La scuola di ballo
Autore: Loria, Arturo - Editore: - Anno: 1932 - Categoria: letteratura
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3 La parrucca
Il cocchiere, raccolti dal fradicio fatto in terra i secchi e le spugne dei suoi lavamenti, si rivestiva in un canto della rimessa, nascosto, a chi poteva vederlo attraverso il portone spalancato, da una prominenza del muro. Per offrir spettacolo di qualcosa di nudo alla figlia del parrucchiere teatrale che egli indovinava sull'uscio di bottega intenta a spiare, sporgeva dal riparo una gambaccia pelosa, scalciava l'aria e muoveva le dita del piede come frati in fila che fan riverenza, sghignazzando, così solo, per l'ansietà sensuale dello scherzo. Un'occhiata che dette fuori lo deluse e gli tolse la voglia di ridere: subito ritirò allo scuro la gamba divenuta pallida e gonfia nella luce fredda e vacua che veniva di strada, e la calzò con premura: era quella che gli doleva nei giorni piovosi. Senz'altri indugi finì d'indossar le sue vesti nere, poi venne a guardarsi nello specchio. La barba non rasa di fresco parve a lui, mentre s'accomodava in capo il tricorno, una fascia di cordoglio intorno al viso che donasse alla nera gravità richiesta per il suo servizio. Soddisfatto dell'esame uscì sul marciapiedi, serrò il portone e raggiunse il carro fermo un po' più in là, dove la via si faceva larga. Prima di salire a cassetta volse lo sguardo verso una bottega piccola e curiosa: era apparsa sulla soglia una ragazza del viso sfiorito e dolente. Il cocchiere le sorrise, ma ella non rispose: fissava i neri cavalli impennacchiati che a muso basso soffiavano penosamente sul lastrico e scoprivano per uggia del freno la ferocia della loro bocca rossa, come trasudata di sangue. Allora egli si avvicinò alla bottega, fìngendo per giuoco di non essersi accorto di lei, e intanto scuoteva il capo per qualcosa che cercava e non vedeva in vetrina. C'erano in mostra parrucche e lunghe code di capelli, che agganciate alte, scendevano allargandosi in trasparenza fin sul piano della vetrina, dove, tra piramidi di ceroni e cosmetici incartati, dei piccoli sostegni a palla reggevano cappellature teatrali di stile storico, ricche di spioventi riccioli e di zazzere lavorate a ferro caldo. Ai lati, due busti di cera, donna bruna e donna bionda, offrivan visi tutti rosei e sorridenti sotto i parrucchini ben stuccati, mentre i seni trasparivano da un avvolgimento di cera spennellata in azzurro sottomarino come pallida carne macerata. «Dunque?» chiese il cocchiere, volgendosi alla ragazza, immobile sulla soglia. «Non vedo ancora la mia parrucca bianca. O quando sarà pronta?» «Presto» rispose ella arrossendo. «L'aspetto, allora» fece egli con un sorriso di malizia, poi si piegò a chiederle piano: « Non ci volete proprio più venire a vedere i cavalli in scuderia? Non dovete aver paura». Non ebbe risposta. Imbarazzato, si mise a contemplare i due busti. «Eppure» mormorò con comico rimpianto «ce n'è al mondo di donne belle così. A qualche fortunato toccheranno!» La ragazza s'obbligò a un sorriso; l'altro salì a cassetta e disserrato il freno fece partire i cavalli. Ella rimase sull'uscio di bottega fino a che il carro, col monumento del cocchiere nero più alto del tabernacolo funebre, non sparì all'angolo della prima via traversa. «Che fai?» le chiese la sorella quando fu rientrata. «Parli sempre con quell'uomo che non mi piace. Lavora, piuttosto, che sei indietro con la tua parrucca.» La prima parve non aver udito; aprì un cassetto e cominciò a scegliere tra un gran fascio di cornetti di carta donde uscivano a indizio di colore le code vitrine e friabili dei capelli morti. La sorella anziana, piccola, grigia