CAINO E ABELE
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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Era il mese di luglio, afoso, intollerabile sulla deserta spiaggia sicana. Gli operai andavano al lavoro alle quattro del mattino per cessare da quello a mezzogiorno, gli abitanti della villa e il Lo Carmine passavano i cocenti meriggi sul " Selino " tornando a casa soltanto la sera, all'ora di pranzo. Velleda non soffriva il caldo; pareva anzi che in quell'ambiente di fuoco ella, la freddolosa, fosse nel suo elemento. Era più colorita del consueto e anche più bella, perché la nuova e intima felicità le metteva un sorriso perenne negli occhi. Non v' era più giardino, le sorgenti erano dissecate, l'erba era gialla e le palme, tutte coperte di polvere, parevano scolpite nell'arenaria, ma una lieta primavera circondava Velleda, e se Franco talvolta si lamentava del caldo e diceva che quella spiaggia gli metteva addosso la tristezza, ella, con atto incredulo, rispondevagli : Non c'è il refrigerio del mare, non abbiamo lo sua brezza che ci ristora, le creste argentee delle sue onde sparse sulla superficie azzurra che ci tengono luogo di fiori candidi? Che cosa ci manca? 0148 A me, - le disse il duca un giorno, quasi brutalmente, - manca tutto; manca la donna, una donna. Quella risposta cruda ferì la signora; perché era evidente che egli aveva voluto darle un significato offensivo. Velleda tacque e non riferì Quelle parole al suo buon signore. S'era accorta fino dai primi giorni, che un profondo dissenso latente era fra loro. E questa, era la sola spina che la offendesse fra le molte gioie che le rendevano cara la vita. Dopo il ritorno di Roberto, questi aveva cercato d'iniziare Franco al lavoro e lo aveva messo al corrente dei suoi affari, e poi avevagli affidato la corrispondenza inglese e francese. Non era una occupazione grave; sette o otto lettere al giorno da scrivere, lettere brevi, concordate prima col fratello. Ma anche questa piccola incombenza, Franco la disimpegnava di malavoglia, senza regola, accumulando le risposte e se Roberto lo sollecitava a sbrigarla, rispondeva: È tanto caldo, come si può parlare di lavoro! Non s'era mai potuto assuefare ad alzarsi presto la mattina, e nelle ore in cui tutti erano a fare il bagno ed a respirare l'aria fresca, Franco dormiva. Appena alle dieci scendeva nello stabilimento, e nel dopo pranzo, se il " Selino " approdava in qualche seno della costa, egli restava disteso in una amaca, rifiutando di seguire gli altri. Dopo pranzo, insieme col Varvaro, o più spesso solo; tornava allo stabilimento, e i molti giornali francesi e i romanzi che si faceva spedire da Roma, non lo aiutavano a sopportare la noia della veglia, ne a scacciargli dalla mente il pensiero che suo fratello in quel momento era felice. Roberto era stato quasi profeta nello scrivere a Velleda che Franco non avrebbe capito la purezza del loro affetto. Il cuore ha talvolta certe divinazioni. Franco, difatti, fin da quando suo fratello era a Roma ed aveva inteso Velleda parlare di lui con tanto calore, si era 0149 convinto che essi si amassero completamente. Quando poi li vide insieme, lei cosi felice, e Roberto tanto deferente, tanto fiero della sua compagna, ritenne che la sua convinzione avesse la conferma dei fatti, e invece di essere commosso dalla purezza di un sentimento che essi potevano dimostrarsi senza arrossire, credette che fossero due sfrontati che non si curassero punto di celare i loro rapporti. E questa convinzione, che Velleda appartenesse a Roberto, invece di staccarlo da lei, di farlo rinunziare a una impresa quasi impossibile, acuì il suo desiderio, gliela fece maggiormente bramare. Voleva trovarsi sempre fra di loro, per disputare a Roberto un istante di felicità, per far capire a Velleda che aveva tutto indovinato. Difatto, fino dalle prime sere, allorché la signora domandava a Roberto quale lettura doveva fargli, Franco si sdraiava in una poltrona, accendeva una sigaretta e prendeva