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CAINO E ABELE

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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-Due giorni dopo che la lettera di Velleda era stata consegnata al Lo Carmine, fu pubblicato il decreto di scioglimento della Camera. La signora, aprendo il Giornale di Sicilia giunto con la posta della mattina, lo pose a colazione sotto gli occhi di Roberto. - Vede; - gli disse. - Ora bisogna vincere, - rispose egli in tono grave Vincerà! - esclamò Velleda con sicurezza. Franco non indovinava di che si trattasse, ma capiva che c'era per aria un mistero. Aveva veduto il Lo Carmine in continue conferenze con Velleda ed era riuscito ad afferrare qua e là alcune parole. Che cosa gli celavano mai? Perché suo fratello non aveva in lui nessuna confidenza? Vide Velleda rinchiudere il giornale in una busta e vide che diceva a Saverio di portarlo subito alla Casa dei Viaggiatori. Dopo colazione giungeva alla villa il Lo Carmine e si rinchiudeva con Roberto nello studio. C'è davvero un complotto? - disse Franco a Velleda, che era rimasta in sala insieme con Maria. Uh, no, tutt'altro. Un gruppo di elettori influenti porta candidato suo fratello; la Camera è sciolta e si combina la campagna elettorale. Mio fratello ha dunque un altro lato vulnerabile: l'ambizione! - diss'egli sarcasticamente. Una grande, una bella ambizione, che dovrebbe avere ogni uomo: quella di rendersi utile al proprio paese. La via che conduce a Montecitorio è ardua, ma più arduo è il rimanervi senza infamia. Quante reputazioni ho visto distrutte in quell'ambiente; quanti uomini precipitati nel nulla dopo quella prova! Ai disonesti e agli inetti può toccare quella sorte; non agli uomini integri e intelligenti, - rispose ella sdegnosamente. - Suo fratello ha dinanzi a sé un grande avvenire, ha tutte le qualità proprie dei trionfatori. Lei dunque lo spinge su questa nuova via? Si, - rispose Velleda. Badi, - disse Franco approfittando di una momentanea assenza di Maria, - le donne innamorate non sono le migliori consigliere. Generalmente sono sempre asse che rovinano i loro amanti. Velleda impallidì sotto quell'insulto, ma come spinta da una molla potente, scattò subito. Io non sono l'amante di suo fratello, se lo inetta bene in testa. Franco sorrise malignamente. Dunque, - riprese ella con calore, - ci vuoi tanta fatica a persuadere qualcuno della verità? Se le avessi voluto far credere una bugia ci sarei riuscita subito. Perché la verità trova tanti increduli, mentre la menzogna si spiana così facilmente la via? Senta, don Franco, aggiunse dando alla sua voce un tono persuasivo, quasi supplichevole, - perché mi odia tanto? Perché cerca di amareggiarmi con ogni mezzo resistenza? Che cosa le ho fatto io di male? Sono tre mesi, - rispose il duca, - che mi sottopone a strazj inauditi; sono tre mesi che mi getta in faccia il suo amore per Roberto, che lo fa felice sotto i miei occhi. Non le pare di avermi torturato abbastanza? Ora, voglio anch'io la mia parte e l'avrò. Velleda non rispose. Maria era tornata in sala portando i suoi quaderni di tedesco, e Franco fece alla signora un saluto molto cerimonioso e uscì, tirandosi i baffi. Era quello un segno di grande collera in lui. Fortuna che le sue collere non erano frequenti, altrimenti il duca sarebbe rimasto sbarbato. Scendeva le scale lentamente e quando giunse in fondo vide Costanza seduta sul parapetto marmoreo della fontana disseccata. Ella si gingillava coi nastri di velluto e sul volto contratto le si leggeva uno strazio terribile che in quel momento non si curava di celare. Gli occhi di Costanza s'incontrarono in quelli del duca, che erano così fissi e immobili come l'acqua insidiosa dei laghi montani. Costanza non gli disse una parola, ma gli fece cenno di seguirla e traversata la sala da pranzo, lo condusse in una serra fredda, piena di mi odore soffocante di gardenie