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CAINO E ABELE

Autore: Perodi, Emma - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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Il duca d'Astura non aveva passato la serata in casa come Roberto. Egli aveva preso spontaneamente la risoluzione di morire, come ora spontaneamente aveva promesso di vivere operoso. Ma il distacco da quel palazzo, de egli si era costruito con immensa cura, da tutte quelle cose ricche che lo circondavano, la rinunzia alla sua vita elegante e dispendiosa, il sacrifizio dei capricci e dei piaceri, gli costavano più di quello che egli volesse confessarlo a sé stesso. Uscì dunque in cerca di distrazioni e rammentandosi che era giorno pari e che madame de Louvois riceveva, andò da lei nel palazzo al Corso, sperando d'incontrarvi molta gente. Invece vi era solo donna Guendalina circondata da alcuni uomini, quelli stessi che la sera prima erano in casa di Franco. Non sa? - gli disse la principessa di San Secondo appena lo vide, - Donna Paola è gravemente ammalata. Dovevamo montare a cavallo oggi insieme ai Parioli e sono andata a prenderla alle due. Era svenuta da quattr'ore e stasera alle sei non aveva ripreso conoscenza. Franco si mostrò meravigliato da quella notizia, ma non colpito. Invece dentro di sé provò un' acuta amarezza pensando che quella povera donna che egli aveva invitata a versar lagrime sul proprio cadavere, aveva forse sognato un convegno d'amore, una consolazione dopo tanto affetto disprezzato e vedendo giungere quella lettera fredda che le aveva scritto, era stata colpita a morte. Tutta la sera non si parlò d' altro che di Paola e del pericolo che correva, e gli uomini e le due signore guardavano Franco ironicamente, come per fargli capire che ritenevano lui solo responsabile di quel male improvviso della marchesa Salvati. E Franco s'indispettiva sempre più e per sottrarsi a quelle punture di spillo, prese posto a un tavolino di bezigue e in poche partite perdette le mille lire che dovevano servire al suo viaggio. Tanto non parto, non posso partire! - ripeteva a sé stesso percorrendo la via Condotti a piedi per tornare a casa. - Non posso lasciar Paola in questo stato. Mentre passava dinanzi al palazzo della marchesa, vide uscire un domestico. Come sta la signora? - gli domandò. Ah! signor duca, sempre peggio. Ora delira, chiede che le portino delle rose, molte rose, e io appunto per contentarla vado a destare un fioraio. Venite con me, ne ho tante sulle spalliere del giardino, - disse il duca e fatto cenno a una carrozza che passava, vi salì e dette ordine al servo di montare a cassetta. Tutti dormivano nel palazzo Astura e Franco, dopo avere acceso una lanterna, andò nel giardino, cercò una scala e salitovi colse tante rose da empirne una cesta. Dopo averle consegnate al servo, gli disse: - Se la marchesa ritorna in sé ditele che queste rose gliele mando io. Domattina presto verrò a prender notizie di lei. Sarà ubbidito, - rispose il servo, e la carrozza si allontanò nell'ampia via Veneto. Franco salì in camera sua e trovò nello spogliatoio Karl, che lo aspettava in mezzo ai bauli fatti. - Chi v'ha dato quest'ordine? - domandò Franco turbato. Il fratello di V. E. quando e salito dopo pranzo nello studio. Attendevo soltanto per sapere se oltre gli abiti e la biancheria voleva portare seco qualcosa. Dunque devo partire, - disse fra i denti; - quel Roberto é inesorabile; ma i denari? Ora egli aveva già dimenticato Paola, e ciò che lo turbava si era di dover confessare al fratello quella nuova inconsideratezza. Non porto altro, - disse al servo che attendeva, e aggiunse con tono di sicurezza: - tanto la mia assenza sarà breve. Non avete danaro mio, Karl? Ho un centinaio di lire solamente. E voi non avete danaro? Sì, eccellenza. Ebbene, prestatemi mille lire; ecco, lascio un biglietto per mio fratello; egli ve le renderà subito; stasera non ho avuto tempo di andare alla Banca Generale e domattina parto presto. Mi scuserà V.E. se non posso