l'atteggiamento dell'ascoltatore. Le riviste, i libri si erano accumulati sulla tavola nell'assenza di Roberto, e le prime sere, egli, per non annoiare il fratello, indicava a Velleda di leggergli quelle. Franco ascoltava da prima, poi incominciava a sbadigliare e spesso addormentavasi. Allora la signora posava la rivista in grembo, accennava ridendo il dormente a Roberto, e incominciavano a parlare come se fossero soli. Erano quelli momenti deliziosi, nei quali le loro anime si univano e i pensieri scaturivano abbondanti dalla mente, sotto l'impulso di un prepotente e reciproco desiderio di sparger tesori intellettuali sull'altare del loro affetto. Era quella una voluttà tutta morale, un piacere sublime, che infiammava i loro volti e dava agli occhi lappeggi amenti insoliti. Franco, nel destarsi, s'accorgeva della commozione di Roberto, dell'estasi di Velleda, e con un pensiero triviale figuravasi che quello non fosse altro che il prologo di una notte d'amore. E si tratteneva ancora, credendo di sottoporli e una tortura e poi con la testa infiammata usciva, attardandosi sulla spiaggia 0150 deserta, voltandosi ogni tanto a guardare se il lume era spento in sala, quasi che l'oscurità di quella stanza fosse il segnale dei ludi amorosi. Invece, appena il duca usciva, Velleda posava il libro e dalla terrazza seguiva con l'occhio Roberto in giardino, mentre faceva insieme con Saverio, la solita ispezione, ora che i carabinieri non stavano più alla villa; e quando vedeva che il buon signore si avvicinava alla porta per tornare a casa, di lassù gli augurava la buona notte e andava in camera di Maria per evitare un momento di debolezza e d'intenerimento che avrebbe potuto spingerli a una stretta di mano e forse allo scambio di un bacio. Allorché le riviste furono esaurite, Velleda prese a leggere un libro pubblicato di recente dal Brunetti, direttore degli scavi, sugli oggetti rinvenuti nell'acropoli selinuntina, libro noioso per quelli che non si appassionano nello studio dell'archeologia, lavoro paziente di ricostruzione della storia di una città, fatto su poche terrecotte, su pochi bronzi, su poche pietre rinvenute negli avanzi di case, nelle tombe di un'epoca posteriore. Quella lettura dilettava immensamente Roberto; egli che era cresciuto in quei luoghi e che aveva veduto dissotterrare quegli oggetti, li spiegava a "Velleda, glieli disegnava e ogni tanto andava a cercare un libro che si riferiva agli scavi dell'antica colonia di Megara, le dimostrava la traccia lasciata dai seguaci di Ermocrate, dai Romani durante la prima guerra punica, dai cristiani, e in seguito dai maomettani, che vi si fortificarono contro il conte Ruggero. Con ogni mezzo egli la illuminava e pareva che volesse infonderle tutta la sua erudiziene, tutto il suo amore per la città dormente da secoli sotto la sabbia. Franco, durante quella lettura, si annoiava mortalmente. La prima sera dormì, la seconda, appena vide prendere il libro, addusse il pretesto di aver lettere da scrivere e andò via, sorridendo malignamente al pensiero che 0151 appena lui lontano, il libro sarebbe stato gettato sul! tavola. È un ripiego per allontanarmi, - borbottava fra i denti percorrendo il viale dei palmizj. Il cancello era spalancato e Franco vide ritta su quello una figura femminile. Ah! sei tu Costanza! - disse il duca. - Che cosa fai? Prendo il fresco, signore, in casa si soffoca. E Vosi-gnoria perché ritorna così presto allo stabilimento? Mio fratello e la signora Velleda si divertono leggere certi libri che mi fauno dormire, e io li lasci soli al loro divertimento. La donna sorrise malignamente. Non credi che essi si divertano? Altro! Sono sempre felici quando sono soli. E come Io sai? Non ho occhi forse? - disse la donna fissando le pupille lampeggianti in faccia al duca. Ma da quanto dura questo amore? Dal giorno che lei è arrivata, lo ha stregato subito forse gli ha fatto la fattura. Franco rise a quella supposizione della contadina. Iso, creda, signore, è proprio questo; il padrone non aveva mai guardato in faccia una donna: appena venuta lei è cambiato da così a così, - e presentava ; Franco il palmo della mano, e poi lo voltava subito mostrando la parte superiore. Lei comanda, lei è padrona e guai a chi non le ubbidisce, - continuava Costanza. - Pare delicata debole, ma è di ferro e impone a tutti la sua volontà Franco aveva già capito che Costanza non poteva soffrire Velleda, ma non supponeva mai che la nutrice fosse così intollerante del giogo impostole da lei. Tu sei gelosa del bene che le vuoi Maria. - si capisce, - disse il duca per incitarla. 