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POESIE

Autore: MICHELSTAEDTER, Carlo - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura

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Se mi trovo fra gli uomini talvolta, qualunque cosa io parli, la mia voce mi par che solo il nome tuo richiami. Io taccio allora e aspetto trepidando ch'altri con bocca impura a questa voce risponda, e del mio bene ascoso mi discorra; e se pur d'altre cose memorando mi parlano con voce indifferente, ma nel loro sorriso, ma negli occhi mi par d'intravedere ch'altra cosa vogliono dire, che nel cor profondo sì mi ferisce. Che da ogni mio gesto, che dal volto mi par ch'altri mi legga il pensiero di te che sei lontana. Dal commercio degli uomini rifuggo allora alla campagna solitaria o alla mia stanza solitaria e solo tutto in me mi raccolgo; ma nell'aria, nel canto degli uccelli e nell'uguale mormorare dell'acqua, dalle ripe alte del fiume e pur dalle pareti della mia ignuda stanza, a piena voce il tuo nome riecheggia al mio silenzio, sì che palese a ognuno e manifesta del tutto, al volgo preda senza schermo, parmi l'anima mia nel suo segreto. Ed il sogno che nasce palpitante, la «storia» che non soffre le parole ma vuol esser vissuta, il più profondo e caro senso della nostra vita, che pur uniti e soli sotto il velo di parole comuni nascondiamo, d'atti comuni, con gelosa cura nascondiamo a noi stessi, ora del volgo mi par fatto preda contaminata. Nei giorni del dolore e nelle notti senza riposo, nella valle triste della sorda fatica e del tormento senza speranza, nel mio dubitare cieco, quando l'abisso dell'inerzia, dell'abbandono m'era aperto ai piedi, allor fioca scintilla io l'allevava il mio sogno lontano, ancor ch'io fossi d'ogni certa speranza privo al tutto; ma da quello una vena mi fluiva di forza che nel mezzo delle cose vane e volgari, delle ottuse cure, indifferente mi facea e sicuro, e al dolor mi temprava e ogni timore del mio stesso soffrir, ogni ricerca di premi, di riposo, di conforto ogni viltà dal cuore mi toglieva. Dal più profondo della mia distretta, nella mente più oscura quella fiamma mi era sorta, caduta ogni speranza, e la risposta al tanto faticare di richieste alla vita per lei chiara mi rifulgeva: «Non chieder più nulla, sappi goder del tuo stesso dolore, non adattarti per fuggir la morte; anzi da te la vita nel deserto fatti - che sia per gli altri nuova vita; non disperare, ma rinuncia ai vani aspetti della vita, e nel deserto sarai tranquillo: dalla tua rinuncia rifulgerà il tuo atto vittorioso, sarà il tuo porto». E sentii la mia vita fiammeggiare ed il deserto farsi popoloso, credetti fosse giunto il luminoso mio giorno nella notte e consumare quella fiamma mi parve la mia vita. Ma per più lunga strada il mio destino mi volse a far cammino: e vivo ancora mi trovai nel fittizio riposo, ma a te vicino per più forte andare; in te concreta vidi la mia fiamma, in te il mio sogno fatto era vicino e la mia vita più certa: ogni ritorno, ogni vile riposo, ogni timore era morto per me. - Nel mare ondoso, sulla brulla costiera solitaria, sotto la forte quercia, a me vicina io t'ho sentita siccome nel sogno. - Non Argia ma Senia io t'ho chiamata, per non sostar nel facile riposo, e la lingua la fiamma consacrata con le parole non contaminò. Pur or mi trovo ancora nella nebbia e il camminar m'è vano e la fatica novellamente mi si fa penosa. Io sento me da me fatto diverso, se pur vicina ti sento lontana ancora come un tempo, e la mia fiamma geme che pur rifulse nella notte per sua forza, sicura. Nelle tante piccole e vane cose nuovamente io mi dissolvo; nell'oscuro giro della diuturna noia il nostro sogno parmi tradito e per ignote voci con parole di scherno messo a nudo, pesato, misurato, confrontato… Come se ignote mani il focolare andassero scrutando ingordamente, e alle ceneri insieme le faville disperdessero al vento ... L'angoscia di non giungere alla vita e di perire dell'oscura morte te trascinando nell'abisso, Senia, mi prende forte sì che dubitoso mi son fatto di me, che non sopporto le mie stesse parole, e di me stesso invincibile nausea m'opprime. Gorizia, 19 settembre 1910

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