compiacerla, - rispose l'impassibile servo tedesco, - ma dal momento che debbo andarmene, è meglio che la somma che mi si dovrà pagare non sia superiore ai tre mesi di cui già sono creditore e agli altri tre che esigo come compenso per il licenziamento immediato. Franco si morse le labbra e quel rifiuto lo ferì acerbamente; ne aveva avuti molti in quegli ultimi tempi da banchieri, da, usurai e da tutti quelli che hanno il no pronto con le persone che puzzano già di cadavere. ma non gli era mai avvenuto di sentirsi negare un favore da un subalterno. Chi vi ha detto che sarete licenziato? Il signor Roberto, ieri sera, quando mi ha dato ordine di fare i bauli. Va bene; andate e destatemi presto. Era un ordine superfluo. Franco non dormi, e l'idea di dover confessare al fratello che era senza un soldo, lo esasperava a segno tale da non concedergli neppure quel breve momento di quiete che basta per prender sonno. Egli passò la notte rovistando i cassetti dei mobili per veder se vi trovava qualche cartella di rendita dimenticata, qualche titolo da cui avesse scordato di tagliare i coupons, qualche mucchietto d'oro. Finalmente, in un portafogli di cui si serviva di rado, trovò un biglietto della Banca di Francia di dugento lire e qualche napoleone; in tutto circa un terzo della somma perduta, che unita a qualche biglietto da dieci lire che aveva in tasca e al resto che doveva rendergli Karl formavano appena cinquecento lire. Miseria! miseria! - gridava camminando nel suo quartiere e gettando in una valigia tutti i piccoli oggetti di valore su cui posavasi il suo sguardo. - Ma intanto non chiederò nulla a Roberto; a Palermo venderò gli spilli preziosi, gli anelli, tutte le superfluità e così tirerò avanti un po'di tempo e poi? Quel poi lo sgomentava. Sapeva che i debiti erano immensi, che avrebbero inghiottito tutto e dalla liquidazione non sarebbe rimasto nulla, ma che importava? Roberto gli toglieva le noie, e per quell'uomo debole le noie erano più spaventose dei dolori, ed era appunto per sottrarsi a quelle che voleva uccidersi. Quando Karl andò a destarlo la mattina dopo, lo trovò vestito. Prese le cento lire senza badare alla smorfia che fece il servo nel consegnargliele, perché non era assuefatto a rendergli i conti, e gli ordinò di trovarsi alle sette e mezzo alla stazione per ispedire i bauli. Poi scese in giardino e mentre il cocchiere attaccava il coupé, egli fece spogliare tutte le spalliere di rose e tutte le piante di orchidee delle serre e formatene un vero faccio, lo fece posare in carrozza. Indifferente all'aspetto, non disse una parola d'addio a nessuno di quelli che lo avevano servito per tanto tempo, e salito nel coupé con una sigaretta fra le labbra, dette ordine al cocchiere di condurlo al palazzo Salvati. La porta del quartiere di donna Paola era aperta e lo stesso servo che il duca aveva incontrato la notte prima, era ora affaccendato a spolverare la severa anticamera. Oh! le sue rose, signor duca; - esclamò vedendolo. Appena donna Lavinia le posò sul letto della marchesa, essa si calmò, aprì gli occhi e se le fece spargere sulla, coltre. Poi si addormentò e riposa ancora. Eccone molte altre, - disse Franco, - ma vorrei portargliele io stesso. Se non c'è nessuno in camera, oltre che la cameriera, è possibile; ma se ci fossero il marchese o la signorina non potrei farlo entrare senza domandare il permesso. Guardate, - disse Franco, che non voleva partire senza aver riveduto quella tenera ed appassionata amica e che cedeva ad uno di quegli improvvisi capricci, che guidavano la sua esistenza. Egli non avrebbe potuto partire senza appagarlo e come non pensava alla necessita di quel viaggio, non pensava al fratello, che lo attendeva alla stazione, ne alle conseguenze che quel capriccio poteva avere per la marchesa Salvati. Il servo tornò di lì a poco dicendo che tutti erano andati a riposare dopo una notte insonne e che la cameriera soltanto vegliava la marchesa. Franco in punta di piedi traversò i salotti di donna Paola e rivisse tutte le ore