0152 Fosse quello solo! - rispose la donna. - Non posso vedere che abbia preso il posto della padrona una donna che non si sa di dove venga, se abbia marito o no, una principessa che fa l'istitutrice e che un bel giorno si farà sposare dal padrone. Sposare poi! Sì, se gli dicesse di buttarsi nel fuoco per lei, il padrone ci si getterebbe subito. Ma tu lo saprai: è vedova? La donna si strinse nelle spalle. Chi lo sa! Porta il nome di Bianchi e poi un giorno le venne di lontano lontano una lettera tutta bolli ed era diretta alla signora Crespi. Sai leggere tu? No, ma la busta l'aveva presa Maria e ci lesse quel nome. Le dico, signore; è tutto un mistero. Faresti bene a scoprirlo, Costanza. Oh! se potessi! - esclamò la donna. Franco aveva notato nella mente quel nome, e l'ammontando il proposito fatto di chiedere notizie su Velica al Signorini a Firenze; vinse la naturale inerzia e quella sera stessa commise la vigliaccheria di domandare a uno sfaccendato, a un ciarlone, informazioni sopra usa signora che lo trattava da amico e non aveva fatto nulla per meritare quell' affronto. Non gli disse che Velleda era a Selinunte, anzi finse di averla incontrata a Palermo e ne fece un ritratto fisico così lusinghiero; che pareva curato dalla mano delicata di un amante gentile. Ella non ha nulla di appariscente, - scriveva Franco, - pare una di quelle dolci figurine di Carlo Dolci, tutte soffuse di luce e dagli occhi vaganti in una continua visione. Quando le stringo la mano, temo di stritolarla fra la mia, tanto è morbida e sottile. I capelli corti e ricciuti le formano sulla fronte un nembo scuro, a riflessi d'oro. Per caratterizzarle meglio quel 0153 viso le dirò che la signora Velleda Crespi o Bianchi che sia, ha un nasetto tutt' altro che greco e che scambia leggermente un occhio; ma questi difetti invece d' imbruttirla, le danno una grazia singolare e lo sguardo li ricerca a preferenza dei pregi. Essi sono la vita, l'espressione di quel volto, la fisonomia di quella fisonomia. La signora di cui le parlo ha la grazia del linguaggio toscano e la fine eleganza delle donne fiorentine, ma si vede che nelle vene le scorre un altro sangue, perché la sua pelle è delicata e diafana come le nifee che sbocciano nei laghi gelati del settentrione e non ha quella tinta giallastra, così seducente alla luce artificiale, che è propria delle discendenti del bilioso Alighieri. Questa donnina debole, all'aspetto modesta, ha una volontà recisa e quando discute di letteratura, d'arte, di questioni sociali, s'infiamma ed accampa una sicurezza, che forse le viene dal lungo uso di sapersi ascoltata. Conosce tutte le eleganze, tutte le raffinatezze del lusso, ed è semplicissima di gusti e in casa non si vergogna di compiere umili uffici. Insomma, è un mistero vivente ed ha talvolta sulle labbra un sorriso franco di bambina. Mi dica chi è, che cosa faceva, quali erano i suoi amanti, quale la sua posizione; le assicuro che mi preme di sapere tutto questo e anche di più. " Franco chiuse la lettera e si coricò tranquillo per averla scritta e soprattutto per essersi procurato un alleata nella villa. La noia lo divorava e in quello stato d'irritazione continua in cui si dibatteva, si faceva prepotente l'invidia per Roberto e il desiderio di togliergli Velleda, di privarlo almeno di una delle cose che costituivano la felicità di lui. Non v'era occasione in cui le poche persone che avvicinava non gli