e come imprigionata dal grasso, lavorava a piantar capelli lunghi sopra uno zuccotto a rete teso da un'armatura di steccoline flessibili. Rapida, innestava i fili biondi, piegandoli e spartendoli con un piccolo pettine. «Il babbo è andato a prender l'ordinazione da quello dei costumi» disse a un tratto per riattaccar discorso con l'altra che capiva di aver offeso. «Sarà tutto lavoro da consegnar di furia per la stagione d'opera; ma dopo andremo in campagna per otto giorni» e pensando a quella campagna dove le riesciva di goder aria e riposo, cercò un sorridente assenso della sorella minore sempre china a scegliere. «Di' un po'» riprese con certa durezza. «Per chi la fai la parrucca bianca che ho visto nell'armadio? Ch'io sappia, nessuno l'ha ordinata.» L'altra trasalì. «È per lui» rispose dopo un indugio doloroso. «Mi sono accorta che il suo costume non è completo senza la parrucca e ho pensato di fargliene una in regalo,» poi, come a giustificazione porse alla sorella un foglio sul quale eran disegnate parrucche di varie fogge con accanto gli abiti, i cappelli, i guanti e gli stivali che si accordavano nello stile. «La gente» aggiunse «non sa distinguere in queste cose. Anche quella signora d'ieri aveva scelto per il suo costume una testa sbagliata. Meno male che io...» S'interruppe a mezzo, conscia che il divagare accresceva in lei l'imbarazzo e nella sorella la diffidenza. «E il cocchiere che se ne farà della tua parrucca bianca?» «La porterà in qualche servizio di gran lusso» rispose prontamente e arrossì e si turbò tutta come se la domanda avesse aperto indagine sopra un segreto pensiero. «Quell'uomo non merita nulla né da te, né da nessuno» concluse l'anziana chinandosi a pettinare i capelli da mettere in opera. L'altra si coprì il volto con le mani per nascondere una cattiva occhiata di rancore. La sorella aveva troppo presto dimenticato la reciproca simpatia e la confidenza degli anni più struggenti dell' attesa, il tempo in cui, finito il lavoro, la cena col padre era un martirio per entrambe, timorose di esser capite da lui in un soffrire di cui avevan pudore rabbioso, specie da quando sospettavano il vedovo, che le aveva avvezzate ad una sollecitudine quasi materna, di tenere poco lontano da casa come amante una ragazza più giovane di loro. Più tardi, per distrazione nell'eterne giornate del fondaco, avevano cominciato insieme ad osservare e a spiare nella sua rimessa il cocchiere, uomo che non si curava di chiudere il portone neanche quando sbracalato e villoso attendeva a lavarsi. Un inconscio piacere le portava a dire ch'era brutto, sozzo, bestiale; poi l'anziana come se di tale pericoloso piacere avesse preso coscienza d'un tratto, non si era appostata più dietro ai vetri verdolini della mostra, s'era taciuta dai commenti, lasciando alla minore quella debolezza di seguitare nel giuoco. La pace trovata in un adipe torpidante, accumulatosi quasi all'improvviso, le aveva tolto di patire i medesimi tormenti della sorella. Questa, obbligata al silenzio dalla vergogna di non poter rinunziare a quelle pratiche, era rimasta sola, senza più alcuna sorveglianza sopra un desiderio che insieme avevan saputo torcere in disgusto o nascondere nell'affanno di matte risate. Così, perduto pel tradimento dell'anziana, l'unico aiuto nel quotidiano sforzo di esaltare la propria sterile purezza, non le restava a difesa che la repulsione di cui, a momenti, soffriva ancora per certe attitudini del cocchiere. Ma solo a proporsela con questo scopo si scopriva attratta, senza facoltà di riprendersi, come quando bambina, arrovesciata sulla sponda del letto a capo in giù per toccar la pedana con la punta delle dita, provava un