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CAINO E ABELE

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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Con un'ineffabile espressione di contento sulla faccia dolcemente commossa, Roberto si avvicinava a Castelvetrano. Il treno, dopo Castellamare s'internava nella regione montuosa, quando il viaggiatore posando sulla panchina i giornali di Palermo, già letti, andò sulla piattaforma della carrozza; che era l'ultima, per gettare un colpo d'occhio sulle rovine di Segeste, che si confondono da lungi con le asperità del monte e vedendo la doppia siepe di pelargoni che fiancheggia la via ferrata, il suo pensiero corse al fiorito giardino della sua villa, dove i pelargoni in ogni stagione dell'anno, mettevano una nota gaia, di rosso e di rosa, fra le piante rinverdite dalle piogge autunnali o dissecate dai calori dell'estate. Era vicino alla mèta e sentiva tutto lo sforzo che aveva dovuto fare per rimanere lontano circa quaranta giorni da quel centro della sua attività e dai cari ed esclusivi affetti della sua esistenza. Ma nel ripensare allo sforzo, misurava anche l'opera compiuta in un periodo di tempo, lungo per chi anela il ritorno, ma breve per sanare tante magagne e rimediare a tanti mali. Ed era contento di sé, di quella contentezza intrinseca che dà l'esito di una impresa difficile e scabrosa, condotta felicemente in porto, mercè l'energia e l'oculatezza. Il treno camminava lentamente; come camminano i treni in Sicilia, e i pelargoni fiorivano sempre, lungo la via e pareva a Roberto che gli dessero il bentornato. Tutto gli era noto: dalla fisonomia dei castelli, come 0132 S. Ninfa, Salemi, aggrappati sui fianchi dei monti, ai campi di grano quasi maturo, ai vigneti, al volto delle guardie e dei capistazione, che lo salutavano rispettosamente. Come si sentiva felice in quel paese, che era il suo paese eletto, in mezzo a quelle campagne che non hanno eguali! Il vento stesso, che gli portava gli effluvi salsi del mare, pareva gli desse il benvenuto; che gli recasse il saluto delle sue care. A Castelvetrano nessuno era ad aspettarlo. Non ritirò il bagaglio, prese soltanto le valigie, e fattele portare nella stanza del capo-stazione, lo pregò di consegnarle la mattina dopo al suo cocchiere; poi a piedi, girando intorno al paese dalla parte esterna, per non esser veduto, andò in casa Moltedo, che era di fronte al palazzo Monteleone. Colà era atteso da don Achille e dalla moglie, una coppia alla buona: lei compassata e cerimoniosa, lui un po' bbravaccio, cacciatore appassionato, proprietario di estese vigne verso Partanna, garibaldino sfegatato, eccessivo nell'amicizia e nell'odio; ma buono, sinceramente buono. Finché i Frangipani avevano abitato Roma, don Ahille aveva amministrato i beni dotali dalla signora, di cui era lontano parente, poi era divenuto il miglior amico del padre di Roberto e per questi era stato una provvidenza indicandogli dove poteva trovare uve e prezzi convenienti, aiutandolo neIla scelta di esse, illuminandolo in ogni evenienza. Ora s'era fatto vecchio e una malattia di cuore lo inchiodava spesso sopra una poltrona; ma la sua casa era sempre il ritrovo di tutta la gente per bene della città e Roberto gli dimostrava una stima, di cui il vecchio eragli gratissimo. Quel giorno, col pretesto di sentirsi male, aveva allontanato i soliti amici e accolse Roberto a braccia aperte, come un figlio, volle alzarsi per condurlo nella camera che gli aveva fatto preparare. Roberto, durante il desinare parlò poco della sua 0133 gita a Roma per non raccontare cose che dolevagli di confidare anche a un amico fidato come don Achille e a una donna prudente come donna Giovannina, ma si dilungò assai nell'esporre ciò che sapevamo sul fatto di Selinunte. Il Moltedo conosceva ogni particolare dalla bocca del Varvaro e del