facessero sentire la superiorità di Roberto, non per umiliarlo, - a questo non pensavano neppure, - ma per esprimere l'ammirazione che Roberto aveva saputo destare in tutti quelli che lo circondavano, per 0154 dar sfogo a un sentimento che non si può tener celato e che le anime buone manifestano con effusione. E quelle ferite al suo amor proprio, riaperte og'ni giorno, ogni momento quasi, lo rendevano smanioso e cattivo. Certi sentimenti buoni o malvagi dormono talvolta in noi lunghi anni, talvolta tutta la vita, come alcuni semi nella terra e alcuni germi nell'aria, e non si sviluppano altro che per un lungo lavorìo occulto che li pone in condizione di destarsi. Nella sua vita facile e spensierata i malvagi sentimenti che erano nel cuore di Franco avevano sonnecchiato; l'invidia non l'aveva mai tormentato, perché ovunque andasse era sempre il primo, e la ricchezza, il prestigio del nome e la liberalità nello spendere coprivano con un manto tutte le deficienze del carattere e della mente del giovane duca. Ma appena quel travestimento concessogli dall'opulenza gli cadde di dosso, appena non ebbe per tutto ornamento altro che il suo valore personale, senti la propria inferiorità di fronte al fratello, e anche ai pochi uomini modesti con i quali aveva rapporti. Il Lo Carmine, benché goffo e balbuziente, aveva una cultura seria, era una specie di autorità nella sua branca, il Varvaro stesso era competente nella fabbricazione e nel commercio dei vini, aveva studiato, s'era fatto un nome: e lui che cos'era, che cosa gli sorrideva? Appena sparito da Roma, tutti lo avevano dimenticato, tutti, meno donna Paola, che gli scriveva ogni due o tre giorni lettere appassionate; ma quella creatura così tenera non aveva attrattive per lui, lo annoiava mortalmente e invece di confortarsi nell' affetto di lei, quell'affetto gli faceva meglio sentire l'abbandono generale. Dunque, senza il palazzo, senza la sua prodigalità da gran signore, senza i prestiti a una turba di parassiti, senza lo sfarzo, non era più nulla, non contava più nulla? Gli pareva di sentire le sue amiche e i suoi amici di una volta, riuniti in casa di madame de Louvois, parlare di lui ogni tanto come di un morto, chiamandolo " quel povero duca " e la voce di donna Guendalina specialmente lo feriva, poiché figuravasi che ella affettasse di compatirlo più d'ogni altro, rimproverandosi ostensibilmente la crudeltà usata a quel disgraziato. Certe menti limitate hanno la facoltà di concentrarsi in un pensiero unico e di farsi dominare interamente da quello. Il mondo scompare ai loro occhi, non vedono nulla, non sentono nulla altro che il martellante pensiero, spesso perfido, che le tortura. Per Franco, il pensiero della superiorità del fratello era divenuto un incubo e sotto l'oppressione di quell'incubo l'invidia cresceva, cresceva sempre e lo rendeva capace di ogni perfidia. Strappargli Velleda, umiliarlo, ecco che cosa voleva. Sapeva che Roberto in lei aveva concentrato tutti gli affetti, che non erano quelli di famiglia; che lei era il suo orgoglio e in lei voleva colpirlo, sfogando il desiderio di farla sua che ogni giorno si faceva più prepotente. Questo egli voleva, fortemente voleva, e metteva in quella volontà una tenacia che non aveva mai sfruttata nella vita. Ma i mezzi per giungere a quel risultato non li vedeva chiaramente. Peraltro sperava che la risposta del Signorini e Podio di Costanza lo avrebbero aiutato a scoprirli. Ma per più giorni, dopo avere spedito la lettera attese inutilmente questi due aiuti, sempre più offeso, sempre più torturato dal desiderio. Un dopo pranzo, dopo un violento temporale che aveva rinfrescato sensibilmente l'aria, Roberto aveva proposto di andare a Castelvetrano a fare una trottata. Franco aveva accettato, non perché gli sorridesse l'idea della gita, ma perché non si voleva staccare dal fratello ne da Velleda, la quale naturalmente li accompagnava insieme con Maria. Salirono in una carrozza di paglia, coperta da una tenda. Il duca era accanto a