CAINO E ABELE
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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La domenica successiva, nella mattina, una quantità di carrozze di tutte le forme si dirigeva a Selinunte e la larga via degradante al mare, fiancheggiata da piante di fichi d'India e di agave, da boschi di aranci, la via tranquilla, era piena di canti e di musiche. Le bandiere erano spiegate al sole, la gente era lieta. Nella prima carrozza, tirata da due cavalli male appaiati, sedeva don Achille Moltedo insieme con due assessori comunali e col deputato provinciale i nelle altre stavano gli elettori di Roberto, i quali andavano a offrirgli il mandato; nell'ultima, una specie di carro, era la banda e per la strada camminavano a gruppi gli operai dello stabilimento, vestiti da festa, insieme con altri popolani. Una folla più numerosa e più gaia non s'era mai diretta verso la città, dormente sotto le sabbie, non aveva turbato mai la pace solenne di quella spiaggia deserta. Franco fu il primo che la vide dalla finestra della stanza da bagno, che guardava il mare. Usciva in quel momento dalla vasca di marmo e avvolto nell'accappatoic prendeva il fresco, quando scorse le prime carrozze e udì le note dell'inno di Garibaldi. Non era una sorpresa per lui; la sera prima l'Orlando aveva parlato di quella dimostrazione col suo fare di uomo bene informato e accorto; e nell' intascare diverse centinaia di lire guadagnategli, aveva aggiunto, quasi volesse compensarlo della perdita: Se vuol bene a suo fratello, lo consigli a rinunziare alla candidatura; creda a me, farà un buco nell'acqua; ma non gli dica che il consiglio parte da me non lo ascolterebbe. Franco s'era guardato bene dall'andare alla villa tornando. Aveva veduto le finestre della sala illuminate e aveva detto dentro di sé: Se non riesce tanto meglio. Ma intanto ora Velleda è insieme con lui, e il marito, rinchiuso a Nisida, non può turbare i loro amori. E io sono qui a mangiarmi le mani dalla bile! Ma non andrà sempre così, no davvero! Ora, vedendo tutta quella folla plaudente, Franco aveva rammentato il consiglio dell'Orlando e aveva pensato che non era suggerito altro che dal timore di vedersi battuto da Roberto, che contava in paese tanti e tanti partigiani, e l'elezione di Roberto gli parve sicura, Le carrozze sfilavano sotto lo stabilimento, dirette alla villa, e quando la musica cessava, alte salivano nell'aria, le grida di: - Evviva il padre del popolo! Evviva il nostro benefattore! - che gli operai di Roberto e quelli degli scavi emettevano con accento convinto, con vero entusiasmo. Quelle grida ferivano dolorosamente gli orecchi di Franco, il quale richiuse la finora e andò a vestirsi. Di lì a un momento capitò il Varvaro esultante. Venga, - gli disse, - venga alla villa, ella non può mancare oggi; c'è tutto Castelvetrano. Franco si lasciò condurre. Dinanzi al cancello si erano fermate tutte le carrozze, meno quella di don Achille, la quale aveva proseguito fino al colonnato, dinanzi all'ingresso della casa, perché il vecchio camminava a stento. Il cuoco e Saverio lo avevano sollevato dai guanciali e ora era seduto in un ampio seggiolone nella sala superiore. Attorno a lui erano tutti gli elettori e il Lo Carmine, e gin nel giardino erano rimasti gli operai o la mimica municipale, in uniforme delle guide; tutta ce leste e argento. Roberto stringeva tutte quelle mani che cercavano la sua e ringraziava commosso di quella spontanea dimostrazione. Franco cercò subito Velleda con gli occhi, ma non la vide. Allora, fatto più ardito e simulando anche egli la gioia, si accostò a Roberto e gli battè sulla spalla. - Voglio partecipare anch'io a questa festa, - gli disse con la sua maniera insinuante. Roberto era così commosso, che stese la mano al fratello con effusione; poi Franco si diede a girare da un gruppo all' altro, salutando quelli che già conosceva, fa cendosi presentare agli altri. Pareva che esultasse anche lui e sul suo volto pallido nessuno poteva leggere il dispetto che lo rodeva. Così, andando di gruppo in gruppo si avvicinò a un giovinetto di Castelvetrano, che aveva conosciuto in casa Purpura, un certo Bonaiuto, uno sfaccendato giuocatore, che si dava una certa importanza, perché