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I sogni dell'anarchico

Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura

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Egli era uscito dalla sua piccola casa dove abitava colla moglie ed una nidiata di figli, e guardava il colle vicino, dai pendii rapidi, scoscesi, sul quale mani affaccendate costruivano una grande fabbrica. Qualche settimana prima colà non v'erano che quattro alberi ed un po' d'erba, ed ora sorgevamo, come d'incanto, alte mura, munite di strette finestre, e già incominciava su quelle ad alzarsi una torre. Egli osservava sdegnato, adirato, con un grande, immenso fremito di rabbia, e malediva a, colui, che aveva ordinato la fabbrica e a coloro che eseguivano il lavoro. - Vili! Per qualche berlinga vendono il loro lavoro allo straniero, all'usurpatore! Qualche settimana ancora ed il castello sarà ultimato. Egli vi abiterà ed allora guai a noi! Ci tratterà da schiavi, come già ci trattano altrove. Ritengono queste nostre terre paese di conquista. Egli fa il pugno e freme, dalla grande rabbia, dallo sdegno impotente. La persuasione della propria impotenza ne aumenta la collera; gli sembra di essere simile ad un piccolo cane fedele, che non può opporsi al ladro, il quale entra nell'abitazione del padrone amato. Il cagnolino deve limitarsi a latrare; ma il ladro neppure si cura di lui; tira innanzi con disprezzo e questo disprezzo fa al cane assai più male, che se il passante avesse aggredito, si fosse posto alla difesa, lo avesse magari ucciso a bastonate. Avrebbe almeno mostrato di fare conto dell'animale fedele..... Ma un disprezzo simile. Perché non era cane, un cane forte, robusto, da san Bernardo, capace di slanciarsi contro lo straniero, di costringerlo a mettersi alla difesa, di addentarlo, di metterlo in fuga? Avrebbe voluto difendere la propria terra da. quei prepotenti; ma come farlo? Essi erano molti; avevano con se la forza, l'autorità, tutto tutto; ed egli era solo. Nessuno la pensava come lui; nessuno aveva il suo coraggio. I più ubbidivano supini. Erano nati per servire, e loro era indifferente a chi servivano; proprio come una mula, alla quale è indifferente di portare in groppa un sacco di carbone o delle fasce di legna, il signor curato o quel malanno, che ora fabbricava lassù il suo castello. E gfi altri; i pochi che fremevano al pensiero del giogo che veniva loro imposto, che si sentivano impari a portarlo, che lo avrebbero scosso cosi volentieri, gli altri non avevano coraggio. Si lamentavano; ma quando figli aveva detto loro: Prendiamo le vanghe, le zappe, i picconi, andiamo a distruggere quanto è stato già fabbricato e impediamo che la fabbrica continui, essi lo avevano guardato col terrore sul volto; avevano protestato contro le sue parole; lo avevano supplicato d'i tacere. Taci, per l'amore del cielo! Che nessuno ti oda? Il mondo è pieno di spie. Egli guardava, e il suo sdegno diventa sempre più intenso; il maschio petto ansa fortemente sotto l'impulso di quella collera infinita, e gli viene la pazza voglia di correre, di arrampicarsi sul colle, di arringare gli operai, di suggerire loro di abbandonare il lavoro, di sospenderlo, di non permettere che continui; il desiderio, di atterrare, colle proprie mani. quelle mura, quella torre, d'impedire che si continui la fabbrica, del castello. Un rumore di cavalcature. Volge il capo in quella dirczione. Ah! E' lui, l'odiato. Non lo ha veduto ancora mai; ma comprende che è lui, che deve essere lui, che non può essere che lui; un uomo molto grasso, tarchiato, con una faccia, molto ampia, pingue, grandi mustacchi, pizzo, giganteschi stivaloni di cuoio giallo, muniti di enormi speroni di argento, larghe uose di velluto marrone, un enorme mantello di velluto con grandi bottoni di argento; un cappellone enorme, di panno finissimo. con gigantesche piume, una larga fascia attorno ai fianchi, dalla quale pende una grande pistola, ed il cavallo magnificamente bardato. Mani inanellate stringono le briglie ed il frustino; il portamento dell'uomo e altero, è ridicolmente altero; e dietro a lui vengono otto armati, pure a cavallo e con facce patibolari; i, capelli sono lunghi; il ciuffo enorme pende loro di dietro; uno solo lo ha lasciato cadere davanti, ed esso gli maschera il volto. E' impossibile ravvisarlo. Il piumato si arresta e comanda in un.pessimo italiano, irto di vocaboli spagnoli. - Quale è la via che conduce lassù? - ed addita col frustino il castello in costruzione. ? Non lo so! ?risponde con scherno. Sentiva di odiare quell'uomo, il quale veniva ad istallarsi, come dominatore, in mezzo a loro. Non gli avrebbe indicato la via che conduce lassù. Ad un suo nemico: ad uno di quegli spagnoli superbi? Mai! Era troppo italiano per farlo. - Lo costringiamo? - domandò uno dei bravi al suo signore. Questi ebbe un'occhiata di infinito disprezzo per l'agricoltore. - Non vale la pena! - rispose con scherno. Queste parole fecero venire al lavoratore dei campi il sangue alla fronte. Il ricco spagnolo non lo riteneva neppure degno di osservazione. Si riteneva tanto alto, da non degnarsi neppure di far conto delle sue parole e di.punirlo per quel rifiuto. Un urlo di rabbia gli uscì dalle labbra. Il signorotto rise; i bravi risero pure, ed uno di loro, quello del ciuffo, lo minacciò col pugno chiuso. ? Faremo i conti! ? gli disse minaccioso. Si allontanarono. Egli li seguì collo sguardo, in preda ad una rabbia infinita...

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