CAINO E ABELE
Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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Un rumore sordo di botti rotolate sul lastrico, un cigolìo di carri, un battere uniforme di martelli, il fischio del vapore, destarono Franco. Egli si stropicciò gli occhi, guardò intorno a sé per raccapezzarsi ove fosse e balsò dal letto spalancando le finestre. Il sole era già alto e un vento impetuoso di scirocco sollevava le onde frangiate di spuma, che andavano a frangersi sulla riva orlata da una duna scura di alghe. Sulle onde vi era una distesa di gabbiani, alcuni volanti irrequieti, altri posati sull'acqua e col collo nascosto sotto la superficie di quella, pescando. Un cutter tutto bianco filava rapidamente verso il piccolo porto, con il fiocco spiegato, simile a un uccello con un'ala sola, una grande ala gonfiata, dal vento. Due barche, cariche di botti di vino, guidate da due uomini, gli andavano incontro sballottate dai cavalloni, e giù, nel piazzale limitato da due lati dai magazzini, schiere di operai silenziosi, vestiti di panno turchino, col cappuccio del piccolo mantello abbassato fino alla fronte, rotolavano botti, segavano assi di rovere, entravano, e uscivano nei magazzini. Sul mare e in terra il lavoro continuo, serio, militarmente regolato, senza vocìo, senza grida; il lavoro della macchina che non si ferma mai, che da utile, che dà guadagno. Franco rimase a guardare quello spettacolo di dietro alle persiane, riflettendo. Anche lui aveva veduto nelle sue fabbriche in costruzione centinaia di lavoranti, ma quelle fabbriche erano state costruite alla lesta, tanto che alcune erano crollate prima di giungere al tetto, ma non aveva mai visto fra quegli operai ne disciplina, ne ordine. Ogni cantiere di costruzione era una specie di Babele, dove si parlavano tutti i dialetti delle diverse regioni d'Italia, dove si bestemmiava in tutte le favelle della penisola, dove tutti sfogavano la noia per la fatica alla quale erano condannati, per la fretta con cui dovevano lavorare e si lamentavano della ingordigia degli appaltatori. Qui tutti accudivano al proprio lavoro tranquillamente, sicuramente, senza aguzzini che li incitassero: erano tutti operai di quella regione e il prodotto del suolo ricchissimo li nutriva, quel prodotto reso fruttifero dalle intelligenti cure rivolte da Roberto nel perfezionarlo. E a questo risultato suo fratello era giunto con un piccolissimo patrimonio, e lui che aveva una sostanza così vistosa si era rovinato! Accanto all' ammirazione per Roberto, sorse subito nel cuore di Franco l'invidia; un'invidia sorda che non poteva sfogare. Si scostò dalla finestra e vestitesi appena, fece un giro nel suo quartiere, che si componeva di uno studio, di mi salotto, di una stanza da bagno e della camera. Tutte queste stanze erano al primo piano e guardavano il mare, e ovunque erano collocati mobili in legno chiaro, comodi e solida portiere di tessuti orientali a fiori. Era un quartiere costruito e ammobiliato con criterio per premunire chi lo abitava più dal caldo che dal freddo, benché in ogni stanza vi fosse un caminetto. Non era una reggia, ma i comodi non mancavano e i fiori collocati in antichi vasi di Caltagirone e di Palermo, mettevano una nota gaia ovunque. Saverio, che aveva udito che Franco era alzato, gli portò il caffè e gli preparò il bagno. Il giovane signore fu servito come nel suo palazzo di via Veneto e gli dispiacque di non trovare nulla da biasimare. Egli spese la mattinata a togliere dai bauli la roba portata seco, a collocare sulla scrivania e sugli altri mobili i ninnoli dai quali non aveva saputo separarsi. Verso le dieci il Varvaro gli fece domandare se poteva riceverlo e poco