era corrispondente della Trinacria di Palermo. Come mai lei è qui? - gli disse il duca, a bassa voce. - Credevo che militasse nelle file dell'Orlando! Obblighi del mestiere. Noi giornalisti, - e diceva questo come se il suo nome fosse noto dalle Alpi al Lilibeo, - si deve esser per tutto e veder tutto, anzi, specialmente, ciò che avviene nel campo avverso. Sono molti, moltissimi gli elettori di mio fratello, osservò il duca. Oggi sì, ma da qui al giorno delle elezioni saranno scemati della metà. Quelle parole erano una musica per Franco e per questo cercava di far parlare il giornalista. Sia che cosa vuole che li faccia disertare la bandiera che hanno spontaneamente inalzata? Tanti avvenimenti si possono produrre e tanti altri se ne possono creare. L'abilità degli avversar! sta in questo: cullare i novizi nella speranza del trionfo e poi con alcuni colpi ben assestati distruggere repentinamente quella speranza. Ma, - soggiunse il Bonaiuto; io non pensavo più che ella è il fratello del nostro competitore e le svelavo le batterie; la prego di tacere. Oh, non dubiti! - esclamò Franco con calore; e l'altro soggiunse: Vede, suo fratello non potrà vincere perché non ha pensato a crearsi alleati nella stampa. A Castelvetrano non ci sono giornali, ma quelli che preparano le elezioni sono appunto La Trinacria di Palermo, - lo metteva per il primo, benché venisse ultimo di tutti, - il Giornale di Sicilia e il Drepano di Trapani; ora, noi corrispondenti di questi tre giornali siamo tutti amici bell'onorevole Orlando e formiamo Fopinione pubblica. Franco non rispondeva, ma con un ironico sorriso guardava quel fattore di opinione pubblica, quel fabbricante di deputati, al quale egli non avrebbe affidato neppur la cura di fabbricare la vernice per le scarpe, pensando che questa vita moderna è molto strana e molto complicata. Il Bonaiuto con quelle parole credeva di aver fatto capire al duca che la sua cooperazione e il suo appoggio erano da vendere; invece Franco le aveva prese alla lettera e si sarebbe guardato bene dal consigliare Roberto a procurarsi l'aiuto della stampa. Mentre questa scenetta avveniva in un angolo della sala, giù la musica attaccava un pezzo dopo l'altro e le grida raddoppiavano. Velleda, senza bisogno che Roberto le dicesse nulla, era scesa in cucina e aveva ordinato che fosse servita un po' di colazione agli operai e messo a loro disposizione del vino. Per risparmiare una fatica ai servi aveva chiamato alcuni lavoranti dello stabilimento ed a loro aveva affidato la distribuzione, intanto che ella, aiutata da Maria e da Costanza, cavava dalla dispensa scatole di roba in conserva, che sono di tanto soccorso in certe occasioni impreviste, e preparava una colazione fredda nella sala da pranzo. Quando la tavola fa pronta, ella mandò Maria ad avvisare Roberto di far scendere tutti gli ospiti e risalì in camera sua. Tremava dalla gioia ed era così commossa che non si sentiva la forza di parlare; la solitudine e il raccoglimento erano l'unico desiderio, la sola cosa che bramasse. Ma appena fu sola, mentre sulle scale sentiva un continuo vocìo e un rumore incessante di passi e giù udiva la musica e le grida, capì meglio di quel che non lo avesse compreso prima, che una volta entrato nella vita pubblica, Roberto non le avrebbe appartenuto più esclusivamente come in passato, che nuovi doveri, nuovi legami gli si sarebbero imposti e che ella sarebbe spesso, molto spesso sola. Allora, una grande amarezza la vinse e si pentì di averlo spinto ad accettare la candidatura. Però quel pentimento fu di brevissima durata e scrollando la testina disse con un sorriso: Bisogna che sia così! intanto, giù nella sala da pranzo, incominciavano i discorsi. Don Achille Moltedo, che godeva di tanta, autorità fra i concittadini per il suo passato onesto e glorioso, con brevi parole rivolte a Roberto disse che si faceva interprete di tutte le persone per bene pregandolo di voler rappresentare al Parlamento la città di Castelvetrano. Aggiunse che sapeva di non poter affidare in mani più oneste e più abili gl'interessi di un paese, già tanto beneficato da lui, che poteva dirsene il redentore, perché aveva saputo ridestare l'industria e dar lavoro a tanti che avrebbero dovuto emigrare. Il