capitano dei carabinieri, ma sentendo Roberto esaltare l'atto coraggioso di Velleda; due lacrimoni gli sgorgarono dagli occhi ed esclamò: Che sia benedetta, mille volte benedetta! Quella benedizione invocata da un vecchio sopra una creatura adorata, commosse Roberto, il quale fissò don Achille con sguardo di riconoscenza e sentì raddoppiare, per quelle semplici parole, l'affetto che a lui lega vaio. Fu annunziato il giudice istruttore, avvocato Bettoni, un toscano magro, con due baffettini neri, un ometto tutto fuoco e penne, che era da poco tempo in paese e spiegava molto zelo nell'istruzione del processo. Roberto non lo conosceva, ma appena gli fu presentato, l'avvocato disse strusciandosi le mani: Li abbiamo acchiappati tutti, vivi o morti. Ma; quell' Alessio è un osso duro; non vuoi dir nulla e assicura che la scala di corda non è sua e che egli era entrato nel giardino attiratevi dal desiderio di veder da vicino le lampade dalla luce elettrica. Dunque, continuò il Bottoni, - si avrebbero qui tre fatti isolati : l'attacco allo stabilimento, un tentativo di ratto, provato dalla scala corda, attaccata alla finestra, e la presenza di Alessio, che nega qualsiasi complicità con altri. Se ella riuscisse a farlo parlare; meriterebbe d'esser subito messo al mio posto; io ci rimetto il fiato inutilmente. Proverò, - disse Roberto, - ma ci spero poco. Il Bottoni e il giovine signore si alzarono e dopo poco erano nella stanza dell' ospedale, dove era stato 0134 trasportato Alessio. Da un lato del letto era una guardia di pubblica sicurezza, dall'altro sonnecchiava una suora di carità. Il ferito con la gola fasciata fino all' altezza della bocca, pareva die dormisse. Al rumore dei passi aprì gli occhi, fissò prima il giudice istruttore e poi Roberto. Quest'ultimo sì accostò al letto e disse con la sua voce dolce, cui la commozione dava toni profondi e solenni come le note di un organo : Alessio, sii sincero; per il male che ti voglio, desidero che tu possa lavarti da una accusa grave che pesa su di te. Dimmi che cosa facevi nel giardino della villa, armato, a mezzanotte? Nulla, - rispose il ferito fissando l'antico padrone. So che il mio passato mi accusa, ma io non avevo nessuna intenzione cattiva: lo giuro. Nella voce di Alessio vi era una intonazione di verità, che colpì Roberto. Ma la scala di corda? - domandò. Non è mia; non è stata mai mia e non ho mai comprato un pezzo di corda; magari l'avessi comprata per impiccarmi! Ma a che scopo entrasti in giardino? Per curiosità. Vagavo col fucile in ispalla per tirare alle quaglie che giungevano in quei giorni. Ne avevo già ammazzate diverse per venirle a vendere e me ne hanno trovate in tasca; vidi tutta quella luce ed entrai. A un tratto mi sentii addosso i cani, feci fuoco per difendermi; uno cadde, ma l'altro fuggì per tornare subito e afferrarmi, non so altro perché mi raccolsero mezzo morto. Povera farfalla notturna, attirata dalla luce elettrica! - esclamò in tono di scherno il Bottoni accostandosi, - trovati un mezzo di difesa più abile, se no earai condannato. Che mi condannino pure, io sono innocente! 0135 Alessio, - riprese Roberto con una calma veramente sublime, - dimmi: che volevi tu fare della mia bambina? Nulla. Io non ho mai pensato a torcerle un capello, mai. Vedi, Alessio, non è il tuo antico padrone che ti prega di esser sincero, è un padre. Parla e la mia protezione non ti mancherà mai. Io non sono un ladro, ne un malandrino, - rispose fieramente il ferito. - Le apparenze mi condannano, ma io sono innocente. Povero agnellino bianco! - disse il Bettoni. - , Credi che non si sappia che tu spendevi biglietti da cento e da cinquanta lire nei mesi che eri disoccupato! Ti piovevano dal cielo quei danari! Io spendevo il mio, - replicò il ferito, - e nessuno può dire che io abbia rubato. Del resto, che la polizia cerchi; tocca a lei a