dopo scendevano insieme a visitar lo stabilimento. Prima di tutto entrarono nel cortile ove gli operai erano curvi sulle botti nuove, che rotolavano, stando uno accanto all'altro e spingendo dinanzi a sé il fusto che mandava un cigolìo di catene. Che cosa fanno? - domandò Franco. Queste botti, rispose il Varvaro, - escono ora dall'officina di costruzione, che le mostrerò più tardi. Prima si riempiono di catene d'acciaio e quelle rotolandovi dentro le puliscono da ogni scheggia di legno, che nell'attrito, staccano. Queste che vede qui accatastate; sono piene di acqua e soda; quelle altre di un vino basso affinchè il legname lo imbeva; ora glieno mostrerò altre ancora; già pulite e preparate come queste, nelle quali si pone qualche litro di spirito; vuotato l' alcool si riempiono di Selinunte. Ma venga meco e vedrà ben altro. Franco seguí la sua guida, alla quale gli operai rivolgevano un breve saluto, senza interrompere il lavoro, e lo condusse da un lato del cortile dov'erano tante assi segate. Questo è rovere della Florida, che ci reca un bastimento ogni tre mesi. Suo fratello ha esperimentato tante qualità di legname ed ha scelto il rovere come il più adatto alla conservazione del nostro vino. Con questo si fanno le doghe delle botti, ma venga venga. Entrarono allora sotto una vasta tettoia. Otto o dieci fucine erano accese e un cinquantina di uomini erano intenti a riunire le doghe, a battervi attorno i cerchi di ferro per farle combaciare, a immergere il legname nell'acqua, a seccare col fuoco le botti già fatte, od adattarvi i fondi. I martelli facevano un rumore stridulo battendo sul ferro, dai fuochi si sprigionavano fiamme alte, gli operai sudavano; pareva d'essere all'inferno. Vede, - disse il Varvaro traendo Franco in disparto - là in quell' angolo vi è la macchina che sega le assi per ridurle a doghe; più in là ve n'è un'altra che cerchia le botti. Con una macchina e pochi operai si potrebbe compiere sollecitamente questo lavoro; ma suo fratello è buono e gli dispiace di privare tanta gente del pane e costringerla ad emigrare; così preferisce rinunziare a una vistosa economia di tempo e a un guadagno non indifferente e continua a far costruire a mano i fusti per il suo vino. Il signor Roberto non è soltanto una intelligenza superiore, ma è anche un cuore d'oro, e per questo tutti lo rispettano e lo amano. Passarono poi nella distilleria. Qui molti operai versavano un vino basso in un pozzo in muratura, sotto la macchina. Un motore a gas metteva in moto la macchina, e dai sottili cannelli di vetro ritorti, l'alcool usciva limpido per riversarsi in un recipiente chiuso da sigilli. Questo alcool, che ci viene a costar poco, ci serve alla preparazione delle botti e ce ne rimane ancora per mettere in commercio. Qua poi, - e lo faceva entrare in una stanza vasta, con le pareti rivestite di legname, - si fabbrica il cognac da alcuni anni, ma non si venderà altro che quando ne avrà dieci. Suo fratello è stato a visitare le principali fabbriche della Charente, ha fatto venire un abile operaio da Cognac, le macchine necessario alla distillazione delle vinacce, i modelli dei fusti, tutto ciò insomma che poteva assicurar l' esito dell' impresa, e fra cinque o sei anni il nostro cognac cognacsostituirà in Italia quello francese, così gravato dai dazii. Franco era costretto ogni momento ad ammirare la larghezza delle vedute di suo fratello e sempre più provava per lui una invidia terribile. Quando entrarono nel primo magazzino, lungo più di cento metri, nel quale tre filari di botti erano collocate una sull'altra e una schiera di operai era intenta a vuotare i quattro immensi tini, che erano in cima e in fondo, in cui le pompe a vapore avevano