;

I sogni dell'anarchico

Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura

Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento


1

Egli si destò, sul suo letto di porpora, e apri gli occhi. Un sudore freddo, gelido, gl'imperlava la fronte. Girò gli occhi e guardò smarrito attorno a sé. L'ampia stanza, dalle pareti di marmo prezioso, ornate di grandi scudi di bronzo e di oro, era innondata di una luce tepida, che usciva da due grandi lampade d'oro, nutrite di olii aromatici, presso le quali vegliava un bellissimo schiavo greco. Il pavimento di marmo era celato da soffici tappeti, ed in mezzo alla stanza sorgeva il basso letto di argento e di oro, su quattro piedi, simili a gigantesche zampe di Icone; soffici materassi e magnifiche coltri di porpora ornavano il letto, sul quale egli aveva, posato le pingui membra. - Ho sognato! mormorò. Ho sognato! Gli dei immortali siano ringraziati. Il sogno era stato terribile davvero. Aveva sognato di essere stato libero principe africano; di aver lottato per la libertà della sua tribù; di essere stato battuto, vinto, catturato, reso schiavo e costretto a lottare nel circo, a venir gettato in pasto alle fiere assieme agli incendiari di Roma. Già. Gli incendiarii Un brutto sorriso errò sulle sue tumide labbra. I cristiani avevano dato Roma alle fiamme. Certamente, certamente...... Quel terribile sogno. Ed aveva durato così a lungo; egli aveva vissuto molti mesi, anzi anni nello stato obbrobrioso di schiavitù, condannato alla morte; ed invece il sogno.aveva durato ... ? Puer! Che ora fa? Il giovane schiavo bello balzò in piedi, guardò l'orologio ad acqua e si prostrò a terra. E' la quarta vigilia duella notte, divino Apollo, rispose. La quarta vigilia. L'alba non era ancora spuntata sul ciclo. Egli si era coricato, che la terza vigilia stava per finire. Aveva dormito brevissimo tempo. Eppure un simile sogno. - Gli immortali ne tengano lontano ogni sventuroso significato, mormorò e tese la destra verso il ciclo. Era il Pontefice Massimo che supplicava gli dei, era Apollo, l'immortale, che invocava gl'immortali. Già. Egli era un dio, era lo stesso Apollo. Glielo avevano dichiarato in Grecia le mille volte. Non era egli forse il signore del dolce canto? Non lo avevano supplicato gli ambasciatori greci ginocchioni di deliziare le loro orecchie col suo canto? Non aveva egli destato l'applauso infinito della folla delirante, ed era ritornato dalla Grecia a Roma con un bottino, quale nessuno prima di lui aveva fatto, un bottino, col quale offuscava la fama e la gloria di Mario e di Sulla, di Scipione e di Cesare; migliala di corone d'oro e di alloro, guadagnate nelle gare, dopo di aver superato tutti i rivali colla potenza del suo genio immortale? Egli era grande come imperatore; il più grande tra i Cesari, ma più, assai più grande per il suo canto: Apollo, Apollo, il divino Apollo! Perciò aveva incendiato lui, cioè no, i cristiani, la eterna città; essa non doveva portare più il nome di quel meschino che fu Remolo, ma il suo. Doveva chiamarsi, d'ora innanzi, Neronia, la sua città. Pensò alla casa di oro che si era fatta costruire e dove abitava. Giove grande, ti ho superato! Neppure gl'immortali, sull'Olimpo, avevano un'abitazione, che potesse gareggiare colla sua! Si sentiva stanco, sfinito dell'orgia del giorno innanzi. Aveva durato una notte, ed un giorno ed alcune ore della notte; fino alla terza vigilia. L'aveva allestita per ricordare i suoi grandi trionfi nella Grecia. La festa era stata degna di lui. Quale profusione dei cibi più rari; quanto lusso; e quei regali! Egli aveva donato ad ogni ospite la tavola di argento incrostata di verde malachite, la sedia di argento, il vasellame d'oro, gli schiavi che lo avevano servito, il fanciullo che gli aveva versato il vino nella coppa ed una bella schiava di Oriente, dalla pelle candida come l'alabastro e dalle leggere tinte rosee nelle guancie di velluto. Egli stesso aveva scelto quelle bellissime schiave tra le molte, che possedeva e la sua scelta era stata felice, perché egli s'intendeva di bellezza femminile. Ne era il più profondo conoscitore. Eppoi.... eppoi.... Ricordava i cibi rari, la musica, i canti.... tutti avevano applaudito ai celebri cantanti, che egli aveva fatto venire dalla Grecia lontana. Avevano applaudito, perché non avevano udito lui, il sommo Apollo. Lo avevano supplicato di cantare. Ed egli, finalmente, si era arreso ed aveva cantato, destando, più che entusiasmo, vero delirio. Quali applausi! Degni di lui, del vero Apollo. Lo avevano incoronato cantore massimo; lo avevano adorato come una rivelazione celeste; eppoi l'orgia era continuata. Le più belle fanciulle si erano gettate tra le sue braccia. E Poppea Sabina ... .... Già... Con Tigellino! , Un sorriso di scherno sfiorò le sue labbra. Con Tigellino! Godesse pure! Egli, l'immortale, fingeva di non vedere, di ignorare. Ma