trovare. Troverà, - rispose il Bettoni. Roberto, sconfortato da quelle risposte, uscì dalla camera dell'ospedale più afflitto di quando vi era entrato. Non sperava di saper nulla di più e una voce interna gli diceva che, nonostante le apparenze, Alessio era innocente. Ma tutto quel mistero lo turbava, tutte quelle complicazioni lo agitavano e in esse si perdeva la sua mente serena, come lo sguardo più acuto si perde in una foresta intricata e tenebrosa. I Moltedo lo attendevano ansiosi e salì solo dai suoi amici, ai quali narrò tutto. Se alla villa vi fossero altre donne che la signora Velleda e Costanza, direi che Alessio in quella notte si recava a un convegno d'amore, - osservò il Moltedo. Roberto scrollò il capo. Conosco Costanza, - disse, - non è capace di amare. Sono otto anni che è in casa e non ha mai 0136 avuto certe debolezze. La signora poi che cosa può aver di comune con un operaio? Vedete, mio buon Moltedo, la vostra mente come la mia si affatica in supposizioni. Per me Alessio è innocente e questa è la sola verità che mi apparisca chiara. Mi risponderete che tutto cospira contro di lui, ed avete ragione, ma nessuno sa per quali vie misteriose un uomo riesca a comunicare a un altro uomo una convinzione; Alessio me l'ha infusa; ed io ubbidirò a quel sentimento strano quando sarò chiamato a deporre contro di lui. Si riderà di me, ma non importa. La conversazione si aggirò ancora su quell'avvenimento, che aveva tanto turbato i due vecchi amici della famiglia Frangipani. Essi raccomandarono a Roberto di condurre loro Franco che non avevano più veduto da quando era un ragazzino, e augurandosi la buona notte, si separarono. Donna Giovannina accompagnò in camera l'ospite e gli disse: Sorvegliate Costanza, don Roberto. Quello che una donna non ha fatto per tanti anni, lo può fare un giorno, inaspettatamente; ma sorvegliatela senza che se ne accorga. È una supposizione, vedete, che mio marito mi ha fatto balenare nella mente. Dove tutto è buio pesto, bisogna seguire qualunque lumicino, anche un fuoco fatuo. Sorvegliatela. Seguirò il vostro consiglio, donna Giovannina, ma non credo che mi porterà a nessun risultato; Alessio è innocente! La mattina dopo la carrozza di Roberto, una specie di giardiniera di paglia, tirata da due vivaci cavalli, si fermava a casa Moltedo. I due vecchi erano ancora a letto e Roberto, che aveva udito il rumore delle sonagliere da lungi, era già sulla porta ad attendere. Ne scese il Varvaro, cui il signore stese affettuosamente la mano. I cavalli partirono e Roberto acceso un sigaro prese a parlare dello stabilimento, delle spedizioni fatte, 0137 come un uomo occupato soltanto degli affari. Ma il cuore di lui volava anelante alle villa e avrebbe voluto che i cavalli divorassero la strada per condurlo più presto. Per via incontravano gruppi di operai, che si fermavano per salutarlo ed egli dava loro il buon giorno sorridendo. Un ciuffo di mandorli, una spianata di terreno circondato da fichi d'India, la cupola di una carrubba; una palma spiumata erano per lui altrettante pietre miliari che indicavangli l'avvicinarsi alla mèta sospirata. Allorché udì il rumore del mare, e vide la grande colonna del tempio di Apollo biancheggiare sull'azzurro diafano dell' orizzonte, fu invaso da una tenerezza ineffabile, da un sentimento nuovo, dolcissimo. Quando altre volte aveva lasciato la casa, vi era tornato senza commozione; ora che sentivasi così spiritualmente unito a Velleda, quel ritorno, dopo la confessione del suo affetto, era per lui un grande avvenimento. Che cosa si sarebbero detti i loro sguardi, incontrandosi? Che cosa si sarebbero dette le loro mani unendosi? Il sole era già alto e copriva la pianura di un manto aurato, di una ricchezza favolosa. Sotto i raggi caldissimi la sabbia prendeva un tono d'oro antico e le pale dei fichi d'India parevano lame d'acciaio