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CAINO E ABELE

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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La lotta elettorale ferveva a Castelvetrano. Dopo l'offerta del mandato a Roberto, l'Orlando aveva chiamato a raccolta tutti i suoi elettori, grandi e piccini, e faceva circolare in città promesse di ogni genere. Si parlava di un aumento di guarnigione che avrebbe ottenuto, e della fondazione di un ginnasio-liceo governativo, che non solo doveva facilitare gli studi a tanti giovani e sollevare la spese ingenti molte famiglie, ma recare un guadagno al paese. Peraltro, tutte queste promesse lasciavano fredda la popolazione, che più volte aveva votato per lui, con la lusinga di vantaggi, e poi era rimasta a denti asciutti. Gli elettori di Roberto aumentavano, invece, ogni giorno. Il suo discorso, distribuito a migliala di esemplari, era piaciuto per la sobrietà e per quella nota sincera d'interesse per le classi lavoratrici. Anche il partito clericale, naturale nemico del Governo e dei suoi parmigiani, faceva capire che avrebbe votato per Roberto più facilmente che per l' Orlando, il quale non poteva con" tare altro che su un certo numero d'impiegati, su i piccoli negozianti, e i piccoli possidenti che si era amicato difendendo le loro cause, e su alcuni operai residenti altrove e nemici naturali di Roberto, per il fatto che non aveva voluto ammetterli nello stabilimento. L' Or lando era molto abile nel fare il preventivo dei voti e onesto preventivo gli diceva chiaro che su per giù gliene sarebbero mancati cinquecento. Egli non era dunque punto tranquillo e telegrafava a Roma per aver valido appoggio dal Governo e redigeva egli stesso articoli per i giornali dell'isola, dipingendo Roberto come candidato pericoloso, perché si atteggiava a paladino dei socialisti. Era sicuro che i giornali di Roma, i quali facevano ogni giorno la storia delle elezioni, avrebbero riprodotto in parte quelle corrispondenze in cui il Governo avrebbe covato la conferma dei suoi telegrammi. Roberto non armeggiava, non si agitava quanto il suo competitore. Sicuro della vittoria, era ritornato ai seri lavori, e ora che la stagione glielo permetteva, aveva ripreso la costruzione della tramvia elettrica, e insieme con un ingegnere venuto da Palermo, assisteva al collocamento dei fili sotterranei e dei biliari', con una soddisfazione immensa, pensando al maggiore sviluppo che avrebbe potuto dare al suo commercio e alla minor fatica giornaliera cui avrebbe sottoposto i suoi operai, i quali gli erano grati di questa facilitazione e dicevano: Il padrone lavora davvero per noi; gli altri sono buoni soltanto a ciarlare. Roberto, in mezzo a tutte le sue occupazioni non perdeva di vista Franco e si convinceva ogni giorno più che tutte le speranze vagheggiate di affezionarlo al lavoro, di farne un uomo utile, erano sogni e nuli' altro che sogni. Aveva dovuto togliergli anche la corrispondenza con l'estero, perché la trascurava, e non gl'imponeva più nessun lavoro. Con vero dolore aveva saputo da varie persone che Franco andava a giocare in casa del Purpura e un giorno gli fece osservare la sconvenienza di quel fatto, perché quella casa era il punto di ritrovo di tutti gli elettori del suo competitore e l'Orlando stesso vi capitava sempre. Tu ed io siamo due persone ben distinte, - rispose il duca; - non vedo dunque quale sconvenienza ci possa essere. Del resto, morirei se non avessi quel piccolo svago serale. Roberto capiva che Franco, frequentando la casa Purpura, gli nuoceva, ma altero com'era, non volle chiedergli nessun sacrifizio e lo lasciò continuare come prima; anzi, benché gli fosse stato detto che faceva perdite abbastanza considerevoli al giuoco, non gli mosse osservazioni, perché l'altro non potesse supporre gli fossero suggerite da interessi personali, e aspettò paziente che Franco avesse terminato i denari per vederlo rinuuziare al giuoco e a quella compagnia. Intanto era