scaricato tutta la ricchezza dei pozzi, Franco si fermò sbalordito e domandò a Varvaro: Dunque mio fratello è molto ricco? Relativamente - rispose il direttore. - Abbiamo altri undici magazzini come questo e in essi vi saranno un trecentomila ettolitri di vino, ma in quest' anno se ne esiterà appena un milione di litri e il resto deve essere invecchiato, perché acquisti pregio; ma anche ogni anno occorre allargare il campo dei nostri smerci e di questo si occupa specialmente suo fratello. Da che la Francia è chiusa per noi, il signor Roberto si è studiato di rendere più facili i trasporti con l'Oriente. Ormai il nostro vino va a Tunisi, in Egitto e nei possedimenti inglesi delle Indie. Abbiamo noleggiato vapori che fanno il servizio di quei porti, e altri che lo recano a Napoli, a Livorno, a Genova. Le spedizioni piccole si fanno per ferrovia e per risparmiare nel trasporto da qui a Castelvetrano, il signor Roberto ha già fatto fare gli studi per una ferrovia a trazione elettrica. La mattina servirebbe al trasporto degli operai fino allo stabilimento, nel giorno a quello della merce. Guardi come suo fratello pensa a tutto, - aggiunse mostrando a Franco la tappatura di una botte. - Molti negozianti che smerciano il nostro vino ne facevano venire pochi fusti di qua e poi riempivano i vuoti con altro vino di peggior qualità e lo gabellavano per nostro. Poteva nascere un discredito per noi e il Selinunte correva rischio di perdere una parte del mercato conquistato con tanta fatica. Ora sotto alla capsula che copre il tappo, si mette il bollettino di spedizione, che porta la firma del proprietario, e non è possibile togliere quello strato di piombo senza rompere il bollettino. Oh! suo fratello ha una gran testa. e degli uomini come lui ce ne vorrebbero molti in Italia. Franco sorrideva con quel sorriso che pareva una smorfia, ma dentro di se fremeva di rabbia. Perché, perché mai tutto doveva riuscire a Roberto e a lui nulla? In quel momento sentì suonare una campana e vide tutti gli operai abbandonare il lavoro e correre alle fontane del cortile a lavarsi le mani e la faccia e poi dirigersi in fila di quattro verso la porta d'uscita, di fronte al mare. Dove vanno? - domandò Franco. Vanno a desinare. Venga ad assistere al loro pasto. Franco uscì pure e seguì il Varvaro verso una tettoia addossata all'ultimo magazzino di sinistra, ma quando fu a poca distanza ristette colpito di meraviglia. Gli operai in numero di circa trecento, erano seduti davanti a tre lunghissime tavole di pietra. In fondo vi era la cucina di ferro e diverse donne erano intente a colmare di maccheroni un numero grandissimo di scodelle di maiolica, mentre altre tagliavano pezzi di carne lessa e ne mettevano due fette in ciascun piatto ove già era stato posto un contorno di sedani. Le scodelle, a mano a mano che erano ricolme, venivano collocate sopra enormi vassoi di legno bianco, che due donne giravano intorno alle tavole. Ogni operaio aveva dinanzi a se un mezzo litro di vino e due pagnottelle di pan bianco. Quando la pasta era già stata servita, giunse Velleda insieme con Maria. Gli operai si alzarono rispettosamente. Non credevo d'incontrarla qui, - disse Franco alla signora. Il signor Varvaro dunque non disimpegna bene il suo ufficio di cicerone, - rispose ella in tono scherzevole, - altrimenti le avrebbe detto che vengo qui ogni giorno ad assaggiar le pietanze e che ho assuefatto anche Maria a questa ispezione quotidiana, che si estende pure agli utensili di cucina. Voglio esser sicura che i nostri buoni lavoranti mangino roba fresca e sana, cucinata in recipienti puliti. Infatti Velleda e Maria si scostarono da Franco e andarono verso i fornelli, ove furono presentati