scintillante. Oltre i templi, oltre l'acropoli, oltre la necropoli, al di là del Selino, Roberto scorgeva i pennacchi delle palme del viale. A uno svolto della via scorse lo stabilimento con i camici fumanti e poi la casa. Allora il cuore gli dette un balzo e si fermò per un istante. Come gli parve tranquilla, lieta, ridente quella casa tutta bianca, con le allineate colonne marmoree, sorreggenti la terrazza del primo piano, ombreggiata dalle palme, con la terrazza superiore, che formava intorno all'edifizio un coronamento di maiolica a fondo azzurro 0138 e oro e dalla eguale gli oleandri rosa e rossi emergevano in ciuffi fioriti! Come gli parve cara e desiderata quella dolce casa! La carrozza entrò nel viale dei palmizj, e il rumore delle ruote sulla ghiaia fece accorrere Maria, Franco, Velleda e il Lo Carmine. Bianca, sottile, quasi diafana per il pallore che le copriva il viso, Velleda fu la prima a trovarsi accanto alla carrozza, quando Roberto ne scese. Ella lo fissò intensamente e gli stese le due manine, che egli si portò alle labbra. Maria tenne a lungo suo padre abbracciato, avviticchiandosi a lui con tenerezza appassionata. E a me? - domandò Franco stendendo le braccia al fratello. - Io debbo farti più festa che gli altri; non è per me che sei stato assente? Il Lo Carmine si era posto in disparte, per lasciare sfogo alle prime effusioni e Roberto lo andò a cercare e gli dette una buona stretta di mano. La porta della casa era vagamente adorna di festoni di lauro su cui le grosse margherite e i pelargoni staccavano per chiaro; in terra era formato un tappeto di petali di rose e di fior d'arancio; tutta la casa era vestita a festa e una ghirlanda di rose circondava il bacino marmoreo in cui riversavasi l'acqua della fontana che manteneva una dolce frescura al piede della scala. Grazie, - disse Roberto rivolgendosi a Velleda. Tutta questa festa di fiori mi dice che era desiderato il mio ritorno. Ella alzò su di lui i dolci occhi e con uno sguardo eloquente gli fece intendere le ansie della separazione e la gioia di quel momento. Franco sorprese quello sguardo e abbassò gli occhi indispettito. Non era possibile illudersi; l'anima di quella donna si trasfondeva in quella di Roberto interamente: essi si amavano. 0139 Maria saliva le scale portando al babbo la borsa da viaggio, per non staccarsi da lui; Velleda invitò il duca, il Lo Carmine e il Varvaro a entrare nella stanza da pranzo. In quella calda mattina di maggio la signora aveva dismesso le attillate vesti di Lina, così eleganti e dal taglio un poco maschile, che Franco avevate veduto portar sempre. Ella indossava un abito di una morbida stoffa orientale, color avorio, disseminato di piccoli fiori rosei, e un'alta cintura rosa ricadente in lunghi lembi sulla sottana, le disegnava una lista più viva intorno alla vita sottilissima. Il collo non era più stretto del colletto insaldato e appariva bianco e delicatissimo attraverso le trine che lo circondavano, e la testina bruna e ricciuta s' ergeva gloriosa da quelle stoffe morbide e chiare. Franco notò che Velleda non volle sedersi a tavola prima che Roberto scendesse. In atteggiamento disinvolto ella rimase a parlare ritta nella sala, senza accostarsi alla tavola su cui era steso un tappeto di fiori silvani, un gaio tappeto rosso e giallo. Roberto si fece poco attendere e discese insieme con Maria, la quale teneva fra le braccia una bambola paffuta e rosea, vestita di velluto, dalla quale non staccava gli occhi. Vedi, Leda, che cosa mi ha portato il babbo? disse mostrandola alla signora. Hai pensato, prima di accettare il dono, se lo avevi meritato? Mi pare, - rispose la bambina, - Non ho fatto capricci e ho studiato. Allora, se la tua coscienza ti dice questo, tieni pure la bambola. Roberto aveva ascoltato quel piccolo dialogo e sorrise a Velleda. Quel sorriso non sfuggì a Franco. Come