giunta a Selinunte la Trinacria con il resoconto della festa. La lunga corrispondenza, segnata con la matita rossa, era un po' agra, ma non acerba, e profondeva elogi alla bella signora, che aveva fatto con cortesia da vera castellana gli onori della villa agli elettori. Se Roberto fosse stato meno nuovo alle mene elettorali e agli intrighi giornalistici, avrebbe subito capito due cose: prima, che l'autore della corrispondenza si barcamenava per lasciargli campo di fare un' offerta e in quel caso avrebbe fatto seguire quella prima lettera da un'altra laudatoria; in secondo luogo, che gli elogi a Velleda potevano servire di appiglio, se l'offerta non si fosse verificata, a una seconda corrispondenza contenente attacchi sulla vita privata del candidato. "Velleda capì tutto, ma tacque. Ella non voleva amareggiare Roberto, ne disgustarlo fin da principio, della carriera politica. Ma non suppose mai che per combattere la candidatura di lui avrebbero gettato sopra una povera donna tanto fango. Ella aveva ancora un poca di fede nel sentimento cavalieresco degli uomini; ma nonostante, mille sinistri presentimenti l'agitavano. Scrisse un biglietto al Lo Carmine, pregandolo di andare alla villa, mentre Roberto era allo stabilimento, e gli mise sotto gli occhi la corrispondenza. Ritta dinanzi a lui e pallidissima, seguiva con l'occhio ansioso sul volto di quel buon amico l'effetto che producevagli la lettura, e nel vederlo gettar via il giornale con rabbia, esclamò; Dunque anche lei legge fra quelle linee una specie di ricatto! Sì, - rispose egli afflitto, ma risoluto. - Non crede che una volta entrati nella lotta, sia necessario usare delle stesse armi che usa l'avversario? Il ricatto è palese; l'autore della corrispondenza offre la sua penna : compriamola. Ma lei conosce il signor Roberto, egli non scenderà mai a patteggiare con un vile. Fortunatamente, - aggiunse Velleda, - egli non ha capito nulla; il suo pensiero rifugge da certe bassezze. Allora concludiamo il mercato a sua insaputa, propose il Lo Carmine. - Io stesso tratterò la compra di quella penna mercenaria. E io pagherò, - disse Velleda, - ma quante turpitudini s'incontrano appena si mette il piede sul terreno degli interessi! - esclamò ella con disgusto. Dica sul terreno della politica. Ho sognato sempre di veder rappresentare Castelvetrano dal signor Roberto, ma se avessi saputo che cos'è una elezione, avrei tenuto in petto quel desiderio. Ogni mèta si raggiunge difficilmente e per conquistarla si lasciano brandelli di carne viva agli sterpi della via, che s'inumidisce delle nostre lagrime. Avanti, amico, compia la sgradevole missione di trattare con un vile e dichiari che non è il signor Roberto il compratore di quella ignobile penna, ma un amico di lui, - disse Velleda e andò in camera tornando di lì a pochi momenti con un biglietto di mille lire in mano. Credo che il corrispondente della Trinacria non meriti neppure cento lire; ma se ne chiede mille, gliele dia. Appena il Bonaiuto si vide abbordare dai due sotto direttori degli scavi di Selinunte, capì di che cosa si trattava e si armò di tutti i cavilli per farsi pagar caro il silenzio; ma il Lo Carmine, nonostante che balbettasse, sbrigò presto l'affare e con trecento lire, sborsate li sul tamburo, ebbe da quell'oscuro corrispondente di un giornale quasi anonimo la promessa di non combattere Roberto Frangipani. Badate di esser leale, se no l'avrete da far con me i gli disse il Lo Carmine lasciandolo senza stringergli la mano. Questo avveniva verso le sette. Alle nove appena il Bonaiuto s'incontrava con Franco, il quale, invelenito dal disprezzo che gli dimostrava Velleda e dai trionfi del fratello, il cui nome era su tutte le boccile, non aveva altro che l'acre desiderio di colpirli entrambi. Ho letto la Trinacria, - gli disse subito; - è molto abile l'allusione alla gentile castellana, che faceva gli onori della casa di mio fratello. Il Bonaiuto rimase impacciato lì per lì e cercò di scusarsi. Quella signora mi