Velleda, Maria e Roberto di fronte. La pioggia abbondante, caduta nella notte, 0156 aveva lavato i mandorli, le carrubbe e gli aranci. La campagna era un incanto; i fichi dindia scintillavano sotto i raggi del sole sfoggiando i loro frutti carnosi, e i grappoli delle vite lambivano la fertile terra rossastra, cui la pioggia aveva reso il suo colore caldo. Velleda era fresca e sorridente. Quella corsa attraverso la campagna le aveva colorito il volto, che appariva più bello sotto un largo cappello coperto di fiori di campo. Ella era felice e ogni tanto fissava Roberto e con uno sguardo breve, ma affettuosissimo, gli accarezzava il volto. Ed egli la sentiva tutta la soavità della blanda, spirituale carezza e la ringraziava sorridendole. Franco rise guardando Maria. Perché ridi, zio? Sono allegro, ti dispiace forse? Penso alle critiche che faranno i castelvetranesi sul mio vestito bigio, sulla forma del mio cappello, sul colore della mia cravatta. Velleda aveva abbassato gli occhi e non era più lieta A Castelvetrano Roberto li lasciò. Voleva andare dal giudice istruttore a sapere a che punto era l'istruttoria. Velleda salí dal Moltedo, insieme con Franco e Maria. Il passo dei cavalli vivaci era stato riconosciuto da don Achille e da donna Giovannina e tutti e due erano andati in cima alla scala a ricevere i cari ospiti di Selinunte. Prima che Velleda potesse presentar Franco, don Achille gli aberrava la mano e gridavagli : Benvenuto, caro duca, è tanto tempo che vi aspettavo! Maria alzò la testa sentendo dare allo zio quel titolo e appena furono seduti nella stanza quasi oscura, attorno alla poltrona di don Achille; ella domandò a Franco : Dimmi, zio, sei duca tu? Sì, piccina, sono duca d'Astura. - E il babbo non è duca? 0157 - No; io, come maggiore, ho diritto a quei titolo, ma lui se volesse sarebbe marchese di Cevoli, conte di Pelerà. La bambina tacque, ma dopo un momento chiese sottovoce: Perché il babbo non ti chiama duca e non si fa dare quei titoli? Perché è democratico, e i democratici ambiscono a illustrare da sé il loro nome e sdegnano i titoli trasmessi dagli antenati. Anch'io dunque sarei marchesa e contessa? Franco capì che in quella bambina destavasi a un ti atto la vanità di casta e per recar pena a Roberto, che la voleva serbare semplice di modi e modesta, le disse : Mia cara nipotina, tu hai tutti questi titoli, ma un giorno ne avrai uno anche più bello. Io non prenderò mai moglie e il dì delle tue nozze regalerò a te e a tuo marito il mio titolo, tu sarai la sola duchessa d'Astura. Maria rimase pensosa e sbalordita dall' annunzio di quel dono ed evocando il ricordo delle novelle udite raccontare da Velleda, si figurò che le duchesse si vestissero diversamente dalle altre signore e portassero sempre la corona in testa. Dopo una lunga pausa, ella tirò per la manica lo zio e gli domandò : Com'é fatta la corona ducale? Franco cavò di tasca un portasigarette di cuoio bianco con una corona formata da piccoli brillantini in un angolo, e gliela fece vedere. Benché Velleda si accorgesse del dialogo fra Maria e Franco non potè afferrare le parole che si scambiavano. I Moltedo avevano fatto servire dei rinfreschi agli ospiti e Franco nell'offrire una granita alla piccina le disse con fare manierato : 0158 Questa è per te, duchessina! Maria sorrise lungamente a Franco, lusingata da quel titolo che le dava. Don Achille, col suo fare amichevole, narrava a Franco tanti piccoli incidenti sulla sua famiglia e notava la grande somiglianza fra la madre e lui. Siete un vero siciliano! - gli diceva con molta compiacenza. - Dovete venire spesso da noi; vi farò conoscere molta gente; a Selinunte siete troppo isolato ; voi non avete cola le occupazioni di vostro fratello, voi dovete annoiarvi. Non credo, - disse Velleda rispondendo per lui. Il signor Franco ha saputo adattarsi alla nuova esistenza e lavora anch'egli. Ora siamo nella stagione più triste, ma nel settembre la caccia e la vendemmia gli offriranno distrazioni. Il duca non capiva il