e di tuberose. Quella perfida ha stregato anche lei - gli disse brevemente. - L'ho veduto l'altro giorno in mare, è inutile che neghi. Vorrei levarmi il gusto di umiliarla. Non è questo, - disse la donna, - la desidera, ma non sa volere, se no a questura ... . Aiutami tu, Costanza e, vedi, ti regalerò quello die vuoi. Non ho mai preso danari per compiere una vendetta; - rispose alteramente. - Se la umiliasse davvero, la facesse cacciar di qui, sarei troppo felice e non avrei bisogno d'altre ricompense. Perché l'altro giorno non la sollevò nella barca? Chi vuole, non rifugge da nulla. Non vedevi come si difendeva? Sì, ma un uomo deve aver più forza di una donna se no non è un uomo. Ora è inutile qualunque tentativo, - disse Franco. È vero; ma sappia aspettare, figuri di aver rinunziato a lei e quando il padrone partirà, faccia un colpo sicuro. Sei un demonio, Costanza, - disse il duca dopo una pausa, - ma tu mi aiuterai? Con tutto il cuore e con tutte le forze. L'infame patto fu suggellato da quei due con uno sguardo soltanto. Da quel momanto Velleda non soffri più tormenti; Franco pareva che l'evitasse e avesse preso il suo partito. Spesso nel dopopranzo faceva sellare i cavalli e andava a Castelvetrano seguito da uno staffiere, visitava i Moltedo, stringeva amicizie con gli sfaccendati del caffè e della farmacia e Roberto credeva che egli si cominciasse ad assuefare alla vita di provincia. Del resto, in quei giorni Roberto e Velleda facevano poca attenzione al duca. La signora si era offerta di far da segretaria e senza trascurare le lezioni di Maria; ne le passeggiate, trovava tempo di rispondere alle molte lettere che Roberto riceveva, stando lungamente levata di notte. Non avevano nulla sacrificato delle loro occupazioni e la sera leggevano lo stesso; soltanto invece di scegliere libri di letteratura o d'arte, Velleda aveva cavato dalla biblioteca molte opere del Bianchi, del Ghiaia e del Minghetti, su Cavour e il parlamentarismo in Italia, e da quelle ella raccoglieva la narrazione delle più memorabili sedute, i discorsi più importanti, ed iniziava Roberto alla nuova vita che stava per intraprendere. Una sera, prima che Velleda si ponesse alla lettura, egli commosso le disse: Velleda, io sono troppo felice e non so come a me appunto sia toccata la fortuna di averla a compagna. Fin qui mi era sempre parso oscuro il significato di quelle parole: " intelletto d'amore " inventate da un poeta e usate tanto in questi ultimi anni. Ella me Io spiega, traduce in opera quelle parole, ogni giorno si trasforma a seconda delle esigenze della vita, mi spiana la via sempre; che cosa posso fare per dimostrarle l'ammirazione che m'ispira, la gratitudine che provo? Volermi bene! L'affetto trova la sua ricompensa soltanto nell' affetto; ma non parli di gratitudine, mio buon signore: sono sempre io l'obbligata, sono sempre io che ho ricevuto maggior copia di doni. Lei era tranquillo, se non felice, poteva, anche prima di conoscermi, estrinsecare la sua bella attività, io, io ero invece una disgraziata, una donna che i pregiudizi sociali rendevano responsabile delle colpe dell'uomo cui era legata, non avevo più famiglia, più legami, dovevo rinunziare anche al lavoro per non portare un nome infame, e lei mi ha accolta, mi ha trattata come un'amica, mi ha voluto bene. Non le pare che sia io, io che ho ricevuto la parte più grande di benefizj? - Velleda, - disse Roberto fissandola, - ella lavora non solo per farmi eleggere, ma mi prepara anche alla vita parlamentare; non ha pensato che i doveri di questa nuova vita ci terranno divisi? Senza esporla a basse calunnie, io non la potrei condurre a Roma; qui viviamo fra amici fidata i quali apprezzano le sue virtù e non giudicano con i meschini criterj della gente di città; ma a Roma ognuno vorrebbe frugare nel suo passato e ogni persona che ella avvicinerebbe, atteggerei besi a inquisitore dei nostri rapporti: non potrà dunque