aveva affascinato, - disse, - e scrivendo della festa vedevo sempre dinanzi agli occhi la dolce figurina. Era la nota più gentile della giornata. Mio fratello è veramente invidiabile, - rispose Franco. - Non a tutti gli uomini soli, che vivono ritirati dal mondo, e dato scegliersi una compagna come " Melusina. "Melusina!, ripetè il Bonaiuto, che aveva letto i romanzi di lei. Sì, " Melusina, " Velleda Bianchi o Crespi fa tutt'uno. La celebre scrittrice, la finissima artista è quella che rallegra la solitudine di Selinunte. Ma davvero! - disse il Bonaiuto. - Dopo che aveva rinunziato a scrivere, si diceva che si fosse rinchiusa in un convento. No, è proprio lei; l'affaseinatrice. Se non me lo assicurasse, signor duca, non lo crederei. E mio fratello è tanto più fortunato, - continuò Franco con un leggiero sibilo nella voce, - che non ha da temere le ire del marito: l'infelice è a Nisida, nella tetra isola, a scontare un reato infamante. Il Bonaiuto aveva in tasca le trecento lire, ma sperava di farne qualche migliaio con la vendita di quel segreto. In quel momento, peraltro, cercò di nascondere la propria cupidigia di danaro, sotto la meraviglia del neofito in letteratura, e baciava a ripetere le lodi di " Melusina " a vantare la sua mirabile eleganza di forma, la passione che sapeva far vibrare in ogni pagina dei suoi libri, i più forti, i più vitali che fossero stati scritti negli ultimi anni. Se me lo avesse detto domenica chi era la signora Velleda, - disse il Bonaiuto, - mi avrebbe reso felice. Io sono uno dei suoi più fervidi ammiratori. La signora non vuole che si sappia e lo avrebbe assai male accolto. Non credo, - rispose l'altro con una mossa fatua, la vanità è il lato debole degli artisti e delle scrittrici, specialmente. Ella mi ha tolto una grande soddisfazione, signor duca, e suo fratello è davvero invidiabile. Poco dopo Franco giocava insieme con l'Orlando e giocava male. Egli era in una di quelle condizioni d'animo in cui ci si compiace di far del male a tutti, anche a noi stessi per dare al nostro malcontento una cagione plausibile e non confessare quella recondita, che è spesso inconfessabile. L' Orlando si accorgeva del turbamento del duca, della distrazione con cui giocava, e per questo appunto puntava forte, teneva un banco altissimo per ispennacchiare più sicuramente quel merlo arrabbiato. E vi riuscì tanto bene, che Franco perde non più centinaia, ma migliala di lire. Egli notò sul taccuino la somma perduta, e molto tardi tornò a Selinunte senza fare una parola a nessuno. Il Bonaiuto, ritto dinanzi al tavolino del giuoco, aveva puntato per il banco e in pochi giri aveva triplicato la somma datagli dal Lo Carmine. Quando tutti i giocatori se ne furono andati, egli prese l'Orlando da parte e senza svettargli le rivelazioni fattegli da Franco, disse : Ora come devo comportarmi con la Trinacria? Manda domattina subito le tue dimissioni. Io in giornata proporrò un altro che potrà sostituirti. Tu hai avuto i danari e sta zitto fin dopo le elezioni. Al poi penseremo. Il Bonaiuto, nonostante che all'aspetto fosse un giovinetto noncurante e buontempone, sapeva calcolare come un genovese e disse : Io so tante cose che potrebbero togliere al Frangipani molti voti. E le tieni per te? - domandò l'Orlando fissandolo con occhi lampeggianti; poi accorgendosi dell'errore commesso, attenuò con un sorriso ironico l'espressione di gioia del suo volto e aggiunse : Ti conosco, amico; so che non sai tacer nulla e se una promessa t'impedisce di scrivere, tu ti lascerai sfuggir di bocca tutto ciò che sai e altri scriverà per tè. In ogni maniera tu mi servirai sempre. Questa volta no, - rispose; - non faccio più nulla a ufo e quello che so, vale molto. Certo mi sarebbe pagato carissimo il silenzio. Sentiamo: che cosa sai? - domandò in tono scherzevole l'Orlando. Nulla. Ah! ti metti a far ricatti con me? Non ho mai saputo che il silenzio fosse un ricatto! Si, un ricatto alla rovescia, quando non vuoi dire a un amico cosa da