vecchio aveva parlato da una poltrona, ma all'ultimo si alzò e allora tutti gli altri, che erano in sala, fecero cenno agli operai del giardino di accostarsi alla vetrata ed essi accorsero formando un gruppo scuro, che spiccava sul celeste delle divise dei bandisti. Il vecchio tremava sulle gambe, ma con una mano appoggiavasi alla tavola o con l'altra accennando Roberto, disse : Mio caro amico, noi, oppressi da tanti anni dalla piaga dell' affarismo e dell' usura, vogliamo scegliere a nostro deputato un uomo che rappresenti il lavoro sano e sotto la cui bandiera possano schierarsi tutti quelli che dal lavoro onesto, dall' onesto guadagno cercano di ritrarre i mezzi per l'esistenza. Per questo vi supplichiamo di accettare il mandato; la gente onesta vuole un deputato onesto. Io, vecchio patriota, - aggiunse, alzando fieramente la bella testa canuta, - io dormirò in pace sottoterra quando saprò che le sorti di una regione di questa Sicilia, per la cui liberazione ho dato il mio sangue, sono affidate nelle mani di un uomo che rifugge dagli affari loschi, che al disopra di ogni considerazione pone l'onesta e la giustizia. Un applauso lunghissimo partì da centinaia di petti e Roberto si trovò circondato, sospinto. Il solo che si tenesse in disparte, accanto a Franco, era il Bonaiuto, il quale aveva in mano un taccuino e un lapis per prender note. Egli susurrò al duca : L'onestà è una bandiera intorno alla quale si aggruppano pochi proseliti. Per riuscire ci vuol ben altro; bisogna toccare la molla degli interessi. Franco non potè rispondere al corrispondente della Trinacria, perché Roberto prese la parola. Ma prima questi aveva fatto un movimento con la testa e con l'occhio aveva passato in rassegna tutta quella folla fra cui non mancava neppur uno dei suoi amici. Non era raggiante in volto, come chi si vede all'apice dei propri desideri. Era serio invece, e il solco profondo che gli si formava fra le ciglia, dimostrava com' egli sentisse tutta la gravezza dell'impegno che stava per assumere. Amico, - egli disse volgendosi a don Achille con voce profonda, quasi solenne. - Voi mi date oggi l'attestato più ambito per un uomo; mi chiedete di pormi alla testa di una falange di onesti per sostenere al Parlamento la causa della giustizia e della onestà. Tutte le soddisfazioni di amor proprio, tutte le grandezze che può offrire il mondo, non valgono questo semplice attestato di cui vi ringrazio col cuore. Voi e i miei elettori, mi conoscete. Benché nato a Roma, ho nelle vene il sangue siciliano ed è in mezzo a voi che sono cresciuto, che sono diventato l'uomo che voi credete degno di rappresentarvi. Una tenerezza di figlio mi lega a questa terra generosa che vorrei vedere prospera e grande; interessi potenti, che sono anche i vostri, mi spingeranno a propugnare a Montecitorio la necessità che cessi la separazione morale che tiene disunita la Sicilia dal continente e che si faccia sentire meno a questa terra che fra lei e il cuore d'Italia si stende il mare. Più la Sicilia vivrà unita alla penisola e più presto spariranno dalla mente dei continentali i pregiudizi che si sono formati a danno di questo popolo, che ha impeti così generosi e tanta serietà di propositi. E spariranno pure molte fra le piaghe che questi attriti generano. Questi sono i miei intendimenti rispetto alla terra di cui ho fatto la mia patria. Nelle questioni sociali poi io sarò sempre propugnatore dei diritti, apostolo dei bisogni delle classi lavoratrici. Nemico dello rivoluzioni, io appoggerò la necessità della evoluzione delle classi e voterò sempre quei disegni di legge che tenderanno a migliorare le condizioni dei lavoratori. Lo Stato ha l'obbligo di farsi loro protettore; lo Stato che chiede il loro braccio in tempo di pace e il loro sangue in tempo di guerra. Esso non può esimersi da questo compito, che le menti più illuminate propugnano. Cessato il regime dispotico, che teneva unito il popolo al trono con lo spettro della forza, infrante le credenze cristiane che tenevano gli umili sottomessi con la speranza di una vita migliore, è necessario che in questa società moderna si creino legami d'interessi fra popolo e Stato. Il popolo deve sentirsi appoggiato e sostenuto da quello e lo Stato