I sogni dell'anarchico
Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura
Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento
Rimane a lungo solo, sul limitare della casa e e templa i campi pingui, i lunghi filari di alberi fruttiferi, le viti, maritate ai gelsi, i pioppi altissimi; osserva le messi bionde e mature al taglio; osserva quella terra buona, umile, ubbidiente; la sua madre e la sua nutrice, la quale, lavorata con amore, offre centuplice frutto. E' quella la terra dei suoi avi; là lavorò il nonno, là il padre, là egli apprese amore al lavoro, alla vita all'aperto, alta piena luce del sole; i fratelli si erano dipartiti; uno era partito al servizio delle armi, l'altro andato ad abitare in città, del terzo non si sapeva nulla: Uno strano fanciullo, cosi diverso dal babbo e dai fratelli; un fanciullo dagli occhi grandi, profondi come il mare, neri come la notte; un'anima serena, pia, chiusa, che porgeva ascolto alle voci misteriose dei venti, del lago, dei torrenti, dei fiori: i fiori gli sembravano piccoli campanelli, simili alle squille di argento che i fanciulli agitavano in chiesa per annunziare che il sacrifizio stava per incominciare; e quelle squille lo chiamavano lontano, lontano; in altre terre, in altre regioni. Egli aveva seguito il suono misterioso di quelle campane, la voce del vento, il rumoreggiar dei torrenti, che gli destavano una nostalgia grande di una patria lontana, della sua. vera patria, che non era ancora la patria celeste; che si trovava sulla terra; dove, ci non lo sapeva; ma si doveva trovare, e dove avrebbe trovato l'avveramento dei suoi sogni, l'esaudimento dei suoi voti, e pace, grande pace, quella pace che desiderava, sospirava, anelava; senza della quale non poteva vivere, e che non trovava, non avrebbe mai trovato a casa, presso i fratelli; nemmeno presso Cecilia, 1,a bella fanciulla bruna, robusta dall'eterno sorriso sulle labbra di corallo, la quale lo seguiva continuamente; appariva sempre là dove egli si trovava, e gli offriva istintivamente le sue braccia, ben tornite come fusi e le sue labbra coralline al bacio. I suoi fratelli gli avevano detto: Ti ama. Non è povera. Ti porterà della terra, sufficiente per te, per lei, per i figli che avrete. Prendila in moglie. Vedi come langue di amore di te. Ma egli le volse sdegnoso i! capo e parti in cerca della patria lontana, del paese dei suoi sospiri. Il sorriso si spense allora sulle labbra di Cecilia; eppoi essa pure sparve. Nessuno seppe dove si fosse recata. Alcuni dicevano, che essa era corsa dietro il fanciullo, senza del quale non poteva vivere; altri, che era andata a seppellire la sua giovinezza presso le donne vestite di bianco, che Scolastica aveva incominciato ad unire nell'amore al sposo Gesù e nell'esercizio della carità più fiorita. Anche la sorella era passata a marito, ed egli era rimasto solo, il padrone di quel terreno; il capo di una famiglia discreta di pastori e di agricoltori, antichi schiavi, che non portavano di schiavi ne il nome ne gli oneri. Nessuno li aveva mai manomessi; vivevano su quella gleba, anche a loro cara, e formavano col padrone, una sola famiglia, uniti dagli stessi interessi, dallo stesso amore verso la bruna terra, verso le mandrie, verso i bovi pazienti, verso quanto c'era di bello, di pingue, di ricco in quella tenuta. Qualche giorno ancora, eppoi, a raccolto terminato, egli avrebbe condotto sulla sua casa la nuova padrona, che vi avrebbe portato l'allegria del suo sorriso, la robustezza del suo braccio, le proprie energie, qualche po' di terra, ed una pentola ricolma di monete di oro, perché egli aveva cercato nella sua futura moglie, la donna sana, la quale gli avrebbe dato sanissimi figli, la lavoratrice assidua e anche qualche po' di terra e di oro. Era così lieto al pensiero che quel bel pezzo d'Italia era suo; che presto, presto, avrebbe una forte compagna al fianco. L'Italia. Egli l'amava tanto, tanto I Non ne sapeva la storia; ne ignorava i fasti gloriosi, non ne conosceva i confini; non sapeva neppure il nome dei popoli che in essa abitavano; non gli avvenimenti politici degli ulrimi giorni. Per lui l'Italia era quel pezzo di terra che egli lavorava; che aveva là, avanti agli occhi, che dominava collo sguardo; la. terra sua, che gli dava da