seguirmi. Lo so, - rispose Velleda, - ho calcolato tutto prima di consigliarla, ma al disopra delle considerazioni egoistiche che può fare il mio cuore, ve n' è un' altra prevalente. Costretta a sparire dal mondo, a far dimenticare un nome che avevo sognato di rendere glorioso, ho riportato su di lei tutte le mie aspirazioni, tutte le mie ambizioni, e voglio che quella gloria che io non ho potuto conquistare, la conquisti lei in un altro campo e me la offra in segreto; è un sogno irrealizzabile forse? Ella fece questa domanda abbassando la testa, soffusa di una luce interna. Roberto curvò il capo sulle mani di lei, che erano posate sulla tavola e vi tenne lungamente incollate le labbra. - Se le forze mi basteranno, se lei non presume troppo di me, io le dedicherò tutta tutta la gloria che potrò acquistare; come le ho dedicato l'anima mia. Vede; Velleda, lei può fare di me tutto quello che vuole. Io non ho mai capito come ora la legge della suggestione; se mi dicesse di camminare alla morte, ci andrei sorridendo. Io non ho più volontà che la sua e mi compiaccio di non averne. Che dolce sentimento è questa dedizione completa, questa fiducia intera in un'altra persona che è in noi e fuori di noi. È l'unione vera, continua, cui il cuore può dare la durata che non hanno le unioni materiali. Velleda troncò la parola a Roberto temendo un momento di debolezza e prese a dipingergli la vita che avrebbero fatto divisi. Egli doveva passare a Roma molto tempo; specialmente il primo anno, lavorare negli uffici, prendere la parola in ogni questione sociale, esser sempre sulla breccia con la minoranza, imporsi con la eloquenza vera e con la serietà dei suoi intendimenti. Ella avrebbe ripreso a scrivere, per occupare le lunghe sere invernali, ma non più romanzi. Aveva in mente un'opera più utile, che avrebbe firmato " Una donna ", un libro destinato agli operai, in cui voleva mettere tutto il suo cuore di donna per educarli ai nuovi diritti acquistati e da acquistarsi e innamorarli degli antichi doveri. Nessuno avrebbe mai saputo che ella ne era l'autrice; Roberto doveva trovarle a Roma un editore ed ella ne voleva pagare la stampa con le sue economie e farla distribuire in tutti i centri di lavoro. Sperava con quell'opera di trattenere la rivoluzione delle classi, che aspirano al primato, avviandole a una conquista pacifica. Cosi mi farò sua cooperatrice, - diceva, - e nella tarda vecchiaia tutti e due potremo guardare dietro a noi paghi di avere speso utilmente la vita sotto l'egida di un affetto che sarà stato la nostra guida. Quella sera non lesserò più, non parlarono più. La parola non bastava a esprimere quello che sentivano, e l'eco del sogno di Velleda vibrava nei loro cuori come il ricordo di una musica divina. Ella aveva preso il lavoro e i fiori sbocciavano sotto le sue dita in una deliziosa armonia di tinte, e Roberto, con le mani abbandonate sui braccioli del seggiolone, l'avvolgeva in uno sguardo innamorato, mentre il mare accompagnava i loro pensieri con un lieve rumore ritmico, che aveva la soavità di una carezza. Quello stesso rumore accompagnava la veglia di Franco Il duca era tornato tardi da Castelvetrano, dopo aver passato la sera a giuocare in casa di un proprietario del paese, il Purpura, insieme con l'onorevole Orlando e altri. Anche in quella piccola città il giuoco era in gran voga e il Purpura passava per sapere abilmente spennacchiare gl' impiegati e gli ufficiali. Naturalmente appena aveva conosciuto Franco in farmacia, aveva indovinato che il duca doveva essere uno di quelli che giocano forte ed era riuscito ad attrarlo in casa sua. In poche sere Franco aveva perduto diverse migliaia di lire senza pensare al poi, volendo solo ammazzare il tempo e addormentare i sospetti di Velleda. Don Ciccio Purpura, che era il grande elettore dell'Orlando, aveva chiamato a raccolta tutti i più forti giocatori del paese, per offrire al duca competitori