cui può trar profitto. Voi fingete di non capire, - disse il Bonaiuto prendendo un atteggiamento di sfida, - ma siete molto furbo e avete capito benissimo quello che intendo dire. Se mettete un prezzo alle mie parole, io scioglierò Io scilinguagnolo; altrimenti acqua in bocca e il mio silenzio sarà d'oro davvero. Chi sa poi se non è un'illusione la tua, disse l'onorevole. L'altro gli dette una guardata come per dire che illusioni non ne se faceva e non era capace di farsene, e si alzò per uscire. Un momento, - gli disse l'Orlando trattenendolo. Il Bonaiuto sorrise leggermente. Senti, - continuò l'altro, - spero che non avrai dimenticato che quel poco che sei, ti ho fatto io. Non ho la memoria così labile e in tutto quanto posso servirvi, contate pure su di me. Ma con gli anni crescono i bisogni ed io sto per prender moglie. Sono dunque in dovere di procurarmi risorse dove le trovo. È troppo giusto, - riprese l'Orlando in tono serio, non volendosi accorgerò che l'altro lo burlava. - Ma, dimmi, che prezzo metti al tuo silenzio? Secondo il compratore. Se il Frangipani mi facesse domandare che cosa voglio, gli chiederei ventimila lire ; con voi, non saprei mostrarmi così avido di danaro. E quanto vorresti; sentiamo? Tre mila lire. L'Orlando sorrise. Tremila sassolini. Ma che cosa ti sogni di essere? Un uomo che possiede un segreto; nuli' altro. Ma non è nel vostro interesse di disgustarmi; potrei passare, armi e bagaglio, al nemico. Quel nemico può comprare il tuo silenzio, ma sdegnerà sempre il tuo aiuto. È un uomo tutto d'un pezzo, saldo sulla sua base come quell'unica colonna del tempio, che rimane ancora eretta sulla spiaggia. Ma mi ha pagato! - disse il Bonaiuto. Giurerei che non è stato lui. Non è capace di patteggiare; è un uomo onesto al quale tu non sei degno di legar le scarpe. E voi? - domandò con fare altero il giovane. Io, io non so neppur quello che sono; le circostanze della vita mi hanno gettato nella politica e seguo la corrente, ma ciò non esclude che abbia un profondo rispetto per l'uomo che farò di tutto per distruggere come competitore. Sono sincero con te, siilo con me pure. L'altro esitava e l'Orlando riprese : Ragazzo, da me hai tutto da guadagnare; ma le tremila lire che esigi non le avrai mai. Piuttosto ti faccio una proposta; che cosa vuoi quando sarò deputato? Una piccola somma si finisce presto, specialmente quando si ha il vizio di giocare; un impiego resta, sentiamo, quali sono le tue ambizioni? Il Bonaiuto riflette un poco. - Ho la licenza tecnica, - disse, - vorrei un posto nell'amministrazione delle finanze. L'avrai, ma parla. I Buonaiuto narrò tutto quello che sapeva. - Pettegolezzi! - esclamò l'Orlando per deprezzare il valore del segreto comunicategli; ma in cuorsuo esultava. Il colpo, il gran colpo lo avrebbe fatto assai prima delle elezioni, e così egli sarebbe rimasto padrone del campo. L'avvocato scrisse tutta la notte, seduto comodamente sulla poltrona nel suo studio, pensando alla quarta medaglia d'oro che avrebbe aggiunto alle altre, mentre Franco, spinto sulla via del male, vegliava anche lui. Nel tornare a Selinunte contento della perfidia commessa, rivelando al Bonaiuto un segreto che riguardava Velleda, aveva trovato una lettera di donna Paola. L'innamoratissima signora scriveva spesso al duca ed era indulgente con lui anche quando non riceveva risposta. In quella lettera ella gli raccontava di essere stata a Vallombrosa un mese senza ottener nessun giovamento alla sua salute. Molti medici mi hanno visitata - continuava, - ma chi attribuisce il mio deperimento e la mia spossatezza a una malattia interna, che mi cagiona tutti questi disturbi nervosi, chi a una tisi lenta, ma progressiva. I primi non li ascolto, i secondi li accarezzo affinchè mi prescrivano di passar l'inverno in un paese senza venti freddi e senza geli, in un tepido paese come la Sicilia. Già il pensiero di un inverno nell' isola dove lei si è rifugiato, mi rende un barlume di vita e di energia. Ella, mio caro