I sogni dell'anarchico
Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura
Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento
Passano i giorni. Egli è assiduo al lavoro; lavora da mane a sera, e la moglie robusta e due figli lo aiutano sui campi, mentre l'unica figlia disimpegna i lavori di casa. E' troppo gracile per lavorare. - Non diventerà una contadina a modo - dicono di spesso i genitori, crollando il capo. - Non lo vuole neppur diventare - rispondeva sorridendo la madre, la quale conosceva il segreto della figlia e l'aveva approvato. Lavorava, lavorava ma non valeva la pena di lavorare. Le notizie che giungevano in paese erano così brutte; se ne raccontavano tante della crudeltà degli spagnoli. Qua essi avevano ammazzato una vacca, soltanto per mangiarne il fegato; là erano penetrati in una casa ed avevano chiesto del vino; si erano poi rifiutati di pagarlo, e il proprietario avendo insistito, lo avevano legato, denudato e flagellato a sangue; avevano flagellato pure la moglie, che era accorsa alla difesa dei marito, rotto il fondo delle botti e lasciato scorrer tutto i! vino; si parlava di signorotti che taglieggiavano i contadini; imponevano loro forti tasse; nel villaggio vicino era scomparsa la figlia di un agricoltore, una ragazza belloccia; nessuno sapeva dove fosse andata, ma la voce generale diceva, che era stata rapita dal signorotto. Questi racconti girano di bocca in bocca, venivano arricchiti di sempre nuovi particolari, i quali li rendevano sempre più crudeli, più sanguinari, più truci; e tutti ci prestavano fede. Egli poi li raccoglieva con avidità, li assaporava con una voluttà crudele; era lieto di udirli, e ci credeva, abbenchè certe volte la ragione gU suggerisse di non prestar fede a lutto, di fare una larga tara, di non generalizzare. C'erano tra gli spagnoli dei cattivi, certamente, ma ce n'erano anche dei buoni, dei santi. Ed i loro sovrani? Non si era ritirato Carlo I in un convento, per passare gli ultimi anni della sua vita nella preghiera e nel ritiro, e Filippo II che allora viveva, non era forse un sovrano buono e pio, che conduceva, una vita soprannaturale, cristiana? Ma l'odio che egli portava a quanto sapeva di spagnolo era troppo intenso, per fargli apprezzare il bene che si trovava presso quel popolo. Passarono i giorni, rapidamente; il castello va incontro alla sua ultimazione; i grandi carri portano un ricco mobiglie ad ammirare il quale si affollano i curiosi, e poi il castellano vi conduce la moglie, i figli e grande quantità di invitati, di amici; si fanno grandi feste, e lei allegre brigate girano per il paese, battono le campagne, allestiscono grandi cacce, e, nell'inseguimento della lepre o della volpe, attraversano a spron battuto il seminato, senza fare alcun conto delle proteste dei contadini, i quali si vedono privati del frutto di lungo lavoro, vedono rovinati i loro campi e messo in forse il raccolto. Tonto, il padrone di una campagna vicina, si era opposto ad un gruppo da cacciatori, i quali ne attraversavano, a spron battuto, il seminato; aveva gridato loro di cessare e di non rovinare le sue terre, ma uno di loro, per tutta risposta, aveva fatto fuoco sopra del poveretto e lo aveva ferito gravemente. Tutta la borgata era sossopra. Tutti maledicevano, il signorotto, i suoi amici, i suoi ospiti, agitavano minacciosi i pugni nella direzione del castello, invocavano i fulmini del cielo sopra i brutali, ma tutto si limitava a questo. Il barbiere del villaggio aveva fasciato Tonio e dichiarato la ferita gravissima. La povera moglie del ferito ed i figliuoletti piangevano desolati. Egli era stato a vedere di Tonio, aveva confortato l'amico ed avuto parole roventi per il signorotto. - Ed a dire che non possiamo fare nulla, che siamo assolutamente impotenti di fronte a lui! ? esclama adiratissimo, e ritorna a casa, con questa