si amano! - ripeteva dentro di sé. La signora era seduta di fronte a Roberto e faceva 0140 gli onori della tavola, ma con maggior riserva che per il pacato e parlava poco, quasi punto, ascoltando Roberto, con quel gaudio infinito con cui si ascolta una melodia cara, non più udita da molto tempo. Durante la colazione, non fu parlato ne del fatto doloroso avvenuto a Selinunte, ne degli affari del duca; ma ormai Velleda non era più ansiosa di notizie. Tutta la sua sovreccitazione era svanita a un tratto ed ella era calma e felice. L'arrivo di Roberto aveva acquetato i suoi nervi, le aveva dileguato dalla mente ogni ricordo. Tutto era pace, era letizia e alzando ogni tanto gli occhi su Roberto pareva dirgli : Sono felice! felice! Soltanto un'ora dopo l'arrivo, Roberto e Velleda si trovarono soli nella sala del piano superiore. Mentre i loro cuori volavano uno verso l'altro per confondersi in una carezza spirituale, essi rimasero distanti, senza stringersi neppur la mano, guardandosi, e la commozione loro si manifestò in un dolce sorriso, nel quale scambievolmente si avvolsero. E dopo quella fugace concessione fatta al loro affetto, ognuno riprese il lavoro: "Velleda condusse Maria nella biblioteca per farla studiare; Roberto andò allo stabilimento, girò nei magazzini e nelle officine e quando il lavoro stava per cessare all'avvicinarsi del mezzogiorno, egli salì nel quartiere di Franco, ove gli aveva detto di attenderlo. Il duca non era punto impaziente; disteso sopra una poltrona di bambù, sfogliava un numero della Vie Parisienne giuntogli quella mattina, e fumava una sigaretta. Quando vide il fratello, non si alzò e gli fece cenno di sedersi di fronte a lui. Franco, vuoi udire il mio rapporto? - disse Roberto. Se è proprio necessario; lo ascolterò; ma se puoi risparmiare di dirmi tante cose die mi faranno pena, te ne sarò grato. 0141 Sobbarcati a questa noia, - disse Roberto, - Ko bisogno della tua approvazione per esser tranquillo. Ebbene, parla allora. La vendita del palazzo, gli oggetti che aveva voluto fossero tolti prima di entrare in trattative con l'aquirente, l'impiego che aveva fatto della somma, pagando prima di tutto i creditori che avevano ipoteche su quello e poi estinguendone altre su case che avrebbe venduto in seguito, i piccoli debiti liquidati, tutto espose brevemente e con chiarezza, ricorrendo due o tre volte soltanto agli appunti del suo taccuino, dal quale terminato che ebbe il rapporto cavò un vaglia di alcune migliala di lire sul Banco di Sicilia e disse al fratello: Ecco che cosa ti riporto; è poco, ma ti basterà per le spese minute in questo tempo di transazione. Dopo, liquidato tutto, confido che ti rimanga abbastanza da vivere; se non riuscissi a questo, la mia casa sarà sempre la tua e i beni di nostra madre ti appartengono come a me. La povertà dunque non ti spaventi, Franco; ti spaventino le azioni inconsiderate che possono distruggere l'opera mia. Perché scrivere alla marchesa quella lettera così triste e affettuosa? Non sai che ella voleva venire qua ad ogni costo e offrirti la consolazione del suo amore? Povera Paola! - disse Franco lusingato nell'amor proprio. - Avrebbe fatto questo? Non scherzare con quel cuore appassionato di donna: l'amore per te è la sua malattia, e di quella morirà, tè lo assicuro io. Sii circospetto, scrivile quel tanto che basta a tenerla calma, ma non le fare sfoghi per intenerirla. La fuga di lei dalla casa del marito sarebbe la più grande sventura che potrebbe capitarti in questo momento. Sarebbe per me il colpo di grazia! Io non voglio fastidj, non voglio seccature e qui si vive così bene, in questo nuovo mondo dove mi hai trasportato! 