I sogni dell'anarchico
Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura
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Una via polverosa. Egli procede a piedi, stanco, sfinito. Va alla città vicina per chiedere giustizia. La otterrà? Ne è quasi sfiduciato. Eppure la cosa è così lampante, che, se fosse giustizia sulla terra, gli si dovrebbe dare piena ragione; ma la giustizia, l'equità, il diritto, tutto, tutto è esulato dalla terra, dal giorno, nel quale quei maledetti francesi sono calati in Italia, se ne sono impossessati ed hanno incominciato a comportarsi come in terra di conquista. Ladri, ladri! Avevano rubato tutto, e quanto non potevano trascinare seco, veniva distrutto. Ricorda le terribili notizie giunte al suo orecchio, dei furti da loro commessi, delle loro rapine. Distrutto a Venezia il Pucintoro; distrutte numerosa merci, saccheggiato il tesoro della basilica di S. Marco: levati da quella gli apostoli d'argento e mandati alla zecca; calati i famosi cavalli di bronzo ed inviati a Parigi; saccheggiate le chiese, levati i quadri migliori, e mandati tutti in Francia: derubato il santuario di Loreto; asportate le ricchezze della Madonna; saccheggiata Roma e asportato di là tutto: quadri, archivi, documenti; un miracolo, che non avevano asportato anche la cupola di san Pietro: dovunque rubate le ricchezze nazionali e gli oggetti di valore; il metallo venduto, colato imposte taglie immense alle popolazioni che queste non erano capaci di pagare. E come Napoleone, il gran ladro, cosi i suoi generali, i suoi ufficiali, i suoi soldati; tutti fino all' ultimo uomo. Una mezza compagnia aveva rovinato, col suo passaggio, i suoi campi, invaso la sua casa, mangiato i suoi viveri, bevuto il suo vino, ucciso i suoi polli, scannate le sue due vacche, rubato il suo denaro, e quando sua moglie, egli era assente, li aveva pregati di cessare, di non uccidere per il barbaro piacer di uccidere, di lasciare in vita almeno il bove aratore; erano così ipoveri e quel bove rappresentava per loro una sostanza, senza di quel bove come avrebbero potuto arare i loro campi; eppoi essi, i soldati, erano fin troppo sazi e carne c'era là in abbondanza, allora essi erano montati sulle furie; avevano scannato il bove, il mulo, le poche pecore; avevano rotto, fuori di sé dalla rabbia, tutti i mobili della casa: le sedie, le scranne, gli armadi, i letti, avevano bastonato, con quelle scheggie, la donna a sangue; ne avevano percorso li figli, e poi avevano fatto un gran falò, con quei mobili rotti, guasti, e se ne erario andati, fieri del loro operato, maledicendo agli italiani... Egli era ritornato ed aveva trovato ogni suo avere distrutto; si era trovato in una casa completamente vuota e piena di lordure, colla moglie malconcia, i figli battuti. pesti, insanguinati, il bestiame scannato; ridotto alla miseria, incapace di uscire da quella, privo dei mezzi di lavoro. Aveva avuto allora fremiti d'impotente sdegno; aveva sentito un desiderio infinito ma insoddisfabile di vendetta ed ora si recava alla città vicina, dove risiedeva il generale, per raccontare il fatto; per chiedere, il risarcimento dei danni; per domandare giustizia; deciso da commettere, per ottenerla, magari un eccesso; risoluto a tutto. Camminava sulla via polverosa», lunga, sotto la sferza del solitene, e fremeva pensando ai francesi, a Napoleone, all'umiliazione d'Italia, divenuta schiava dei francesi; pensava ai fanti principi e sovrani, i quali s'inchinavano avanti all'usurpatore, non sapevano insorgere alla difesa dei loro sudditi; pensava all'imperatore d'Austria, il quale aveva dato sua figlia in concubina ali imperatore; pensava, e fremeva. Nessuno sapeva insorgere, contro l'usurpare, alla difesa dei diritti del popolo schiacciato, maltrattato, oppresso, privo di alcun diritto; nessuno era capace di alzare la voce e di ricordare a Napoleone... Che cosa? Un ufficiaile francese viene a spron battuto verso di lui, che si trova ad un crocevia e gli domanda con accento imperioso in un pessimo italiano: ? Quale via conduce al villaggio di.... Egli si sente borire il sangue alla vista di quell'uniforme; ricorda la moglie, che giace malconcia, ipesta a casa, sopra un pugno di fieno; ricorda le schiere piagate dei proprii figli innocenti; sente un ribrezzo, un orrore dell'uniforme, uno sdegno infinito, e risponde: ? Non lo so. Per tutta risposta l'ufficiale gli tira il frustino un paio i volte sulla testa, sulle spalle. Egli freme dalla rabbia: muggisce come un toro; è la prima volta, che una frusta sfiorasse le sue spalle; e questa è una frusta francese; spicca un balzo, vuole afferrare la frusta, strapparla dalle mani dell'ufficiale e misurargliela in collo. Non pensa alle conseguenze di un tale agire; non le valuta in quell'istante; ma anche se le avesse valutate a pieno non avrebbe agito