che vi aveva passate, riprovò tutte le soddisfazioni di amor proprio che avevagli procurato l'adorazione di una donna così diversa dalle altre signore, e con una commozione viva penetrò nella camera di lei: una camera semplice, piccola, nella quale vide, con un colpo d'occhio, tutti i ninnoli che le aveva dati per il suo onomastico e nei cotillons. Quella camera era piena di lui e in quella certo donna Paola aveva sfogato il suo dolore amoroso in lagrime ardenti, in quella aveva sperato fugacemente, e lungamente pianto. La cameriera era ritta in fondo al letto scomposto su cui la marchesa, più pallida del consueto, con gli occhi cerchiati di nero e i bruni capelli sparsi sul guanciale, dormiva stringendo fra le mani alcune rose; le altre erano sparse sulla coltre bianca e mettevano una nota gaia in quella camera semplice. Ma sull'animo di Franco produssero uno strano effetto. Gli pareva che la marchesa fosse morta e che quei fiori ornassero la tenera pianta umana, recisa nella gioventù della vita. Non poteva vederla cosi e dopo aver dato alla cameriera le nuove rose e le superbe orchidee che aveva recate, stese la mano per afferrare quella della dormente, ma un gesto imperioso della cameriera lo trattenne. Ella gli avvicinò la bocca all'orecchio, susurrandogli : Signor duca, la ucciderebbe! Il medico ha ordinato che si lasci dormire e che le sia risparmiata ogni scossa. Ma io parto e vorrei salutarla. Tanto peggio, - fece l'altra che non ignorava forse la passione della sua padrona. - Bisogna che ignori per molti giorni che ella è partito, bisogna che abbia sempre da lei delle rose. Mi lasci delle carte da visita e dia ordine al suo giardiniere di mandare tutte le rose qui. Questo pietoso inganno è necessario per mantenerla in vita. Franco chinò la testa e aperto il portafogli consegnò alla cameriera i biglietti e poi dopo aver baciata la coltre, prese una delle rose che erano posate accanto alla mano della marchesa, e uscì, serio, irritato con se stesso, dolente di partire senza aver dissetato le labbra della marchesa, ardenti di passione, con un bacio suo. Oh la necessità! come si ribellava a tutto, come odiava tutti coloro che gli parlavano di danari, di obblighi da adempire! Il capriccio! ecco la sola legge che aveva sempre seguita e alla quale avrebbe voluto ubbidire anche adesso! La carrozza percorreva il Corso al trotto. Non c'era cenasi una casa, un negozio elegante che non gli ridestasse una memoria futile; lì aveva passato ore di commozione dinanzi al tappeto verde; più là ore di eccitamento nel salotto di una bella russa, più in là ancora serate noiose nelle sale severe di un palazzo aristocratico. Sia la vista di quei palazzi, di quelle case, gli destava nell'animo ricordi che non poteva discacciare. - Ero ricco allora, ero potente! - diceva a denti stretti pensando alle poche centinaia di lire che aveva in tasca e che erano tutto ciò che gli rimaneva. Ma anche in quel momento di distacco dalla città in cui era nato e cresciuto, in quella separazione straziante da un passato splendido, non si pentiva; era impenitente e tanto parevagli bella l'esistenza trascorsa, che dopo un altro periodo di riflessione, esclamava: Ma almeno ho goduto! Peraltro, di mezzo alla filastrocca dei suoi godimenti e delle figure che a quelli erano associate, rivedeva Paola pallida, dall'aspetto di morta, circondata di fiori, e si mordeva le labbra dal dispetto di non averla fatta per breve tempo felice, di non aver provato tutte le dolci commozioni e tutte le ebrezz che da all'uomo la passione fatta donna e bella e giovane e seducentissima. Il movimento che fece la carrozza fermandosi lo scosse da questi pensieri, e guardando a destra vide Karl ritto in mezzo alle valigie sulla porta della sala dei biglietti e più in là Roberto mescolato nella folla. Franco aprì lo sportello e saltò giù ordinando al cocchiere di attendere il fratello e poi andò lentamente a stringer la mano a Roberto. Non hai nulla da dirmi? - gli domandò questi. No, - rispose il duca. - Fa, in