sentimento delicato che spingeva Velleda a farlo apparire contento della suo sorte e la fissò senza aggiungere parola a quelle che ella aveva dette. L'arrivo di Roberto rianimò la conversazione, che languiva nel salotto quasi buio, attorno alla poltrona del vecchio infermo. Maria era andata a vedere una cova di canarini e Roberto potè parlare. Nulla di nuovo si è scoperto, - diss' egli. - Fra pochi giorni si farà il processo ai malandrini che hanno attaccato lo stabilimento; per quello di Alessio si aspetta di scoprire qualcos'altro. Egli è guarito e lo hanno trasportato alle carceri, in una cella segreta e non ha rivelato nulla, nulla; sempre più mi convinco che quell'uomo è innocente della intenzione che gli si attribuisce. Velleda non era del parere di Roberto e lo disse francamente. A mezzanotte non si entra armati in un giardino per divertimento. Quella corda, quella scala, perché cosa 0159 erano lì? Certo nessuno voleva rapire Costanza o rapir me! Alessio non parlerà, perché è sicuro che i suoi compiici non sono stati scoperti, ma se la convinzione mia, io potessi infonderla nei giudici, sarebbe condannato. Meno male che qui nessuno può udirvi, signora, disse don Achille, - ma in altro luogo vi consiglio a non esser tanto franca; voi non conoscete la Sicilia e potreste scontare dolorosamente il vostro zelo nel far condannare Alessio. Io non ho paura, e i colpevoli debbono essere puniti, - rispose la signora guardando Roberto e cercando negli occhi di lui l'approvazione, ma quella volto Roberto evitò lo sguardo della sua cara e un velo di tristezza gli oscurò la fronte. L'accanimento di Velleda gli dispiaceva. Roberto volle far visitare la città a suo fratello e chiamata Maria, disse addio ai Moltedo e uscì. La bambina aveva preso la mano del babbo e Velleda si trovò accanto a Franco, il quale le offrì il braccio. Camminavano per le vie deserte in quell'ora e ogni tanto Velleda si soffermava per riportare l'attenzione del duca sopra i cortiletti interni delle case, fioriti di oleandri, e sulle donne belle, sedute e intente al lavoro. Vede, sono greche, greche addirittura per le forme eleganti della persona e per la linea della fronte e del naso. Nessuna siciliana ha come queste un colorito più bello. Guardi come sono bianche e rosee, - diceva soffermandosi per accennargli ora una figura che passava con un'anfora posata sui capelli; ora un'altra con la testa curva sul lavoro. Franco non rispondeva e guardava indifferente. A un certo punto, vedendo che Roberto era avanti e non poteva udirlo, si fermò e fissando Velleda negli occhi, le disse: Mia cara signora, io non ho nessuna tendenza 0160 classica, e queste donne possono parere statue greche viventi. ma non fanno per me. Eppure son tanto belle! - esclamò Velleda con accento d'ammirazione. La sua natura d'artista era cosi possente, che dimenticando la sua qualità di donna, guardava le donne belle con una insistenza e con un compiacimento tutt'altro che femminile. La bellezza sola non mi basta: io sono un decadente, come hanno battezzato in Francia gli uomini della mia risma e del mio conio. La bellezza basta agli uomini semplici, ai caratteri che sentono l'entusiasmo. Per me ci vuole di più, e forse di meno. Più che la bellezza mi attrae l'eleganza, quel certo non so che delle donne che hanno veduto molto, che hanno amato, che capiscono tutte le depravazioni tutti i pervertimenti del gusto. Velleda ritrasse il braccio che appoggiava su quello di Franco e arrossì, ma egli, sfiorandola col suo soffio, aggiunse : Per me ci vuoi lei, Velleda. La piccola signora rabbrividì. Le faccio orrore, - disse il duca a denti stretti, senza smettere il sorriso un po' stupido. - Ma non è colpa mia se non c'intendiamo; lei ci mette così poca buona volontà! Del resto, quando il nostro orecchio è attratto da una voce prediletta, tutte le altre non si odono che come un ronzìo noioso. L'allusione non poteva sfuggire a Velleda, ma ella finse di non capirla. Non voleva mettersi in urto col duca per non