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I sogni dell'anarchico

Autore: Mioni, Ugo - Editore: - Anno: 1922 - Categoria: letteratura

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- Vile! mormorò Giovanni Giunti quando l'amico fu uscito. Egli disprezzava tutti questi uomini dalle mezze misure, che non la sapevano rompere a pieno col passato, che non sapevano farla finita colla loro antica esistenza; e quanto maggiore era l'eroismo che essi mostravano nelle cose grandi, tanto maggiore era il suo disprezzo, se essi non sapevano sacrificare certe cose da nulla. La vigilia del Natale. La osservavano molti, molti, anche indifferenti, anche miscredenti. Le famiglie si radunavano per il cenone; accendevano l'albero del Natale; attendevano la mezzanotte, andavano forse in chiesa e passavano l'indomani in letizia: il pranzo di famiglia, forse la visita a qualche presepio; le campane suonavano, sostava il lavoro, le fabbriche erano chiuse, la gente girava per le vie colla letizia sul volto; dovunque entusiasmo, dovunque allegria, perché era Natale, era Natale. Maledetto il Natale! Molti non ci pensavano alla nascita del Cristo; non intendevano di solennizzare una festa cristiana; ma pure festeggiavano il Natale, e davano così una speciale impronta a quella giornata; il forestiero che fosse arrivato in quel giorno nella città avrebbe detto: II sentimento religioso deve essere ancora fortemente radicato in questo popolo, che oggi tutti celebrano il Natale. Eppoi perché solennizzare una data così indifferente; la problematica nascita di quel Gesù, del quale non si sapeva neppure se fosse esistito? Ma anche se davvero visse, perché tante feste per la nascita di un fanciullo ebreo, e di un ebreo per giunta, del quale la superstizione si era impossessato, per celebrare le sue orgie? Il Natale? Bisognava toglierlo dal calendario. Il 25 dicembre doveva diventare giorno lavorativo, ed in quel torno venir dato al popolo un altro giorno festivo; p. e. il Natale dell'anarchia. La data era indovinata. Attorno al Natale nasce il sole, il quale incomincia la sua ascesa e festeggia il suo trionfo sopra le tenebre. E non trionfa anche il sole dell'anarchia sulle tenebre dell'autoritarismo ieratico, civile e militare? Odiava le feste dell'anno ecclesiastico. Esse concorrevano a perpetuare l'errore. Chiesa e feste religiose, ecco le due cose, che andavano cancellate, per rendere laica la società. Domani. Il popolo si ostinava a celebrare ancora il Natale; le autorità vi aderivano vilmente e, quello che era peggio, molti che la pensavano come lui bruciavano il loro incenso alla superstiziosa costumanza. Ebbene. Non avevano da lamentarsi, se verrebbero coinvolti, domani, nella giusta punizione, nella grande vendetta. Nemesi! Vendetta! Egli era il vendicatore! Voleva lanciare la bomba. Era quella l'ultima conseguenza della sua evoluzione. Una evoluzione magnifica, perché egli si vantava grande pensatore; una rapida evoluzione da ragazzo credente, da socio di un circolo cattolico all'anarchia. Era stato pieno di tede e di entusiasmo per il cristianesimo. Ma a scuola gli avevano aperto gli occhi; là aveva compreso che il cattolicismo, ed in genere tutte le religioni, sono un grande cancro, che logora la vita dell'umanità. La storia, maestra della vita, gli aveva insegnato, che la Chiesa fu sempre funesta alle nazioni, il maggior puntello del trono, la grande fautrice della tirannide più atroce, e che tutto il male nel mondo viene soltanto da tei. Comprese. La Chiesa è come un palcoscenico. Sulla scena gli attori recitano la parte dei grandi eroi, degli uomini disinteressati, spremono le lagrime e destano entusiasmo. Dietro le scene invece sono di spesso volgari, il rifiuto della società. Tali i Papi, i vescovi, il clero, nessuno eccettuato. La filosofia, la fisica, la teologia gli avevano dimostrato che Dio non esiste, la materia è eterna e colla morte tutto è finito. L'uomo è un animale, infelice da secoli, perché lo hanno privato di quell'unica dote che lo distingue dagli altri animali, il suo amore smisurato alla libertà. Sognò libertà; rottura di tutti i ceppi, di tutti i vincoli e perciò anarchia. Nessuno doveva comandare, nessuno stare soggetto: esclusa la formazione di qualsiasi associazione, perché