tutto e per tutto quello che credi. Soltanto ti prego di mandare ogni giorno, finché fioriranno rose, una canestra delle più belle alla marchesa Salvati, facendo domandar notizie di lei. È tanto malata e adora le rose! Roberto sorrise lievemente e gli parve strano che Franco, partendo per non tornar più, gli lasciasse quella sola raccomandazione, e non gli domandò se la marchesa era la signora che attendeva il giorno prima alle undici, poiché era certo che fosse lei. Quando essi furono passati nella sala d'aspetto, Roberto disse con fare un po' impacciato : Tu troverai presso mia figlia una signora molto colta, distinta, che si occupa dell'educazione di lei e guida la mia casa. Ella è davvero una signora e ti prego di trattarla con tutta la deferenza possibile. - Non dubitare, - rispose Franco col solito tono fatuo, e se non ti dispiace, le farò anche un pò di corte, purché non abbia gli occhiali e il fintino. - La signora Velleda Bianchi non è nè vecchia nè brutta, ma è istruita, coscienziosa, ed io le tributo molta stima e una profonda gratitudine per le cure di cui attornia Maria - disse Roberto seriamente. - A lei ho dato tutte le istruzioni per farti riuscire meno noioso il soggiorno a Selinunte, e col suo tatto squisito ella completerà le lacune che può contenere la mia lettera. Se avrai bisogno di danaro, scrivi a me, darò gli ordini al cassiere, poiché prevedo che dovrò restare molto tempo a Roma. Povero Roberto, quanto ti sacrifichi per me! disse Franco. L'altro non rispose e i pochi momenti dell'attesa furono impiegati dal duca nel raccomandare al fratello di vendere tutto quello che si poteva, per estinguere a mano a mano le ipoteche e disfarsi del resto. Non dubitare, - gli rispose Roberto, - io considererò i tuoi interessi come se si trattasse di quelli di mia figlia. Tu sorveglia un poco il mio stabilimento, fatti iniziare dal direttore Varvaro alle faccende nostre e non dir nulla a nessuno dell'essere tuo. Rammentati, per evitare pettegolezzi, che tu sei Franco Frangipani e non il duca d'Astura. I due fratelli si abbracciarono e Franco salì nel compartimento di prima classe, ove già si trovava una giocane signora, molto bionda e molto profumata. -Il treno si mise in moto, e il duca sedutosi in un angolo guardava distrattamente la campagna senza pensare che la sua partenza era l'epilogo doloroso di una vita scioperata, e si compiaceva di aver riveduto Paola, di averla circondata di rose e di aver ordinato che quel dono profumato le fosse recato per molti giorni, da parte sua. Pensava però con una specie di ribrezzo alla solitudine cui andava incontro, in mezzo a quelle rovine e al rumore di uno stabilimento industriale, cioè allo spettacolo di una distruzione che gli avrebbe continuamente ricordato quella compiuta da lui, e alle volgarità della esistenza moderna, che egli odiava. Eppoi quella istitutrice per tutta compagnia; quella donna molto colta, molto noiosa; quella educatrice che avrebbe avuto sempre davanti agli occhi a pranzo, in casa; quella rappresentante del dovere che lo perseguitava anche laggiù. Oh! l'avvenire non era lieto davvero! Per iscacciare questi pensieri noiosi, volle accendere una sigaretta e nel cavar fuori l'astuccio si accorse che nell'angolo apposto vi era una signora. Mi permette di fumare? - le domando. Fumi pure, mi fa un gran piacere, fumo anch'io, rispose quella in francese. Allora Franco alzandosi le presentò il portasigarette aperto, le accese il cerino e mentre ella si chinava per avvicinare la Sullivan alla fiamma, egli, che era rimasto in piedi, l'avvolgeva con uno di quegli sguardi maschili, così generici, eppure così profondi, che rivelano a un uomo non solo la condizione della donna, oggetto della sua attenzione, ma spesso anche il grado di moralità di lei. E Franco dopo quello sguardo che gli aveva fatto capire di aver trovato un'allegra compagna di viaggio, invece di tornare al suo posto, sedè di fronte alla signora, e tanto per attaccar conversazione, le domandò se andava per la prima volta