loro due piatti con un poco di pasta, un pezzetto di carne col contorno. Franco andò incontro a Velleda domandandole: - - Mi dica, signora, è anche questa una creazione di Roberto? No, le cucine sono opera mia. Quando giunsi rimasi dolorosamente colpita vedendo che nell'ore del riposo gli operai mangiavano pane e ulive, pane e sedani, e spesso il loro companatico consisteva in un paio di arance. Allora pensai che la cucina economica sarebbe stata per loro una benedizione, e tanto dissi e tanto feci, che indussi il signor Roberto a costruire questa tettoia e a comprare la cucina economica che è là. Ma era fatto il meno; occorreva avere le derrate a un prezzo discreto. Al vino ci pensa il signor Roberto, per il pane creai un piccolo forno, gli erbaggi crescono in abbondanza negli orti dipendenti dallo stabilimento, il pesce si pesca ogni giorno qui all'amo sulla gettata o con le barche; per la carne e per il resto feci appalti con i fornitori di Castelvetrano. Da principio pochi erano gli operai che volevano pagare trenta centesimi il giorno per il desinare e i più preferivano mangiar poco e male. Ma con l'andar del tempo, tutti si sono convinti che il cibo è buono e non vi è un operaio che non venga qui a mangiare. Anzi, ora ci vengono pure quelli degli scavi, così abbiamo circa trecentoventi bocche da sfamare tutti i giorni con meno di cento lire. Ma si arriva in fondo all' anno facendo qualche economia, che servirà a dotare le figliole degli operai. Questa festa è fissata all' anniversario della fondazione dello stabilimento ed ella vedrà allora suo fratello sotto un aspetto nuovo; quello di educatore di questi uomini, educatore morale e civile. Franco si morse le labbra. Era un tormento continuo cui lo sottoponevano cantando sempre le lodi di quel fortunato. Velleda, almeno, avrebbe potuto risparmiargli quella continua umiliazione! La signora non badava al dispetto del duca; ella era andata a guardare i recipienti di cucina e poi, china sopra una piccola tavola, scriveva la lista del desinare per il giorno seguente e firmava i buoni per i fornitori. Quando ebbe terminata questa occupazione, prese Maria per la mano e la fece salire su una sedia, in testa alla tavola centrale. Gli operai, intanto, avevano terminato di mangiare e vedendo la bimba ritta, si alzarono pure. Ella, con la sua vocina chiara, disse: Fratelli nel Signore. Io v'invito a ringraziare Iddio del cibo che vi ha concesso. Uno degli operai, un vecchio con la barba bianca, intonò il "Paternostro" e tutti gli altri gli fecero coro; tenendo la testa china. Signore, riprese la bimba allorché l'ultima voce ebbe pronunziato: " Amen " - benedite questi lavoratori nel loro lavoro, confortateli nelle loro pene e infondete nei loro cuori la speranza in una vita migliore che li aiuti a sopportare le traversie. Maria tacque e lo stesso operaio con la barba bianca, che aveva recitato il " Paternostro ", il vecchio Federigo, disse: Signore, benedite questa terra, benedite il nostro Re e tutta la casa Reale, illuminate i ministri che ci governano, benedite il nostro padrone che ci da lavoro e tutta la sua famiglia, e proteggete dai mali pensieri tutti noi. " Amen " - risposero gli operai e lentamente uscirono dalla tettoia seri e composti. Franco era stato colpito dalla solennità di quella semplice cerimonia e non sapeva più in che mondo fosse. Le questioni sociali, gli odii di classe gli tornavano alla mente e domandava a se stesso con qual mezzo suo fratello era riuscito a mettere in tacere le une, a far sparire gli altri, a stabilire un legame d'affetto fra lavoratori e proprietario. Velleda leggeva in volto a Franco questi pensieri e invitandolo a seguirla alla villa per la