vivere, che rispondeva affettuosa alle sue fatiche ed al suo assiduo lavoro, e le terre vicine, i vicini campi, ed italiani erano quanti conosceva: i suoi vicini, coloro che egli vedeva alla domenica in chiesa o sulla piazza del villaggio, sotto il bel tiglio; e questa Italia, questi italiani, egli sentiva di amare tanto, tanto. Ora i barbari volevano bruciare le sue biade, le sue messi bionde, scannare i suoi manzi, rubare le sue agnella, incendiare la sua casa e distruggere tutto, tutto. Con qual diritto? Tutto il suo interno si ribellava alla toro avanzata: sentiva di odiarli, questi grandi nemici d'Italia e degli italiani, di odiarli con tutte le proprie forze; eppure essi avanzavano. Lo aveva detto il fuggiasco. Che fare? Fuggire? Abbandonare la sua casa, i suoi campi, le sue mandrie? Mai! Doveva dunque rimanere e lottare, alla difesa di quel suolo santo, benedetto? Ma che è quel bagliore lontano, rosso; che è quel fumo che là si alza al cielo? In quella direzione sono i campi di un suo amico, sono le case di lui, le abitazioni dei suoi compagni di lavoro, i suoi granai grandi, ampi, ricchi. Quelle case ardono? Chi ha dato loro fuoco? I barbari! Sente un fremito infinito; un immenso timore per la sua sorte, per le sue campagne, per le sue messi, per le sue mandrie; uno sdegno indicibile che altri, stranieri, abbiamo diritto di profanare, in tal modo, l'Italia, la sua Italia, di calpestarla, di rovinarla, d'impoverirla, di maltrattare gli italiani, di derubarli, di renderli schiavi, di ucciderli. Allo sdegno si sposa la brama della difesa e della vendetta. Vuole difendere le proprie terre dai. barbari, vuote punirli per il male che fanno; vuole vendicare l'onta che hanno recato, che recano all'Italia. Da fiato al corno. Accorrono i suoi dipendenti, i forti lavoratori della terra, i pazienti pastori. Egli parla loro e diventa eloquente. Dice delle stragi, che i goti vanno menando; indica loro quelle fiamme lontane, quel fumo acre, denso, che sale al cielo; li esorta a stare uniti a lui, a lottare; ma non ottiene l'effetto. I Goti! Terribile nome, che evoca antichi, dolorosi ricordi, di una potenza fiera, indomabile, la quale scende come valanga; che tutto travolge, rovina, distrugge e cui nessuno sa resistere. Un terribile flagello di Dio. - A periculo Gothorum libera nos, Domine, - si pregava nelle chiese. I goti! Ogni resistenza era vana. Non restava che la fuga! - Scappiamo, padrone! Rifugiamoci nella foresta, in certe caverne, che essi non conoscono. Colà attenderemo, che il flagello sia passato. E salviamo quanto possiamo! - Vili! Resistiamo; lottiamo! Difendiamo le nostre terre, pronti a morire per l'Italia! ? dice loro. Già appariscono i primi fuggiaschi; gente spaventata, terrorizzata. Raccontano cose terribili dei goti: uomini truci, crudeli, barbari, senza misericordia. Giganti nel corpo, orribili nell'esterno, terribili nelle armi, veri demoni incarnati. E' impossibile resistere loro. Bruciano tutto; scannano gli uomini e le mandrie, per il solo piacere di scannare; rubano e fanno schiavi; non hanno compassione di nessuno. Hanno ucciso il padrone e catturato i suoi figli. Non resta che di scappare, per mettere in salvo la vita. Scappano, scappano. Invano egli dice loro di arrestarsi, di lottare, di difendersi, di resistere. Invano li supplica, per amore di quella terra si buona, che ha diritto alla difesa, perché è stata loro madre amorosa e larga di aiuto. Invano promette loro vittoria. Essi scappano; ed i suoi dipendenti; i suoi schiavi secondo la legge; gli assidui agricoltori, i pastori cosi pazienti, scappano pure; nessuno resta indietro: lo abbandonano tutti. Egli resta solo, là, immobile, nel crepuscolo serotino, nelle tenebre della notte, collo sguardo fisso verso quelle lontane fiamme rosse, le quali annunziano il grande incendio; fremente dallo sdegno; pieno di un livore infinito, contro il nemico che si avanzava borioso, crudele, e contro gl'italiani sì vili; che non vogliono, che non sanno resistere ed opporsi all'impeto nemico, e mentre maledice alla boriosa crudeltà dei primi ed all'ignavia degli altri, il suo ciglio viene inumidito da una lagrima amara sulla sorte d'Italia; del suo amato suolo natio, in balia del primo venuto, dello straniero, sempre.
Carte d'autore online