Sogni d’inverno
Autore: Loy, Rosetta - Editore: - Anno: 1992 - Categoria: letteratura
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Londra
La vetrina di Soho rifletteva la sua gonna a scacchi e una striminzita giacchetta. «Non ho più soldi, - diceva, - neanche uno scellino» e le parole alitavano sul vetro dove comparivano i tratti del viso, lo sbattere delle palpebre che le era così frequente quando qualcosa la imbarazzava. «Adesso cos'è che vorresti ancora?...» «Quelli» e il dito indicava degli orecchini con una pietra dura nel mezzo. Una corniola, lei diceva. La borsa a tracolla dondolava piano e i capelli fitti di piccole onde si diramavano sulle spalle, selvaggi, senza che il fermaglio riuscisse a trattenerli. Chi li comprava adesso quegli orecchini? Perché era chiaro che i soldi qualcuno doveva tirarli fuori. Io basta, diceva lo sguardo di Carlo Angrisani. Fe-derico si toccava in tasca i larghi fogli delle sterline, poche ormai, poi entrava deciso e la campanella appesa alla porta squillava acuta: un antro da cui Asia in piedi di fronte alla vetrina compariva come vista attraverso un acquario, il dito puntato a indicare gli orecchini. Sì, quelli, proprio quelli... dicevano le labbra, e il crepuscolo tenace dell'estate nel nord la coronava di luce. Era poverissima allora, per pagarsi il biglietto fino a Londra aveva sacrificato tutti i suoi risparmi. Vicende famigliari l'avevano sbattuta un po' dovunque: ora quegli orecchini erano enormemente importanti. Importanti come lo erano stati, pochi giorni prima, un paio di guanti di Harrods. O il tè preso in riva al Tamigi con gli scones e il burro tutti e tré seduti a un tavolino di ferro sull'erba. «Tieni, sono tuoi». Federico glieli faceva scivolare sul palmo. Asia li guardava, di colpo indifferente perché era anche orgogliosa. Faceva sempre così, come se fosse chiaro che tutto le era dovuto e nella semioscurità di quell'antro sembrava a Federico che splendesse grande e senza pietà. «Mettili» le aveva detto, lei gli aveva avvicinato l'orecchio perché glieli avvitasse e le dita di Federico si erano trovate in difficoltà, tremavano anche un poco mentre stringevano il piccolo lembo di carne del lobo. La sua carne: tenera, inerme. L'antiquario rimetteva ordine nella vetrina per nulla turbato dalla cifra pagata da Federico. Forse non trovava Asia tanto bella: a lui piacevano più tonde, troppo forti quelle gambe, lunghe, senza grazia. Asia era andata a guardarsi in un vecchio specchio appeso al muro mentre Carlo Angrisani aveva criticato ogni cosa: gli orecchini, il prezzo, la polvere. Le corniole sono false, diceva. Io la amo di più, aveva pensato Federico, io ho speso per lei quasi tutto quello che avevo. Altro che i guanti di Harrods. Era povero anche Federico, se non come lei. Avevano trovato tutti e tre due stanze dietro Kensing-ton Square e anche se il quartiere era bello l'edificio cadeva a pezzi e si saliva su per una stretta scala di ferro. In fondo al lungo corridoio era la stanza di Asia e vicino una specie di bagno con un lavabo di cucina in pietra. Una parte delle scale era crollata durante i bombardamenti e sui gradini ricostruiti in legno sedevano la sera a chiacchierare fino a tardi. Ogni giorno, se non pioveva, andavano a mangiare a Kensington Gardens; fette di pane che si sbriciolavano prima che riuscissero a spalmarle di margarina e chiuderle su un formaggio giallo, gommoso. Sa di formiche diceva Asia, ma nessuno capiva cosa intendesse veramente visto che non conoscevano il sapore delle formiche. Ma sarebbero venuti tempi migliori, lo sapevano tutti e tre quando la mattina varcavano i cancelli di Kensington Gardens e guardavano le vecchiette sulle sdraio a pagamento, le carrozzine dei neonati ricchi alte e scure che avanzavano lungo i sentieri tra i prati. O ancora la sera quando qualche volta, prima che chiudessero i cancelli, andavano a guardare i ragazzi che facevano navigare i modellini di velieri nella grande vasca centrale. La principessa Elisabetta si era da poco fidanzata con Filippo di Edimburgo e ovunque comparivano