0142 Dunque la signora Velleda e i pochi amici miei ti hanno affezionato a questo luogo? Mi pare di esservi stato sempre e di non potermene più allontanare. È la vita nel Paradiso terrestre e non manca neppure l'Eva adorabile. Roberto fu offeso da quella ammirazione espressa in tono fatuo e non rispose. Poi parlò della zia, della buona duchessa, che era rimasta così afflitta della lontananza del suo Franco e alla quale la marchesa Paola aveva fatto una visita, la prima dopo la sua malattia, per parlarle dell'assente. Grazie a te, - disse Franco rinchiudendo il vaglia nella scrivania, - non sono stato mai così ricco come adesso. Ho una piccola somma e nessun conto da pagare, nulla da spendere. Mi pare un sogno. Prima potevo avere in cassa migliata e migliala: il dare superava sempre la riserva e a giorni non avevo da pagare una carrozza ; che vita tranquilla che tu mi hai preparata! In questa gratititudine, che il duca si compiaceva di esprimere al fratello, non v'era mai un accento che partisse dal cuore, una parola calda e sentita. E anche la gratitudine si limitava alla parte materiale dell'esistenza, non al lato morale di essa, al quale Roberto aveva pensato soprattutto nell' addossarsi gli affari di Franco. Come farò a destare in lui il sentimento della dignità, come farò ad assuefarlo ad anteporre i beni morali a quelli materiali? - pensava Roberto e si convinceva che l'opera più difficile cominciava appunto ora. La campana dello stabilimento annunziò la pausa nel lavoro e Roberto si alzò prontamente. Vuoi venire ad assistere al pranzo degli operai? disse. - Oggi è il primo maggio e la signora Velleda ha preparato loro una piccola festa. Franco si alzò anch'egli e i due fratelli scesero nello stabilimento. Nel vederli passare; tutti gli operai che 0143 stavano aggruppati intorno alla fontana si voltarono. Il duca vestito di lana bianca, sottile, nervoso, elegante, con lo sguardo freddo, distratto, e l'andatura stanca pareva un gran signore capitato per caso in quel centro di attività; Roberto, con l'abito di tela da lavoro, le forti spalle, l'occhio animato e vigile, era uno di loro, il primo e il più attivo. Gli operai notavano quel contrasto fra i due fratelli e alcuni dicevano: Vedi, don Franco non avrebbe la mano di ferro del padrone! Si, - rispondevano gli altri, - ma con lui si chiuderebbe subito lo stabilimento. Non è un uomo! A poco a poco la tettoia delle cucine si era riempita. Roberto e Franco stavano in disparte, gli operai andavano ad occupare i loro posti, e le donne incominciavano la distribuzione dei maccheroni. Dalle grandi caldaie scoperchiate uscivano nuvole di vapore e dalle teglie di rame saliva nell'aria l'odore del sugo di carne. Quando i maccheroni erano già distribuiti giunse Velleda sola; a poca distanza la seguiva Maria insieme con la nutrice. Questa pareva invecchiata di parecchi anni in quegli ultimi giorni e camminava con andatura stanca. La signora sorrise ai due fratelli e si diresse verso i fornelli; Maria corse vicina al babbo e Costanza rimase sola. Ella cercò con l'occhio il posto dell'operaio col quale aveva parlato due sere prima sotto la carrubba, e vedutolo fece diversi giri fra una tavola e l'altra, scambiando parole con questo e con quello e accostandosi sempre a lui senza dar nell'occhio. Che ne dite eh, del ragout? - domandò la nutrice quando fu accanto a Giovanni, atteggiando le labbra a un sorriso. Dico che è buono, ma non posso dir altro. Tutto è mistero, Costanza. Il sorriso svanì dalle labbra della donna e i suoi occhi espressero un'ansia straziante. 