don Franco, molto probabilmente dunque riceverà fra un paio di mesi l'invito di recarsi a Palermo e mi allieterà, spero, quel soggiorno. Se il sogno si realizzerà, io sarò accompagnata soltanto da Lavinia e dalla mia cameriera, e non vorrò veder altri che lei. Non può credere quanti importuni disoccupati si mettano d'intorno a una malata. A Vallombrosa, per mia disgrazia, ho incontrato l'on. Gelsi, l'elegante sottosegretario al Ministero dell'Interno, che non mi lasciava un momento e ora, appena tornata a Roma, mi assedia di visite. E un uomo insulso che mi annoia, ma che debbo ricevere perché mio marito ha la fisima della deputazione e naturalmente vuole l'appoggio del Governo. Quando glielo avrò assicurato, chiamerò a raccolta i medici che mi credono etica e mi farò prescrivere l'aria di Palermo. Oh come sarò felice il giorno in cui partirò lasciando mio marito a consolare l'on. Gelsi! "Non le porterò, caro amico, un viso afflitto; la gioia della partenza e l'ineffabile piacere di posare il piede sulla terra siciliana faranno di me un'altra donna. Ella mi vedrà sorridere sempre, mi vedrà sempre in moto, allegra e attiva, mi vedrà molto diversa dal passato. Si sarà accorto che noi donne siamo tali quali vogliamo apparire e che la volontà di piacere rende belle anche le brutte. Io voglio essere per lei un' allegra compagna di escursioni, una amica lieta e così sarò, stia sicuro. A presto dunque. " Franco leggeva sbadatamente le lettere della marchesa e spesso le dimenticava appena lette. Non fu così di quella. L'accenno ai rapporti fra il sottosegretario agli Interni e la sua devota adoratrice, lo fecero a lungo riflettere. Le idee perverse, dopo sorta la prima, scaturivano nel suo cervello, come i funghi dalla terra dei boschi dopo le piogge autunnali. Sorgevano, tina accanto all'altra, e tutte nascondevano in se maggiore o minor dose di veleno. Roberto, Velleda, quei due nomi che gli venivano sempre uniti alla bocca, quelle due figure die vedeva sempre avvinte in un abbraccio d'amore, alimentavano i suoi malvagi sentimenti, non lo facevano l'idre dinanzi ad alcuna bassezza. Perché non avrebbe tratto partito dall'amicizia dell'onorevole Gelsi per donna Paola, a fine di ottenere che il Governo combattesse la candidatura di Roberto? Non esitò un istante e prese la penna : "All'amica devota nella sventura, alla cara e buona amica, posso fare una confidenza, " scriveva alla marchesa dopo alcune parole di compianto per lo stato di salute di lei ". Mio fratello, spinto da una ambizione che, certo, qualche malvagio deve avergli soffiato nell'ammo, s'è ingolfato nella politica e non pensa ad altro che a farsi eleggere a Castelvetrano, contro l'onorevole Orlando, amico del Ministero e antico deputato di qui. Dirle tutti i danni che questa elezione recherà a Roberto e a me, è inutile; li capirà da sé. Mio fratello è alla testa di un importantissimo stabilimento industriale e si era addossato la liquidazione del mio patrimonio. Una volta deputato trascurerà il primo e abbandonerà i miei affari. È dunque la rovina che ci aspetta. Inoltre, se sarà eletto, io dovrò sostituirlo qui e allora addio ai ridenti disegni per l'inverno, addio riunione vagheggiata a Palermo! Se lei, cara marchesa, ha veramente affetto per me e se desidera vedermi per più mesi nel suo salotto, usi di tutto il potere che ha sull'on. Gelsi per ottenere che il Governo appoggi la candidatura dell'Orlando. Tutti gli amici del Governo e dell'ordine lo applaudiranno, perché Roberto ha fatto un programma assolutamente sovversivo, per assicurarsi i voti del partito operaio. Io rimetto la mia, la nostra causa nelle sue mani che bacio lungamente con affetto. Il giorno dopo questa lettera partiva dalla posta di Ca. stelvetrano, nel medesimo sacco in cui erano quelle dell'Orlando e le dimissioni del Bonaiuto da corrispondente della Trinacria TrinacriaSe le lettere parlassero fra loro durante il viario esse avrebbero potuto fare un dialogo abbastanza animato.

CAINO E ABELE