Vita da vita
Autore: Mazzucco, Melania - Editore: - Anno: 2003 - Categoria: letteratura
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Vita Da Vita
I guardiani devono aver sganciato i guinzagli, perché il ringhio dei cani è vicinissimo. Coca-cola spegne la torcia. Scivolano giù sui pali, urtandosi e spingendosi, in un'oscurità stantia e informe. Non c'è altra via, perché i guardiani presidiano le scale a pioli. Il metallo brucia le mani. Le tavole s'impennano. I pali sono di fuoco. Scendere verso dove. I piedi che poggiano sul niente. La pelle delle mani che s'incendia - i calzoni che per l'attrito coi pali sprizzano scintille. Centinaia di metri di buio, luci, vento, orbite vuote di finestre, stanze vuote, finestre, finestre, finestre. Le impalcature non conducono da nessuna parte. La facciata è stata completata, fino al trentacinquesimo piano. A un tratto sotto Diamante si spalanca l'abisso. Deve essere andato dalla parte sbagliata. È finito troppo a destra. In basso, giù in strada, passano delle carrozze. I cavalli sono più piccoli del suo mignolo. Diamante è sul punto di scoppiare in lacrime. E questo che succede a scrivere le lettere dell'Uomo col fazzoletto rosso. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Chi dorme col cane si alza con le pulci. Adesso lo arrestano, lo processano e lo espellono dall'America - ha avuto la sua occasione, e l'ha sprecata. Di là - urla Nicola. S'accalcano sull'esile tavola che si protende verso il tubo di scarico della calce, in fondo al buio. I guardiani urlano, sono qui di nuovo, evidentemente gli ascensori già funzionano, i cani zampettano, Bambino è venuto troppo presto e la gatta frettolosa fa i gattini ciechi, c'è odore di calce e un caldo stantio, il tubo di scarico di un grattacielo non nato è un cunicolo sempre più angusto, con le pareti sempre più strette, bagnato, gommoso e molle, la cosa rossa galleggia nel catino, Lena si raggomitola sul letto col ventre squarciato e nessuno ha mai veduto Dio. Il Vangelo strappato scivola dal cuore in tumulto di Diamante. Non sa perché, ma stanotte gli sembra di aver salutato il suo sesto fratello morto senza aver il diritto di crescere, di diventare qualcuno, e gli viene da piangere. Il tubo di scarico della calce è un cilindro largo poco più di un metro. Nella gomma si susseguono le giunture, a distanza regolare. Sembra un verme. Sarà lungo cento metri. Non ha visto i ragazzi tuffarcisi dentro. Bisogna entrare di piedi? O di testa? Tenersi alle giunture e provare a calarsi piano o buttarsi a corpo morto, come sullo scivolo di una fiera? Diamante è rimasto per ultimo, e il cane gli azzanna il polpaccio. I denti gli affondano nella carne, come la tagliola nel topo incauto. Cerca di scrollarlo via, agitando la gamba, ma la morsa si stringe più forte. S'aggrappa ai calzoni di Rocco, perché non gli venga la tentazione di abbandonarlo là sopra. Aiutami, aiutami, si ritrova a implorare. Con una voce infantile, supplichevole, che quasi non sembra la sua. Infatti è quella di Celestina. Rocco s'inchioda sul bordo del tubo, sbuffando. Lo agguanta per un braccio e lo solleva, con la stessa facilità con cui raccoglierebbe da terra un fazzoletto. Entra, gli dice, infilandolo nel buco. Poi, mentre Diamante urla di non lasciarlo, lo tiene per il tallone con una sola mano, con l'altra afferra la testa del cane e gli affonda le dita nelle palle degli occhi, finché quello non molla la presa, e tonfa nel buio. Molla la presa anche Rocco, e Diamante scivola a capofitto. Nessuno ha visto Dio, ma Diamante stanotte ha visto Rocco. Quant'è forte, e quanto è coraggioso. Quanto vorrebbe diventargli amico. L'ha salvato dal cane, dai guardiani e dalla Children's Court, anche se Diamante gli ha già detto che non vuole più scrivere le lettere dell'Uomo col fazzoletto rosso. E tutto ciò, Rocco l'ha fatto in bilico nel buio, grosso, goffo com'è e impedito dal peso morto di una ragazzina paffuta di nove anni. Perché Rocco s'è caricato Vita in braccio: in mutande, con gli stivaletti slacciati e scombussolata com'è, non scendeva abbastanza veloce. Il tubo si stringe. Diamante si graffia le mani contro le giunture, s'incastra, si dimena, si libera, cade ancora a precipizio, sbatte, rimbalza contro le pareti di gomma. Non dubita mai di sfracellarsi. Rocco non lo permetterà. Da qualche parte, là in fondo, deve esserci qualcosa di accogliente. Rocco continua a vedere la cosa rossa. Continua a tentare di dimenticarla. Affonda il viso nei capelli di Vita. Vita gli serra le caviglie dietro la schiena, e le braccia attorno al collo. Trema come se piangesse, ma non sta piangendo. Non si mostrerà così debole, mai, mai, mai. Rocco scivola lungo il tubo, la giacca si lacera contro là gomma, i piedi frenano contro le giunture, il tubo dondola. Diamante pensa, è incredibile quanto possa essere buono un duro. Gliel'aveva detto di non venire con noi, e lei è voluta venire lo stesso, anche se nessuno disubbidisce a Rocco - e se ne pente, quando lo fa. Di più. Quando Vita non riesce più a trattenersi e svuota la vescica sulla sua camicia, Rocco non si arrabbia, non impreca, non la prende nemmeno in giro, come Vita meriterebbe che facesse e come Diamante stesso farebbe al posto suo. Finge di non rendersi conto che le mutande di Vita sono fradice, e fradicia è la sua unica camicia buona. Non la mette giù neanche quando cadono nel cassone della calce e affondano in un impasto molle che sembra fango. Si rialza e continua a tenersela avvinghiata al collo. Intreccia sotto le natiche di lei le grosse mani che non sa mai dove mettere e che gli sono sempre d'ingombro. E la porta, bagnata com'è, su e giù tra le buche del cantiere, lungo lo spiazzo illuminato dai fanali, su e giù per la recinzione, attraverso il filo spinato e poi, camminando con quella sua andatura inconfondibile, ciondolante, per decine di isolati, attraverso la città sempre meno grandiosa, sempre meno illuminata - Trentesima strada, ventesima, decima, zero - fino a casa.
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