principio di nausea inefficace a impedirle di compiere intero l'esperimento, quasi che, superata una certa inclinazione, ella non potesse accogliere che vani avvertimenti di rischio. Per tale impotenza le veniva da invidiar la sorella facilmente guarita da un desiderio che la portava alla disistima di sé stessa. Erano giorni molto infelici, giorni nei quali l'umanità, tutta vestita, si preparava all'inevitabile spettacolo di lei nuda per il nero cocchiere. Ad onta dell'inimicizia per l'immagine divenuta centro d'ogni suo rimescolamento sessuale, ella aveva tratto dalla condizione del futuro amante un senso di superiorità che l'era caro, la sicurezza di piacergli, un gusto di pensarlo stupito e quasi timoroso davanti alla conquista, riflessi tutti delle proprie virtù che, per lo scoraggiamento degli anni vuoti, non avrebbe osato vedere in altri uomini. Più tardi, le esplicite profferte del cocchiere col quale era nata una rischiosa dimestichezza, la vanità maschile denunciata dalle sue esibizioni di petto nudo, il lesto tentativo di abbrancarla, una sera ch'ella aveva accettato l'invito d'entrar nella scuderia per vedere i cavalli, le avevano tolto quelle illusioni. Salvatasi a stento aveva deciso di non cedere prima di aver ritrovato a sé stessa un pregio che domasse in lui la bestiaccia e lo conducesse a una dolce gratitudine. Per questo, col modo indiretto di chi è irrimediabilmente avvilito, non sopra la propria persona faceva calcolo ma sopra un dono lungamente pensato, e lavorava di nascosto al padre e alla sorella, a fargli un parrucca bianca da metter sotto il tricorno nei servizi di gran lusso dai quali egli era escluso nella ditta forse più per insufficienza di portamento che di corredo. La parrucca bianca doveva, con l'impegno dello stile, dar colore di nobiltà all'uomo rozzo, così come tutta l'opera che si compiva nel fondaco paterno viziato d'aria teatrale era quella di preparare per la scena la testa degli straccioni che in comparsa fan da principi. Era così venuta a chiudere in un oggetto che poteva fabbricare con le mani l'istintivo bisogno d'elevare l'uomo al quale sentiva di non poter sfuggire, e insieme crearsene il talismano che la guardasse dalla pura bestialità dell'avventura. Il cocchiere, che aveva avuto da lei fin troppi annunci del dono, senza sospetto d'acutezza insigne le chiedeva della parrucca come avrebbe chiesto di un qualsiasi ostacolo messo a indugio dalla difesa della donna, e aveva l'aria di pregare che facesse presto a rimuoverlo. Ella, pensando a quella carne villosa e provocante si sentiva smarrire e per punizione serrava il lavoro rimasto a mezzo dentro un telo, l'annodava ben stretto e lo nascondeva come fosse uno di quei grandiosi ricami che si compiono a tempo perso nel giro di anni. Talvolta, per stuzzicarla, egli s'incantava davanti alle bambole di vetrina e faceva discorsi e commenti da scoraggiar lei del suo volto del suo corpo. Eran minacce velate, astuti ricami d'infallibile effetto; la ragazza riprendeva il lavoro della parrucca bianca che nessuno aveva ordinato e che bisognava tener nascosta. Un'imprudenza era bastata a provocar dubbi e congetture nella sorella, ma di quell'imprudenza ormai ella non si faceva più rimprovero. Nel lungo silenzio seguito all'inchiesta per lei così dolorosa, si era preparata a una confessione completa nella speranza di togliersi di dosso un po' del peso del suo male e di ricever conforto. Chiudeva gli occhi per superar la vergogna, muoveva le labbra per dire, e non osava: l'anziana taceva assorta e nemica, e il tempo passava lento, capello per capello innestato sugli zuccotti rosei. Un'ombra s'avvicinò alla porta della bottega. «C'è gente» dissero