POESIE
Autore: MICHELSTAEDTER, Carlo - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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III
Non sorridente sotto il sole estivo, la faccia luminosa e gli occhi chiari nel doppio raggio del sole e del mare - non melodiosa in tutta la persona nel ritmo della danza, o fiduciosa nell'infuriar dell'onde, come quando a me che ti chiedevo rispondevi: «Per me non è mai tempo di tornare, chi va sicuro non potrà affogare», né sbattuta dall'onda musicale quando senza velami dai tuoi occhi l'anima fiammeggiava e la tua vita nelle dita sicure era raccolta - non più così la creatura del sole, il fiore della vita, la sorgente ond'io le labbra asciutte dissetava, la giovinezza quale altrove invano per le vie della terra ho ricercata - non più così ti vidi nel mio sonno, quando la trama più si fa sottile e all'anima più pura inverso l'alba rivela il sogno le cose lontane. Ma ripiegata in piccolo sedile, come un uccello che ferito a morte l'ultima vita con l'ali ripara, d'un velo bianco ti facevi schermo al freddo e alla vicina fredda morte; e in faccia era svanito ogni colore, ogni scintilla spenta, e nelle occhiaie oscure gli occhi t'eran fatti cavi. Io ti parlavo e tu non rispondevi, ma pur col bianco vel t'adoperavi di riparare l'ultimo calore. T'ero vicino e tu non mi vedevi, ma nella morte già eri raccolta ed alla morte come ad un riposo stanca le membra e i veli disponevi, con moto lento, come di chi ascolta d'una squilla lontana il misterioso annunzio noto, ch'altri non intende. Così m'eri distolta e la mia vita invano sanguinava per ridare a te la vita che s'era partita: con le mani non ti potea scaldare, con la voce non ti potea svegliare. Come da lungi nel plumbeo mare che si fonde col cielo vela bianca non più in mare che in cielo navigare sembra, così pur l'anima tua stanca era già della morte ed era in vita, t'era fatta la vita sol dolore, poiché in te la passione era svanita, ma sulla faccia il pallido terrore t'era dipinto e t'era chiuso il core. Ahi, non questa sognammo amara morte nel suo pallido aspetto pauroso, questa che va a picchiar tutte le porte e ai morti dalla nascita il riposo finge nel tempo eterno e tenebroso, ma la giovane morte che sorride a chi per la sua cura non la teme, la morte che congiunge e non divide la compagna e il compagno e non li preme con l'oscuro dolore - ma che insieme li accoglie nel suo seno, come il porto di pace chi ha saputo navigare nel mar selvaggio, nel deserto mare, che a terra non s'è vòlto per conforto. Rimprovero m'è il sogno e non spavento, perch'io m'attardo mentre tu languisci; s'io vinco certo così non perisci. Questo sogno m'è sferza all'ardimento. 10 settembre 1910
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