colazione, gli disse: Suo fratello è giunto al risultato di cui è stato spettatore con la giustizia e l'affetto. Questi popolani, mal guidati, sono capaci di tutte le aberrazioni: oppressi, si ribellano atrocemente, ma, come tutti i popoli primitivi, hanno il sentimento della giustizia e della riconoscenza e a quello ubbidiscono. Non creda che siano tutti santi; undici di essi hanno scontato in galera delitti di sangue, trentadue sono ammoniti, quaranta sono ascritti a circoli socialisti: ma qui nessuno osa dire una parola. In passato accadevano ogni momento furti, eppure gli operai erano frugati all' uscire dallo stabilimento. fiancavano utensili, fusti di vino, ogni cosa. Un giorno il signor Roberto li riunì nel cortile e disse loro: " Non vi chiedo di rivelarmi il nome dei ladri, perché la delazione fra compagni è una viltà; vi chiedo soltanto di indurre i colpevoli a desistere dal furto. Se continuassere, saprei scoprirli, ma non voglio, perché mi ripugna fissar gli occhi in faccia a un ladro. Da oggi abolisco la visita alla porta, ma vi prometto che non userò più nessuna indulgenza verso i delinquenti. Vuoi credere, continuò Velleda, - che non è più mancato un chiodo, nulla? Il signor Roberto conosce la via del cuore di questi uomini e li commuove. Essi sanno del resto che nel momento del bisogno possono ricorrere a lui. Se un operaio si ammala, - e la malaria infierisce qui per più mesi, - ha il salario, medico, medicine, carne e vino; se muore, la famiglia non trema. È vero che il guadagno che da lo stabilimento è assorbito in parte da queste piccole elargizioni, ma suo fratello ha la soddisfazione di veder che trecento famiglie vivono bene, mercé la sua attività, ed è questa una gioia che non ha eguale nella vita. Ella ammira molto mio fratello? - domandò Franco a denti stretti. Lo ammiro come l'ideale fatto realtà, come si ammira l'uomo che ha un cuore capace di sentire tutti i dolori altrui e d'indovinare tutte le aspirazioni. Nessuna creatura ha mai mangiato il pane di un altro con maggior devota riconoscenza; se io credessi che la mia vita potesse essergli utile, gliela darei con la serenità di una martire, benedicendolo per il dono che si degnerebbe accettare da me. Com'è innamorata di Roberto! - pensò Franco, e come si vanta di quest'amore! Parlando erano giunti alla villa. Nel viale dei palmizi li attendeva il sotto direttore degli scavi, il Lo Carmine, che Velleda aveva invitato a colazione e che presentò subito a Franco. Era un ometto piccolo, brutto, col naso butterato e vestito semplicemente di tela; aveva in testa uno di quei caschi di paglia, coperti di tela, che usano gl'inglesi nelle Indie e i viaggiatori africani. Egli goffamente offrì il braccio a Velleda, con la quale pareva in grande dimestichezza e Franco rimasto a dietro con Maria non potè trattenersi dal dire: Come è buffo quel vostro amico! Ti pare, zio Franco? Io non me n'ero mai accorta, è tanto buono e vuol tanto bene al babbo. La signora Velleda non ti ha mai fatto osservare che era un uomo buffo, volgare, impresentabile? No, Leda mi dice che ha un carattere onesto, che è molto studioso e molto dotto, ma della sua apparenza non abbiamo mai parlato. Dunque è buffo, e in cosa consiste questa sua ridicolaggine, zio Franco? Nel modo di camminare, di salutare, di vestirsi; ti pare che somigli a tuo padre o a me? No, - rispose la bambina. - E ora che me lo fai osservare, par buffo anche a me; mi dispiace perché gli voglio bene. La colazione era preparata nella stessa sala ove avevano pranzato la sera prima. Le grandi finestre erano chiuse a motivo dello scirocco e in questa stanza protetta dalle piante e rivestita di maiolica, regnava un fresco delizioso, mentre fuori