insieme e levarono gli occhi verso la persona che entrava. Era una donna vestita con abiti di logora e stinta ricchezza, dal viso piccolo sotto un cappellone che faceva ombra fin sul naso. Per parlare e guardar la gente in faccia avrebbe dovuto alzare indietro la testa, ma non parlava, come presa da timidezza, e basso il capo, si nascondeva alla muta interrogazione delle due sorelle che le vedevano la bocca tinta contrarsi in tremule smorfie di pianto. «Si sieda, s'accomodi, signora, e ci dica in che cosa possiamo servirla» pregò l'anziana. «Non c'è un retrobottega?» chiese quella con voce affannosa, volgendosi intorno a cercarlo con gli occhi. «Sì, c'è: dietro a quella tenda» rispose l'altra sorella, subito pentita e presa da diffidenza. «Ecco, se a loro non dispiace io vorrei andar di là con una sola. Chiedo questo, perché altrimenti mi vergogno: devo mostrar la mia disgrazia, la mia infelicità.» «Come vuole, signora» ma tirando la tenda che nascondeva il retrobottega, l'anziana fece capire alla sorella che non voleva restar sola con la strana cliente. Le tre donne furono nel bugigattolo dove la luce accesa rivelò pile di scatole polverose, uno specchio rettangolare appeso al muro, sopra un lavamani di ferro, e un piccolo tavolo coperto di tela grigia. «Domando il segreto» disse la donna, e implorò con lo sguardo. «Sono venuta qui come dal medico.» Non avendo risposta, né di cenni, né di parole, aprì la borsa, ne trasse una ingiallita fotografia, strappata, mancante in basso. «Ecco com'ero» disse porgendola. Le due sorelle si curvarono a guardare con diffidente curiosità. Era l'immagine di una donna giovane, nuda sul petto a malizia nascosto qua e là dal piovere largo di una gran chioma. Dal sorriso artefatto, dall'ostentata carne veniva il senso di una provocazione di mestiere, d'una nudità completa ed oscena di tutto il corpo, troncato a mezzo busto per pentimento o per pudore imposto da un calcolo. «Ero così,» sospirò la donna «ma ecco come sono ora» e si tolse il cappello. Sul cranio piccolo e pelato facevan sporco alcuni magri ciuffi di capellini grigiastri; su dal collo veniva alla nuca un assalto riccioluto di capelli più lunghi, biondi, ma così scoloriti da esser quasi trasparenti. La mano della donna lisciò dolorosamente il cranio, poi gli occhi si levarono timidi ad osservare lo stupito orrore delle riguardanti. «Che strazio, non è vero? Son condannata a non farmi più veder da nessuno. Capisco che devo far schifo. Lo vedo da me: sembro una gallina faraona.» Le due sorelle cercavano intanto di ritrovare la loro prima immagine della donna, perduta, distrutta da quel cranio pelato. La minore si piegò in modo da vederle solo il viso, sotto ai sopraccigli, e allora potè dirle: «Ma no, signora: si calmi. Son disgrazie che capitano, dopo tutto.» «Sì, una gran disgrazia, povera me! E' stata una malattia a ridurmi così. In casa porto una cuffia, ma in strada... ho avuto vergogna. Mi dicano, signorine, mi dicano, loro, che lo sanno certamente, si può avere un tipo di parrucca fatta così bene che nasconda la mia disgrazia? Esiste, deve esistere, non è vero?» Aveva ricalato sul cranio il suo cappellone e attendeva il responso e un calore al capo che dissipasse il freddo e la vergogna della sua miseria. Fu l'anziana a parlare. «Le dirò, signora, che una parrucca, per quanto fatta bene, non dà mai il naturale dei capelli. A voler che gli altri non se ne accorgano bisogna portarla con molta disinvoltura. Del resto, col cappello, nessuno può accorgersi di niente.» «Grazie» mormorò la donna. «Lei mi consola.» «Dunque, di misura piccola così non abbiamo che due parrucche che sono in vetrina. Vuoi provarsele? Che colore desidera?» «Il