i ritratti della famiglia reale, lo sguardo malinconico di Giorgio VI. Un immenso, fantasmagorico Luna Park illuminava la notte. Ma i Luna Park loro li disprezzavano e guardavano con superiorità le altalene a bilancia schizzare in alto o i carrelli dell'otto volante precipitare con fragore in un grande spreco di luci mentre tutto quel frastuono li costringeva a urlare. Altro spettava loro. Lei voleva un giorno diventare favolosamente ricca e allora li avrebbe invitati nella sua casa di campagna, una villa con il lago e i cigni, faggi rossi a ombrello e magnolie alte come piramidi. Perché Federico invece ricco non sarebbe diventato mai con tutte quelle idee che aveva per la testa, Marx e i diseredati. Croce e il diario di Anna Frank. In quanto a Carlo Angrisani ancora non si poteva dire quale sarebbe stato il suo posto portato com'era per le scelte estreme. Discutevano tutti e tre seduti sull'orlo di pietra della vasca e Federico pensava sono uno stupido a essere innamorato di una così. Non scriverò mai perché sono uno stupido... Ma sapeva che in fondo le perdonava quasi tutto perché era tanto povera e tanto orgogliosa e quel marito con i soldi non era troppo facile da trovare. Asia addentava il pane e gli occhi lo guardavano un poco ironici al di sopra del loro pasto pieno di briciole e di erba, di riflessi verdi dell'acqua: lo troverò Federico, stai tranquillo, lo troverò... le dita lo schizzavano con l'acqua e mentre si ritraeva per evitare la sua reazione, rideva, e le corniole ai lati del viso avevano un cuore fondo di luce. Levigato, indimenticabile: Londra 1951. Per non essere svegliati dalla luce, prima di andare a letto lui e Carlo appendevano alla finestra ogni genere di indumenti; ma sempre Asia li scuoteva dai loro sogni, spalancava la porta vociferando, voleva che si alzassero e poi lavatevi diceva, questa stanza puzza come se ci stessero delle capre! Lei voleva vedere tutto, la Torre dove era stato rinchiuso il conte di Essex e i ritratti dei re decapitati, la carrozza della regina Vittoria, l'Orto Botanico e quello spaventoso Museo delle Cere dove Federico era uscito a metà lasciandola incantata davanti alla riproduzione "al naturale" di Jack lo Squartatore. Doveva ancora venire per lei il momento del rifiuto, lontano il giorno in cui avrebbe saputo riconoscere al primo sguardo quanto andava subito scartato. Allora nella sua mente regnava ancora l'ignoranza insieme a una disponibilità sconcertante, una materia cerebrale, la sua, perennemente in attesa, dove ogni cosa sembrava suscitare una immediata curiosità. E questo, oltre naturalmente la sua bellezza, era fatto per attrarre. Il fisico stesso, impacciato e prorompente, assecondava questo suo vizio o virtù. Il più disarmato era Carlo (prendeva per buona ogni sua meraviglia quasi lui fosse stato Abelardo e lei Eloisa) e si era visto paziente tutto il Museo delle Cere contentandosi di prenderla sotto braccio e parlarle all'orecchio accostando la bocca al gran vorti-care dei suoi capelli. Ad Asia piaceva essere stretta con confidenza, non si tirava indietro. Bastava non procedere troppo oltre, poteva allora diventare dura, sgarbata. Ma neanche questo era troppo sicuro, non si poteva mai sapere. Dio, come la odio si era detto quel giorno Federico quando l'aveva vista uscire dal Museo delle Cere con la mano che dondolava in quella di Carlo. E poi Carlo aveva un padre ricco. Avaro ma rie- co, e se avesse avuto bisogno gli sarebbe bastato fare un telegramma. Tante belle sterline una sull'altra. Quel giorno Federico avrebbe voluto andarsene e finirla con lo strascicamento per le strade, entrare in una di quelle librerie dove c'era un buon odore di carta inglese e la luce era quella giusta per sfogliare un libro, il silenzio meraviglioso. Ma come sopportare l'idea di loro due in una stazione della metropolitana piena di anfratti e di correnti gelate dove ognuno badava ai fatti suoi, aveva fretta, e una coppia poteva abbandonarsi a interminabili abbracci? Così erano andati al cinema e a Asia era venuto sonno (capitava ogni tanto e