0144 Oggi, - aggiunse l'operaio; - tutti fanno sciopero negli stabilimenti di Marsala, e noi siamo qui a mangiare un buon piatto di maccheroni. Chi soffre e chi gode; chi è rinchiuso e chi è libero così è la vita. Da quelle vaghe parole Costanza aveva capito che Giovanni non aveva notiza del prigioniero e s'allontanò a testa bassa, sconsolata. Gli operai mangiavano avidamente le buone pietanze ordinate da "Velleda. Molti, già sazj, rinvoltavano in un foglio il pesce e il formaggio, pensando alla cena e già stavano per alzarsi e ritornare al lavoro, quando Roberto si accostò alla tavola centrale e disse con la sua bella voce sonora: Figliuoli, i vostri compagni d'Italia e di tutto il mondo hanno voluto che questo giorno fosse santificato ovunque. Ma invece di trascorrerlo nel riposo, lo impiegano a contare le forze, a chiedere con minacce una riduzione delle ore di lavoro. Prima che voi mi faceste questa domanda, io vi proposi di limitare a ott'ore il vostro lavoro quotidiano, sicché su questo punto non vi sono stati fra noi malintesi. Oggi non mi avete chiesto il riposo, ma io ve lo concedo da mezzogiorno in poi; e se stamane vi ho fatto venire al lavoro, è stato soltanto per dimostrare agli altri proprietari di stabilimenti che voi mi ubbidite e che fra noi non sussistono attriti. Questa ubbidienza io sento di doverla all'amore e alla giustizia con la quale vi guido. Talvolta mi accuserete di durezza, ma per guidare trecento uomini ci vuole severità ed io vi spingo a lavorare e ad esser disciplinati per non avere il dolore di licenziarvi, poiché io vi voglio bene e mi separo con rincrescimento dai miei cooperatori, e non è neppure la sete di guadagno che mi fa lavorare più duramente di voi, no. Io ho bisogno di poco e le mie terre mi darebbero da vivere: è il desiderio di rendermi utile, di far prosperare questa regione, di dar lavoro a voi che vi siete nati. Se domani, disgustato 0145 dagli ostacoli che incontro, io chiudessi lo stabilimento, voi dovreste andare in altri paesi, in cerca di lavoro, e forse emigrare in America, abbandonare le vostre famiglie. È dunque soprattutto l'interesse vostro che mi spinge a volere che l'attività non cessi a Selinunte. Aiutatemi, lavorate con amore, e invece di guardare quei pochi più fortunati di voi, fermatevi a considerare i più infelici, quelli ai quali il lavoro manca, che a turbe debbono abbandonare tutto ciò che amano, per recarsi a chiedere a una terra lontana quel pane che rifiuta loro la patria. Figliuoli, a quegli infelici pensate e il lavoro vi parrá lieve e forse lo spettacolo di tante miserie profonde vi farà benedire la mia operosità. Gli occhi di molti operai erano umidi di lacrime e il vecchio Federigo, quegli che soleva intonare la preghiera quotidiana, si alzò e fissando Roberto, disse: Non abbiamo bisogno di guardare i più infelici di noi, per benedirvi, padrone. Quanti sciagurati voi avete trattenuti sull'orlo del precipizio, quanti avete salvati! Questi fatti sono scritti nei nostri cuori. Voi siete il nostro padre severo e amoroso e i morenti si confortano pensando che voi non abbandonate le loro famiglie. Le vostre opere danno frutto, padrone; noi vi siamo devoti e l'azione malvagia di un perverso, di un compagno che rinneghiamo, ci ha fatto sentire meglio quanto vi siamo affezionati. Che Iddio vi benedica, o padrone, e benedica l'opera vostra! Un grido uscì da tutte le bocche, un grido lungo che commosse Roberto e riempì di lacrime gli occhi di Velleda. Le labbra di Giovanni rimasero chiuse e Costanza si fece livida. Franco aveva abbassato gli occhi. Una doppia razione di vino fu distribuita agli operai, i quali sotto il cocente sole meridionale uscirono lieti dallo stabilimento a frotte. E mentre in tante parti del mondo un grido di ribellione e d'odio usciva dal petto 0146 dei lavoratori, e tante fabbriche erano in fiamme, e tanti ribelli cadevano colpiti dalle palle dei soldati, su quella spiaggia della lontana Sicilia un nuovo vincolo d'affetto era creato fra il padrone e gli operai. L'opera d'amore li un cuore buono e di una mente illuminata trovava la sua alta ricompensa. Velleda s'era accostata a Roberto e gli parlava sommessamente, fissandolo. Franco li avvolgeva con uno -sguardo invidioso, che non sfuggi a Costanza. Ella fremè li gioia e disse fra se: Ah! so come vendicarmi!

CAINO E ABELE