rabbia impotente nel cuore. Per via s'imbatte in una figura lunga, straordinariamente magra, dal dorso ricurvo, coperta di un abito nero, logorato dall'uso. Il volto dell'uomo è straordinariamente pallido, ed il suo pallore armonizza col candore dei mustacchi e del pizzo. Quel vecchio ha una faccia così dolce; un volto così paterno. Eppure egli sente in quell'istante avversione di lui. Quante volte non ha egli insegnato di ubbidire all'autorità. Era per colpa sua se nessuno si rivoltava nel villaggio. - Che ne dice don Protasio, della ferita del povero Tonio? ? gli domanda. ? Un avvenimento dolorosissimo. ? Ecco che cosa ha ottenuto colle sue prediche! ? Io? ? domanda il vecchio, tutto stupore. - Lei. proprio lei! Non ci ha raccomandato le tante volte di aver pazienza e di ubbidire alle autorità? - Ho da predicare forse la ribellione? Ho da dirvi di ribellarvi e di andare così incontro a morte certa, perché una vostra sommossa sarebbe condannata al più deplorevole insuccesso? ? domandò il parroco. ? Ma intanto hanno ferito Tonio. ? Don Fernando, il castellano non è mica l'autorità. ? Dobbiamo però, nevvero, tollerarne le crudeltà, senza poter protestare? - domanda con sarcasmo. - Chi vi proibisce di protestare. Io mi reco ora al castello, per tutelare i vostri interessi, e per parlare, al castellano, di Tonio e della sua famiglia ? esclamò il parroco. Il suo volto era, in quel momento, trasfigurato, ed esprimeva un'energia tale, che Tonio lo guardò meravigliato. Quello non era più il vecchio dolce, amoroso, timido, ma il pastore forte, audace, il quale si moveva alla difesa delle sue pecorelle contro il lupo del mate, senza punto paventare la fiera; il pastore, pronto a dare la vita ed il sangue per le pecorelle. ? Vuole andare davvero? ? domandò. ? E' mio dovere. - Azzarda la vita. II parroco sorrise. - Non lo credo. Don Fernando è cristiano. Ma anche se avessi da incorrere in qualche pericolo, che per ciò? Non mi sono fatto prete per il mio vantaggio materiale, ma per la salvezza delle anime ? rispose. ? Stia bene in guardia, signor parroco. ? Non me lo raccomandare. Sarò prudente ma anche di ferro ? disse il parroco e si allontanò a buon passo. Egli lo seguì collo sguardo. ? I soli che si prendono cura di noi, che ci difendono, ? disse tra sé e sé, ed il suo pensiero volò da quell'umile parroco al grande, che allora reggeva le sorti dell'arcidiocesi, e del quale tutti parlavano come di un sant'Ambrosio redivivo, del conte Carlo Borromeo, il nipote del Papa che, nominato quasi fanciullo arcivescovo, era l'uomo di Dio e della Provvidenza, il padre dei poveri, il difensore degl'umili, il conforto dei sofferenti, il grande tutore dei diritti della Chiesa e del popolo. Tutti lo proclamavano santo, grande santo; le madri accorrevano al suo passaggio per vederlo, ascoltarlo, baciare il lembo della sua veste e ricevere la sua benedizione. La sua persona destava un delirio. £d' egli sapeva difendere il suo popolo, anche dagli spagnoli, perché non si sentiva soltanto vescovo cattolico, ma anche lombardo ed italiano, amava il suo popolo, soffriva al vedere calpestati i diritti, e si abbassava, lui,.il conte, il rampollo di nobile casato, l'arcivescovo, il cardinale, il santo, fino all' ultimo dei suoi figli spirituali, al meno intellettuale, al più povero, al più umile, per sollevarlo a sé.. - O la Chiesa. Se essa non fosse poveri noi! - esclama. Ora comprende, che anche il parroco fa quanto può, fa più di quello che può. Ne attende il ritorno; e mentre le mani assidue lavorano, che egli non può rimanere a lungo senza lavorare, il suo sguardo spia la viache conduce al castello del signorotto, attendendo il ritorno del curatore d'anime, curioso di rilevare, ciò che egli ha potuto ottenere. Sarà già arrivato; ecco che parla, che discute, che si accalora. Don Fernando cede, lo minaccia, nega ogni