deve, all'occorrenza, poter contare sull'aiuto delle popolazioni. Queste idee che espongo non sono vane teorie; da diversi anni io le ho applicate con i miei operai i quali sanno che ho cura di loro; ed essi, che hanno interesse che lo stabilimento prosperi, perché trovano alla fine dell'anno la loro parte di utili, mi secondano con zelo. Vedete,in otto anni che essi lavorano per me, io non ho dovuto licenziare altro che undici lavorante e dieci di essi, pentiti del loro fallo, chiedono insistentemente rii essere riammessi; l'undicesimo è un traviato, sul quale pesa un'accusa di cui forse saprò lavarlo. fili operai, che avevano seguito attentamente questa parte del discorso di Roberto, scoppiarono in applausi fragorosi. Costanza era anch'essa in giardino e colmava i bicchieri col Selinunte. La sottana rossa delle domeniche, coperta di ricami d'oro, e il corpetto rosso di lei si veilevano comparire e scomparire tra gli alberi. Quando Roberto ebbe pronunziato le ultime parole del discorso, un operaio, a forza di gomiti; si fece largo nella folla e dirigendosi verso di lei le disse ; Udisti! il padrone salverà Alessio. Giovanni, che tu possa bruciare in eterno se mi metti nel cuore una speranza vana. Per l'anima mia l'ha detto, - rispose Giovanni. Come farà? Lui non è testimone. Se lo ha detto, vuol dire che ne è sicuro. Queste poche parole bastano, meglio degli applausi e delle dimostrazioni di affetto, a provare quanta fiducia Roberto avesse saputo infondere nei suoi operai; e mentre gli elettori appartenenti a classi più elevate gli rivolgevano mille complimenti quegli uomini rozzi, adunati nel giardino, si scambiavano poche parole, che erano come il motivo unico di un inno d'alletto sgorgante dai loro cuori. E la signora. Velleda? - domandò a un certo momento don Achille. - Sarà occupata, - rispose Roberto, che aveva notato l'assenza di lei. Vorrei salutarla. - disse Moltedo, che già aveva ordinato di attaccare la carrozza per partire. Roberto allora chiamò Saverio e gli disse di pregare la signora di scendere. Poco dopo ella, tenendo per mano Maria, entrò nella sala da pranzo, e modesta e disinvolta si diresse verso la poltrona dove sedeva don Achille. Ella era un poco pallida e sulla fronte le si leggeva un pensiero triste, che non riusciva a scacciare. Però nel vedere il Moltedo e gli altri amici sorrise, stendendo a tutti la mano. Com'è carina! Com'è elegante! - dicevano tutti quegli uomini accarezzando con lo sguardo la dolce testa fanciullesca e le forme snelle della persona, che si disegnavano sotto un abito semplicissimo di lana bianca. Il Bonaiuto pure le fissava e anche su di lui produceva effetto quell'effluvio di squisita femminilità che emanava dalla voce e dalle movenze di Velleda. A un tratto il giornalista si volse a Franco e gli disse nell'orecchio : Ho trovato un'arma potente per combattere suo fratello. Non le avevo detto che gli avvenimenti si creano? Mi è bastato che quella signora entrasse in questa stanza, per architettare tutto un sistema di attacco. Vede, noi giornalisti siamo come i generali sul campo di battaglia : appena il nemico presenta un lato vulnerabile, su quello concentriamo tutte le forze. Il Bonaiuto aveva fatto quella confessione a Franco, sperando che il duca gli facesse promettere di non combattere Roberto nella sua vita privata. Poi, a farsi pagare il silenzio ci avrebbe pensato. Fece dunque le meraviglie allorché vide Franco sorridere a mezza bocca. Non capisce nulla! - pensò fra sé e perde ogni speranza di poter vender la sua penna al nuovo candidato. Ma Franco, invece, aveva capito ed era felice che Roberto fosse attaccato in ciò che aveva di più caro e che quella donna fosse insudiciata col fango immondo di una polemica elettorale. Di lì a poco le carrozze riprendevano la via di Castelvetrano, gli operai partivano a gruppi, dopo aver detto al padrone, brevemente come sempre: Noi siamo con voi - e Velleda, con quel bisogno di pulizia e di eleganza che era uno dei suoi lati caratteristici, faceva sparecchiare la tavola e ripulire da cima a fondo la sala da pranzo, dove tanta gente aveva mangiato e bevuto. Quando tutto fu in ordine e il giardino ebbe ripreso il suo aspetto ravviato e silenzioso, che preparava così bene l'anima del