affliggere Roberto, per evitare che egli le chiedesse spiegazioni. Tacque dunque, ma in cuor suo soffrì uno stazio atroce. Roberto s'era fermato con un signore del paese che ella non conosceva e dovette per questo restare accanto a Franco, il quale riprese a dire: Non vede quale vita insulsa io faccio? Io non ho 0161 a Selinunte i conforti che vi trova mio fratello. Dal viso stesso si vede la mia noia, la mancanza di ogni sollievo, di ogni consolazione, anche fugace. Ingrasso, imbolsisco, divento uno stupido, e tutto per colpa sua, Velleda. La signora fremeva; quelle offese le arrivavano dritte al cuore e in un impeto di ribellione esclamò: Senta: se non cessa di perseguitarmi, io vincerò ogni ritegno e dirò tutto a suo fratello. Mi pare di non aver fatto nulla per meritare i suoi insulti. Insulti li chiama? - rispose Franco. - Io non ho altro desiderio che quello di entrare nelle sue buone grazie, e sarei felice se volesse farsi la consolatrice della mia esistenza. Le ripeto che dirò tutto a suo fratello. Non lo farà mai. Io non sono profondo osservatore, ma scommetterei qualunque cosa che dalla sua bocca non uscirà mai una parola; non vuoi turbare la quiete di Roberto; gli vuoi troppo bene per dargli un dispiacere. Vile! - esclamò Velleda. - Doppiamente vile se crede quello che dice. Ne sono convinto, - rispose il duca con calma. Ma allora, quali consolazioni vorrebbe da me? Tutte quelle che io sono capace di sognare; se adora mio fratello, che me ne importa? L'amore, come lo intendo io, non ha nulla che vedere con i sentimenti. È l'appagamento di un desiderio, è l'unione di due corpi attratti da una irresistibile simpatia. L'odore che emana dalla sua pelle, le movenze del suo corpo, la sua bocca fresca, la sua voce, le sue mani, mi mettono la febbre addosso: io la desidero, io la voglio! Il duca non s'era esaltato punto nel parlare a Velleda. Ella invece era in preda a un parossismo di rabbia e alzando gli occhi su Franco, due occhi che avevano una guardatura sinistra e ai quali lo strabismo leggero dava una espressione minacciosa, disse : 0162 Basta; glielo impongo! - e senza curarsi di quello che avrebbe potuto pensare Roberto entrò in una botteguccia, di mercerie e rimase ritta, rigida dinanzi al banco, senza saper quello che chiedere. Roberto, quando ebbe lasciato l'amico, si volse per cercare Velleda. Dov'è? - domando a Franco. Sono forse il guardiano della signora? - rispose egli con dispero. - Mi ha lasciato da molto tempo. Roberto camminava ansioso per la via deserta spingendo l'occhio in ogni cortiletto e in ogni bottega. Quando la scorse con uno slancio di affetto le corse incontro, domandandole: Che cosa fa? Perché è sparita? Non vede? Compro nastri per Costanza: me ne ha chiesti. Franco; dalla porta della bottega seguiva la piccola scena e ripeteva fra sé: Non gli dirà nulla mai, ne sono sicuro! Quando uscirono tatti insieme per continuare la visita alla citta, Velleda aveva preso per la mano Maria. Le oro afose, le ore morte erano passate e la gente usciva dalle case. Ogni uomo si toglieva rispettosamente il cappello vedendo Roberto; ogni donna gli sorrideva, e quei saluti e quei sorrisi erano una consolazione per Velleda, la quale diceva a Maria: Vedi come tutti vogliono bene e rispettano tuo padre; tu puoi essere altera di lui; non v'è nulla di più bello che ispirare stima. Maria non rispondeva ed era straordinariamente distratta. Ella pensava alla promessa dello zio di farla duchessa e già parevate di veder d'intorno a sé, in atto umile, una corte di signori e di dame che le prestassero omaggio. A che pensi, Maria? - domandò Velleda. - Penso che è una bella cosa portare una corona ducale. 0163 Ma come mai ti vengono in testa certi pensieri? Non sono forse l' erede dello zio Franco, duca d'Astura? Ah! è un'infamia! - susurrò Velleda fra i denti. E in quel momento, forse per la prima volta, ebbe la visione precisa, delle sinistre intenzioni del suo persecutore.
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