l'associazione suppone statuti, suppone un presidente e perciò limitazione di libertà; non più leggi, non più consigli, non più Chiesa, non più stato, nulla, nulla. Uomo libero, conservati libero; difendi la tua libertà. Oppressi del mondo intero scuotetevi, organizzatevi, alla difesa del comune ideale! Il pensiero, che bisognava rompere ogni ceppo lo ossessionò. Passò tra gli anarchici estremi e fu estremo tra di loro. Non condivideva le idee dei più. Essi volevano propagandarle colla parola, colla stampa, coi giornali. Egli non provava questi mezzi sufficienti; voleva che si passasse alle vie di fatto, alle bombe, al pugnate, alla rivoluzione. Bisognava spazzare chi la pensava diversamente; mettere rapida fine all'attuale società, imporre alle masse neghittose e vili, la libertà. Che importa se in tal modo sarebbe scorso sangue? I veramente grandi non hanno mai indietreggiato avanti al sangue e sacrificato tutto e tutti alle loro opinioni. Che importa se molti sarebbero morti? La morte genera la vita. Che importa se in tal modo avrebbe dovuto imporre le proprie vedute a chi non la pensava come lui? Chi non la pensava a modo suo non era degno di vivere; era un microbo dannoso alla società e doveva venire perciò soppresso, Parlò ed agitò in questo senso, ma non venne compreso che da pochi. I più erano anarchici per sport o magari per convinzione, ma non ritenevano venuto ancora il momento opportuno. L'anarchia si era legata al carro della massoneria e doveva seguire perciò ciecamente il verde vessillo. E la massoneria, guidata essa pure dall'alta finanza internazionale giudaica, non riteneva opportuno di procedere. Sarebbe stata la sua rovina. Un po' di anarchismo stava bene per tener domi i capi dello stato, per incutere un po' di spavento alle autorità; ma ne quid nimis. iovanni Giunti non trovò ascolto; ma non venne neppur espulso dal partito. Era un elemento pericoloso, focoso, il quale, in omaggio all'anarchia, non voleva seguire nessuno ne ubbidire a nessuno; voleva procedere colla violenza; ma era una tempra focosa, che entusiasmava, pronto a qualunque sacrificio. Molto ricco, profondeva il danaro a piene mani, per sostenere i vari periodici, per la diffusione di stampati sovversivi, per la propaganda; aiutava i consenzienti poveri, era disposto a qualsiasi lavoro, a qualsiasi fatica, e quanto maggiore il pericolo tanto più volentieri lo affrontava. Non faceva alcun conto della propria esistenza. Era ricco. Suo padre non aveva voluto altri figli, pago del suo primo ed unico, per concentrare nelle mani di lui tutte le dovizie della sua casa commerciate di primo rango, ed averlo continuatore della propria ditta, accumulatore di ricchezze sempre maggiori. Il figlio non solo non segui le idee paterne ma le ostacolò con energia. Il padre ne vide spaventato la discesa l'ascrisse all'educazione religiosa datagli dalla madre. Questa morì di crepacuore al vedere il figlio ateo ed anarchico, all'udirlo parlare di bombe e di pugnali, ed al notare in lui un odio particolarmente intenso e fanatico contro il pensiero cristiano e la Chiesa, un odio tanto più inesplicabile quanto più grande era stata la sua antica fede. Il padre aveva deciso di diseredare il figlio e di farlo dichiarare discolo, per potergli negare financo la legittima; ma non arrivò a farlo. Uomo dal collo corto, collerico, sanguigno, autoritario; carattere dominatore, che voleva tenere tutti soggetti e non ammetteva neppur possibile un pensiero, diverso dal suo, si adirò una volta col figlio al segno, da venir colpito da paralisi. Visse ancora qualche settimana, paralizzato, schizzando, coll'unico occhio che poteva muovere, fuoco contro il figlio; voleva parlare, ma non riusciva; mostrava di voler scrivere, ma la matita non disegnava che ghirigori senza senso. Morì, disperato di non poter manifestare la propria volontà. Giovanni ne fu l'erede. Liquidò subito l'azienda; si ridusse ad un appartamento piccolo ma elegante, dove viveva solo, e fu lieto di aver molto danaro, per poter spendere molto per la propaganda anarchica. Metodisti, avventisti, valdesi cercarono di avvicinarlo; volevano sfruttare il suo odio contro la Chiesa; speravano di averlo alleato; ma vennero respinti. Egli non odiava soltanto il cattolicismo ma ogni specie di