mio: biondo. Un bel biondo, ha capito? come quello che avevo prima della disgrazia» e tornò a porgere la fotografia che l'anziana rifiutò quasi con sgarbo. «Vammi a prendere la bambola bionda» disse questa alla sorella. Il busto preso di vetrina venne posato sul tavolo del retrobottega. Ci fu un silenzio e una lunga esitazione quasi che una estranea invidiabile fosse venuta a mettersi tra le tre donne. In semicerchio rimanevano incantate a fissar quel modello di bellezza femminile, sgomente di sentirsene troppo lontane. L'anziana girò la donna di cera a illuminarla meglio. Nello sbattimento della luce quella parve uscire un attimo dal suo sereno languore e ridere di una strana malizia di vita tra le labbra troppo rosse e gli occhi di vetro. «Che bella donnina!» ammirò la cliente in tono di rimpianto. Dopo le sue parole una somiglianza tra la bambola nuda fino al nascimento dei seni e l'immagine della fotografia posata lì accanto sul tavolo, colpì le sorelle. Un senso di umanità idiota e lasciva, un falso di belletti e di sorriso mostravano lo stesso sforzo verso un'espressione di lusinga, generica, affidata solo alla coscienza del sesso. «Darei vent'anni di vita per esser così» diceva la donna. «Ero così, così ero» ripetè, e toccò il petto di cera, poi il suo, leggermente. Vide sul tavolo la fotografia, sorrise, l'alzò vicino alla bambola, e rimase in contemplazione. «La moda di pettinarsi era diversa, allora» concluse. «Mi vogliono lasciar sola?» pregò con un dolce sorriso. «Mi vergogno a far la scimmia davanti allo specchio, ma vorrei tanto provarmi questa bella parrucca.» Le sorelle si ritirarono di là dalla tenda: la più giovane nascondeva in mano la fotografia di cui si era furtivamente impadronita. Compiuto quel gesto n'era turbata: il contegno della cliente, le sue moine supplichevoli, atte però a esprimere un carnale orrore per la rinunzia a piacere e a godere, l'avevano condotta a una considerazione di sé stessa così intima e piena di sconforto da inspirarle rancore per l'altra e voglia di scoprire nell'immagine un motivo di avvilirla irrimediabilmente. Ma, non ancora sicura dei pensieri della sorella, esitava ad aprir la mano, ghignando tuttavia come chi ha fatto buona presa. L'anziana credette a un invito malizioso di tornar vicino alla tenda, e si mosse in punta di piedi. La minore le tenne dietro. Dal bugigattolo veniva il frusciar di una persona che fa dei piccoli moti: la donna doveva acconciarsi in piedi, davanti allo specchio. Nel silenzio un po' afoso s'udivano le parole ch'ella rivolgeva a sé stessa con tono pieno d'esaltazione. «Non sarai più pelata... non sarai più la gallina faraona come ha detto quell'infame di Silvio. Sarai bella e moderna come questa donnina.» «Ma che ha? Dev'esser matta» mormorò l’anziana e trasse indietro la sorella, vinta da un senso di paura. «Lascia: voglio vederla un momento.» Uno scricchiolio di seggiola fece capire alle ascoltatrici che l'altra si sedeva. Schiusero cautamente la tenda. La donna era infatti seduta: ne vedevano il capo biondo per la parrucca; lo specchio rifletteva le mosse di lei che andava tingendosi gli occhi. Smise: cercava qualcosa sul tavolo. Si girò verso la tenda e rimase in ascolto con aria inquieta. «L'ho io, la fotografìa» fu la rivelazione della minore, in un sussurro. La sorella le lanciò uno sguardo ammirato, poi insieme si fecero dov'era maggior luce per osservar meglio il cartoncino. «Una donnaccia» mormorò l'anziana. «Bisognerebbe mandarla via. » L'altra taceva e non staccava gli occhi dall'immagine che sarebbe piaciuta tanto al cocchiere. «Gli uomini» disse «son capaci di trovar bella una donna così. Però che schifo! Chi sarà stato mai