I sogni dell'anarchico
Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura
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Sono venuti. Tutto arde; le fiamme si alzano altissime e divorano il frutto del suo lavoro, dei suoi sudori; le sue messi, le sue biade, i suoi granai, la sua casa, tutto, tutto. I barbari sono là che gridano, urlano, ridono, danzano, bevono il suo vino, mangiano la carne dei suoi bovi che hanno dichiarato loro proprietà, che hanno in parte scannato, guastato. Quanto sono brutti! I loro corpi sono avviluppati in pelli di orso, di lupo, di capra, il teschio dell'animale ne ricopre la resta; le loro barbe rosse sono lunghe, fluenti, lunghi i capelli rossi, spettinati, arruffati, estremamente sudicio il volto. Le loro armi sono gigantesche: Lancio, alabarde, bastoni ferrati. Non hanno compassione di nessuno: ammazzano colla stessa indifferenza un agnello ed un fanciullo, una donna, un vecchio. Guai a chi si oppone loro, guai a chi non ubbidisce, guai ai prigionieri che non ritengono atti a venir trascinati in dura prigionia, per lavori servili oppure per il mercato. Li uccidono tra i dolori più raffinati, le torture più scelte, perché sono lieti di poter torturare, scannare, uccidere. Egli ha voluto opporsi loro; ma tre, quattro, cinque, dieci;si sono gettati sopra di lui, lo hanno atterrato, legato e trascinato dal loro capo, e questi ha decretato che rimanga in vita; è forte, è robusto, sarà un buono schiavo. Viene caricato di ceppi e buttato là, tra altri schiavi italiani, che i barbari hanno fatto, e che gli raccontano gli orrori della loro cattura e delia loro marcia attraverso la patria; dei patimenti della schiavitù; della frusta che cadde continuamente sulle loro spalle; degli orrori che hanno veduto; di scene raccapriccianti, cui hanno assistito. I barbari non pensano che a rovinare, a devastare, a distruggere. Attraversano le lande più floride, lasciando dietro di sé un deserto. Hanno visto case distrutte, messi in fiamme, animali scannati per il piacere di scannare, eccidi senza numero. Egli ascolta fremente e poi deve assistere all'incendio d'ella sua casa, della sua messe, alla devastazione delle sue terre. Si dimena dall'indomito e pure impotente sdegno; freme, digrigna i denti, urla. si dibatte, fa sforzi sovrumani per spezzare le catene, che lo tengono stretto, per gettarsi sugli avversar!, sui nemici ... invano, invano...... Perché non è fuggito? Perché non ha salvato la vita, per vendicare la patria? Passa una notte d'inferno, e alla mattina la sferza lo costringe ad alzarsi e a mettersi in cammino. La sferza! Non è caduta ancora mai sulle sue libere spalle; oggi invece; oggi.... Vorrebbe resistere; vorrebbe opporsi; vorrebbe destare la rabbia dei suoi novelli padroni e ricevere il colpo di grazia. Meglio, assai meglio morto che schiavo; ma un compagno di sventura gli dice: Non ti ribellare. Vivi! Dio lo vuole! Eppoi finché vedremo il sole possiamo sperare. Sperare? No; non aveva più nulla da sperare. E Dio? Perché Dio tollerava simili eccidi? Perché non insorgeva alla difesa d'Italia? Eppure non vuole morire. Chissà? E' sempre possibile che gli riesca la fuga, la vendetta. Ubbidisce. Viene onusto di bottino e marcia, marcia, coi suoi epuratori. Oh la marcia terribile, attraverso l'Umbra cosi ricca, così bella, così serena, così tranquilla, così melanconica: una terra tutta propria, che ha un'intonazione tutta speciale, così diversa dal rimanente d'Italia. Egli sente quel non so che di sacro, di singolare, di indefinibile, di speciale che ha l'Umbria; sente che essa è una terra privilegiata; ma allora quel privilegio speciale non le giova; anzi sembra che i goti infurino più che mai in quella terra. Dietro di loro è il deserto, e quanto si oppone al loro passaggio diventa deserto. Case bruciate; la popolazione passata a fil di spada, scannata, uccisa tra indicibili dolori, tra infiniti tormenti, o menata schiava. Giunsero alla casa dove abitava la sua sposa diletta. Maledice a se stesso che non l'ha resa attenta al grave pericolo, che non ha cercato di metterla in salvo. Anche quella casa viene bruciata, ed egli deve vedere la sua sposa tra le braccia dei goti, in uno stato più terribile della morte. Egli agita allora le braccia incatenate verso il' ciclo e maledice all'Eterno che ha abbandonato l'Italia e permette la rovina di questa terra!
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