l'afa era opprimente. Franco respirò e prese il posto assegnatogli da Velleda, fra questa e Maria, che egli si divertiva a trattar da signora facendola ridere. La conversazione si aggirava sugli scavi intrapresi nell'antica cittadella di Selinunte e ai quali lavoravano in quel tempo appunto. Il Lo Carmine, che era leggermente balbuziente, nel parlare di una cosa che stavagli tanto a cuore, faceva sentir maggiormente quel difetto di pronunzia e non riuscendo a pronunziare le parole speditamente, s'inquietava e diventava rosso. A un certo momento, in cui il professore non riusciva a dire che in quella mattina appunto aveva scoperto il cardine della porta della cittadella che metteva al mare, Franco guardò Maria, e la bimba si mise a ridere. Velleda aveva capito tutto; con una occhiata la richiamò al dovere e poi continuò la conversazione, alla quale Franco restava indifferente. Però accorgendosi che Velleda se ne affliggeva per il buon professore, si rivolse a Lo Carmine, e gli disse bonariamente : Io, caro professore, sono un grande ignorante e le chiedo scusa di non averle prestato tutta quella attenzione che meritava. Giungo da una terra classica per eccellenza, ma noi, romani moderni, del classicismo ci occupiamo poco e non guardiamo neppure i ruderi che attestano il grande passato della nostra città. Qui è peggio ancora; vedo colonne abbattute, sento parlare di scavi, di acropoli e di cittadelle, ma non so neppure che cosa fosse Selinunte in antico; vuole farsi mio maestro e mia guida attraverso l'antica città? Quando mi avrà istruito un poco, le prometto che non sarò più distratto come dianzi. Il duca aveva posto tanta grazia signorile nel confessare la propria ignoranza, che il professore ne rimase soggiogato e si affrettò a mettersi a disposizione del giovane. La prima visita ai templi fu fissata per la mattina dopo alle sette, poiché il sole era troppo caldo nelle ore successive. Zio Franco, - disse Maria quando si furono alzati da tavola, - perché non insegni anche tu qualcosa al professore? Che cosa potrei insegnargli? Egli è tanto dotto e io non so nulla. Insegnargli a mangiar meglio. Ah! birichina, te ne sei accorta anche tu della sua goffaggine. Oggi per la prima volta, zio; prima no. Come mai ridevi a tavola? - domandò Velleda alla piccina quando furono sole. Non lo so, - rispose arrossendo Maria. Vedrai che se ci pensi, te ne rammenterai. Ah! si; ridevo perché lo zio mi aveva guardato. Ridevi di lui? No; sai il Lo Carmine balbettava, e io non potevo star seria. Ma ha sempre balbettato e tu non hai mai riso ; mi dispiace veder mettere in ridicolo una persona per bene; tuo padre sarebbe dispiacentissimo se lo sapesse. Leda, non glielo scrivere, non lo farò più. Lo zio Franco mi aveva fatto osservare che il Lo Carmine era tanto buffo e quando l'ho visto arrossire, ho riso. Quella influenza malsana, che Roberto temeva per Maria, ecco che già manifestavasi. Oh quel Franco! Bisognava tenerlo lontano, assolutamente lontano, se no avrebbe avvezzata falsa la piccina; avrebbe disseccato in lei ogni sentimento di generosità, sviluppando gl'istinti malvagi che sono allo stato latente nel cuore di ogni bimbo. Toccava a Velleda a difenderla, quella piccina; toccava a lei; ma come fare? In preda a questi pensieri ella rimase triste tutto il giorno e non ebbe la forza di scrivere a Roberto una lettera serena. Aveva il presentimento che la presenza di Franco sarebbe stata fatale a tutti e non voleva che la penna la tradisse. Per questo annunziò con un telegramma l'arrivo di Franco e spedì la lettera tedesca di Maria, senza farvi nessuna postilla, riserbandosi a scrivere il giorno seguente.
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