finiva per addormentarsi sulla spalla di chi le sedeva accanto). Aveva tanto insistito per vedere I racconti di Hoffmann ma già all'inizio del secondo tempo le si chiudevano gli occhi, aveva freddo e bisognava tenerla calda. Carlo aveva giacche più morbide, braccia lunghissime capaci di avvolgerla teneramente, lei inclinava la testa, il respiro appena avvertibile e la mano che cercava un appiglio tra i bottoni della camicia. Un abbandono senza riserve mentre i colori dello schermo si intersecavano, si accendevano e spegnevano sul suo viso, le voci diventavano musica, tonfi di remi nell'acqua. Una barcarolle. Una volta in camera Federico e Carlo avevano litigato dicendosi le cose più atroci. Il pretesto era stato dei più stupidi, Asia non era stata neanche nominata. Ancora a letto si erano girati e rigirati, ognuno con le proprie rabbie, le proprie speranze. Perché alla fine lei avrebbe dovuto scegliere, non poteva essere altrimenti; e sul cuscino la stanchezza era precipitata come piombo insieme alla gelosia e al furore, quella maledetta luce di fuori che si faceva strada tra la manica di un golf, un lembo pendulo di camicia. Un giorno avevano preso il pullman ed erano andati a Cambridge. La sera prima aveva piovuto e si erano messi a correre per Kensington Gardens mentre l'acqua zampillava giù dagli alberi, i capelli di Asia che grondavano sulla sua smilza giacchetta. Appena a casa lei se li era avvolti in un asciugamano quasi fosse un turbante e ancora in sottoveste era entrata in camera loro. Voleva un maglione e aveva scelto fra quelli di Carlo ammucchiati su una seggiola. Poi si era seduta sul letto di Federico, le gambe nude nella sottoveste. «Dovresti avere più pudore, - aveva detto Federico, - in fondo siamo uomini». Carlo aveva riso, l'idea che potessero saltarle addosso doveva sembrargli fuori luogo. «Non fare il maschio latino - lei aveva risposto, - non ci sei portato» e aveva tirato ancora più su la sottoveste mostrando una pelle segnata da tanti puntini rossi, niente bella. Federico stava per picchiarla, lei se ne era accorta e il sangue le era affluito al viso. Ma non voleva cedere e lo guardava negli occhi, le cosce forti schiacciate contro il materasso, quel turbante che le lasciava un viso indifeso, di grande bambina. Il mattino dopo il cielo era stato ancora nuvolo ma loro avevano preso lo stesso il pullman e durante il viaggio avevano fatto amicizia con dei ragazzi olandesi. Una volta a Cambridge si erano sparpagliati fra i Colleges e avevano cominciato a girovagare tra i grigi edifìci di pietra. Magiche porte si aprivano sul silenzio dei refettori e le lunghe tavole apparecchiate con posate d'argento sembravano essere lì in attesa da sempre, la luce delle alte finestre che cadeva fredda sui legni scuri Incidati a cera. Le note di un pianoforte giù da una scala di pietra, lo sfogliarsi di rose bagnate e il sole che andava e veniva sulle loro teste. Gruppi di studenti erano passati incuranti, lenti, gli occhiali che riflettevano il cielo e le nuvole della giornata. Le nere vesti svolazzanti degli scholars. Loro come paria con le scarpe che si ammollavano nell'erba, le siepi a dividere territori. Nella chiesa del King's College suonava un organo, la chiesa era vuota e Asia si era seduta su un alto scranno intagliato: e Hàndel, la navata nuda, la luce delle pietre che nessuna vetrata riusciva a addolcire, sembravano essere la Grande Rivelazione. Più tardi insieme ai ragazzi olandesi si erano ritrovati a mangiare in un locale basso e unto dove perfino i tovaglioli puzzavano di grasso e per smaltire il pasto si erano messi a fare uno stupido gioco lungo le rive del Cam dove ognuno doveva indovinare i segnali lasciati dall'altro. Perdersi e ritrovarsi. A Federico quel gioco era sembrato idiota e si era messo a camminare per conto suo: studenti passavano remando in lunghe e sottili barche che scivolavano sotto i ponti incrostati di muschio e le loro maglie colorate si perdevano fra gli alberi riversi in cupole sulle sponde, l'acqua verdastra rotta dalla caduta dei remi. Federico