il fotografo?» e buttò sul banco il cartoncino. Soffriva, dominata da un senso d'infelice invidia per la donna che poteva mettersi nuda e sorridere nell'inquietante camerottolo dove lo sguardo di un uomo curvo sotto il cencio nero, scrutando attraverso l'obbiettivo, faceva a malizia indugio sopra l'indifesa nudità. «Bisogna mandarla via, questa svergognata» fece l'anziana con un sorriso di prepotenza, e si avvicinò alla tenda. «Guarda» sussurrò «guarda, ora.» La donna in piedi davanti allo specchio prendeva atteggiamenti di tronfia bellezza. Mutevole, si sorrideva, si scrutava, dava un ritocco di colore alle guance, spalancava le braccia, richiudendole al petto come per una golosità di sé stessa. Si capiva che, eliminata la bruttura del cranio pelato, riprendeva piacere e consolazione del proprio aspetto. C'era però qualcosa di non libero nei gesti che avevano tutti una studiata lentezza. Ogni tanto con una mano palpava in capo per sentire se la parrucca non s'era mossa. «Hai i tuoi capelli d'oro come una volta» pronunziò quella con struggimento. Nel silenzio estatico che seguì, gli occhi le si inumidirono di pianto. A un tratto si sentì osservata alle spalle. «Signorine, signorine» chiamò senza voltarsi indietro. «Dove sono andate? Vengano, possono tornare, adesso.» Le due sorelle entrarono nel retrobottega con viso duro e severo di giudici. Il sorriso dell'accoglienza si spense sulle labbra dell'altra, poi ella s'impettì, con espressione quasi ironica, davanti a loro due, torve e bovine nell'indagine. Era incredibilmente mutata. Alta e fiera mostrava una bellezza insolente e carnivora di donna non più giovane che si ostenta e vuol provocare. Come per avvilirle, andava letificandosi della loro presenza nemica: rideva, lanciava sguardi lascivi lampeggianti e brevi al modo di una ballerina che continuamente deve seguire sensi diversi in una danza, si drappeggiava nell'abito, mantenendo però una fissità del collo che poteva esserle dolorosa. «Non va bene, signorine?» chiese, e dietro rise con gola grassa. «Dicano di sì, perché io son proprio felice. Questa nessuno me la toglierà» aggiunse toccando l'oro che aveva in capo. «È mia. Il segreto mi raccomando il segreto. Devo piacere a un uomo tanto simpatico e caro. Sapessero, che patire!» Le due tacevano, incapaci di disserrar le labbra. Infine la più giovane, come avesse finalmente scoperto una consolazione, sorrise. Gli occhi fondi e neri della donna facevano troppo stacco col biondo della parrucca e questa incrinatura permetteva di ritrovar pian piano il piccolo cranio pelato sotto il peso felice dei capelli finti. «Cosa c'è che non va?» chiese l'altra a denti stretti. «Dica, dica pure.» Non attese risposta: passò in bottega seguita dalle sorelle come da due segugi. Là, trovando spazio agevole, fece alcuni passi di prova. Ogni tanto si toccava in capo con gesto un po' smarrito. Vide sul banco la sua fotografia. «Non mi pareva d'averla lasciata qui» disse con voce aspra, e la cacciò nella borsa. «È un ricordo che mi preme. Del resto avranno visto che son tornata a somigliarmi. Che gioia, avere i capelli! Loro non possono capire! Intendiamoci» aggiunse «esigo il segreto. Io sono venuta qui come dal medico.» Si schiacciò in testa il suo cappellone. «Vorrei sapere quanto costa la parrucca.» Nessuna delle due sorelle rispose. «Ho chiesto quanto devo pagare» insistette la donna e si volse al rumor della porta aperta. Entrava in bottega il padre delle ragazze, un uomo piccolo di statura e avvizzito, con baffi neri e duri che gli davano aria pensosa nella dissipazione prodotta dai toni argentei dei capelli e dei sopraccigli. Questi salutò con un profondo inchino la cliente, depose sul