degni di lui. Il deputato, che aveva un debole per il giuoco; era accordo, trovandosi in quel momento a Castelvetrano per preparare le elezioni. Conosceva Franco dì vista, per essere stato a Roma molto tempo, ed era curioso di avvicinare questo principe dell' eleganza, che s'era rovinato come tanti altri. Invece di chiamarlo don Franco, come tutti lo chiamavano; gli dette subito il titolo che gli spettava e ciò lo rese simpatico al giovane signore, il quale si sentiva ferir l'orecchio ogni volta che lo chiamavano altrimenti. Poi gli parlò della capitale; di alcuni deputati del patriziato romano, gli raccontò dei pettegolezzi sui legami di questi con certe donnine galanti, e a Franco parve di sentirsi rivivificare da quel soffio di aria che veniva di là, dove aveva vissuto e dove avrebbe voluto sempre vivere. Era un ometto molto bruno, molto vicace quello Orlando; il vero tipo dell'avvocato presuntuoso, assuefatto a farsi ascoltare, a strappar l'approvazione all'uditorio. Uomo senza scrupoli, era devoto a chi saliva, senza voltar le spalle a chi scendeva. Alla Camera, era sempre nelle file della maggioranza, ora come affigliato, ora come alleato, ma il suo nome figurava immancabilmente nella lunga lista di quelli che votano per il sì Egli si faceva perdonare la devozione per i ministri in carica con l'entusiasmo che poneva nel parlarne, con la fede che pareva riponesse in loro. Ma quell' entusiasmo che gli si vedeva brillare negli occhi nerissimi, lampeggianti, dietro gli occhiali leggermente colorati di turchino, era una spuma tutta superficiale, che svaniva subito e non aveva sede nella coscienza di quell' avvocato, buon vivente, libertino; avido di danaro e di quelle soddifazioni d'amor proprio che da la carica di deputato, di uomo influente. Quell'avvocato volgarissimo, di poca cultura, ma accorto e subdolo, sotto apparenze franche, aveva una certa vernice di uomo di mondo, di uomo elegante e raffinato, e si faceva distinguere fra gente semplice e alla carlona. Egli portava sempre una camicia candida, si vestiva a Roma dal sarto dei patrizj, conosceva tutti e parlava anche di quelli che non conosceva, come se fossero suoi amici. Quando era alla capitale pranzava ogni sera con un gruppo di deputati siciliani al Caffè di Roma, dove si conoscono tutti i pettegolezzi del mondo politico e dove si tramano tante cospirazioni parlamentari. Da tre legislazioni sedeva alla Camera e portava con molta ostentazione le tre medaglie attaccate a una catena appariscente. Agli occhi dei suoi elettori e di qualche de putato poteva passare per un uomo di maniere eleganti e di gusti fini, a quelli di Franco no. Egli indovinò subito che quell' onorevole era un villano rifatto, ma in tanta scarsezza di persone da frequentare, non avendo da scegliere, si mostrò deferente per l'Orlando, il quale affettava di fronte a lui le stesse maniere che usava con i ministri scesi dal potere: maniere umili, inchinevoli, omaggio a un infortunio immeritato, a una grandezza decaduta, che poteva e doveva assurgere a nuovo splendore e a nuova potenza. L'avvocato non parlò a Franco del processo d'Alessio e neppure della candidatura del fratello, che aveva fatto una rivoluzione in paese; evitò d'intrattenerlo di cose noiose, atteggiandosi a consolatore di quell'esule volontario e divagatore di quel grande annoiato. E nelle prime sere o durante i caldi meriggi d'agosto, mentre erano seduti davanti al tavolino da giuoco, seppe anche perdere piccole somme, per non sgomentare il duca, ma poi incominciò a spennacchiarlo per bene, giocando abilmante e approfittando dell'indifferenza che poneva Franco in ogni cosa che faceva. E fu dopo una di quelle perdite che Franco vegliò lungamente, non perché vedesse diminuita molto la somma portatagli da Roberto e che era tutto ciò di cui poteva disporre, che di questo egli non si curava; ma per aver ricevuto una lettera dal Signorini. Franco aveva sperato che