avrebbe voluto arrivare fino al Trinity College ma a un certo punto si era quasi scontrato con una delle ragazze olandesi e senza che l'iniziativa fosse stata dell'uno o dell'altra, si erano ritrovati abbracciati. Un impulso, il primo in tutti e due. La ragazza gli aveva premuto sulle labbra le sue che sapevano ancora della salsiccia che avevano appena mangiato. Dopo gli aveva riso nella bocca, Federico si era sentito goffo, la ragazza lo aveva turbato. «Ann» l'aveva chiamata carezzandole il viso, lei si era messa a ridere «I am not Ann, I am Elke!» Si sarebbero scritti quell'estate e ancora l'anno successivo, ma a un certo punto la corrispondenza si sarebbe interrotta per non riprendere più, Federico avrebbe mancato l'appuntamento a Verona preso con tanti mesi di anticipo. Una volta scesa dal treno la ragazza olandese lo avrebbe cercato invano, ogni volta sembrandole di riconoscerlo in un altro simile per proporzioni e statura. Quel giorno Federico sarebbe stato a Firenze, un lavoro occasionale in una casa editrice, in realtà impossibilitato a muoversi. A Firenze c'è Asia. Le macchine passano sul Lungarno, è primavera e un'aria di celesti e di lillà, di gialli ocra riluce sull'acqua, Asia ha tagliato i capelli, ha una storia sciagurata con un uomo. L'amore può anche essere pena e Federico la guarda passare in fretta, lei fa un cenno con la mano come per dire ci vediamo dopo, più tardi Gli sorride e porta un bei golf color caffellatte, belle scarpe di cuoio chiaro, un foulard al collo, e il sangue slavo della madre è tutto nella falcata un po' ondulante del passo, nel latte della pelle. Verrò, stai tranquilla: la mano di Federico la rassicura da lontano ma già lei svolta per via Tornabuoni. La giornata apre improvvise voragini, alza muri ciechi. Trappole dove il piede si divincola nella tagliola. A Verona la ragazza olandese ritta sotto il sole nella piazza della stazione tiene in mano una mappa della città, vuole sapere nel suo stentato linguaggio dove si trova l'Ostello della Gioventù. Tutti bugiardi questi ragazzi italiani. Ma quel giorno a Cambridge, dopo quel bacio, Federico si era detto se ci sta, anche stasera. Così mi tolgo questa maledetta idea dalla testa, cambio pensieri e la faccio finita; e aveva aspettato euforico il momento di risalire sul pullman e sederle accanto, prendere accordi. Come se di colpo fosse guarito, di nuovo libero, e potesse guardare tranquillo Asia mordere la cioccolata che uno dei ragazzi olandesi le aveva regalato, sorridere invitante inclinando la testa di lato mentre la pioggia sottile le cospargeva di goccioline i capelli. Ma già Elke sale sul pullman, Federico subito dietro per non perdere il posto accanto a lei. Eccitato, leggero. Elke non ha cioccolato ma labbra piene e pallide, quelle che Carlo definisce "rugose" e sono poi le migliori, le più sensuali. Quella sera stessa era andato a letto con lei. Tutto era successo molto in fretta, attenti a non fare rumore, e quando Federico era tornato nella casa di Kensington, Asia lo stava aspettando. Lo aveva chiamato a bassa voce dal fondo del corridoio e lo aveva fatto entrare in camera sua. Non era mai successo prima e Federico aveva sentito un tuffo al cuore. Asia aveva richiuso piano la porta e si era stesa sul letto «Vieni qui, accanto a me» aveva detto. Non aveva che la sottoveste addosso e Federico aveva accennato il gesto di spogliarsi, lei aveva riso piano «Ma che fai, stenditi cosi come sei». La luce era spenta e in quella poca che arrivava dalla strada Federico poteva vederla grande e bianca, i piedi nudi stesi diritti. Il letto era stretto e lei si era spinta contro la parete per fargli posto e come Federico le si era allungato accanto gli aveva preso una mano per appoggiarsela sul corpo, poco sotto il seno. Ma era inutile tentare un qualsiasi avanzamento, le sue dita forti e calde lo tenevano in trappola; Federico poteva sentire attraverso la stoffa il tepore della sua pelle con il leggero avvallamento dell'ombelico: era una sconfitta piena, totale. Una macchina era passata riverberando i fari