I sogni dell'anarchico
Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura
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Egli infuria nelle sale del suo palazzo. Nessuno osa avvicinarlo, tanto è adirato. La folla infuria essa pure. La delusione è stata troppo grande. Inveiscono contro di lui, e le loro imprecarzioni arrivano al suo orecchio e lo fanno fremere: Matricida! Matricida! Già. Egli ha fatto uccidere sua madre; ma questo era un suo diritto. Chi può proibire ad Apollo, al padrone del mondo, di fare quanto più gli piace e di ammazzare chi vuote? Hanno atterrato le sue statue nelle piazze e sul foro e negano soccorso alle sue truppe. ? I miei pretoriani! Vuole mettersi alla loro testa, marciare contro la folla e decimarla. I pretoriani lo hanno abbandonato. ? Le amazzoni! - Sono fuggite. Sono andate a cercare altri protettori. Anche i mimi lo hanno abbandonato. Schiavi, liberti, cortigiani saccheggiano il palazzo. Gli portano via tutto; financo le coperte del letto e la fiala preziosa, che Lomita gli aveva preparato. Vuole difendere le sue corone di alloro. E' solo. Non riesce. I sucri strumenti musicali; la sua cetra. Anche questi gli vengono tolti. Nessuno ne ascolta i comandi, le proteste, le suppliche; si ride del suo pianto; egli viene schernito, beffeggiato od ignorato. Un sovrano decaduto. Quanto soffre! Pazzi pensieri gli passano per la mente»: vuole recarsi nelle Gallie, incontro all'esercito ribelle. Domerà i soldati col suo canto; s'inginocchierà avanti a loro e piangerà. Le sue lagrime li commuoveranno, il suo canto li renderà propizi. Ma poi cambia pensiero. Vuole rifugiarsi dai Parti e riconquistare col loro aiuto il trono; si recherà a Roma, salirà la tribuna e commuoverà il popolo, coll'eloquenza appresa da Seneca. Manda messi da Virgilio Rufo. E' disposto di rinunciare al trono, purché gli lascino la prefettura d'Egitto. Manda messi a Roma. Lo lascino in vita, l'Apollo novello. Non ne sa che fare del trono. Se lo tengano. Anela glorie maggiori. Quanto soffre! Oh questa ingrata plebe! Avesse l'umanità una festa sola, per spiccarla di busto, con un taglio solo! Solo il re del canto il dio Apollo, ha diritto alla vita! Nessuno si cura di lui; trova a stento uno schiavo che gli prepara un boccone. Il palazzo svaligiato è deserto, ma la folla non è contenta della sua umiliazione, ne chiede il sangue. Chi lo difenderà? Oh queste umiliazioni, queste ingiurie, questa solitudine! Lo accascia tanto. Un uomo, vestito poveramente, entra nel palazzo e lo avvicina. - Cesare. Un pugno di fedeli è deciso di salvarti. Di fedeli? Vi erano adunque ancora degli uomini che gli erano rimasti fedeli? Tanti lo avevano abbandonato. Respira. ? Salvatemi! Promette loro ricchezze, cariche, condividerà con loro il dominio del mondo, purché lo salvino. Sono decisi di salvarlo. Verranno a prenderlo, di notte, con una lettiga; Io porteranno in una villa romita, dove se ne starà nascosto, finché la procella si sarà calmata. Non possono conservargli il trono; non sta nella loro potestà. Gli vogliono conservare almeno la vita. Egli paventa un tranello. - Non temere. Noi ti difenderemo col nostro sangue. Andremo volentieri per te alla morte, lieti di morire per te, è la risposta. Gli viene un sospetto. ? Chi siete? L'uomo non risponde. - Mi volete salvare, perché adorate in me l'Apollo vivente, perché siete entusiasmati della mia voce, del mio canto? - Perché il nostro Dio ci ha imposto di esserti fedeli e di dare per te anche il sangue. ? Cristiani? chiede, fremendo dallo sdegno. ? Cristiani! L'uomo non può continuare. Il pugnale del sovrano lo ha trafitto nel petto. E' caduto morto al suolo. Freme al vedere quel morto. E' adirato seco stesso che ha ucciso quell'uomo. Chissà?.... Forse?..... Ora