sarebbe venuto il suo giorno! Era venuto per Messalina, sua madre: sarebbe venuto anche per loro. Giove Nerone risparmiava i suoi fulmini; ma guai quando li lanciava! Guai a colui che ne veniva colpito! Quelle fanciulle, che si erano gettate, pazze di amore, al suo petto! Quanto lo amavano! Era impossibile vederlo e non amarlo, e non gettarsi tra le sue braccia, implorando un amplesso come la maggiore tra le grazie, il più desiderato tra i doni, era impossibile vederlo, e non adorarlo. Ma egli sentiva una nausea di questi facili amori, che gli venivano offerti, imposti, che non gli costavano nessuna lotta; e le schiere dei nobili, dei patrizi, dei senatori, che strisciavano avanti a lui e l'omaggiavano, gli facevano schifo. Ricordò il detto di Caligola, il divino, che l'aveva preceduto: O, se tutto il popolo romano, avesse una sola testa! Qual voluttà, poterla spiccare dal busto! Ma poi ricordò. Una volta ... Non la poteva dimenticare quella fanciulla. Non era più bella delle altre, tutt'altro, ma era la prima che non gli si fosse offerta, che non avesse mendicato amore. Gli era venuto un vivo desiderio di possederla, una vera frenesia. Se l'era fatta portare nel palazzo ed aveva voluto farla sua. Era la prima volta che aveva lottato; che aveva dovuto ricorrere a certe arti d'i seduzione, che non aveva usato fino allora mai; che aveva cercato di piacerle, di conquistarne il cuore. Lui, Nerone, il divino Apollo, si era abbassato a lei, aveva supplicato affetto, aveva mendicato amore. E lei aveva resistito; non si era arresa; aveva fatto la sorda alle sue promesse, alle sue minacce; aveva osato resistere financo alla violenza. Una cristiana.... un'incendiaria di Roma; perché i cristianii avevano incendiato l'eterna città..... In un momento di collera l'aveva condannata a morte; l'aveva fatta uccidere sotto i propri occhi, onde punirla per la sua ritrosia; ne aveva voluto veder scorrere il sangue. Ma quando l'aveva vista morta era montato su tutte le furie; aveva voluto richiamarla in vita; aveva maledetto a se stesso, alla propria potenza, alla propria autorità, perché l'aveva fatta morire! Perché era Cesare, era Augusto, era Apollo, era dio, eppure non poteva richiamarla in vita quella bella? Inveì allora contro chi gli aveva suggerito quella condanna, contro chi non l'aveva impedita, contro il carnefice che aveva ubbidito ai suoi comandi; fece rotolare teste, fece crocifiggere, volle vedere sangue, molto sangue; girò, cieco dall'ira, per le sale della casa d'oro, scannò, ferì, comandò che tutti i cristiani venissero scannati l'indomani senza misericordia, e si gettò a capofitto in braccio alla voluttà; cercò di dimenticare, tra altre braccia, quelle della pudica cristiana; con altri baci, i baci che essa gli aveva rifiutato. Ma tuttora, che ci pensava, sentiva un desiderio infinito di lei, la sola degna di appartenere a lui. Ed egli l'aveva uccisa. Eppoi ricordò certi cristiani. Ne aveva giudicato due soli; i loro capi: due ebrei. Ma qual differenza tra loro e i senatori, e i patrizi? Quando uno di questi compariva al suo tribunale, si contorceva come un verme e supplicava grazia; nessuna dignità in loro. Quei due ebrei, invece ... Quanta maestà! Sembrava che si ritenessero pari a lui. Volevano ricordargli ... già, che egli non era un sovrano assoluto; che sopra di lui v'era un Dio; che doveva essere giusto e misericordioso, che doveva ... scioccaggini, scioccaggini! Avrebbe perdonato se si fossero piegati avanti a lui. Era questo che voleva da loro; che riconoscessero la sua autorità, che lo adorassero. Gli premeva piegare quei due capi superbi. Non è gioia vedere milioni di umili, di vili, strisciare ai propri piedi; la voluttà sta nel costringere un superbo a piegare il capo lui pure. Si erano rifiutati. Li aveva condannati a morte: l'uno alla croce e l'altro alla spada. Non rimpiangeva quelle condanne. Rimpiangere un morto; lui; Nerone? Mai! Eppure sarebbe stato meglio, molto meglio, se quei due uomini si fossero piegati. La loro adorazione gli avrebbe recato maggior gaudio che gli umili omaggi di Roma tutta. Piegare capi superbi, ecco la maggior voluttà. Peccato che questi capi non esistevano; che tutti si piegavano, senza attendere neppure la più piccola pressione, il menomo segno.... Valeva la pena di vivere? Che cosa gli poteva offrire ancora la vita. Era sazio di tutto: di guadi e di' amori... Ma il suo canto, il suo canto divino! Poteva egli privare il mondo di tanta delizia? Come il mondo sarebbe si triste se il sole si spegnesse, cosi l'umanità non poteva vivere senza il suo canto. Se egli non avesse cantato si sfarebbe otturata la maggior sorgente di vera gioia, di puro giubilo, di lieto entusiasmo. Che cosa sarebbe stato il mondo senza il suo canto? Voleva cantane e godere. Ma quel sogno? Non ci volle più pensare. Sbadigliò e chiuse di nuovo gli occhi al sonno.

I sogni dell'anarchico