cosa, lo fa cacciare dal castello dai servi, dai cani... Ma egli non ritorna. Che l'abbia trattenuto, fatto prigioniero, chiuso'in carcere? I contadini che avevano aiutato i muratori di professione nella costruzione del castello raccontavano, che ai piedi della torre erano stati costruiti certi ambienti oscuri, che dovevano servire da prigione. Il parroco incarcerato? Il villaggio non doveva tollerare una simile onta. Bisognava liberare l'amato pastore. Verso sera vede finalmente una figura umana, che avanza veloce. E' lui, è lui. Gli corre incontro. Ma egli viene da una dirczione diversa da quella del castro. Non vi è dunque stato? Ha fatto il gradasso ed ha avuto paura di avvicinare il covo del leone? ? Signor Parroco. Lei? - Ritorno da Tonio. Il medico spera di salvarlo.. - II barbiere? ? domanda. - Il medico della borgata vicina. Don Fernando, da principio, non voleva credere. Non gli avevano raccontato nulla. Poi ritenne che i suoi si erano difesi da un attacco. Ma io ho parlato.... gli ho detto ogni cosa, gli ho fatto toccare con mano... ? disse il parroco infervorandosi. - Non ha avuto paura? domanda Tonio ammirato, II parroco non risponde alla domanda ma continua a raccontare. Don Fernando era. montato sulle furie quando egli aveva chiesto un indennizzo per Tonio, voluto che gli mandasse un medico e pensasse alla moglie di lui ed ai figli, e quando aveva pur domandato, che fosse rispettata la popolazione inerme e tranquilla. Il signorotto aveva dato ordine ai servi di cacciare il prete importuno, che veniva a tutelare gli interessi di quegli italiani, che egli, nella sua boria spagnola, disprezzava tanto; ma l'audace sacerdote non si era lasciato imporre da quelle parole, ed aveva invitato il superbo spagnolo al tribunale di Dio. Don Fernando era, cristiano. Le parole del prete lo avevano impressionato. Aveva incominciato a cedere lentamente. _ Ho finito per ottenere tutto quello che volevo. Egli si è ravveduto; ha mandato per il medico; ha promesso di risarcire a Tonio i danni sofferti, di rispettare il seminato, di aver riguardo del popolo. Non so se manterrà la promessa. E' così difficile ridurre questa gente a buon senno. Sono così superbi, così boriosi, cosi poco malleabili; si credono gente di ordine superiore, ci disprezzano tanto. Pure voglio sperare.... Intanto per Tonio venne provveduto ? disse il sacerdote. Egli si congratula con lui di quanto ha ottenuto. Il sacerdote gli disse, che anche il cardinale si prendeva cura del suo gregge e faceva quanto stava nelle sue forze per fargli sentire meno il dominio spagnolo. ? Volevano introdurre la loro inquisizione. ? Cielo! Con tutti i suoi orrori! ? esclama egli, che ne aveva udito parlare con spavento. - Le si esagerano le cose sul suo conto; pure si sparge sangue. Il cardinale però si oppose. Volle libero il ducato da tanta piaga. ? E' riuscito? - Al cardinale riesce tutto quello che si prefigge - fu la risposta del sacerdote, il quale era fiero del proprio arcivescovo, come sono sempre fieri i buoni di un superiore santo. Il sacerdote si allontanò per ritornare alla sua cura, ed egli rimase indietro e guardò pensieroso il castello, puntato lassù quale un gigantesco guanto di sfida di un'aristocrazia senza cuore ad un popolo sofferente e paziente; quale un'eterna minaccia del feudalismo spagnolo a questo buon popolo italiano, così fremente di libertà; pensava che il popolo avrebbe sofferto assai di più senza la Chiesa, la quale s'interponeva presso i potenti e cercava di tutelare i diritti dei poveri, dei repressi, degli umili e sentiva nel suo cuore una riconoscenza infinita per il parroco, il cardinale, e quanti difendono e tutelano i diritti degli oppressi. Ritornò stanco a casa, e dopo una cena molto parca si coricò nel vecchio talamo, dove nacquero tré generazioni, e cercò e trovò sonno.....
Carte d'autore online