avrà anche i cristiani contro di sé, ed i cristiani sono grandi fattucchieri, che vorranno vendicare su di lui tutto ji sangue che egli ha sparso. Deve fuggire. Un cortigiano gli suggerisce: ? Apriti le vene. E' il solo, che gli è rimasto fedele. Il suicidio! Mai! Non può privare il mondo del suo canto. La fuga! Si getta ai piedi del cortigiano. ? Salvami! Poi cambia pensiero. ? Uccidimi! lo supplica. Nessuno osa farlo, si teme. ? Suicidati! Non ha coraggio. Fugge sopra un povero ronzino seguito da quattro servi; uno solo gli è fedele, gli altri lo seguono costretti. Un servo fedele; un fenice ?Chi sei?Perchè non mi abbandoni tu pure? Il servo, il povero schiavo, gli parla; cerca di sollevarne lo spirito, di destare in lui fiducia in Dio. Un cristiano! Maledetti cristiani! Giunge al Tevere. Si vuole gettare nelle sue acque ma non ha coraggio. Alla villa di Faone E' un liberto che ha beneficato, che ha amato, che gli sarà rimasto fedele. La via è polverosa; il caldo soffocante. I rari passanti guardano con indifferenza il cavaliere, madido di sudore, in groppa al magro ronzino, seguito da quattro schiavi; certo un uomo povero. Ignorano, che egli è il dominatore del mondo. Lo era. Ora non lo era più. Sciocco! Perché non ha rinunziato all'impero? Gli dei gli hanno pur dato il canto! Giunge da Paone. - Il senato ti ha deposto; ti ha giudicato. Sei staro dichiarato nemico della patria. Ti hanno condannato alle forche? Il senato! Quei senatori, che ha tanto beneficato, che ha avuto ai suoi piedi, che lo hanno dichiarato l'amore e la delizia del genere umano, il miglior tra i Cesari. Il senato! Maledetti, maledetti! E' adirato con se stesso, che li ha tollerati in vita, che non li ha fatti scannare tutti, tutti. Eppoi pensa a se stesso. Deposto, condannato alle forche. Gli avessero lasciato almeno l'Egitto! ? Suicidati! Deve suicidarsi. Le forche. Mai! Ma non sa decidersi. _ Scavatemi la fossa. Mentre la scavano gira desolato per la villa, per i giardini. Il sudore dell'angoscia gl'imperla la fronte; il cuore gli si stringe come in una morsa; gli si fa scuro avanti agli occhi; si sente tanto infelice. ? Un grande artista perisce! esclama. Sofrre, pensando al suo canto, e rumina fughe. Vuole salvare la vita, andare in Grecia, e colà cantare, cantare. ? Suicidati! ? Il mio canto? - Non suicidarti! Ricorri a Dio. Lo prega; invoca il suo aiuto e ti rassegna alla sua volontà I Quello che vuole il Signore! E' lo schiavo cristiano che gli suggerisce cosi. Egli si avventa sdegnato contro di lui. - Maledetto! Mi vuoi vivo acciocché il senato mi conduca alle forche! Lo uccide. E mentre osserva sdegnato quel cadavere, imbrattato di sangue, che giace ai suoi piedi, viene ansante un nunzio. ? Cesare. Vengono! ? Chi? - I messi del senato per catturarti e condurti alle forche. Odi. Ode il calpestio dei cavalli. Le forche! Mai! Non può indugiare. Vuole cacciare il pugnale insanguinato nelle mani del messo. - Uccidimi! Ti prego, ti scongiuro! Uccidimi I esclama con angoscia di morte. Ha tanta paura della morte. Gli manca il coraggio del suicidio. ? Suicidati! Il calpestio si fa più vicino. Ecco apparire i soldati a cavallo. Deve, deve! Un ultimo sguardo al sole, che splende infuocato sul cielo; agli alberi verdi de! giardino. La vita è così bella, e dover piombare nel regno delle ombre I Uno sguardo al cadavere ai suoi piedi. Un grande scatto di odio, contro i cristiani. Sono essi la causa della sua sventura. Ogni male viene dai cristiani. Un grande rimpianto. Muore il più grande cantante di ogni tempo. Vibra il pugnale e se lo caccia nel petto. L'acciaio freddo, freddo, entra lentamente nelle sue carni.... sente brividi di morte.....
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