quella lettera potesse servirgli di arme per umiliare Velleda, ed era invece un inno alla signora, un tributo reso all'ingegno di quella gloria fiorentina, un omaggio alla donna infelice; che aveva saputo nobilmente portare la sventura. Il Signorini diceva che il nome del marito di Velleda era Crespi; ma che ella faceva bene a ripudiarlo e a portare quello del padre, per evitare le persecuzioni di quell'uomo abbietto, che scontava nella casa penale di Nisida una truffa. Prima di terminare la lettera, il giovane signore confessava a Franco che anche lui, come molti altri, aveva fatto la corte alla bella letterata, senza però ottener da lei nulla, perché a " Melusina " non si conosceva altra passione che l'arte; altro affetto che quello di suo padre e della sua bambina, rapitale dal marito. " Questo è quanto posso dirle della signora Velleda Bianchi, - concludeva il Signorini, - e se ella, nelle sue peregrinazioni in Sicilia, riesce a ottenere le buone grazie della piccola fata bianca; potrà dirsi veramente fortunato e abile più di me e degli amici miei. Dica alla indimenticabile Melusina che io sono fra i suoi amici più devoti e fra i più caldi ammiratori e che il suo ritorna a Firenze sarebbe una festa per me. " Ecco svanita una speranza! - disse il duca accendendo una sigaretta; - ma io non posso ne voglio rassegnarmi. Quell'uomo dagli imperiosi desiderj, che si dibatteva nell'impotenza di appagarli, appariva ben diverso dal consueto e i suoi freddi occhi si posavano irrequieti sulla lettera che aveva davanti, quasi quelle righe dovessero suggerirgli l'idea che cercava invano nella sua mente sognante perfidie, senza saperle preparare. Sono un inetto e porterò questo marchio d' inettezza tutta la vita. Ora Roberto sarà eletto deputato; se io mi fossi portato a Roma non avrei raccolto mille voti: eppure ero una potenza! E da deputato salirà sempre e sempre più si attaccherà a Velleda e sempre più ella insuperbirà della gloria di lui! Ah! è atroce la mia sorte; se non fosse ridicola. Prese la lettera e stava per farla in tanti pezzetti. ma si trattenne. Mi può sempre servire a qualcosa, - pensò, e la rinchiuse in un cassetto insieme con i danari. La vista dei biglietti di banca, molto diminuiti dalle perdite al giuoco, ricondusse il pensiero di lui al Purpura, all' Orlando, a tutti quei nuovi conoscenti di Castelvetrano e s'accorse che potevano essere altrettanti alleati per combattere reiezione di Roberto. Allora un sorriso cattivo gli sfiorò le labbra e capì che tutte le speranze di vedere una volta almeno umiliato suo fratello e afflitta Velleda, non erano perdute. Non fece un piano, perché era incapace d'idearlo, anche sotto l'impulso dell'invidia e del desiderio, ma si rimise, come tutti gli inetti, nelle braccia misericordiose del caso, e confortato dormì un lunghissimo sonno, che Saverio si guardò bene dall'interrompere. Era una domenica, una burrascosa giornata d' agosto. Il mare gonfiato dal vento di terra spingeva al largo le onde crestate di bianco per modo che guardando dalla spiaggia si vedeva una distesa verde su cui svolazzavano a stormi i gabbiani e in distanza una montagna nivea e fluttuante che si confondeva con la linea dell'orizzonte. La sabbia turbinava sulle rovine, sui palmizj, sulla villa, avvolgendo ogni cosa in una nube giallastra, di sinistro aspetto. I valori e i velieri ancorati nel piccolo porto alzavano e abbassavano le prue con moto continuo e disordinato, minacciando di urtarsi, e le alberature e g'li scafi cigolavano sinistramente. Alla villa erano alzati per tempo, nonostante la veglia prolungata, e chi avesse veduto Velleda e Roberto, senati alla tavola della colazione, con la piccola Maria nel mezzo, guardandosi sorridendo, non avrebbe mai supposto che da quei due giovani era stato poche ore prima tracciato un programma così serio di esistenza operosa. Parevano due giovani imposi occupati soltanto della loro felicità e