religione, perché tutte dicevano abuso di libertà e servaggio di coscienza: perché tutte cercavano di asservire lo spirito dell'uomo, favorivano la tirannide, puntellavamo l'autorità, benedivano il pugnale; odiava la Chiesa cattolica sopra tutte, perché la più potente, la meglio organizzata, la più logica, una Chiesa, la quale esercita tuttora sulle coscienze un fascino che egli non sapeva spiegare, ma che doveva constatare e ne aumentava l'odio. Quanto più agguerrito il nemico tanto maggiore l'avversione che gli si deve portare. Passarono gli anni. L'anarchia era diventata accademica. Qua e là qualche singola alzata di scudi, dovuta all'energia di stranieri e d'italiani educati all'estero, in America; qualche sovrano pugnalato; ma non si andava più di là. Gli antichi ideaili svanivano; non si parlava più di bombe, di pugnali, di rivoluzioni. Il tempo passava; tempo perduto, secondo lui. Cercò invano di destare le coscienze dei suoi consenzienti; di spronarli ad un'azione energica. Non riuscì. Allora decise di agire da solo, e costruì quattro bombe. Voleva gettarle, possibilmente tutte quattro, terribile ammonimento ai tiranni. Non dovevano illudersi. L'anarchia non era spenta; lo spirito anarchico era, tuttora desto in Italia; ammonimento pure ai consenzienti e sprone ad imitarlo. Sarebbe morto lui pure. Ciò non lo turbava. Non faceva nessun confo della propria vita. Non valeva la pena di vivere, schiavo tra schiavi; e se il sacrifizio della sua vita avrebbe potuto accelerare alquanto il gran momento della redenzione, era lieto di farlo. Forse l'avrebbero arrestato. In tal caso i giudici avrebbero udito la sua franca parola; uno scatto fiero e sincero dell'anima italiana, ribelle ad ogni giogo e statica di ubbidire a mille tiranni. La sola scelta del luogo gli era difficile. Dove lanciare le bombe? In chiesa? Avrebbe colpito i tiranni della teocrazia, ma la borghese non si sarebbe scossa. Avrebbero ascritto il tentativo ad uno sfogo di anticlericalismo. Sulla via? In tal caso i preti si sarebbero fregate le mani e creduti indisturbati nel luogo santo. Dove dunque? Ora aveva trovato una soluzione. In Chiesa e nella via, purché Narciso Rossi avesse mantenuto la promessa. L'avrebbe mantenuta. Era idealista e perciò fedele. Lo chiamarono al telefono. Dalla trattoria, donde gli portavano la cena, gli domandavano se la voleva di grasso o di magro. Era la vigilia del Natale. - Di grasso! gridò indisipettito, offeso, sdegnato che si osasse anche sol sospettare che egli poteva fare il magro nella vigilia del Natale. Coprì d'improperi il cameriere, che gli portò la cena. Cenò e bevette qualche gotto di vino. Durante la cena gli ritornarono alla memoria le parole di Narciso Rossi, che gli sembravano così paradossali. L'anima non misura gli spazi del pensiero colla misura del tempo. L'anima! L'uomo non ha anima! La neve aveva ripreso!a sua discesa. Le vie erano deserte. I rari passanti si affrettavano a raggiungere le loro case. Egli vide le finestre di fronte alle sue illuminate; vide gli strani bagliori di alberi di Natale, ricchi di candele e di lampadine elettriche; gli sembrala di udire il riso argentino di bambini e fanciulle, che danzavano felici attorno all'albergo, grate al Bambino Gesù per i bei doni. Natale. La gioia di quella famiglia gli dava sui nervi; lo riempiva di sdegno. Nel Natale ebbe principio la più terribile tra le tirannidi, la teocratica. Un uomo colto deve maledire il Natale. Eppoi udì il suono delle campane. Erano le ventidue; esse invitavano ai sacri uffici nelle varie chiese. Quel suono, cosi solenne nella notte fredda, piena di neve, ne aumentò lo sdegno. Maledetto! Ma domani ... domani... Vuotò rapidamente un altro gotto e poi si abbandonò nella sua: sedia a bracciuoli e guardò distratto l'allegro fuoco, che schioppettava nel caminetto: una sua singolarità. Odiava le stufe. Voleva vedere il fuoco, quel fuoco che avrebbe purgato un giorno l'umanità. E mentre guardava quelle fiamme pensava ai delitti della chiesa, al danno infinito che il cristianesimo ha recato all'Italia, ad ogni singolo italiano ed anzi ad ogni uomo; ed il suo odio giganteggiava ... . Domani! Si spogliò rapidamente e si cacciò sotto le coltri. Domani!

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