a Napoli. Oh! no, - rispose ella, - ci sono stata tante volte, ho tanti amici a Napoli, - e gli nominò tre o quattro signori, che passavano una parte dell'anno a Parigi. Ma lei non troverà nessuno di loro; sono venuti a Roma per il Derby e iersera vi erano ancora. Ella fece una smorfia e disse: Mi annoierò dunque molto e sarò costretta a non uscir di casa ed a guardare il mare, perché non so una parola d'italiano e neppure la mia cameriera lo capisce. Naturalmente quella dichiarazione era fatta per invitare Franco a offrirsi per servirle di guida; ma il duca non s'impegnò. Non c'era nulla in quella magra ed elegante parigina che lo seducesse; come lei ne aveva vedute tante e tante. Ma la viaggiatrice, cambiando tono, si chinò verso il duca e gli domandò, fissandolo con due occhi verdastri, pieni di promesse: Non è vero che mi farà compagnia lei, signore? Io devo partir subito per la Sicilia, - rispose Franco. Due o tre giorni di fermata a Napoli non danneggeranno i suoi affari; e quella breve sosta farà tanto piacere a me. Franco sorrise, ma non rispose. Questa scenetta avveniva a Velletri; a Ceprano Lois e il giovane signore dividevano la colazione, riposta da Karl in un paniere di vimini; a Napoli scendevano al medesimo albergo e poche ore dopo navigavano placidamente nelle insenature della costiera di Posillipo, mentre un marinaio seduto a prua spingeva la barca. Franco restò una settimana insieme con la francese facendo escursioni nei dintorni, spendendo senza contare le ultime lire che gli restavano, dimenticando accanto a quella donna la sua rovina, la promessa fatta al fratello, e anche la marchesa Paola. Egli si stordiva alle monellerie, all'allegria artificiosa di Lois, la quale sperando di aver trovato in Franco un ricco signore da spennacchiare, perché lo vedeva elegantissimo e assuefatto a una vita di lusso, cercava di divertirlo per tenerlo lungamente con sè. Alla fine della settimana, quando al duca fu portato il conto dell'albergo, che saliva a una bella somma e che egli non aveva, rientrò in se stesso e disse alla graziosa francese : Mia cara, io debbo partire. Lois, con mille moine, fingendosi dolente per quel distacco, voleva persuaderlo a condurla in Sicilia, ma egli disse che non poteva assolutamente e uscì mettendosi in tasca alcuni gioielli che voleva vendere. Fu quello un momento di vera angoscia per il duca. Prima andò a Toledo e si fermò dinanzi a un ricco negozio d'orefice e stette un pezzo a considerare la vetrina e poi entrò. Un commesso premuroso, fiutando nel giovane signore un acquirente, gli andò incontro con molte cerimonie, domandandogli in che cosa poteva servirlo. Franco rimase impacciato, con la mano nella tasca in cui aveva riposto i gioielli, e dalla bocca non voleva uscirgli l'umiliante parola che era andato lì per vendere; no non poteva dirla e tremava tutto. Il commesso gli ripetè la domanda. Desidero vedere un braccialetto da signora, - disse alla fine dominandosi. Gliene furono messi davanti tanti, ma Franco fingeva di non sapersi risolvere; uno era troppo meschino, un altro non aveva la montatura abbastanza elegante, un terzo era troppo materiale e intanto il duca stava sulle spine per andarsene. Glieli possiamo mandare a casa perché li esamini con più comodo, - disse il commesso e già aveva preso un libro d'appunti per scrivere l'indirizzo. Il signore abita ... ? No, tornerò con la signora, - disse risolutamente il duca e uscì con passo celere dal negozio; ingolfandosi nei vicoli di Toledo. Bisognava che vendesse i gioielli; ma come fare, come dirlo? Girando leggeva tutti i cartelli sulle botteghe e finalmente ne vide uno su cui stava scritto: "Banca di facilitazioni e di pegni sopra oggetti di valore. " Senza riflettere più, tirandosi il cappello sugli occhi, entrò in una specie di andito buio e lurido. Una mano dipinta in nero sulla parete, all'angolo della scala indicava che la Banca era su al primo piano, e Franco salì di corsa gli scalini. Gli pareva che tutti lo avessero veduto, che tutto il