banco un gran fagotto e dette un'occhiata scrutatrice alle figlie che vedeva immote e stranite. «Questa signora» disse l'anziana a fatica «vuol sapere se puoi venderle la parrucca bionda della bambola di vetrina. L'ha già in capo.» Il padre la fissò stupito di tale richiesta. «Ma volentieri» rispose rivolgendosi alla donna ferma in attesa. «Costa trecento lire: non posso darla a meno, perché è un modello.» Quella aprì la borsa, gli consegnò il denaro e s'avviò per uscir dalla bottega. Varcata la soglia, si volse a fare un sorriso di saluto, luminoso e schernevole. «Ebbene, che avete?» chiese il padre. «Nulla» rispose la minore che dall'uscio a vetri seguiva in strada i passi ondulati della femmina. Egli non insistette, sapendo che a lui mancava sempre il modo di dar loro consolazione. Sospirò, avvilito, e aperto il suo fagotto prese a toglierne le intignate parrucche teatrali da rinfrescare. «Al lavoro, ragazze» pregò «che dobbiamo far presto nelle consegne.» «Un momento» disse la minore, e, staccatasi dalla porta andò nel retrobottega. L'altra la raggiunse per dirle con foga: «Se non tornava il babbo, ci pensavo io a mandarla via senza parrucca, quella svergognata!» «No, è stato meglio così. Che ce ne importa a noi dei suoi uomini e delle sue porcherie? Ha pagato, e questo basta.» L'anziana le alzò contro uno sguardo stupito: «Mi sembravi tanto arrabbiata con lei» osservò. «È stato un momento, ma poi ho capito che avevo torto. A volte noi zitelle soffriamo di gelosia. Adesso ho piacere che se ne sia andata contenta e felice: son passati in strada tre uomini e tutti e tre l'hanno guardata. Si sarà sentita giovane e bella come al tempo della sua fotografia.» Parlando, aveva un sorriso cattivo che le scopriva le gengive. «Quella donna io la ringrazio: è venuta ad aprirmi gli occhi sulla mia stupidaggine. Cos'hai da guardarmi così? Non capisci che i miei capelli non si staccano » e li afferrò al sommo del capo, tirandoli con forza «e che il mio petto non l'ha fotografato nessuno? Son forse più apprezzata di lei, io?» Scacciò con un gesto iroso la sorella che la scongiurava di tacere e si dette a cercar nelle scatole una nuova parrucca bionda per la bambola rimasta calva e sorridente sul tavolo grigio. Restituitala in quella grazia un po' perversa, si guardò un attimo nello specchio. Vide di sopra al proprio viso scolorito i capelli arruffati, ma, fatto un ghigno di disprezzo, non si curò di ripettinarli. Prese la bambola e tornò in bottega per collocarla in mostra. Dall'altra parte della strada, il cocchiere tornato dal suo servizio faceva rientrare il carro in rimessa. Ella richiuse la vetrina e non veduta dai suoi uscì in strada. Scorgendola, l'uomo sorrise, ma si volse ai neri cavalli, affaccendato a staccarli. Risoluta, ella entrò nella rimessa, lo toccò alla spalla. «Che c'è?» chiese egli e pareva fiutarla. La ragazza non rispose: arrovesciò indietro la testa come provasse una fìtta di dolore. Insieme si mossero. Egli conduceva per un androne sonante i cavalli; ella guardava continuamente indietro, impaurita dei loro musi accosti e caldi. Schiudendo la porta di stalla, il cocchiere che aveva gli occhi un po' lustri le prese una mano e le domandò, per togliersi un dubbio malizioso, della parrucca. Ella strinse le labbra, chiuse gli occhi e rispose: «È un regalo che non voglio più farvi: ho capito che non ne avete bisogno: non ho tempo da perdere, io.» L'uomo lasciò le cavezze: i cavalli liberi s'urtarono ai divisori, bramosi di giungere alle greppia. Suono di zoccoli e senso di movimento che come una vertigine precipitarono lei sul fieno verde ammucchiato in un canto.
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