sul soffitto e per un attimo Federico aveva visto gli orecchini con le corniole brillare sul comodino. Anche lei li aveva visti. «Sono bellissimi, - aveva detto, - non ho mai avuto niente di così bello». Federico guardava il suo profilo e con l'indice della mano era passato lungo la linea del naso, la breve curva delle labbra, fermandosi un attimo dove il mento si sollevava rotondo. «Stai bene così?» lei aveva chiesto, aveva chiuso gli occhi e le ciglia tremavano appena contro la guancia. La risposta Federico l'aveva data stringendole più forte le dita. La felicità, perché di felicità si trattava, era simile a brividi sulla pelle. Portava sfinimento, sonno. Quando Federico si era risvegliato Asia dormiva con la faccia contro il muro e le sue braccia la tenevano stretta per la vita. Più che vederla, la sua schiena, la sentiva contro il corpo larga e magra, traversata dalle bretelline della sottoveste; e gli sembrava che avesse un odore. Come di pioggia e di muschio (poca acqua per lavarsi, un filo sottile giù dal rubinetto e sempre qualcuno che bussava alla porta perché aveva bisogno del bagno). Asia si era girata, aveva freddo e la mano era scesa a cercare la coperta, gli occhi si erano aperti a fatica, appena una fessura tra le ciglia «Che fai ancora qui, vai a letto...» «Ma io sono a letto» aveva risposto ridendo. «Sciocco, nel tuo, dai vattene». Si divincolava ma era quasi un gioco, le parole uscivano dalle labbra impastate dal sonno, i piedi lo scalciavano via. Un giorno lo avrebbe sposato quello tanto ricco, avrebbe camminato sui sentieri tra i faggi rossi ad ombrello e avrebbe detto: qui voglio le rose Princess Margaret e qui invece le clematidi azzurre... «Dai, forza, vattene» la voce lagnava ma la fessura dello sguardo era nella semioscurità un piccolo animale, un insetto pronto a scattare. Carlo Angrisani non avrebbe mai saputo di quella notte. Era stato tanto sicuro che Federico l'avrebbe passata dalla ragazza olandese che aveva preso il cuscino dal suo letto e ci stava regalmente affondato con quella testa che sembrava di legno, una testa da pupazzo tanto era piccola e tonda con i capelli irsuti. Allo strappo di Federico aveva avuto un sussulto ma nulla si era scomposto, il respiro aveva subito ripreso il suo sibilo sottile. Pochi giorni dopo i ragazzi olandesi erano partiti con mille giuramenti di rincontrarsi in Italia. Alla stazione baci e abbracci, i lunghi sospiri di Elke nel collo di Federico. Ancora qualche giorno e partiranno anche loro, ormai non ci sono che scellini nelle tasche e per risparmiare energie passano gran parte del tempo a Kensington Gardens. Asia ha ricevuto una lettera e accenna dei passi di danza, le braccia sono come ali e le scarpe scalcagnate da tutto quel girovagare per strade e metropolitane, musei, giardini, si alzano sulla punta dei piedi e la gonna a quadri verdi e blu si allarga tonda: una stoffa che non è cotone, non è lana e di sicuro neanche seta, allora che è? Carlo la palpa, e con la stoffa le gambe. «Bob!» risponde alzando le spalle, un romanesco strascicato lei che ha una madre russa di antica famiglia e un padre che poteva essere ambasciatore se non avesse avuto la disgraziata idea di seguire le sorti della Repubblica di Salò. La lettera come una farfalla tra le dita. «Di chi è?» chiede Federico. «Cosa? la lettera? di un mio amico». «Fai vedere». «Non ci penso per niente» ha nascosto la lettera nella camicetta e ora ride. «E per quella che sei tanto allegra?» Un vento leggero sospinge le barchette nella vasca, con dei lunghi bastoni dei ragazzi dall'impermeabile flottante cercano di recuperarle e farle tornare a riva. Lei è incantata dallo spettacolo. «Allora è per quella?» insiste Federico. Asia si gira a guardarlo, è un attimo, tutto si sospende immobile: barchette, acqua, nuvole, impermeabili ondulati dal vento. Poi china il viso sul suo, gli occhi guardano negli occhi, le labbra si schiudono sull'umido dei denti «Tanto allegra?» chiede. E la tristezza è un tampone in fondo alla gola.
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