I sogni dell'anarchico
Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura
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Si destò quando lo volle Giove suo padre. Accorsero servi ad indossargli la tonaca di porpora, a gettargli sulle spalle il manto imperiate, a cingergli il capo della corona di alloro, che si era guadagnata nella Grecia. Uscì di stanza. Passò tra una schiera di senatori, i quali si curvavano profondamente; non degnò nessuno di uno sguardo; gli schiavi favoriti gli imbandirono la colazione; mangiò molto, beve molto, assisti a danze lascive, a giochi pazzi, di gladiatori che si ammazzavano sotto i suoi occhi; gli portarono immensi vasi di cristallo, nei quali morivano le triglie più belle, cangiando i più rari riflessi metallici delle loro squame, ma non trovò piacere. Era uno dei giorni consacrati alla celebrazione dei suoi trionfi in Grecia. Il senato gli aveva decretato tante feste, che un anno non sarebbe bastato a compierle, onde un senatore aveva osato proporre, si lasciasse qualche giorno anche al popolo, per le sue faccende. L'audace aveva pagato colla propria testa l'inopportuna proposta. Nel circo vi erano i giochi. Non vi volle andare. Era sazio di vedere scorrere sangue umano. Volle vedere le corone d'oro che aveva portato dalla Grecia. Erano milleottocento, di grande valore. Le maggiori decorazioni, i premi più rari, dei quali disponeva la patria del bello. Neppure la vista di quelle corone lo appagò. Non gli sembravano un premio adeguato al suo canto. Ricordò il viaggio in Grecia, preceduto, seguito da migliata di citaredi, colla lira in mano e da un esercito di commedianti e di mimi. Ricordò l'inno solenne, che aveva cantato per salutare la riva greca; ricordò i giochi olimpici ed istmici e gli altri giochi, che la Grecia celebrava nel corso di decenni, condensati in pochi mesi per onorare lui. Fu dovunque, cantò dovunque. I più celebri cantanti e citaredi del mondo greco erano accorsi per vincerlo; facevano sforzi infiniti per non venir vinti da lui, ma egli li superava facilmente: essi dovevano dichiararsi vinti, ed il popolo delirava e decretava a lui ghirlande, corone e premi. Colse ad Olimpia novanta premi, cento ai giochi istmici: mai tanta profusione di corone e di lauri, mai tanto plauso. Fu dovunque, eccezione fatta di Atene, dove sorgeva il tempio delle Furie vendicatrici del parricidio, ed a Sparta, perché odiava Licurgo ed i suoi rigori. Fu a Delfo ma non ebbe dall'oracolo la risposta che gli premeva, onde inveì contro il santuario, asportò 500 statue, che perdette per mare, e si era proposto di distruggere il santuario e di scannare i sacerdoti. Non era egli forse Apollo, il padrone del santuario? Ricordò Corinto. Voleva tagliare l'istmo e precedette tutti nel lavoro. Lavorava con una zappa d'oro. Ricordò i suoi amori e la coppa del piacere vuotata fino alla nausea. Sì, fino alla nausea. Tutto gli recava nausea. Sospirava onori sempre nuovi, piaceri sempre più intensi, gaudi sempre più raffinati.... Abbandonò adirato le sue corone. Milleottocento; ne meritava centinaia di migliala. Corone e lauri. Questi erano stati già tributati ad altri mortali, ed egli: non era un mortale, ne un dio, ma qualche cosa di più di un uomo e di un dio. Era il primo degli dei, il creatore dell'universo, il signore del canto..... Voleva piegare al proprio culto volontà ribelli, orgogliose. Questi cristiani! I soli che non si piegavano al suo cospetto; i soli, coi quali valeva la pena di lottare, il cui omaggio valeva la pena di ambire. Sognò cristiani da umiliare. ? Ce ne sono nelle carceri? ? Sì, divino. ? Vengano. ? Quanti? ? Tutti. Vennero; molti. Un