POESIE
Autore: MICHELSTAEDTER, Carlo - Editore: - Anno: 1905 - Categoria: letteratura
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Aprile
Che più d'un giorno è la vita mortale? Nubil'e brev'e freddo e pien di noia, die pò bella parer ma nulla vale. PETRARCA, Triumphus Temporis Il brivido invernale e il dubbio cielo e i nembi oscuri che al novello amore han fatto schermo della terra antica dispersi a un tratto, al sol ride la terra che d'erbe e fiori ancor s'è ricoperta - se pur il ciel di nubi ancora svarii, onde occhieggian le stelle nelle notti, e nere fra il lor vario scintillare traggan le lunghe dita pel sereno che al piano oscuro ed ai profili neri degli alberi dei monti si congiungono. Ma nel cielo e nel piano, ma nell'aria, ma nello sguardo della tua compagna e nel pallido viso, ma nel tuo corpo, ma per la tua bocca canta ciò che non sai: la primavera. Così mi tragge a me stesso diverso e amor m'induce e desiderio, ancora ch'io non sappia per che, pur fiduciosi. Ché pur in me natura si nasconde insidiosa e ignaro me sospinge. Ahi, che mi vale, se pur fugge l'ora e mi toglie da me sì ch'io non possa saziar la mia fame ora qui tutta? Ma solo e miserabile mi struggo lontano e solo, anco s'a te vicino parlo ed ascolto, o mia sola compagna. Mentre di tra le dita delle nubi a che occhieggian le stelle nel sereno? Già trapassa la notte e nuove fiamme leverà il sole ch'ei rispenga tosto: passano i giorni e già sarà qui '1 verno e il sol sorgendo pallido e incurante farà fiorire il fango per le strade. A che occhieggian le stelle nel sereno? Qui bulica la terra e qui si muore, cantano i galli e stridon le civette. O gioia del novello nascimento, o nuovo amore e antico! O vita, chi ti vive e chi ti gode che per te nasce e vive ed ama e muore? Ma ogni cosa sospingi senza posa che la tua fame tiene, e che nel vario desiderar continua si trasmuta. Di sé ignara e del mondo desiosa si volge a questo e a quello che nemico le amica il vicendevole disio, nemica a quelli pur quando li ami e ancora a sé per più voler nemica. Così nel giorno grigio si continua ogni cosa che nasce moritura, che in vari aspetti pur la vita tiene - ed il tempo travolge - e mentre viva vivendo muor la diuturna morte. Ed ancor io così perennemente e vivo e mi tramuto e mi dissolvo e mentre assisto al mio dissolvimento ad ogni istante soffro la mia morte. E così attendo la mia primavera una ed intera ed una gioia e un sole. Voglio e non posso e spero senza fede. Ahi, non c'è sole a romper questa nebbia, ma senza fine e senza mutamento sta in ogni tempo intero ed infinito l'indifferente tramutar del tutto. Pur tu permani, o morte, e tu m'attendi o sano o tristo, ferma ed immutata, morte benevolo porto sicuro. Che ai vivi morti quando pur sia vano quanto la vita il pallido tuo aspetto e se morir non sia che continuar la nebbia maledetta e l'affanno agli schiavi della vita - - purché alla mia pupilla questa luce che pur guarda la tenebra si spenga e più non sappia questo ch'ora soffro vano tormento senza via né speme, tu mi sei cara mille volte, o morte, che il sonno verserai senza risveglio su quest'occhio che sa di non vedere, sì che l'oscurità per me sia spenta. Notte 16-17 aprile 1910
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