vicinato lo segnasse a dito. Spinse una bussola verde, unta e bisunta, e si trovò in una stanzetta bassa, divisa per tutta la lunghezza da un bancone alto di legno, su cui erano posate le bilance. Un uomo ben pettinato, giovane, con una cravatta rossa sopra una camicia sporca e con le mani coperte d'anelli, registrava delle polizze in un libro grandissimo; un altro esaminava una spilla di brillanti che gli porgeva una donna pulita, che all'apparenza pareva una cameriera. Franco sudava freddo. L'uomo del registro, che lo aveva sbirciato, alzò gli occhi e gli domandò che cosa voleva. Allora il duca cavò di tasca i gioielli e con mano tremante si lasciò cadere sul banco lurido e lustro ove migliala di mani si erano posate e migliaia di oggetti, dagli stracci ultimi del povero alla collana della patrizia. Erano bottoni di perle, un anello con un ricco solitario. gioielli ricchi, da gran signore, comprati dai primi ore fici, e pagati somme vistose. Il padrone della banca lo capì sabito; fece il saggio delle montature, esaminò le perle sogguardandole, con una punta d'acciaio spinse il brillante fuori della galleria d'oro, lo pesò, pesò le perle facendo ogni cosa con cura minuziosa. Franco era sulle spine; non vedeva il momento d'intascare il danaro e di andarsene, e in cuor suo malediceva quella Lois, che lo aveva trattenuto e lo sottoponeva a quel supplizio. Duemila lire, - disse l'uomo dopo un lungo esame. Franco si morse le labbra, ma chinò la testa in segno di annuenza. L'anello solo gli costava tre volte quella somma. Che sperpero! Il suo nome? - gli domandò l'uomo. Il duca esitò, l'altro lo fissava e quello sguardo turbavalo. Francesco Frangipani, - rispose tremando. E l'indirizzo? - domandò l'altro che registrava gli oggetti sul grande libro. Mergellina 33, - disse Franco rammentando un numero letto il giorno prima andando a Posillipo. Finalmente il padrone aprí una cassaforte, ripose i gioielli e contò duemila lire in tanti biglietti di diverso taglio, trattenendosi circa duecento lire per i meriti del Monte di Pietà e i diritti proprj. Poi consegnò la somma a Franco insieme con gli scontrini, raccomandandogli di tornare entro quindici giorni a ritirare le polizze e pagare la differenza, qualora il Monte avesse dato una somma minore. Quel supplizio era durato una mezz' ora e nella stanza buia erano entrate molte persone, che attendevano il loro turno, squadrando quel signore che impegnava. Una donna con un fagottino sotto il braccio, cenciosa. spettinata, lo aspettò sull'uscio e stendendogli la mano, gli disse: Eccellenza, datemi una lira; risparmiatemi d'impegnare questa vesticciuola della figlia mia; abbiate pietà di me! Franco si sentiva morire: lasciò cadere in mano alla mendicante gli spiccioli e scese le scale a precipizio, e guardò a destra e a sinistra prima di uscire da quella casa. Ed appena tornò a Toledo entrò da un parrucchiere col pretesto di farsi arricciare i baffi, ma in realtà per vedere se i capelli gli erano imbiancati. La perdita del suo patrimonio, le visite ai direttori di Banche per ottenere imprestiti e dilazioni, tutta la via crucis della rovina, non gli era parsa tanto amara quanto quella mezz'ora passata dinanzi al bancone nero, che pareva inghiottisse tutte le superfluità, tutte le ricchezze degli sciuponi a vantaggio di quell'uomo azzimato, con la cravatta rossa e i ricchi anelli e i ricchi bottoni sulla camicia sudicia. Ma i capelli del duca erano sempre neri ed egli disse fra sé : Vuoi dire che gli strazj non fanno incanutire, altrimenti ... . - e si mise a passeggiare per Toledo, fermandosi dinanzi alle botteghe. Prima delle due era all'albergo, pagava il conto, regalava a Lois un anello di molto valore, e senza lasciarsi intenerire dalle suppliche di lei, imbarcavasi prima di sera per Palermo, nervoso, agitato ancora da quella sosta nella casa della miseria, da quell'angoscia che non sapeva dimenticare. E per chi poi! - esclamava con disprezzo, ripensando a Lois,

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