diversamente. Una simile offesa! Ma l'altro da di sprone al cavallo e si allontana ridendo. Egli lo minaccia nell'impotente collera col pugno chiuso e continua verso la città. Alcuni carri passano: carri grandi, onu'sti di quadri in cornici d'oro; di volumacci enormi. I quadri sono esposti alla polvere; soffrono certo danno; le tele sono vecchie; lai pittura s'impatta qua e là. Quadri magnifici, d'infinito valore. Con quanto riguardo non erano stati conservati in qualche chiesa, in quache palazzo, in qualche galleria privata, ed ora venivano trascinati lontano. lontano. Dove? Egli chiede ad uno dei carradori, che camminava a piedi, a fianco dei cavalli, e bestemmiava perché c'era un po' di salita, le bestie stanche trovavano difficoltà di procedere ed essi avevano dovuto scendere per alleggerir il carico: ? Dove andate? ? A Parigi. ? Parigi è lontana. ? Ci si arriva. - Già. Si arriva anche nell'inferno, che è più lontano o magari più vicino ? pensò. - Donde venite? - Da Roma. - E questa roba? - Bottino di guerra. Hanno darò il sacco al Vaticano ed alle chiese. Quadri levati di là. Dicono che queste vecchie tele abbiano valore. Io preferirei, se fossi Napoleone, una botte di quel vino soave che beve il Papa! Anche questi libri vennero presi in Vaticano. Pesano quintali e non capisco il valore che hanno. Gli si stringe il cuore. Bottino italiano che va all'estero. Le cose più belle d'Italia che vanno a finire a Parigi. Povera Italia! egli prova un dolore infinito, come se gl'i avessero catturato!a mamma; povera vecchia mamma: riposa da anni nel camposanto! sé glie l'avessero derubata, portandole via i vestiti ed i pochi gioielli, per adornare con quelli una donna, che gli era stata sempre nemica, che egli doveva odiare. Bottino italiano! Non hanno preso a lui quelle cose; le hanno prese a Roma, e Roma è Italia, come è Italia Venezia. Loreto. Firenze. Siena e le cent'altre città, che il francese possiede, che il francese saccheggia. I carri sono senza numero: sono dieci, venti, trenta quaranta almeno: tutti sì onusti che stentano a procedere. I quadri ne soffrono. Arriveranno, in parte guasti al destino. E poi il carradore gli narra di certi scartafacci buttati via lungo la strada, per alleggerire i carri; di certi volumacci bruciati di notte per mancanza d'i combustibile e coi quali era stata preparata la cena: di qualche quadro di minor mole venduto. Ve ne erano tanfi quadri sui carri; nessuno li aveva contati, nessuno li avrebbe numerati. Uno di più, uno di meno. Ed egli piangeva su tanto sperpero, su questi danni incalcolabili, e pensava che quei furti erano in buona parte inutili, perche non giovavano neppure alla Francia; parte del bottino veniva sciupato per via. Povera Italia I E nessuno alzava la voce alla sua difesa. Ma che cosa è quella vettura, che avanza in rapida corsa? E cosi semplice, cosi umile; viene trascinata da due cavalli veloci, cambiati all'ultima posta e agli sportelli cavalcano due dragoni francesi. I carradori piegano le ginocchia e tendono le braccia verso la vettura. Egli vede in quella tre uomini, due preti, in veste nera, uno dei quali dal volto cereo, spiritualizzato, colle stimmate di un dolore infinito, mentre di fronte a loro siede un ufficiale francese, serio, duro, istecchito. ? Ch'i? domanda. ? Il Papa. Egli pure s'inginocchia, tende le braccia verso la carrozza e grida: ? Santo Padre, beneditemi. Un soave sorriso abbellisce le pallide labbra del vecchio prete dai dolcissimi lineamenti; ed egli alza la scarna destra benedicendo, mentre l'ufficiale francese fa un gesto di rabbia; è sdegnato delle riverenze che dovunque si fanno al Papa, dell'entusiasmo che desta. fi Papa vien condotto prigioniero in Francia, perché non ha voluto piegarsi all'onnipotente volontà di Napoleone; perché lui, unico sulla terra, gl'i ha saputo resistere in nome della Chiesa e del popolo; perché ha osato ricordare a Napoleone, che egli pure ha il suo superiore, quel Dio, al quale tutti devono rendere conto del proprio operato. I carradori gli parlano con entusiasmo del Papa. Sono italiani e perciò apprezzano il gran Pio; e gli raccontano di un altro Pio, che riposava nell'umile cimitero di Fontainbleau, dove era stato tenuto pure in dura prigionia, per non aver voluto piegarsi avanti a Napoleone, tradire la causa della Chiesa, dei fedeli di Roma e degli italiani Procede a lungo, silenzioso, meditando quanto ha visto e udito; e corregge sempre più antiche idee inveterate, che ora vede in tutta la sua falsità; sempre più si convince, che la Chiesa è la sola vera amica d'Italia; che essa sola la ha aiutata in tutti gli eventi e nelle maggiori necessità; che quando il mondo intero tradiva il popolo, abbandonava le masse e non si curava d'Italia, la Chiesa era là, vigile alla loro difesa...
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