visitatore all'alto raccoglimento di quella casa tranquilla, ella salì da Roberto. Franco e il Varvaro se n'erano andati, il Lo Carmine solo restava accanto a Roberto facendosi dettare il discorso pronunziato poco prima, che voleva far stampare per distribuirlo nel collegio. Erano giunti appunto alla chiusa, che conteneva l'allusione ad Alessio. Quando Roberto l'ebbe pronunziata, ella esclamò vivacemente ; Lei ha detto questo? Ha fatto questa promessa? Si, e la manterrò; perché della innocenza di Alessio in questo fatto, io sono convinto. Velleda non ebbe la forza di replicare; sentiva le lacrime che le salivano alla gola, e uscì per rifugiarsi nella biblioteca. Non ho più nessun potere su di lui, la mia volontà non è più la sua, io ho già perduto in parte il suo affetto e lo perderò tutto! - diceva invasa da un sinistro presentimento. - È possibile che non mi creda, che non creda a tante prove? Quel fatto, semplice in apparenza, l'annichiliva; era la prima volta che i loro pensieri non battevano la stessa via; era la prima dissonanza nella perfetta armonia dei loro sentimenti e delle loro vedute. - E quando sarà lontano! - pensava ella con raccapriccio. - Allora si staccherà sempre più da me, io non sarò più il perno della sua vita. Ah! che avvenire! e già vedovasi sola, lontana da quella casa, in balìa degli eventi, perseguitata, infelicissima. Il Lo Carmine se n' era andato e Roberto, entrando a cercare un libro nella biblioteca, la vide seduta sopra un seggiolone, con le mani abbandonate in grembo e gli occhi fissi in terra. Velleda! - esclamò spaventato. Ella non rispose, non sussultò. Velleda! - ripetè Roberto. - Che cos'è successo? Che cosa l'affligge? La signora alzò in faccia a lui gli occhi pieni di lacrime e fece con la testina una mossa sconsolata. Ma che cosa è successo? - Nulla che si possa narrare. Un fatto tutto morale. Io sono umiliata di non averle saputo infondere la mia convinzione rispetto ad Alessio; piango perché ella non sente come me. " Senta Velleda, - rispose Roberto seriamente, - del mio affetto non può dubitare. Io le sono devoto come una creatura può esser devota a un'altra creatura dalla quale spera tutte le consolazioni e tutte le gioie più alte e più profonde; ma il sentimento della giustizia parla in me cosi potente, che a costo di contraddirla e anche di affliggerla, non posso rinunziarvi. Ebbene, questo sentimento mi dice che Alessio è innocente del reato di cui lo accusano e io lo difenderò con lo stesso calore con cui difenderei me stesso. In questa faccenda ci troveremo sempre in due campi opposti. Veda, voglio anche ammettere l'ipotesi suggeritami dal Moltedo, che Alessio fosse qui per uno scopo amoroso, che egli sia l'amante di Costanza, ma non desidero fare indagini, perché dovrei mandar via quella donna, che è affezionata a Maria. Ma che Alessio avesse intenzione di rubare la mia bambina, non lo ammetto. Costanza! - esclamò Velleda, e poi tacque riflettendo per un istante, indi aggiunse : Non è possibile, non mi sono mai accorta di nulla. Era entrato nel giardino per rubare Maria; questa è la verità. Ma Velleda, - disse Roberto in tono affettuoso, perché si turba per questo fatto? Non le pare che questa piccola dissonanza ci faccia meglio sentire l'affetto che ci lega? Non è persuasa che io non posso trovar la felicità fuori di lei e senza di lei? Non sente quanto soffro per la sua afflizione? Roberto; - diss' ella intenerita e dandogli per la prima volta quel nome. - non sa quanto, quanto sia stata infelice e come mi spaventi di ogni piccolo fatto che minaccia la mia felicità! Segua l'impulso della sua coscienza ed io seguirò quello della mia, ma non si stacchi da me, non mi respinga, non mi abbandoni! C'era una intonazione così supplichevole in quelle parole che Roberto stese le braccia per attirarsi Velleda sul petto, ma prima di sfiorarle la vita, le lasciò ricadere lungo la persona e disse : Mia buona amica, eviti queste commozioni che sono seguite da momenti di debolezza. Siamo forti, o mia gentile eroina, siamo sempre forti, - e con un movimento repentino prese una mano di lei e se la portò alle labbra. Prima che Velleda potesse rispondergli, Roberto era già uscito.
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