della educazione della bambina, che sedeva in mezzo ad essi. Non c'era una nube sulla fronte liscia di Velleda, sulla quale scendevano i ricciolini dei brevi capelli; non un pensiero triste negli occhi grandi e mansueti di Roberto. Tutte e due sapevano che le lotte stavano per incominciare, che una esistenza di sacrifizj li aspettava, ma ormai avevano calcolato tutto e non provavano pentimento e si sentivano uniti nell'avvenire come nel passato; uniti sempre, e in questo consisteva la loro calma, la loro felicita. Oggi, Maria, - disse Velleda, - non puoi fare il bagno e neppure uscire; fuori non si sta ritti; leggerai, ti baloccherai con le bambole e se nel dopopranzo la burrasca continua, io ti racconterò una novella. Questa promessa teneva sempre buona la bambina, perché nessun libro procuravate mai tanto diletto guanto la narrazione di una novella immaginata da Velleda. la quale univa alla meravigliosa fantasia delle razze slave, una ricchezza di colorito tutta meridionale. Ed io pure ascolterò la novella, - disse Roberto, e starò attento quanto Maria. Io pure ho bisogno di passare il tempo. Tu scherzi, babbo, a te il tempo manca sempre. Lo zio Franco, invece, non sa mai che cosa farne. Dimmi, babbo, tutti i duchi sono così disoccupati? Chi ti ha detto che è duca? - domandò Roberto. Lui stesso; anzi mi ha promesso di lasciarmi il suo titolo, perché tu non vuoi farmi portare i tuoi. Il signor Franco cerca sempre di destare in Maria idee vane e ambiziose, - disse Velleda. - Io mi sono studiata si paralizzare quell'influenza, senza ricorrere a lei, ma vedo che la nostra piccina non vuoi dimenticare le parole dello zio; ed è bene che lei, signor Roberto, si valga della sua autorità per dimostrare a Maria che e inutile che si culli in quei pensieri, che ella si chiamerà sempre Maria Frangipani e che nessun titolo vale quanto un nome onorato. Roberto soffriva visibilmente; ripugnavagli di far nascere nel cuore di Maria la sfiducia contro Franco e capiva benissimo il delicato sentimento che aveva trattenuto Velleda dal parlargli di quella opera di corruzione del fratello; ma dinanzi al male che questi poteva recare alla sua bambina, non ebbe più esitazioni e disse, atti randola a sé dolcemente: Senti, Maria, tuo zio ha ricevuto una cattiva educazione; forse nessuno gli ha voluto veramente bene. Per questo egli non sa educare gli altri e non vuol bene a nessuno. Con te, egli si balocca come farebbe con un gingillo. Non gli prestare attenzione quando ti parla, ma non gli dimostrare disistima. È un infelice che va compatito e tollerato. Egli non può lasciarti proprio nulla; neppure quel titolo di cui si vanta e che è la sua sola ricchezza. Te lo dico io, che non saprei ingannarti, come non ti sa ingannare Velleda. Dovrei allontanarlo di qui, soltanto per la perfidia con cui cerca d'insinuarsi nell'animo tuo; ma ho compassione di lui e non lo faccio. Però invito te ad esser più ragionevole di lui e a non prestar fede a quello che ti dice. Se tu non lo facessi, io dovrei dirgli di partire, e lontano di qui sarebbe anche più abbandonato e infelice. Saprai essere forte contro le sue insinuazioni, Maria? Roberto aveva nella voce e nello sguardo quell'affascinante dono della persuasione, proprio degli apostoli, di coloro che parlano al cuore degli individui e delle masse, fascino indescrivibile che sfugge ali' analisi e che consiste forse nella grande armonia fra il pensiero e il sentimento. Maria subì il fascino delle parole e dello sguardo paterno e si gettò nelle braccia di Roberto, commossa. Egli la baciò affettuosamente e nell'alzarsi disse a bassa voce a Velleda: Ci sarà fatale, Franco? Ella non rispose. I suoi presentimenti erano sinistri, ma non voleva turbare la pace di quella grande anima, e i sibili del vento, la burrasca che si scatenava sulla villa; le parvero in quel momento i prodromi dell'altra che sentiva accumulare sulle loro teste.

CAINO E ABELE