda e vedendo offesa, perseguitata una donna che rispetta altamente, non so di che sarebbe capace. La prego, se anche si accorge del disprezzo che le dimostrano gli operai; non gli palesi i suoi sospetti; non gli dica mai che Franco è l'agitatore di tutto per dispetto amoroso, non gli riferisca la scena della. barca. Sono vecchio, mi ascolti se non vuoi veder il sangue bagnare la spiaggia di Selinunte; se non vuoi che Roberto divenga fraticida! Ma che devo fare allora, che devo fare? - disse in atto di supplica Velleda, sgomentata più che mai dalle parole di don Achille. -Resti in casa; è abbastanza ammalata, abbastanza scossa per dire che si sente male; non esca dalla sua camera. Così eviterà gl'insulti di quei traviati e le persecuzioni di Franco, al quale io le prometto di parlare richiamandolo al dovere. Sia il giornale che promette la mia biografia? Lasci che la stampi. Roberto conosce la sua vita; gli onesti la compiangeranno, ai disonesti non pensi, essi non sono capaci di apprezzare una vita come lausa. Oh! l'inutilità dei sacrifizi! - esclamò Velleda. Si asciughi le lagrime. Sento che mia moglie si avvicina insieme con Maria. Si calmi.

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