brillante senatore, sua moglie, nobili patrizi, candide donzelle, fanciulli, operai dalle mani incallite, poveri schiavi. Egli li guardò con disprezzo. ? Incendiarii Nessuno rispose. Il loro silenzio gli diede sui nervi. Li sapeva innocenti e voleva che si confessassero rei od almeno si scolpassero. - In ginocchio avanti a me, ad Apollo, al vostro dio? Adoratemi! Un vecchio tremante; una rovina umana; un povero scheletro scoperto di gialla pelle; i digiuni avevano sfibrato il corpo di Lino, rispose: - Cesare. La vita per te ed il sangue alla tua difesa. Non hai mai avuto sudditi più fedeli di noi. Ma non possiamo adorare che il solo Dio che ci creò ed il suo Cristo che ci redense. I cortigiani volevano costringere i cristiani colla forza a piegare le ginocchia avanti al nuovo nume, ma Neurone il proibì. Promise. Le sue promesse non smossero quei prodi; minacciò; annunzio la sua grandezza; toccò la sua cetra e cantò. Se il canto di Orfeo aveva ammansato le fiere, il suo doveva ammansare i cristiani. Ma il suo canto non compi il prodigio, ed egli ne fu adiratissimo; più adirato del loro rifiuto di adorarlo. Essi lo umiliavano avanti a tutti, ne volevano distruggere la fama e la gloria, col provare, che quanto era riuscito a Orfeo non riusciva a lui. Montò sulle furie. Bisognava piegarli. Cantò ancora, molto, molto. La sua voce non era bella; la sua scuoia poverissima. Il canto straziava le orecchie dei cortigiani, che se ne mostravano però deliziati e lo proclamavano dio e Apollo novello. Alle sue insistenze il vecchio rispondeva in nome di tutti: ? Mai! Montò su tutte le furie. Volle vedere sangue. Comandò torture; torturò di sua mano. Voleva, doveva piegare quei ribelli. Gli avrebbe fatto più piacere l'adorazione di uno di loro che di mille senatori curvi ai suoi piedi. Invano. Allora li condannò ad ardere quella sera, fiaccole viventi..... Nessun rimprovero, nessuna protesta usci da quelle labbra. I martiri chinarono il capo. ? Così sia! La loro rassegnazione gli sembrò stupida e ne aumentò lo sdegno; tanta forza d'animo nel resistere ai suoi comandi, tanta stupida remissività davanti alla condanna. O questi cristiani! Malcontento di se stesso girò infuriato per il palazzo. Ammazzò con una pedata nel ventre una fanciulla, che aveva amato ieri e che gli si era fatta incontro cai sorriso sulle labbra; condannò a morte Pitagora, spudorato liberto, che aveva sposato pubblicamente a Corinto, vestendolo da imperatrice, per profanare, con quella infame parodia, i riti sacri matrimoniali; girò quella sera vestito da Apollo, in lettiga, tra le fiaccole ardenti, non pago dei crucirati delle sue vittime: ne avrebbe preferito l'adulazione. Chiese l'indomani adorazione dal senato e la ebbe; fu al Circo, acclamato dalla folla Apollo e padre degli dei; vide sangue, molto sangue, e non ne fu pago; ideò novelle costruzioni; la casa d'oro doveva arrivare fino al mare; sognò immensi giardini, fiumi navigabili, laghi artificiali, sporgenze di terreno ricche di alberi, sognò.... ma niente lo appagava. Diede banchetti senza fine; invitò migliaia di patrizi, di senatori; allestì orgie infami; commise delitti nefandi, per appagare la propria sete di gaudio; si adirò con Poppea Sabina che portava sotto il petto il suo figlio e con un calcio la uccise; la fece poi imbalsamare, proclamare dea, e bruciare in onore di lei tanti incensi, quanti l'Arabia produce in un anno. Ma non trovava l'ebrezza che sognava; il gaudio che sospirava. Dovunque gli si presentava la nausea. Ed allora decise di recarsi a Napoli.
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