I sogni dell'anarchico
Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura
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L'immensa estensione del mare. La trireme, mossa da cento robuste braccia che muovono il remo, vola sulla tranquilla superficie del Mediterraneo, il gran mare, il bacino della civiltà. Vola, ma non trasporta passeggieri, lieti di fare il bei tragitto; felici di andare verso l'Italia, bramosi di vedere Roma. la grande ammaliatrice del mondo; ma trasporta una schiera di infelici, i quali vengono inviati a duro lavoro, ad un trattamento disumano; che hanno da aspettarsi, in Italia, a Roma, una crudeltà maggiore ancora di quella che hanno dovuto soffrire sul suolo africano. La disciplina di bordo è draconiana. Gli schiavi sono troppo numerosi. Potrebbero accordarsi coi galeotti e tentare un colpo di mano. Perciò i soldati sono di una severità eccessiva. Tutti portano le catene da mane a sera; i più riottosi non possono abbandonare la stiva ne uscire sopra coperta e là, nel corpo della nave, devono respirare l'aria mefitica ed i più ammorbanti fetori. Il cibo è scarso; la frustai fende continuamente l'aria e cade sulle loro povere spalle. Tra i più riottosi Ramsette. Egli si trova ià, incatenato alla parete, nell'angolo più buio della stiva, col corpo coperto di piaghe, sulle quali nidificano le mosche; si contorce dalla rabbia, dallo sdegno, freme, spuma, urla, grida. E' un prigioniero indocile, il quale si è opposto all'imbarco, ha osato aizzare gli altri prigionieri, ha tentato, quando gli hanno permesso di salire sulla tolda, di gettarsi in mare; ha detto ai suoi compagni: « Gettiamoci nelle acque. Meglio morire che condurre vita di schiavitù»; ha resistito ai soldati; si è lanciato contro di loro coi pugni chiusi e ne ha atterrato due; uno anzi lo ha conciato male. I carcerieri lo laceravano allora colle loro verghe e lo avrebbero finito, se il centurione non: si fosse intromesso. «E' un prigioniero prezioso; un antico principe. Che dirà Nerone se glie lo consegneremo con troppe piaghe sul dorso? » Avevano finito di batterlo, ma lo avevano trascinato nell'angolo più buio della stiva; lo avevano assicurato ad un forte anello di ferro, caricato di doppie, di triple catene; non gli portavano più ne da mangiare ne da bere; ed egli sentiva gli orrori della fame e più ancora gli stimoli della sete. Un vento forte flagella il mare; si sollevano altissime onde, dalle creste candide di schiuma, e la nave danza su quelle. Gli schiavi vengono cacciati tutti nella stiva ed accatastati colà; la bodola viene chiusa; essi si trovano al buio; incapaci di reggersi su quel suolo che danza sotto i loro piedi, che si alza, che scende, essi vengono sbattuti di qua e di là, perdono l'equilibrio, rotolano gli uni sugli altri, formando certi acervi, certi agglomeramenti di carne umana; e poi viene il terribile mal di mare, che non conoscono neppur di nome e sembra loro presagio di morte vicina; odono sul loro capo il calpestio dei marinari che corrono, urlano, bestemmiano; dei soldati, che imprecano al servizio di mare, a quel viaggio, ed invocano o maledicono gli immortali, e il rumore delle onde, che flagellano i fianchi della nave, il sibilo del vento, che passa tra i cordami e le sartie. Ramsette urla pur lui, bestemmia, grida, aizza i compagni: Se la nave resiste alla procella, mettete fine alla vostra esistenza. Il mare vi attende; stende a voi ancora le braccia. Gettatevi tra quelle! Nessuno rispondeva alle sue parole. Erano schiavi ma pure amavano la vita e rifuggivano istintivamente dalla morte. La vita rappresentava sempre una grande speranza, la speranza della libertà, la morte invece? No, no! Non morire! Vivere sempre, sempre; anche tra le catene. Vivere, magari sorretti soltanto dalla speranza della vendetta ... Ed egli, al vedere che nessuno lo abbadava, dava in smanie maggiori. Un vecchio schiavo lo avvicinò; un povero vecchio, ricurvo sotto il peso degli anni. Veniva mandato a Roma per morire nel circo, perché egli, un rettore ben noto a Cartagine, per la sua eloquenza e sapienza, era stato scoperto consenziente agli incendiari di Roma. Il vecchio disse allo schiavo. ? Ti calma fratello! Pazienza! ? Mai! Sono principe! La pazienza è la virtù dello schiavo. - Di un animo nobile. Egli abbandonò, per nostro amore, il suo trono, e non solo volle spontaneamente, da nessuno costretto e soltanto per eccesso di amore, diventare schiavo, ma volle morire financo la morte degli schiavi. ? Un pazzo, urlò Ramsette. ? Dio. Il figlio di Dio! - Il mio dio serpente non ha saputo difendere ne la mia tribù ne se stesso e venne perciò giustamente schiacciato da un soldato romano, disse Ramsette con una sghignazzata amara. - Fratello ... incominciò l'altro con dolcezza. - Io, un principe, non sono il fratello di uno schiavo! urlò Ramsette. L'altro non si perdette di pazienza. Gli rimase vicino e cercò di convincerlo della bellezza del cristianesimo e dell'amore di Gesù, ma invano. Ramsette non voleva accettare la lieta novella e si ribellava a quella dottrina, che predicava l'amore ed insegnava il perdono.... Il viaggio fu molto lungo e doloroso; ma egli non mori; arrivò ad Ostia, venne sbarcato e, caricato di ceppi, fu condotto a Roma.
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